Comunicazioni tramite e-mail, piattaforma Bandcamp e tape-recording: questi erano fino ad ora i metodi di elaborazione sonora per i Secret Cities, trio pop-surf dalle leggere atmosfere psichedeliche, incline a ripercorrere anche la tradizione di Burt Bacharach e Dusty Springfield.
“Walk Me Home” è il primo progetto realizzato insieme in uno studio di registrazione, Alexander Abnos, Charley Gokey e Marie Parker abbandonano in parte il lo-fi da cult band nella speranza di incrociare i fan di Arcade Fire e Shins.
Tra influenze dichiarate (Roy Orbison, Dr. John, Doris Troy, Brian Wilson) e altre palesi (Randy Newman, il già citato Burt Bacharach e Phil Spector) il trio dei Secret Cities archivia un altro accurato album di pop agrodolce, con arrangiamenti costruiti intorno alle progressioni armoniche del piano, suoni di farfisa e voci filtrate alla maniera di Thom Yorke, nonché melodie semplici e altresì arcane.
Questo è l’album più vario ed elaborato della band: canzoni briose e solari come “Playing With Fire” e “Bad Trip” unite a ballate sognanti e soavi come “Walk Me Home” e “The Rooftops” (quest’ultima non sfigurerebbe nel repertorio dei Magnetic Fields) riconfermano la loro abilità di artigiani pop, ma si fa strada anche un desueto incrocio di folk, psichedelia e progressive in brani come ”The Cellar” e “Thumbs”, che mettono in mostra i primi segni di disorientamento stilistico, evocando Curved Air e Renaissance.
Il tono meno naif e più artefatto sembra purtroppo imprigionare l’ispirazione di “Walk Me Home”: non c’è nulla di disdicevole o banale nelle tredici brevi tracce dell’album, manca piuttosto quella coesione che renda magico l’insieme. Nel mettere a fuoco tutte le loro passioni, i Secret Cities diventano citazionisti e mancano il bersaglio. Non si comprende perché il gruppo voglia imitare la grandeur degli Arcade Fire: giocando maldestramente con elementi più nobili, li mescolano con Beatles (“Purgatory (Foolish Hearts”) e Radiohead (la noiosa “It’s Always Winter”) abbandonando negli episodi strumentali quelle fascinose citazioni di Morricone (“Interlude 1”) e Beach Boys (“Interlude 2”) che li avevano resi amabili in “Pink Graffiti”.
Sia ben chiaro che ogni brano ha il suo fascino: il tono circense di “Paradise” e la psichedelia da cartolina di “It’s Always Summer” sono piacevoli, ma il gruppo sembra aver preso più confidenza con lo studio di registrazione, abbandonando quella magica e sana follia che fa seguito all’azzardo.
“Walk Me Home” è il loro esame di maturità, ma il voto finale non è quello che il loro percorso artistico faceva presagire. L’imprevedibilità è quasi scomparsa e le regole dell’indie-rock alternative hanno normalizzato le loro stravaganti architetture pop, aprendo forse le porte a un pubblico più vasto ma meno esigente.
10/07/2014