Il 27 aprile del 1968, sul ring di Oakland, California, è in palio il titolo mondiale dei pesi massimi. Jimmy Ellis contro Jerry Quarry: un incontro destinato a entrare negli annali della boxe. Tra gli spettatori ce n’è uno molto particolare: Bob Dylan. “L’intera faccenda si era fatta rovente”, ricorda nella sua autobiografia. Quarry veniva presentato come “la nuova grande speranza bianca”, ma non voleva saperne dell’enfasi razziale costruita intorno al suo nome. Ellis considerava il pugilato come un lavoro qualsiasi, qualcosa per mantenere la famiglia più che una via per entrare nella leggenda. “Io mi sentivo un po’ Ellis e un po’ Quarry”, prosegue Dylan. “Come Quarry, non volevo ammettere di essere un emblema, un simbolo o tantomeno un portavoce, e come Ellis anch’io avevo una famiglia da mantenere”.
Tra i guantoni di quella sfida, c’è in pratica tutto il dilemma in cui Dylan si dibatte all’affacciarsi degli anni Settanta. Il desiderio di scrollarsi di dosso le etichette, il bisogno di recuperare la concretezza della vita quotidiana. “Io ero un cowboy, non un pifferaio magico”, per usare le sue stesse parole. E non un cowboy per modo di dire, visto che il Dylan che riemerge dall’esilio bucolico di Woodstock indossa i panni del placido interprete country. Persino la voce, il suo marchio più inconfondibile, si trasforma in una carezza morbida e avvolgente: “Dovevo far uscire segnali devianti, mettere i freni al treno impazzito, creare un’impressione differente”.
Il decimo volume delle “Bootleg Series” si situa proprio al cuore di questo controverso punto di svolta. Con il coraggio di ricollegarsi direttamente a uno dei punti più bassi della produzione dylaniana, quel famigerato “Self Portrait” che fece esclamare a Greil Marcus in una celebre recensione sulle pagine di “Rolling Stone”: “What it this shit?”. Allora, l’intento di Dylan era volutamente iconoclasta: “Non feci altro che tirare contro un muro tutto quello che avevo sottomano. Quello che ci restava attaccato lo pubblicai, poi andai a raccogliere anche il resto che non ci era rimasto attaccato e pubblicai anche quello”. Oggi, l’immersione negli archivi consente di andare a riscoprire la sostanza nascosta dietro quel gesto autodistruttivo. Consentendo a Dylan di ritoccare il proprio autoritratto, come nel nuovo dipinto utilizzato per la copertina.
Quella di “Another Self Portrait” è una riscrittura che procede anzitutto per sottrazione: eliminando dalle registrazioni originali gli interventi più invasivi aggiunti in sede di produzione, responsabili in larga misura del suono edulcorato e stucchevole dell’album. Così, ecco “Little Sadie” ritrovare la tensione asciutta della murder ballad, mentre “Copper Kettle” e “Days Of ‘49” si liberano delle ridondanti sovraincisioni di archi e percussioni.
L’opera di rivisitazione prosegue poi recuperando dal fondo dei cassetti una manciata di brani scartati dalle session di “Self Portrait”. Brani di tutt’altro spessore rispetto a buona parte di quelli effettivamente inclusi nell’album, a conferma di quanto all’epoca le scelte di Dylan fossero lucidamente indirizzate al peggio. Nel repertorio di cover inanellato per sopperire alla mancanza di nuovi brani autografi, l’armonica svelta di “Railroad Bill” e la declamazione fatalista di “House Carpenter” portano l’eco del Dylan dei primi giorni, mentre l’antica ballata inglese “Pretty Saro” assume l’aspetto di una sorta di Devendra Banhart ante litteram. Anche gli omaggi a canzoni contemporanee, da “Annie’s Going To Sing Her Song” di Tom Paxton a “Thirsty Boots” di Eric Andersen, hanno fortunatamente ben poco a che vedere con le agghiaccianti riletture di classici come “The Boxer” e “Blue Moon” inserite in “Self Portrait”.
Il tono scarno e diretto delle esecuzioni, accompagnate quasi esclusivamente da David Bromberg e Al Kooper, coniuga le atmosfere spoglie di “John Wesley Harding” con la rilassatezza di “Nashville Skyline”. Ma “Another Self Portrait” si spinge ad allargare il quadro anche oltre i confini dell’album originale, tratteggiando un affresco a tutto tondo del Dylan di inizio anni Settanta.
Al di là di una fugace incursione nello scrigno dei “Basement Tapes” (“Minstrel Boy”, che in “Self Portrait” era stata inclusa in versione live), il viaggio a ritroso prende le mosse da “Nashville Skyline” (con un paio di versioni alternative tutto sommato prescindibili), per arrivare a soffermarsi su “New Morning”, l’album chiamato a riscattare le sorti dylaniane a pochi mesi di distanza dall’uscita di “Self Portrait”.
In questo caso, il materiale inedito rivela tutta l’incertezza di Dylan circa la direzione da prendere nel nuovo disco: una sezione di fiati prova a imprimere il marchio Stax sulla title track, orchestrazioni di archi avvolgono di enfasi “Sign On The Window”, un controcanto di violino si insinua in “If Not For You”. Ma, ancora una volta, sono gli arrangiamenti più disadorni a risaltare, dai ricami acustici con cui “Went To See The Gypsy” racconta l’incontro con Re Elvis sino ad una “If Dogs Run Free” ben lontana dalle divagazioni jazz della versione pubblicata su “New Morning”.
Certo, il materiale raccolto in “Another Self Portrait” è pur sempre l’istantanea di un Dylan in piena crisi di ispirazione, che spesso non va oltre la semplice improvvisazione: come riconosce lui stesso a proposito di “New Morning”, “forse tra quei solchi c’erano belle canzoni e forse non ce n’erano, chi lo sa, in ogni caso non erano di quelle che ti fanno rimbombare un tremendo suono in testa. Quelle le conoscevo, e sapevo bene che nessuna delle nuove apparteneva a quella categoria”. Le outtake del disco offerte in questa occasione, da “Bring Me A Little Water” a “Tattle O’Day”, non fanno che confermare la sensazione di anonimato, così come il boogie giocoso di “Working On A Guru”, registrato al fianco del vecchio amico George Harrison. Non è certo casuale, allora, la collocazione in chiusura di un demo di “When I Paint My Masterpiece”, riflessione allo specchio di un artista in cerca della propria musa: “Someday, everything is gonna be smooth like a rhapsody/ When I paint my masterpiece”.
La deluxe edition del disco aggiunge al set (oltre alla versione rimasterizzata del “Self Portrait” originario) uno straordinario documento storico: la registrazione integrale del concerto di Dylan al fianco della Band al festival dell’Isola di Wight del 1969, che la Columbia aveva vagheggiato all’epoca di pubblicare come album live. Un’esibizione anche in questo caso controversa, un ritorno alle scene a tratti traballante (“Like A Rolling Stone” su tutte), ma che in episodi come la contagiosa resa corale di “I’ll Be Your Baby Tonight” riesce a mostrare le scintille del miglior Dylan del periodo.
Il significato di questo nuovo itinerario nel catalogo dylaniano è allora da ricercare soprattutto nella possibilità di una sorprendente riscoperta. Come aveva intuito subito Greil Marcus, “Self Portrait” non è altro che “un concept album raccolto dal pavimento della sala montaggio. È stato costruito con grande maestria, ma come occultamento, non come rivelazione”. Ecco, proprio la rivelazione è – all’opposto – la cifra di “Another Self Portrait”. L’occasione di ridipingere i tratti del volto di Dylan. E, alla maniera di Jay Gatsby, di riscrivere il passato.
27/08/2013
I was young when I left home
Una grossa berlina si ferma lungo i marciapiedi innevati di New York, a pochi passi dal Washington Bridge. La portiera si apre per lasciare scendere un ragazzo dall'aspetto esile come quello di un folletto. È il gennaio del 1961 e il gelo invernale penetra fino al profondo delle ossa. Il suo sguardo si perde tra i grattacieli, spaesato eppure sorprendentemente audace. Non ha ancora vent'anni, Robert Allen Zimmerman, ma la sua terra natale, il Minnesota, gli sembra già troppo provinciale. Non fa per lui il negozio di materiale elettrico del padre nella città mineraria di Hibbing, dove la sua famiglia si è trasferita da Duluth quando era ancora piccolo. Le canzoni ascoltate la notte da una vecchia radio hanno nutrito la sua immaginazione di sogni cui neppure lui sa dare un nome, le pagine ormai consumate della sua copia di "Bound For Glory" gli hanno fatto fantasticare una vita come quella del folksinger Woody Guthrie. Così, ha deciso di saltare sulla prima macchina diretta verso la Grande Mela e di lasciarsi tutto il resto alle spalle.
Il rock'n'roll, ormai, sembra non interessargli più: l'ha scoperto ai tempi della band del liceo, l'ha usato per inventarsi il primo pseudonimo con gli Elston Gunn & The Rock Boppers, l'ha esplorato durante le sue scorribande in autostop nelle Città Gemelle di Minneapolis e St. Paul, suonando il pianoforte nella band di Bobby Vee. Ma da quando si è trasferito a Minneapolis per frequentare la University Of Minnesota è la musica folk ad avere conquistato il centro della sua attenzione: gli amici Dave Whitaker e Tony Glover l'hanno introdotto ai misteri di quella tradizione senza tempo, in cui sembra ancora possibile cercare una sincerità irrimediabilmente perduta.
Ed è proprio con un repertorio folk che il ragazzo del Minnesota ha cominciato ad esibirsi nelle coffee house di Minneapolis e poi nei locali di striptease di Denver, nelle pause tra un numero e l'altro. "Una sera ero sul punto di farlo io, lo spogliarello...", ricorda con un sorriso amaro. La sua tecnica all'armonica si è fatta più raffinata, il suo fingerpicking alla chitarra più personale, la sua voce più sicura di sé: New York è la prossima tappa che il destino ha fissato per lui.
Only a hobo
L'autobus diretto al Greystone Hospital avanza traballando attraverso le strade dai bordi coperti di neve. Il giovane Robert scende di fronte all'edificio austero e imponente dell'ospedale psichiatrico, avviandosi con passo titubante verso l'ingresso. Prima di ogni altra cosa ha un tributo da compiere: un pellegrinaggio fino alla stanza dove il morbo di Huntington ha costretto la sua più grande icona, Woody Guthrie. Suonare la sua chitarra accanto a quel letto per alleviare le sofferenze del vecchio folksinger è come entrare a far parte di un'eredità ancestrale, sprofondare nell'oceano del tempo e riemergerne per affrontare il presente.A restless hungry feeling
A casa di Suze Rotolo si parla spesso di politica. I genitori sono da tempo attivisti schierati a sinistra, la sorella collabora con Alan Lomax e il suo sterminato archivio di cultura popolare, mentre la giovane Suze ha deciso di unirsi a un'associazione impegnata nella causa dell'uguaglianza razziale, il Congress of Racial Equality.It ain't me you're looking for, babe
Il ragazzo con la fronte incollata al finestrino dell'auto scruta l'America scorrere veloce davanti ai suoi occhi. La strada si perde all'orizzonte con il suo carico di promesse, mentre le dita battono senza sosta sui tasti della macchina da scrivere appoggiata sulle ginocchia. Città, paesaggi, incontri, sensazioni: tutto fluisce in un turbine di versi.Sitting on a barbed-wire fence
Uno sparo.The ghost of electricity
"Judas!"There must be some way out of here
Chi fissa in faccia il sole ne rimane sempre accecato.Take me as I am or let me go
Barricate nelle strade, auto in fiamme. Slogan gridati fino a perdere significato. La televisione si spegne, le voci dei bambini tornano a prendere il sopravvento. È una giornata di sole nella campagna americana.If dogs run free, why not me?
L'azzurro del cielo è violento e abbagliante, quando Bob Dylan attraversa il cortile del campus sotto le torri severe dell'Università di Princeton. Gli hanno proposto una laurea ad honorem in musica, lui ha accettato senza pensarci troppo. Forse per beffare ancora una volta chi lo considera un eroe della controcultura, forse soltanto per narcisismo.We can't regain what went down in the flood
New York: un tizio riccioluto dall'aria stramba, con un grosso paio di occhiali appoggiati in volto, fruga nel bidone dell'immondizia di fianco alla casa di Bob Dylan. Il suo nome è A. J. Weberman e si è autoproclamato primo "dylanologo": la sua missione è quella di scoprire nella spazzatura di Mr. Zimmerman le prove della corruzione capitalista del suo idolo. Finirà con una rissa in mezzo alla strada dopo l'ennesima vessazione, ma il fatto è che da quando Dylan, alla fine del 1969, ha deciso di fare ritorno nella Grande Mela, la sua vita è diventata impossibile, perseguitato da esaltati che organizzano picchetti in nome di un sedicente "Dylan Liberation Front". "I momenti peggiori della mia vita sono stati quelli in cui ho cercato di riprendere contatto con il passato", osserva in "Chronicles", "come quando tornai a New York. Non sapevo che cosa fare: tutto era cambiato"1.When I paint my masterpiece
"Fammi vedere quello che sai fare". Con tono burbero e scontroso, il vecchio pittore mostra all'aspirante allievo un vaso, poi lo nasconde subito alla sua vista. "Ora disegnalo". Non è un personaggio qualsiasi, quello che si trova di fronte, ma al vecchio sembra non interessare. "Cominciai a disegnare, ma non mi ricordavo nulla di quel vaso: l'avevo guardato, ma non l'avevo visto".Ciò che emerge con prepotenza da quelle che verranno ricordate come le "New York Sessions" (raccolte nel 2018 in More Blood, More Tracks) è l'anima messa a nudo di Dylan, spoglia e vulnerabile come mai era stato prima. Ma il songwriter di Duluth, tornato dalla famiglia in Minnesota per le vacanze di Natale, decide di improvvisare delle nuove sessioni di registrazione a Minneapolis, in compagnia di un gruppo di musicisti locali. Nasce così la versione definitiva di Blood On The Tracks, pubblicata nel gennaio del 1975, in cui la metà dei brani della scaletta viene rimpiazzata rispetto alle versioni precedenti.
Non sono semplicemente nuove declinazioni, quelle di Minneapolis, ma vere e proprie riscritture, spesso anche nei testi. Basta il confronto con l’incedere mesto di “Idiot Wind”: dove prima dominava l’afflizione, ora entra in campo una diversa enfasi, una veemenza fatta di rabbia, di rancore, di sarcasmo. Il bisogno di guadagnare distanza rispetto a una fragilità troppo aperta, forse, o semplicemente la preoccupazione che qualcosa di così spoglio possa restare incompreso. La voce di Dylan sembra volersi elevare in un ululato di dolore, la presenza della batteria conferisce più energia al modo in cui aggredisce i versi, il suono dell’organo diventa incalzante e avvolgente.
Il cuore pulsante, però, resta sempre lo stesso. E ha direttamente a che vedere con la grande equazione tra la vita e il viaggio, come proclama Dylan alla fine della traiettoria circolare di "Tangled Up In Blue", mentre la linea stessa del tempo sembra dissolversi. Forse il segreto sta nella semplicità quasi sapienziale di "Buckets Of Rain", la morbida filastrocca folk con cui Dylan decide di chiudere il disco: "La vita è triste / La vita è una fregatura / Fa ciò che devi e fallo bene".
C'è un compito da svolgere, non resta che tornare sulla strada.
Il Tuono Rotolante è ormai alle porte.
You came down on me like rolling thunder
Il profilo esile di una ragazza dai lunghi capelli corvini emerge dalla penombra del Greenwich Village, mentre attraversa la strada stringendo la custodia del violino che porta a tracolla.Sacrifice was the code of the road
Gli accordi di una chitarra, la luce di una candela, il battere di un ritmo accennato. Lei lo osserva altera e suadente, la sigaretta appoggiata tra le dita e il trucco marcato ad accentuare i lineamenti del viso. Lui non è altro che un profilo in controluce che si staglia sul muro di mattoni. "Potremmo viaggiare, tu suoneresti e io ballerei... Potremmo diventare famosi: Renaldo e Clara".Gonna change my way of thinking
C'era un prato, vicino alle rotaie della ferrovia di Hibbing, Minnesota. Da piccolo, Bob Dylan passava ore intere inginocchiato lì, a strappare ciuffi d'erba in attesa del passaggio del treno. "I binari avrebbero vibrato ed io mi sarei morso le labbra/ E avrei stretto la presa mentre il fischio ululava/ Rannicchiato mentre il motore ruggiva/ Avrei salutato timidamente il fuochista/ Contando i vagoni mentre scorrevano via"6.Hanging in the balance of the reality of man
"Fu come se una spada mi avesse attraversato il corpo", ricorda Nick Cave ripensando alla prima volta in cui ha sentito le note di "Gotta Serve Somebody" uscire dal juke-box di un bar. "Mi guardai in giro domandandomi come mai le vite di tutti i presenti non fossero state immediatamente cambiate da quell'ascolto". Non tutti, però, la prendono allo stesso modo. John Lennon, ad esempio, la considera semplicemente "imbarazzante". E si mette a scrivere un'astiosa replica in musica, intitolata significativamente "Serve Yourself". Quel che è certo è che la conversione dylaniana lascia spiazzati. Al di là dei titoli ad effetto (come quello del "New Musical Express": "Dylan e Dio: è ufficiale!"), è Greil Marcus a cogliere meglio di tutti questo senso di straniamento, nella sua recensione di Slow Train Coming: "Ascoltare il nuovo album di Bob Dylan è un po' come essere abbordati in aeroporto. 'Ciao', sembra dire una voce, mentre Dylan fa volteggiare la sua intorno agli accordi gospel di 'When He Returns'. 'Posso parlarti un momento? Sei nuovo in città? Sai, qualche mese fa ho accolto Dio nella mia vita, e...'. 'Ahh, scusa, devo prendere l'aereo...' 'e se non lo fai anche tu marcirai all'inferno!'"8.Power and greed and corruptible seed
Un rumore sferragliante dal televisore. Il bassista pesta le corde, la bandana del chitarrista ondeggia come il copricapo di uno sciamano. La batteria, lì dietro, marcia squadrata. Sembra un vecchio blues, ma improvvisato alla maniera dei New York Dolls. E chi è il cantante, con quella cravattina bianca sull'abito scuro? Assomiglia a Bob Dylan, certo, ma quello non si era messo a fare il predicatore? Che cosa ci fa da David Letterman alla guida di quella strana combriccola tardo-punk?Never gonna be the same again
Stivali da cowboy, zazzera arruffata. La vecchia rockstar entra nel locale mentre una ragazza suona svogliatamente sul palco una canzone dei Creedence. Si chiama Billy Parker, ma assomiglia parecchio a un certo Bob Dylan. Si è ritirato dalla scene e gira con un pick-up scassato, senza uscire quasi mai dalla sua fattoria in Pennsylvania. La ragazza, ovviamente, lo insegue incredula: "Anch'io sono una cantante! Perché hai smesso di suonare? Eri il migliore!". E lui, fulminandola di sottecchi: "Non hai niente di meglio da fare? Se provi a cantare una mia canzone mi cerco un avvocato e gli dico di scorticarti viva...".And the walls came down, all the way to hell
Bob se n'è andato. Non ha più alcuna intenzione di tornare indietro. Giù in strada, via dalla sala prove, sotto la pioggia battente. Into the valley of dry bone dreams
New Orleans è una città di fantasmi. "Fantasmi di donne e di uomini che hanno peccato e sono morti e ora vivono nelle tombe", come scrive Dylan in "Chronicles". Nell'aria appiccicosa della Louisiana, il passato sembra non voler smettere di infestare il presente. "I fantasmi corrono verso la luce, si può quasi sentire il loro greve respiro; spiriti ben decisi a raggiungere la loro destinazione"1.
Anche Dylan è in cerca di una destinazione, tra le tombe di New Orleans. Dopo l'incidente alla mano, ha ricominciato a scrivere canzoni. Testi ancora privi di melodie, per ora; versi che solo in quella forzata immobilità avrebbero potuto nascere. Un giorno, Bob li ha fatti vedere a Bono degli U2, con cui aveva scritto l'intensa "Love Rescue Me" (poi inclusa in "Rattle And Hum"). E Bono gli ha detto che la persona giusta per lavorare su quei brani era Daniel Lanois, il produttore canadese responsabile insieme a Brian Eno del suono di "The Joshua Tree". A colpire Dylan è soprattutto il lavoro che Lanois sta facendo nello stesso periodo con i Neville Brothers per il loro album "Yellow Moon". Così, nella primavera del 1989, Dylan affitta una casa a New Orleans per mettersi all'opera negli studi di registrazione di Lanois.
Il rapporto tra i due è tutt'altro che idilliaco. Lanois non ama le mezze misure: "Non si accontentava di galleggiare in superficie", ricorda Dylan. "Non gli bastava nemmeno nuotare. Voleva tuffarsi e scendere in profondità. Voleva sposare una sirena"1. Dylan, dal canto suo, non ha le idee chiare sulla direzione da prendere, sa solo che non è disposto a lasciarsi definire dalla personalità di un produttore dall'impronta così decisa. Al colmo dell'esasperazione, Lanois arriva a fracassare a terra un dobro nel silenzio generale... Ma era necessario un conflitto del genere, per spezzare la spirale in cui Dylan era finito. Le sue nuove canzoni sono le migliori dai tempi di Infidels e Lanois sa come farle suonare ancestrali e contemporanee al tempo stesso. Dallo scontro, i due escono con il rispetto reciproco dovuto ai più fieri antagonisti, e con un disco indimenticabile tra le mani: Oh Mercy.
Le chitarre si rincorrono come lame, il pulsare del ritmo guida un crescendo minaccioso: l'incipit di "Political World" rivela subito il volto umbratile di Oh Mercy. Una raccolta di canzoni dalle atmosfere notturne, dall'incedere scuro, avvolte da una foschia di riverberi attraverso cui la voce di Dylan si profila più profonda e vulnerabile che mai. Nel video girato nientemeno che da John Mellencamp per il brano, Dylan suona in una sala illuminata solo dalla luce delle candele, in cui politici, militari e affaristi banchettano avidamente in compagnia di donne fatali. Il mondo è corrotto, si sa. L'amore non ha cittadinanza, la saggezza è perseguitata. Lo diceva già anche Infidels: la pietà, la compassione, quella misericordia invocata nel titolo dell'album, viene data in pasto ai pesci. Tutto cade a pezzi, proclama Dylan danzando tra le percussioni e le chitarre svelte di "Everything Is Broken". Tutto si rompe, soprattutto quello che ti sta più a cuore, e non c'è modo di ripararlo.
Ma per Dylan non è più il tempo di scagliare maledizioni. È il tempo di guardarsi dentro e di scoprire la propria fragilità. Oh Mercy è uno dei suoi dischi più introspettivi di sempre, sospeso tra due punti interrogativi: quello di "What Good Am I?" (perché voltiamo le spalle agli altri?) e quello di "What Was It You Wanted?" (perché riduciamo gli altri al nostro tornaconto?). In fondo allo specchio c'è il dramma di scoprirsi estranei. La malattia della presunzione, la chiama Dylan sul pianoforte dai toni gospel di "Disease Of Conceit", quella proiezione ingigantita di sé stessi che finisce per rendere l'altro inaccessibile.
"La coscienza di ogni uomo è vile e depravata", proclama dal pulpito il predicatore di "Man In The Long Black Coat". Sul frinire dei grilli, l'armonica sembra raccogliere l'eco del vento. La voce tenebrosa e fatale racconta di un amante tornato dagli inferi per reclamare la sua donna, come nelle antiche ballate inglesi arrivate con le navi dei Padri Pellegrini. "Lui la guardò negli occhi/ quando lei lo fermò per chiedergli/ se voleva ballare/ aveva il volto come una maschera/ Qualcuno disse che citava la Bibbia/ C'era polvere sull'uomo dal lungo cappotto nero". Forse non è che l'ombra della nostra volontà di possedere l'altro, quell'uomo in nero sbucato dall'Ade. Ma la gente del villaggio non se ne cura, sa solo che lei se n'è andata e non ritornerà. "La gente non vive né muore, la gente galleggia soltanto".
Solo chi vive e muore davvero, solo chi accetta di guardare in faccia anche il dolore, può riuscire a sottrarsi al demone. Sono le note rarefatte di "What Good Am I?" a ricordarlo, lasciandosi sfiorare appena dal dobro e dalle tastiere: "Che cos'ho di buono se dico sciocchezze/ e rido in faccia a ciò che il dolore porta con sé/ e volto le spalle mentre tu muori in silenzio/ che cos'ho di buono?". Perché il dolore, direbbe il filosofo Byung-Chul Han, è lo strappo attraverso cui fa breccia l'altro. Lo spiraglio attraverso cui può rinascere la compassione.
Qualche volta riusciamo quasi a illuderci di avere dimenticato quella ferita che ci portiamo dentro: "Non mi accorgo nemmeno che lei se ne è andata/ la maggior parte del tempo", mormora Dylan in "Most Of The Time". E sembra quasi di ritrovarsi tra le pagine di Blood On The Tracks, per l'amarezza della sua autoironia (sentire la versione per chitarra e acustica e armonica inclusa in Tell Tale Signs per credere). Ma le campane di cui parla "Ring Them Bells" ci ricordano con il loro rintocco che il tempo fugge, e mentre galleggiamo sulla vita la nostra innocenza è perduta per sempre. Il pianoforte riecheggia con una solennità liturgica, come ai tempi di "When He Returns". L'ultima parola, in Oh Mercy, ha il sapore della speranza: "Domani sarà un altro giorno", annuncia lo scivolare romantico di "Shooting Star". Abbiamo ancora una possibilità per ascoltare il discorso della montagna, abbiamo ancora una possibilità per ascoltare l'ultima radio che suona.
Quando Oh Mercy arriva nei negozi, a settembre del 1989, la critica grida al miracolo: Dylan, finalmente, è di nuovo Dylan. "Un disco di rara sincerità", lo definisce all'epoca Riccardo Bertoncelli nella sua recensione, "vicino al cuore dylaniano se mai ce n'è stato uno"10. Eppure, anche stavolta mancano all'appello nella scaletta finale dell'album almeno due brani strepitosi. Il primo, "Series Of Dreams", svelato in seguito da The Bootleg Series, Vol. 1-3, è un viaggio onirico di oltre sei minuti, scandito dall'incedere maestoso della batteria. Il secondo, "Dignity", per usare le parole di Alessandro Carrera, è "una canzone sulla società che ha criteri per tutto, tranne che per riconoscere il valore dell'essere umano"2. Dylan sostiene di non essere mai riuscito a registrarla nella maniera che voleva: a parte la prima versione pubblicata nel 1994 su Greatest Hits, Vol. 3, appesantita dalle sovraincisioni postume di Brendan O'Brien, tutte le altre declinazioni di "Dignity" emerse nel corso degli anni sono in realtà ugualmente memorabili (comprese quelle recuperate in Tell Tale Signs, che oscillano tra la nudità di un demo pianistico e un inatteso andamento rockabilly).
Ma la maledizione degli anni Ottanta ormai è spezzata, ed è questo che conta. Ci sono voluti la voce di un vecchio jazzista, il vento delle Alpi, la carne dilaniata, il voodoo della Louisiana. Ma l'incantesimo è riuscito. Non per tornare indietro, quello sarebbe stato impossibile. "Per poterlo fare, bisogna avere potere e dominio sugli spiriti", ammette Dylan. "Una volta l'avevo fatto, e una volta era abbastanza"1. Si tratta piuttosto di lasciarsi trasfigurare. Perché "è la trasfigurazione quello che ti consente di venir fuori dal caos ed elevarti al di sopra", come dichiarerà cripticamente a Rolling Stone nel 2012. "Puoi cercare di saperne di più sulla trasfigurazione dalla Chiesa Cattolica, puoi cercare di saperne di più da qualche vecchio libro di mistica, ma è un concetto reale. È sempre accaduto, in ogni epoca. È così che riesco ancora a fare quello che faccio, a scrivere le canzoni che canto, ad andare avanti". L'unico modo per continuare a essere sé stesso. Trasfigurarsi, sempre.
PARTE QUARTA: GLI ANNI NOVANTA
And the river went dry
Quel cappello. Più guardi la scena, più non riesci a distogliere l’attenzione da quel cappello. Prima Dylan se lo calca in testa, poi solleva la falda con un gesto rapido. Lo toglie, lo tiene tra le mani. Lo rimette, continua a tormentarlo. Alla fine, semplicemente, decide di tenerci sopra una mano, come se un vento inesistente potesse portarglielo via da un momento all’altro.
C’è qualcosa di surreale, in tutta quella danza. Bob Dylan nei panni del Cappellaio, Jack Nicholson in quelli del Re di Cuori. Probabilmente, il vecchio cantautore preferirebbe trovarsi in una pagina di Lewis Carroll, piuttosto che sul palcoscenico dei Grammy. È il 1991, ed è lì per ritirare il premio alla carriera dalle mani di un riverente Nicholson. Prima, ha cantato una zoppicante versione elettrica di “Masters Of War”: una scelta tutt’altro che compiacente, mentre la guerra del Golfo è ancora in corso. Ma la sua voce gracchiante e svogliata sembra buttare via i versi, costringendo la band a inseguirlo disperatamente. Forse aveva davvero la febbre, come dirà anni dopo. L’unica cosa certa è che, una volta ricevuto il premio, se ne sta lì davanti al microfono, fissando la targa. “Beh, mio padre non mi ha lasciato molto”, comincia a bofonchiare. “Sapete, era un uomo molto semplice… Ma mi ha detto questo, mi ha detto: 'Figliolo…'”. Silenzio. Gli occhi sempre sulla targa, nell’imbarazzo generale. “Mi ha detto molte cose, sapete…”. Risate nervose dalla platea. “Mi ha detto: 'Sai, è possibile venire contaminati in questo mondo al punto che persino tuo padre e tua madre ti abbandonino… se succede, Dio crederà sempre nella tua capacità di rimediare ai tuoi errori'”. Dylan non lo dice, ma in realtà sono le parole di un rabbino dell’Ottocento, Samson Raphael Hirsch. Non lo dice perché in quel momento quelle parole sono veramente le sue, la sua via obliqua per guardarsi allo specchio e cercare un senso in trent’anni di carriera. Combinando ancora una volta il gioco e la sapienza. Proprio come in Under The Red Sky.
È un disco strano, quello pubblicato da Dylan qualche mese prima dell’esibizione ai Grammy, a settembre del 1990. Arriva quasi a sorpresa, appena un anno dopo Oh Mercy. Tutti si aspettano il secondo capitolo di una rinascita, e invece Dylan fa un passo di lato. Torna ad assemblare materiale registrato in sessioni differenti, torna a circondarsi di ospiti di grido (tutti puntualmente lasciati sullo sfondo): Slash dei Guns’n’Roses, George Harrison, Al Kooper, David Crosby, Bruce Hornsby, Stevie Ray Vaughan, persino Elton John… Alla fine, la produzione di Don Was (fresco reduce dal successo di “Nick Of Time” di Bonnie Raitt) riesce a dare compattezza al suono del disco. Un rock conciso, senza grandi pretese. Ma i dieci brani di Under The Red Sky non convincono mai fino in fondo: “Troppe persone presenti, troppi artisti, troppe personalità”, ricorda Dylan, “musicisti egocentrici che volevano suonare solo quello che gli andava”.
C’è una dedica, nell’album: “For Gabby Goo Goo”. Facile indovinare in quel nomignolo il riferimento alla figlia (allora segreta) Desiree Gabrielle, che all’epoca aveva quattro anni. Riferimento tutt’altro che casuale, perché in realtà Under The Red Sky è proprio una raccolta di filastrocche, un omaggio alla grande tradizione delle nursery rhymes: “Come la Bibbia per le canzoni del periodo cristiano o le battute di film classici hollywoodiani nei dischi realizzati a metà degli anni Ottanta”, osserva Alessandro Carrera, “anche Under The Red Sky si serve di una griglia di citazioni omogenee, fornite in questo caso dal patrimonio folkloristico delle filastrocche infantili”2.
Sin dalla batteria insistente di “Wiggle Wiggle” (inclusa da Time tra le 10 peggiori canzoni del repertorio dylaniano…), il vecchio menestrello gioca con le rime baciate, le immagini a colori, il gusto dell’assurdo. C’è un riflesso apocalittico, però, nel cielo rosso che dà il titolo al disco, e i versi fiabeschi della title track potrebbero benissimo appartenere a qualche remoto testo esoterico.
“Non c’è da dubitare che per Dylan anche il nonsense delle nursery rhymes, che sono in fondo una sottospecie della canzone tradizionale, sia sacro”, riflette Renato Giovannoli nella sua analisi delle influenze bibliche nel canzoniere dylaniano. “Le filastrocche appartengono alla stessa famiglia degli enigmi biblici, e per altri versi la loro “insensatezza” non è che l’effetto della degradazione di antichi simbolismi non più compresi”11.
Tra l’ordinario rock-blues di “Unbelievable” e la predica (non troppo ficcante) contro l’era televisiva di “T.V. Talkin’ Song”, i punti più deboli dell’album sono quelli che indulgono ai toni maggiormente zuccherosi, da “Under The Red Sky” a una “Born In Time” nettamente inferiore alle precedenti versioni (poi incluse in Tell Tale Signs).
Il meglio lo riserva invece il finale: “God Knows”, outtake di Oh Mercy su cui si staglia ancora una volta l’ombra della fine dei tempi; “Handy Dandy”, variazione sugli accordi di “Like A Rolling Stone” che aggiunge la figura di un nuovo trickster alla genealogia dei personaggi dylaniani; e infine “Cat’s In The Well”, ninnananna a passo di boogie che dà il commiato con un enigmatico senso di caducità: “Il gatto è nel pozzo, le foglie stanno cominciando a cadere/ Buonanotte, amore mio, che Dio abbia pietà di tutti noi”.
Più che la copertina (una vecchia foto del periodo di Infidels) è l’immagine sul retro dell’album a rappresentare nella maniera più emblematica il Dylan di Under The Red Sky: un’istantanea sfocata, in bianco e nero, abbandonato a sedere sui gradini di una casa in felpa e scarpe da basket. Durante la lavorazione del disco si dice che fosse sempre inavvicinabile, il cappuccio calato sulla fronte. La realtà è che Dylan è in crisi. Anche sul palco appare distratto, scorbutico. Un paio di volte, durante i concerti australiani del 1992, arriva a doversi allontanare dal microfono durante “Desolation Row” per non scoppiare in lacrime. Il suo secondo matrimonio si sta sfaldando: stando a quanto riferisce Howard Sounes nella sua biografia, nel mese di agosto del 1990 Carolyn Dennis chiede la separazione. Il divorzio vero e proprio sarebbe arrivato solo nel 1992, e per tutto quel periodo Dylan è come dentro un tunnel.
Nemmeno il ritorno al fianco dei Traveling Wilburys riesce a risollevarlo. Roy Orbison non c’è più, portato via da un attacco di cuore alla fine del 1988. I quattro superstiti rimescolano i nomi (Dylan stavolta è Boo) e provano a riprendere le fila da dove erano rimasti. Ma il nuovo disco, intitolato ironicamente Traveling Wilburys Vol. 3, non ha più la magia e la freschezza del primo capitolo. Se il singolo “Inside Out” porta impresso più che mai il marchio di fabbrica del supergruppo, nella maggior parte dei brani (a partire dall’altra canzone scelta per il lancio dell’album, “She’s My Baby”) il suono si ispessisce e si fa meno giocoso. Dylan, dal canto suo, sparge profumi di campagna in “If You Belonged To Me” e si avventura negli anni Cinquanta con “7 Deadly Sins” e “Where Were You Last Night?”.
In occasione del suo cinquantesimo compleanno, però, il più grande regalo per i fan è la pubblicazione nel 1991 di The Bootleg Series, Vol. 1-3, straordinaria tripla raccolta di inediti ripescati dagli archivi. Da quel momento in poi, le “Bootleg Series” diventeranno un appuntamento costante per andare alla scoperta di tutti gli angoli più nascosti dell’epopea dylaniana.
Hard times, come again no more
“Il mondo non ha bisogno di nuove canzoni”, proclama Dylan nella primavera del 1991, intervistato da Paul Zollo. “Di fatto, se da oggi in poi nessuno scrivesse più canzoni, il mondo non ne soffrirebbe”. E in effetti, dopo la tiepida accoglienza di Under The Red Sky, bisognerà aspettare sette anni prima di ascoltare una raccolta di sue nuove composizioni autografe. Dylan ha bisogno di tornare a casa. La sua casa di sempre: il regno della canzone folk. “Un reame mitico fatto più di archetipi che di individui”, lo definirà in “Chronicles”. “Una volta che si veniva chiamati alla sua presenza si poteva finire risucchiati dentro e scomparire”1. In quel pozzo ancestrale, Dylan sembra davvero scomparire. Trasportato in un’altra dimensione. Ma alle sue spalle lascia le molliche di pane per poterlo seguire.
Il viaggio ultramondano comincia lungo il percorso del Never Ending Tour, quando nei set acustici cominciano ad affacciarsi canzoni che vengono da lontano. Canzoni come “The Girl On The Greenbriar Shore”, catturata durante un concerto del 1992 e recuperata tra le rarità di Tell Tale Signs: la madre del protagonista lo ammonisce di non fuggire con quella ragazza dai ricci scuri, ma lui non le dà ascolto; e quando alla fine si ritrova solo, non gli resta che ripensare a quell’avvertimento.
Poi, ai primi di giugno del 1992, Dylan entra in studio a Chicago. Con lui c’è David Bromberg, songwriter, multistrumentista e grande appassionato di Americana, con cui Bob aveva già collaborato negli anni Settanta, ai tempi di Self Portrait. Insieme a lui, Dylan registra una sfilza di vecchi brani folk. Ce n’è abbastanza da riempire un album intero, o anche di più. Ma quell’album non vedrà mai la luce. Le “Bromberg session” restano uno dei grandi misteri dylaniani: ne sono affiorati per ora solo due scampoli ufficiali, sempre su Tell Tale Signs, e sono entrambi ottimi. “Miss The Mississippi” di Jimmie Rodgers si adagia tra il fremito romantico del mandolino e il baluginio dei fiati, mentre la murder ballad “Duncan And Brady” assume un piglio più energico.
Non sappiamo perché Dylan abbia deciso di tenere quei nastri nel cassetto. Sappiamo solo che qualche mese dopo, nell’estate del 1992, ci riprova. Stavolta però è nel suo studio casalingo, ed è in perfetta solitudine.
Per ritrovare un disco totalmente acustico di Dylan bisogna risalire fino al 1964, con Another Side Of Bob Dylan. Quando vede la luce Good As I Been To You, nel novembre del 1992, tutti restano ancora una volta spiazzati. A dire la verità, però, qualche settimana prima un indizio Dylan lo aveva dato. Al Madison Square Garden di New York, uno straordinario cast di artisti si era riunito per celebrare il trentennale del suo esordio discografico (da Lou Reed a Eddie Vedder, da Neil Young a Tom Petty, per citare i protagonisti di alcuni degli episodi più memorabili). L’interesse dei media, in realtà, si era concentrato soprattutto su Sinead O’Connor, che aveva abbandonato il palco dopo essere stata fischiata dal pubblico per l’episodio che l’aveva da poco vista protagonista al Saturday Night Live, quando aveva strappato una foto di Giovanni Paolo II davanti alle telecamere. Ma il momento chiave era stato quando nel fascio di luce dei riflettori era apparsa la figura esile del festeggiato, armato solo di chitarra acustica e armonica: “Song To Woody”, “It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)” e “Girl From The North Country” più nude che mai, scarnificate da quella voce gracchiante. Aveva superato da poco i cinquant’anni, eppure sembrava l’ultimo sopravvissuto dei cantastorie dell’anteguerra. Era in qualche modo l’anteprima del suo nuovo viaggio.
Con le cover, fino a quel momento, Dylan era riuscito a dare il peggio di sé in studio (Self Portrait, Dylan, Down In The Groove). Ma Good As I Been To You è un affare completamente diverso. Tutto è all’insegna del minimalismo (a partire da una grafica che sfigurerebbe persino in una presentazione di PowerPoint…). C’è spazio solo per il fingerpicking ruvido e netto di Dylan alla chitarra, per il soffio dell’armonica e per una voce che suona ormai senza età, capace di piegarsi in un gracidio di impossibile dolcezza o di inasprirsi come carta vetrata.
I tredici brani del disco vengono per la maggior parte dal folk anglosassone, recuperati da Dylan rubando un po’ dappertutto arrangiamenti e suggestioni. “Quelle vecchie canzoni sono il mio lessico e il mio libro di preghiere”, afferma deciso. “Lì si trova tutta la mia filosofia”. Forse è per questo che le tratta come se fossero sue, senza preoccuparsi di accreditare nessuno di quelli che l’hanno preceduto nell’albero genealogico del folklore: “Una canzone folk ha mille facce e bisogna averle viste tutte se la si vuole suonare”.
Ci sono facce più accessibili, in Good As I Been To You, come il blues smussato di “You’re Gonna Quit Me” o la melodia confidenziale di “Tomorrow Night”. E ci sono facce più oscure, come l’andatura torva di “Blackjack Davey” o la spigolosità di “Little Maggie”. Dylan indossa i panni di Mississippi John Hurt in “Frankie & Albert”, evoca le ombre dei Mississippi Sheiks in “Sittin’ On Top Of The World”. Invoca stagioni migliori sulle note di “Hard Times”, mormora una fiaba in “Froggie Went A Courtin’”. Ma ogni sillaba sembra provenire da una dimensione sconosciuta, forse ormai incomprensibile a un’umanità che ha disimparato la familiarità con il mistero e con il senso del destino. Proprio in questo sta il fascino di lasciarsi portare per mano da queste canzoni: il fascino di essere introdotti a una lingua perduta, che in tutte le sue storie parla di noi.
Questa sorta di personalissima “Anthology Of American Folk Music” reimmaginata da Dylan non fatica a conquistare la critica: “Sentiamo le vecchie canzoni fondersi in un’unica storia”, commenta Greil Marcus. “Variazioni sul tema del racconto di innocenti che partono per un lungo viaggio nell’ignoto e dei tradimenti che incontrano quando raggiungono la loro mèta”.
Good As I Been To You esce il giorno delle elezioni che consacrano Presidente Bill Clinton e il 20 gennaio del 1993, all’Inauguration Day, Dylan intona una festosa “Chimes Of Freedom” davanti al Lincoln Memorial. Clinton sorride e alza il pollice, ma il menestrello in sciarpa e cappello da cowboy si sente sempre più un pensionato: “Pensavo davvero di avere chiuso con i dischi. Preferivo suonare on the road. Tutto il processo di registrazione era diventato una cosa da pazzi”. Prima, però, c’è ancora bisogno di quelle vecchie canzoni.
Strange things have happened
Lo schema è più o meno lo stesso dell’anno precedente: a maggio Dylan torna a chiudersi nello studio di registrazione della sua villa di Malibu, a ottobre il secondo capitolo della sua peregrinazione solitaria è pronto. Si intitola World Gone Wrong, e sarebbe difficile immaginare un titolo più emblematico per riassumere il modo in cui Dylan vede il suo tempo. “Sono successe cose strane, come mai prima”, annuncia attingendo ancora una volta ai dischi dei Mississippi Sheiks. Il consenso raccolto da Good As I Been To You sembra avergli dato coraggio e il suo nuovo tributo alla tradizione risulta ancora più riuscito del precedente. Lo si capisce subito dalla cura della confezione, dal rispetto per la paternità dei brani, dalla presenza addirittura di un apparato di liner notes scritte di pugno da Mr. Zimmerman. “La tecnologia per spazzare via la verità ora è disponibile”, riflette con uno sguardo che più profetico che mai, commentando il morbido epitaffio conclusivo di “Lone Pilgrim”. “Non tutti possono permettersela ma è disponibile. Quando il costo scenderà fate attenzione! Non ci saranno più canzoni come queste. Di fatto non ce ne sono più già adesso”.
Stavolta la bilancia pende verso il folk-blues rurale americano. E i toni si fanno ancora più scabri, più ombrosi, più ascetici. Voce e chitarra scorticano i brani verso dopo verso, correndo sui binari insieme a Blind Willie McTell in “Broke Down Engine”, cantando di delitto e castigo nella murder ballad “Stack A Lee”, contemplando con un nodo alla gola il campo di battaglia in “Two Soldiers”. Dave Stewart degli Eurythmics gira un video in bianco e nero denso di suggestione per “Blood In My Eyes”, in cui Dylan si aggira per le strade di Camden Town con cappello a cilindro, guanti di pelle e ombrello firmando autografi, fermandosi a parlare con la gente e improvvisandosi persino giocoliere… A suggello di questi moderni nastri della cantina dylaniani, arriva anche un Grammy per World Gone Wrong come miglior album di folk tradizionale.
Ma la macchina del tempo riattivata da Dylan in quelle session riserva anche altri tesori: nel 1994 la colonna sonora di “Natural Born Killers” di Oliver Stone ospita la romantica “You Belong To Me”, mentre in Tell Tale Signs affiorano le riletture di “32-20 Blues” di Robert Johnson e del traditional “Mary And The Soldier”. È l’inizio di una presenza di inediti dylaniani in colonne sonore e dischi tributo che nella seconda parte degli anni Novanta si farà sempre più assidua, dalla spumeggiante “Boogie Woogie Country Girl” di Doc Pomus alla suadente “My Blue-Eyed Jane” di Jimmie Rodgers, passando per il riuscito recupero della classica “Ring Of Fire” di Johnny Cash per la commedia romantica “Due mariti per un matrimonio”.
Il fatto è che più Bob guarda alla pensione, più si riscopre vivo. Soprattutto sul palco. Dalla seconda metà del 1992, il Never Ending Tour vive uno dei suoi apici di ispirazione, in grado di rivaleggiare a pieno titolo con i momenti più brillanti della carriera live di Dylan. Il fulcro della band è ora il bassista Tony Garnier, destinato a diventare il più longevo collaboratore del songwriter americano (e il vero e proprio maestro di cerimonie dei suoi concerti). Sotto la sua guida, la chitarra scattante di John Jackson, la pedal steel di Bucky Baxter e l’enfasi di Winston Watson alla batteria contribuiscono a dilatare i brani in lunghe e trascinanti jam session. Dylan riconquista il centro della scena, non solo con una presenza vocale vigorosa e partecipe, ma anche con un sorprendente ruolo alla chitarra solista. Come ricorda Paolo Vites, “il commento più gentile che si sentirà dire da parte di diversi spettatori sarà: 'Ma pensa di essere Eric Clapton?'”. No, Dylan conosce bene i suoi limiti come chitarrista… Ma “con il suo approccio solista non vuole far altro che riprendere la ritmica del pezzo, spingerla in avanti, dilatarne la tensione, caricarne la potenza espressiva e poi lasciare che i veri solisti della band dilaghino, continuando a supportarli con le sue due note”9.
Il risultato regala durante il tour estivo del 1993 alcuni dei suoi migliori concerti italiani di sempre, dominati da una maestosa rivisitazione di “I And I”. Qualche mese dopo, alla metà di novembre, il Supper Club di New York ospita quattro memorabili concerti acustici, che mettono in mostra uno spirito audace e avventuroso: l’unico estratto ufficiale è l’avvolgente “Ring Them Bells” inclusa in Tell Tale Signs, ma le scalette sono piene di scelte inattese (da “Tight Connection To My Heart” a “One More Cup Of Coffee”), oltre che di omaggi alla tradizione folk dall’alone quasi mistico (“Weeping Willow” su tutti). Il giorno dopo quelle esibizioni, Dylan si presenta al “Late Show With David Letterman” con un’intensa “Forever Young” (lo stesso brano cantato in chiusura dei concerti al Supper Club).
Il momento di grazia di Dylan e della sua band viene immortalato nel 1994 in due occasioni straordinarie: la prima è la celebrazione del venticinquesimo anniversario del festival di Woodstock, che permette a Dylan di ripagare della famigerata assenza all’edizione originale. Completo nero e sguardo penetrante, attacca subito con una delle più magnetiche rese di “Jokerman” mai offerte dal vivo. I fraseggi spezzati della sua chitarra conducono la band in un set fatto di cavalcate dal sapore epico, sostenute dall’energia travolgente della batteria.
La seconda occasione arriva alla fine dell’anno, quando Dylan, dopo mesi di incessante presenza sul palco, si concede a quella che nei primi anni Novanta è la moda musicale del momento: la serie “Unplugged” di Mtv. A novembre, ai Sony Music Studios di New York, registra il suo Mtv Unplugged, che verrà pubblicato nel maggio del 1995.
Travestito come il sé stesso del 1966 (occhiali scuri, camicia a pois, giacca nera) e con l’aggiunta tutt’altro che secondaria dell’hammond di Brendan O’Brien, Dylan si mostra più indulgente del solito nel seguire le melodie originali dei brani, cimentandosi tanto con i classici (l’iniziale “Tombstone Blues” su tutti) quanto con le pagine più recenti (da una malinconica “Shooting Star” al brioso recupero di “Dignity”). Ma a sorprendere, in Mtv Unplugged, è soprattutto la performance vocale di Dylan: la confusione di appena qualche anno prima (per alcuni non estranea a una certa familiarità con l’alcol…) è spazzata via da una dizione nitida e sferzante. Come scrive Greil Marcus a proposito del disco, Dylan ha l’approccio di “un detective che sta indagando sulle sue stesse canzoni, trattandole come indizi, seguendo la loro pista fino ad arrivare al vero mistero, al crimine reale”8.
Ecco allora rispuntare dai meandri degli anni Sessanta l’apologo antimilitarista di “John Brown”, protest song dimenticata che prende le forme di una ballata appalachiana; e soprattutto, ecco una “Desolation Row” piena di sfumature, in cui ogni verso sembra raccontare una storia nuova. Senza considerare le esclusione eccellenti dalla scaletta finale, tra cui una rara ripresa di “Hazel”, che avrebbero reso il disco ancora più prezioso. La domanda comincia a diventare sempre più insistente: davvero Dylan non ha più intenzione di scrivere canzoni?
The end of time has just begun
Chi è quel tizio vestito di bianco insieme a Bob Dylan?
È il 27 settembre 1997 e trecentomila persone radunate nella spianata del Centro Agroalimentare di Bologna sono in attesa dell’impossibile incontro: l’ebreo errante Zimmerman e il Papa che diventerà santo subito. La stampa si è sbizzarrita da giorni: “La Woodstock dello spirito”, “La notte rock di Papa Wojtyla”, “Il primo grande concerto religioso della storia”… Già il fatto che Dylan abbia accettato di esibirsi in diretta tv durante la veglia-concerto del Congresso Eucaristico Nazionale (con un cast che va da Adriano Celentano ad Andrea Bocelli…) è una di quelle notizie capaci di scatenare i luoghi comuni più inveterati: che fine ha fatto il menestrello della controcultura? Che cosa c’entrano rock e fede? Dove andremo a finire?!
C’è però una ragione in più, stavolta, per attirare l’attenzione sull’evento, ed è il fatto stesso di vedere di nuovo Dylan su un palco. Per usare le sue stesse parole, alla fine di maggio Dylan ha rischiato di andare a incontrare Elvis: un’infiammazione cardiaca causata da una grave infezione, l’istoplasmosi, lo ha costretto al ricovero in ospedale e a una lunga convalescenza. Solo ad agosto è potuto tornare faticosamente in scena, dopo avere cancellato tutte le date previste per i mesi precedenti.
“E ora… Bob Dylan!”, annuncia un’incredula Milly Carlucci. Lui, Dylan, si affaccia con un sobrio completo da cantante country e uno Stetson chiaro calcato in testa. Ha tempo solo per tre classici: “Knockin’ On Heaven’s Door”, “A Hard Rain’s A-Gonna Fall” e “Forever Young” (diplomaticamente esclusa “With God On Our Side”, che pure era stata provata nel soundcheck del giorno precedente). Con la formidabile coppia Jackson/Watson sostituita da Larry Campbell alla chitarra e David Kemper alla batteria, la band appare più ingessata e meno incisiva. Prima di concludere, Dylan sale i gradini, incespica, si toglie il cappello e arriva finalmente di fronte a Giovanni Paolo II. Le parole che si sono scambiati restano un mistero. Non è un mistero, invece, che per la prima volta un Pontefice abbia deciso di commentare direttamente i versi di Dylan: “Avete detto che la risposta alle domande della vostra vita 'sta soffiando nel vento'”, osserva Wojtyla a proposito di “Blowin’ In The Wind”. “È vero! Però non nel vento che tutto disperde nei vortici del nulla, ma nel vento che è soffio e voce dello Spirito”. E ancora: “Mi avete chiesto: quante strade deve percorrere un uomo per potersi riconoscere uomo? Vi rispondo: una!”. “La strada della verità”, aggiunge, “la via della vita”. Chissà se in quel momento Dylan avrà pensato alle parole che aveva usato lui stesso, quasi vent’anni prima, in uno dei suoi famigerati sermoni: “Vi avevo detto che la risposta soffiava nel vento, e così è stato. C’è solo una via per credere, solo una - la verità e la vita”…
Tre giorni dopo, sugli scaffali c’è un nuovo disco firmato Bob Dylan. Si intitola Time Out Of Mind ed è la sua prima raccolta di canzoni autografe dai tempi di Under The Red Sky. L’album che in molti temevano che non sarebbe mai arrivato.
Nel 1996, mentre i Wallflowers del figlio Jakob scalavano le classifiche con “Bringing Down The Horse”, qualcuno si era spinto persino a inventarsi un disco fantasma, tanto per alimentare la speranza. Si sarebbe dovuto intitolare “Stormy Season” e sul web si era diffusa anche la scaletta completa dei brani, con titoli come “Abraham’s Altar” e “Apollo’s Love”… Profezia o coincidenza, è più o meno nello stesso periodo che Dylan si rimette a scrivere davvero. Sotto una coltre di neve, nella sua fattoria in Minnesota, le parole si susseguono in un lento flusso di coscienza a partire dai frammenti appuntati tra un palco e l’altro. E quando i fogli cominciano a infittirsi, si lascia convincere a ripartire da dove era rimasto, prima che le cose si inceppassero: da Daniel Lanois.
Nella stanza di un hotel di New York, Dylan fa leggere a Lanois i nuovi testi. Solo parole, niente musica. “Sono rimasto folgorato dalla potenza di quei versi”, ricorda il produttore canadese nella sua autobiografia, “Soul Mining”. I due si danno appuntamento a Oxnard, California, nello studio realizzato da Lanois in un vecchio teatro messicano. Lì le nuove canzoni cominciano a prendere forma, come testimoniano gli estratti pubblicati nel 2023 in Fragments. Ma Dylan vuole un posto più lontano da casa, con meno distrazioni. Così, nel gennaio del 1997, le registrazioni si spostano in quel di Miami: Dylan ha in mente una lunga lista di musicisti da coinvolgere (primo tra tutti, il pianista blues Bruce Dickinson), gente che secondo lui può aiutarlo a trovare l’attitudine di cui è in cerca. Lo studio comincia a essere fin troppo affollato: oltre alle convocazioni di Dylan ci sono i componenti della band che lo accompagna dal vivo e, ovviamente, Lanois e i suoi collaboratori. Come ai tempi di Oh Mercy, la tensione comincia a farsi palpabile. “Ho sentito un’oscurità diffondersi nell’etere”, rievoca Lanois. “Tutto quello contro cui avevo combattuto stava spuntando dalle pareti come sangue in un film dell’orrore”. Il parcheggio fuori dello studio diventa la personale war room di Dylan e Lanois. Ma, ancora una volta, il loro braccio di ferro dà vita a un disco sanguinante e memorabile.
I suoni sembrano emergere come ombre dalla nebbia: prima sono solo echi indistinti, poi si fanno strada l’organo e la voce di Dylan, filtrata attraverso un vecchio amplificatore. “Sto camminando attraverso strade che sono morte”, annuncia l’incipit di “Love Sick”, e il suo rarefatto fatalismo si riverbera con un tono arcaico e spettrale. Nessuno è mai riuscito a far suonare le canzoni di Dylan così contemporanee e al tempo stesso così antiche come Lanois in Time Out Of Mind. Potrebbe venire da “Strange Love” di Slim Harpo quella chitarra che fende l’aria in “Til I Fell In Love With You”; potrebbe appartenere a qualche disco di Charley Patton il riff ipnotico che accompagna “Highlands”. Lanois raccoglie tutte le suggestioni che Dylan gli offre, ma le trasporta in un polveroso altrove, in cui ogni strumento appare e scompare sullo sfondo: “Un pavimento in terra battuta dalle estremità allentate e dagli orli sfilacciati”, lo definisce Greil Marcus. “Canzoni che sembrano al tempo stesso incomplete e definitive. Più che creata, la musica sembra essere stata trovata”8.
Con il suo ringhio sempre più secco e mesmerico, Dylan inventa una nuova lingua, quella che lo accompagnerà anche nei decenni successivi. “Stavo scrivendo dei distici per poi metterli insieme in un secondo momento”, racconta a proposito della nascita dei versi di Time Out Of Mind. La struttura dei brani cresce così intorno all’accostamento di brevi epigrammi, dotati ciascuno di vita propria: una tecnica tipica della cultura orale, dai bluesmen delle campagne del Sud indietro nel tempo fino allo stile formulare degli aedi. “Un juke-box di riferimenti intertestuali”, per usare le parole di Alessandro Carrera, “un gigantesco cut-up operato sul canzoniere del folklore americano”2.
Il titolo all’album suona come un riferimento proprio a quella dimensione: “Il tempo immemorabile di Bob Dylan, il tempo dei saggi e dei graziosi della cui scomparsa lui non si rassegna, è la cultura orale dei cantastorie, dei cantanti di blues e di country che si sono trasmessi l’un l’altro il loro sapere prima che le registrazioni fonografiche potessero pretendere di fissarli in una storia”2. E il tempo è la vera e propria ossessione del disco, dal ticchettio minaccioso dell’orologio di “Love Sick” all’oscillare del pendolo di “Tryin’ To Get To Heaven”. Il tempo che fugge, le lancette che non tornano indietro. “Ieri ogni cosa andava troppo veloce/ Oggi si muove troppo piano”, canta Dylan mentre l’organo di “Standing In The Doorway” sembra inseguire il fantasma di “Sad Eyed Lady Of The Lowlands”.
Ma quello di Time Out Of Mind è anche il racconto di un incessante cammino. Passi che si srotolano lungo le strade perdute di “Dirt Road Blues”, con il suo suono saturo da vecchio disco dell’anteguerra. Itinerari che attraversano il Missouri e New Orleans, Londra e Parigi, Chicago e Boston. Eppure, all’ora del crepuscolo di “Not Dark Yet”, il viaggio sembra non portare da nessuna parte: “Lo so, sembra che mi stia muovendo, ma sono qui fermo”. L’incedere è mesto e sontuoso, una marcia funebre per un mondo di menzogna, per un deserto da cui non si leva più nemmeno il mormorio di una preghiera. Poi, una scurissima linea di basso introduce “Cold Irons Bound”, subito avvinta da percussioni legnose e sferzate metalliche di chitarra: la mèta è a venti miglia soltanto, ma la stretta di una catena impedisce di proseguire.
Da una parte il senso di prigionia, dall’altra il desiderio di arrivare alla fine della strada prima che sia troppo tardi. Time Out Of Mind, in fondo, non è che una lunga ruminazione in chiaroscuro su questo conflitto. L’armonica di “Tryin’ To Get To Heaven” apre uno spiraglio nell’immobilità del cielo, prendendo in prestito le parole da un vecchio spiritual su Noè e la sua arca: nonostante tutto, la porta non è ancora chiusa. Nonostante tutto, il cuore appartiene a un luogo lontano, ma non per questo irraggiungibile: “Il mio cuore è nelle Highlands, dovunque io vaghi/ È lì che sarò quando verrò chiamato a casa”, sussurra Dylan nell’epilogo di “Highlands”. “C’è una via per arrivare lì e la troverò in qualche modo/ Ma sono già lì nella mia mente”. Nell’Ottocento, il poeta scozzese Robert Burns aveva cantato allo stesso modo gli altopiani della sua patria. Ma per Dylan non sono altro che il simbolo di una terra edenica, di una sorta di Gerusalemme celeste. Gli oltre sedici minuti del brano si dipanano come il racconto di un sogno: un vicino che non sopporta la musica di Neil Young, una cameriera che vuole farsi fare a tutti i costi un ritratto, la sensazione di avere preso la svolta sbagliata a un certo punto del percorso. Da almeno un ventennio l’ironia surreale del songwriter di Duluth non scavava così a fondo.
Eppure, Dylan è insoddisfatto. Frustrato dalla distanza tra la sua idea originaria e il risultato finale. Anche Lanois ha dovuto cedere ai compromessi: sognava di trasformare la ritmica limacciosa di “Can’t Wait” in una hit da classifica, ma a un certo punto gli è scivolata via tra le dita. “È stato difficile cercare di governare quella nave”, ricorda Dylan a proposito delle session di Miami. Ma stavolta, fortunatamente, si sbaglia. L’accoglienza di Time Out Of Mind è a dir poco trionfale: Elvis Costello su Mojo arriva a definirlo iperbolicamente il miglior Dylan di sempre. Nel 1998, il disco fa incetta di ben tre Grammy: album dell’anno, miglior album di folk contemporaneo e miglior performance vocale rock maschile per “Cold Irons Bound”. Alla cerimonia di assegnazione dei premi, mentre Dylan esegue una graffiante “Love Sick”, il sedicente artista e performer Michael Portnoy irrompe in scena a torso nudo con la scritta “Soy bomb” sul petto. Dylan lo degna solo di un’occhiata e va avanti imperterrito con il brano. Toccherà agli Eels, una decina d’anni dopo, trasformare l’incidente in metafora nostalgica sulle note della loro “Whatever Happened To Soy Bomb”.
Nelle undici tracce di Time Out Of Mind, l’unico punto debole è il sentimentalismo di “To Make You Feel My Love” (che pure verrà trasformata in ballata soul di successo da Adele). Ma anche stavolta dalla scaletta finale manca almeno una gemma: è “Red River Shore”, elegia dal fascino antico recuperata in Tell Tale Signs e Fragments, che cresce con il progressivo entrare in scena degli strumenti. Le acque del fiume sono le stesse cantate un tempo dal Kingston Trio, ma la storia che raccontano è un’altra: il profilo della fanciulla che si staglia in controluce sulla riva sembra impalpabile come quello di uno spettro, un’irraggiungibile memoria di Euridice, quasi un contraltare femminile dell’oscuro amante di “Man In The Long Black Coat”. È possibile fare esperienza del mistero in terra? “Ho sentito di un tizio che è vissuto molto tempo fa”, mormora Dylan, “Un uomo pieno di tristezza e di contrasti/ Se qualcuno intorno a lui moriva/ Lui sapeva come riportarlo alla vita/ Non so che tipo di linguaggio usasse/ O se accadono ancora cose di questo tipo/ A volte penso che nessuno mi abbia mai visto/ Eccetto la ragazza della riva del Red River”.
PARTE QUINTA: DAL 2000 A OGGI
My heart is not weary
Bob Dylan si è fatto crescere i baffi. Fanno bella mostra di sè nel primo piano ravvicinato della telecamera: due eleganti baffetti da signorotto di campagna. Ha anche scritto una nuova canzone: è beffarda, è disillusa, è più dylaniana che mai. Si intitola “Things Have Changed”. Come dire, se una volta i tempi stavano cambiando, ora sono cambiati davvero. Ma non nel senso in cui si pensava allora: “La gente è pazza e i tempi sono strani/ Sono rinchiuso, sono tagliato fuori/ Una volta mi interessava, ma le cose sono cambiate”. L’ha scritta per la colonna sonora del film di Curtis Hanson “Wonder Boys” e gli ha fruttato un Golden Globe e un Oscar come miglior canzone originale. Ed è proprio durante la notte degli Oscar del 2001 che la canta in diretta tv, in collegamento via satellite dal suo tour australiano. Lo sguardo è di ghiaccio, la musica tagliente. Diventerà uno dei suoi brani più eseguiti dal vivo, uno di quelli che rappresentano meglio il Dylan del nuovo millennio. “Una canzone che non gira intorno alla questione e che non chiude un occhio sulla natura umana”, per usare le parole del suo discorso di ringraziamento. Sul palco, sopra una cassa, si porterà a lungo in giro per il mondo quella statuetta dorata.
Bob Dylan si è fatto crescere i baffi, e non è un semplice dettaglio. Perché anche il nuovo album che dà alle stampe nel 2001, in fondo, è un disco con i baffi. Un disco che sembra venire da un passato fatto di crooner azzimati, di microfoni vintage, di cravattini da giocatore d’azzardo del Far West. Da prima dell’invenzione del rock ’n’ roll. Love And Theft è il primo capitolo di un viaggio a ritroso il cui seme era stato piantato già un lustro prima, in occasione della più improbabile delle investiture. Alla festa per gli ottant’anni di Frank Sinatra, Dylan era stato l’ospite d’onore, l’unico a eseguire un brano autografo (una sognante “Restless Farewell”, chiesta a quanto pare da The Voice in persona). “Tu e io, amico, abbiamo gli occhi azzurri”, gli aveva detto Sinatra. “Veniamo da lassù, non come tutti questi altri”, aveva aggiunto indicando il cielo notturno pieno di stelle. “Mi ricordo di avere pensato che forse aveva ragione”, chiosa Dylan. E lungo il sentiero tracciato da quella voce, attraverso le melodie sussurrate nel cuore della notte dalla radio che ascoltava da ragazzo, inizia la sua ennesima ricerca del tempo perduto.
Sulla copertina di Love And Theft, accanto al ritratto in bianco e nero di un Dylan ovviamente baffuto, il titolo dell’album è scritto tra virgolette. Perché già il titolo è una citazione, un omaggio al libro dello storico Eric Lott dedicato all’America dei minstrel show: “Love & Theft. Blackface minstrelsy and the American working class”. I famigerati blackface, gli attori bianchi con la faccia dipinta di nero, mettevano in scena una sorta di caricaturale appropriazione della cultura afroamericana. Una spudorata dialettica di amore e furto, appunto, un po’ come quella di Dylan con le proprie radici. O forse una sintesi perfetta, visto che per lui amore e furto sono esattamente la stessa cosa.
A colpire subito, dopo la cupezza di Time Out Of Mind, è la sensazione che le ombre si siano improvvisamente dissipate: l’intreccio di percussioni e chitarre di “Tweedly Dee & Tweedly Dum” introduce uno svelto gioco di rime con al centro i personaggi di “Alice nel paese delle meraviglie” e delle nursery rhyme, proprio come ai tempi di Under The Red Sky. Il suono è nitido ed essenziale, in contrapposizione nemmeno troppo velata con le atmosfere volute da Daniel Lanois. Dylan non vuole più intrusioni, stavolta, e assume direttamente le vesti del produttore con l’alias di Jack Frost (“Credo che nessuno capisca come dovrei suonare tranne me”), puntando a ricreare il dinamismo della sua band dal vivo. E ci riesce benissimo quando invita tutti a indossare le scarpe da ballo per il rockabilly a briglie sciolte di “Summer Days”, trascinato dalla chitarra di Charlie Sexton.
Eppure, a guardare appena oltre la superficie, Love And Theft è tutt’altro che un disco solare (anche per il senso di perdita derivante dalla recente scomparsa della madre). Basta ascoltare proprio “Summer Days”: le estati passate non ritornano mai, anche se Jay Gatsby proclama il contrario. Chi ha letto Fitzgerald sa che la storia non va a finire bene. “I tuoi giorni sono contati, e così i miei”, riflette Dylan nel brano che rappresenta il fulcro dell’album, “Mississippi”. “Il tempo si accumula, lottiamo e graffiamo/ Siamo tutti ingabbiati, non abbiamo nessun posto in cui fuggire”. L’aveva scritta per Time Out Of Mind, ma non era riuscito a darle la forma che cercava. L’aveva prestata a Sheryl Crow, ma la spigliata versione di “The Globe Sessions” ne coglieva solo in parte lo spirito. Ora assume un passo deciso e lieve, un tono che accarezza e ferisce. “Il vuoto è senza fine, freddo come creta/ Puoi sempre tornare indietro, ma non puoi tornare indietro fino in fondo”.
Love And Theft definisce in pratica il canone discografico dylaniano degli anni successivi: se la scrittura prosegue lungo la strada inaugurata da Time Out Of Mind, dal punto di vista musicale la struttura diventa sostanzialmente tripartita. Da una parte ci sono i blues elettrici secondo lo schema più classico delle dodici battute, da “Lonesome Day Blues” a “Cry A While”. Dall’altra, le canzoni confidenziali da orchestrina d’antan, come “Floater (Too Much To Ask)” e “Po’ Boy”. In mezzo, le ballate folk vere e proprie, che spesso continuano a custodire le gemme più preziose. È il caso di “High Water (For Charley Patton)”, con le sue nervature di banjo dal sapore appalachiano, in cui le acque della piena sono il monito di un’apocalisse incombente. L’album, del resto, esce in un giorno destinato a far sentire tragicamente attuali le profezie sulla fine dei tempi: l’11 settembre del 2001.
Le canzoni di Dylan diventano sempre più un ipertesto intessuto di citazioni e rimandi, tanto da richiedere un vero e proprio apparato di note per interpretarle. Nel caso di Love And Theft, ci vogliono mesi perché qualcuno arrivi a scoprire che parecchi versi traggono spunto in realtà da un romanzo dello scrittore giapponese Junichi Saga, “Memorie di uno yakuza”, risalente al 1989. Ovviamente, non manca chi grida subito al plagio, dimostrando di non avere capito molto del connubio dylaniano di amore e furto… Lo stesso accadrà qualche anno dopo, quando emergerà l’utilizzo in Modern Times di una serie di citazioni del poeta ottocentesco americano Henry Timrod. Dylan non la prende troppo bene: “Wussies and pussies”, apostrofa senza mezzi termini i suoi accusatori… “Sfigati e femminucce”. “Nel folk e nel jazz, la citazione è una ricca tradizione”, sbotta in un’intervista a Rolling Stone. “Vale per tutti, tranne che per me. Voglio dire, tutti gli altri possono farlo, ma non io. Ci sono regole diverse per me”.
Come notava Erik Davies nei suoi scritti sull’esoteria moderna, “la musica folk non è mai stata pura; le sue mutazioni creative, cannibalizzazioni e furti interculturali costituiscono la sua continuità vivente”12. Dylan prende citazioni di autori dimenticati e le inserisce in un contesto completamente diverso, dando loro una nuova prospettiva: un gioco intellettuale dal gusto postmoderno, che prende il posto dell’ispirazione mistica del poeta beat. Ma sempre vissuto con lo spirito di un vecchio folksinger.
A Love And Theft manca il fascino plumbeo delle atmosfere di Time Out Of Mind, manca la ricerca del risvolto contemporaneo di un lascito ancestrale. Suona più schietto, ma anche più passatista. Eppure, l’accoglienza del disco è ugualmente entusiastica: vince un Grammy come miglior album di folk contemporaneo nel 2002 ed entra nella top five della classifica di Billboard. All’opposto dell’oblio degli anni Ottanta, per Dylan inizia una fase di consenso critico pressoché plebiscitario, destinata ad accompagnare puntualmente ogni sua nuova uscita del nuovo millennio.
Bob conferma il suo stato di forma anche quando si misura con il repertorio altrui, che sia il country di Hank Williams (“I Can’t Get You Off My Mind”, dall’album tributo “Timeless”) o il juke-box a marchio Sun Records (“Red Cadillac And A Black Moustache”, dal disco che accompagna il documentario “Good Rockin’ Tonight”). In “Return To Me”, inclusa nella colonna sonora della serie televisiva “I Soprano”, si può persino sentirlo cantare in uno stentatissimo italiano (“solo tiuuu, solo tiuu, mio cu-roreee”…).
Sul palco, dopo un tour in compagnia di Paul Simon nel 1999 (purtroppo non all’altezza delle aspettative suscitate da una simile coppia di mostri sacri…), tra il 2000 e il 2001 Dylan torna a dare il meglio di sé, con una band infiammata dalla chitarra di Charlie Sexton e dai suoi intrecci con l’altro chitarrista della band, Larry Campbell. Nell’ottobre del 2002, però, il pubblico di Seattle ha un’amara sorpresa: per la prima volta, il songwriter americano si presenta in scena suonando per buona parte della serata le tastiere anziché la chitarra. Da allora, vederlo imbracciare la chitarra sarà sempre più raro. Colpa dell’artrite, a quanto si mormora. Dylan la rivendica come una scelta artistica, ma c’è poco da fare: è la fine di un’era.
Anche se a tutt’oggi non c’è (ancora) un vero e proprio album live del “Never Ending Tour” dopo MTV Unplugged, non mancano le registrazioni ufficiali disseminate qua e là nel corso degli anni (dalle b-side ai bonus disc, fino alla raccolta per il mercato giapponese Live 1961-2000 e ai già citati Tell Tale Signs e Fragments). Sul palco Dylan riscopre ancora una volta i tesori nascosti del folklore (“Cocaine Blues”, “Roving Gambler”, “Somebody Touched Me”), ma soprattutto riscrive ogni sera il suo repertorio in un eterno presente, alla ricerca di quella sfumatura imprevista capace di trasformare la prospettiva, fosse anche solo nella declinazione di un verso. Basta ascoltare gli ipnotici intrecci di mandolino con cui “Highlands” fa la sua apparizione dal vivo nel 2000, oppure la ruspante rinascita di “Country Pie” nello stesso anno e l’elettricità sulfurea della “High Water (For Charley Patton)” del 2003: le canzoni di Dylan, lungo tutto l’arco della tournée infinita, non hanno mai smesso di riproporsi come un canovaccio in continua trasformazione.
Lento e inesorabile, però, un senso di progressivo logoramento comincia a farsi strada nelle sue performance, soprattutto a partire dalla metà degli anni Zero. Le illuminazioni non mancano, ma diventano sempre più sporadiche, all’interno di scalette poco aperte ormai all’imprevisto: come racconta Paolo Vites, “con gli anni si è cominciato ad andare a un concerto di Bob Dylan sperando che nel corso della serata eseguisse almeno una canzone degna di nota, cioè nei suoi standard. Se eri fortunato, quella sera almeno una canzone era pura magia. Poi si è cominciato ad andare ai concerti di Bob Dylan sperando che, nel corso della serata, durante almeno una canzone, eseguisse una strofa, alcuni versi, in modo memorabile”9. E allora, perché? “Perché continui a suonare?”, gli chiede il giornalista Ed Bradley nel corso dell’intervista concessa nel 2000 alla CBS per il programma “60 Minutes”. “Ah, qui si torna alla questione del destino”, risponde Dylan. “Ci ho fatto un patto, tanto tempo fa, e lo sto rispettando”. “Devo forse chiedere con chi lo hai stipulato?”, lo incalza sornione l’intervistatore. “Beh, con il comandante in capo… su questa terra e nel mondo che non riusciamo a vedere”.
Reality has always had too many heads
Inondazioni, guerriglia, povertà. “Dio ha voltato le spalle alla sua nazione”, tuona la voce di un predicatore. Sullo sfondo, le note di una canzone in giapponese che suona stranamente familiare. Sì, è proprio lei: “My Back Pages” di Bob Dylan, ma in un’improbabile versione nipponica…
Inizia così “Masked And Anonymous”, l’ennesimo fallimento cinematografico dylaniano. Anzi, il migliore dei suoi fallimenti. A differenza di “Renaldo And Clara”, Dylan rinuncia a improvvisarsi regista. A differenza di “Hearts Of Fire”, non si limita a recitare come attore. Ma la sua impronta è dappertutto, e non sempre si tratta di un’impronta felice.
Per comparire nel nuovo progetto di Dylan, che verrà presentato al Sundance Film Festival del 2003, i grandi nomi di Hollywood fanno la fila: da John Goodman a Jeff Bridges, da Penélope Cruz a Val Kilmer, da Mickey Rourke a Jessica Lange. Il cast stellare, però, non basta. E non basta nemmeno la regia di Larry Charles (che troverà il successo qualche anno più tardi grazie a “Borat” con Sacha Baron Coen). Il punto debole è la sceneggiatura, che Charles scrive a quattro mani con Dylan stesso (sotto lo pseudonimo di Sergei Petrov).
Dylan, tanto per cambiare, interpreta una vecchia rockstar decaduta, Jack Fate. Che è anche il figlio del Presidente, il leader di un regime dittatoriale di stampo sudamericano che sembra avere soppiantato la democrazia statunitense in un prossimo (distopico) futuro. La vicenda ruota intorno alla scarcerazione di Fate per consentirgli di prendere parte a un concerto di beneficenza, mentre il Presidente si trova sul letto di morte. Al di là di questa sinossi essenziale, però, la trama si sviluppa in realtà in maniera tutt’altro che lineare, limitandosi in sostanza a fare da collante per una serie di incontri e scambi di battute immancabilmente criptici. Aforismi che potrebbero suonare evocativi nel testo di una canzone finiscono per risultare in scena solo artatamente sibillini: la colpa in parte è della goffa recitazione di Dylan, ma anche attori ben più blasonati sembrano patire un certo imbarazzo (fatta eccezione per il mattatore John Goodman, nella parte dell’impresario Uncle Sweetheart).
In un rutilante scenario di rivoluzionari corrotti e amanti segreti (in cui non manca nemmeno un circo sorrentiniano con i sosia di Giovanni Paolo II, Gandhi e Lincoln mescolati a illusionisti, lottatori e ventriloqui), il potenziale sprecato è parecchio: c’è un ironico gioco di specchi con l’icona dylaniana (come quando gli organizzatori del concerto pretendono da Jack Fate che le sue canzoni siano “riconoscibili”), ci sono spunti di satira politica e fatalismo esistenziale che avrebbero meritato ben altro sviluppo (“Gli esseri umani, soli con i loro segreti, mascherati e anonimi: nessuno li conosce davvero”). In un universo parallelo, “Masked And Anonymous” avrebbe potuto essere un capolavoro.
Per la colonna sonora, la scelta cade su una collezione di riletture dylaniane decisamente poco canoniche: oltre alla “My Back Pages” dei giapponesi Magokoro Brothers, ci sono anche la (terribile) rilettura spaghetti-rap di “Like A Rolling Stone” ad opera degli Articolo 31 (“Come una pietra scalciata”) e la versione di “If You See Her, Say Hello” tradotta da Francesco De Gregori per “La valigia dell’attore” (“Non dirle che non è così”). Il cuore musicale del progetto, però, lo offre Dylan stesso: un pugno di superlative interpretazioni al fianco della band del “Never Ending Tour” (nella finzione cinematografica, i Simple Twist Of Fate, cover band di Jack Fate), riprese sul palco di un vecchio teatro. Quattro brani vengono inclusi anche nel disco della colonna sonora: una “Down In The Flood” affilata e mordente, una magmatica “Cold Irons Bound” e una coppia di omaggi alla tradizione (“Diamond Joe” e la solenne rilettura dell’inno sudista “Dixie”). Nel film, però, di canzoni ce ne sono anche altre, da una “I’ll Remember You” di impareggiabile dolcezza a una vibrante “Drifter’s Escape”. Alla fine, è proprio la musica il motivo migliore per ricordare “Masked And Anonymous”, fino alla splendida versione live di “Blowin’ In The Wind” (registrata a Santa Cruz nel 2000) che accompagna i titoli di coda. Jack Fate sale in manette sul furgone che deve riportarlo in prigione, con un sorriso disincantato sulle labbra: “Ho smesso di cercare di capire tanto tempo fa”, recita la voce fuori campo. Forse è l’unica via per arrivare alla comprensione vera.
Il connubio con il cinema, nel corso degli anni Zero, non si esaurisce con “Masked And Anonymous”: Dylan presta al grande schermo una serie di inediti particolarmente riusciti, a partire dalla lunga ballata “’Cross The Green Mountain”, inclusa sempre nel 2003 nella colonna sonora di “Gods And Generals”. In linea con il tema della pellicola, dedicata all’America della Guerra di Secessione, il brano racconta il sangue dei caduti e la vanità della gloria, accompagnato da un video a tinte seppia in cui Dylan attraversa il campo di battaglia in perfetto costume d’epoca, con tanto di barba e capelli lunghi (nel senso di una stravagante parrucca…).
A parte lo scialbo valzer “Waitin’ For You” (da “I sublimi segreti delle Ya-Ya Sisters” del 2002), anche i successivi contributi cinematografici dylaniani si attestano a un livello appena inferiore rispetto a quello di “‘Cross The Green Mountain”: sia le movenze di “Tell Ol’ Bill”, sia la più delicata “Huck’s Tune” (incluse nelle colonne sonore rispettivamente di “North Country” e “Le regole del gioco”) si confermano brani di spessore, che avrebbero benissimo potuto trovare spazio nella scaletta di un album vero e proprio.
Martin Scorsese, poi, dedica nel 2005 il documentario “No Direction Home” al Dylan della svolta elettrica, realizzando un appassionato viaggio per immagini, musica e testimonianze nella genesi del mito, capace di disegnare un affascinante quadro del contesto politico, sociale e artistico americano della prima metà degli anni Sessanta.
Nel frattempo, nell’autunno del 2004, arriva nelle librerie l’attesissimo primo volume (e a tutt’oggi ancora unico) dell’autobiografia di Dylan, “Chronicles”. Ovviamente, Dylan non si accontenta di seguire una linea cronologica nel racconto, ma incastra i piani temporali secondo una narrazione che sembra procedere soprattutto per affinità tematiche. Il tema del primo volume, in questa prospettiva, potrebbe essere allora quello dell’inizio, o meglio del continuo nuovo inizio che la vita porta con sé (quasi parafrasando l’intuizione di Cesare Pavese: “L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante”). L’inizio della carriera musicale, tra le leggendarie vie del Greenwich Village; il nuovo inizio dopo l’allontanamento dai riflettori della svolta elettrica, all’alba degli anni Settanta; e ancora il nuovo inizio dopo lo smarrimento degli anni Ottanta, con l’avvio del “Never Ending Tour” e la registrazione di Oh Mercy. Dylan offre una versione romanzata della sua avventura, eppure inaspettatamente sincera.
Il libro è un successo di critica e di pubblico e resta per 19 settimane nella classifica dei best seller del “New York Times”. Perché queste cronache dylaniane, come scrive Riccardo Bertoncelli, non sono “storie fissate con la formalina sulla pagina delle memorie, ma avventure che ancora fremono in qualche angolo senza tempo della mente”10.
Through the world mysterious and vague
“The New Dark Ages”: così Dylan aveva definito i tempi moderni all’epoca di World Gone Wrong. Tempi in cui l’uomo sembra condannato a rimanere incomprensibile a sé stesso. Tempi a cui Dylan sa benissimo di non appartenere.
A cinque anni di distanza da Love And Theft, per l’album del suo ritorno Dylan riparte proprio da lì, da quegli illusori, indecifrabili tempi moderni. Modern Times ha il sorriso amaro dell’operaio Charlot, nel modo in cui fronteggia gli ingranaggi senz’anima del nuovo millennio. Il parallelismo con Charlie Chaplin, del resto, è una costante dell’iconografia dylaniana: già all’epoca dell’esordio, John Hammond aveva descritto l’imberbe folksinger del Minnesota come “un vagabondo Chaplin musicale”. Con Modern Times, allora, il cerchio sembra davvero essere compiuto: quella di Dylan è un’incessante ricerca del tempo perduto, un impossibile tentativo di trattenere anche solo un frammento di quegli istanti che fuggono nella notte, come nella celebre fotografia di Ted Croner utilizzata come copertina per l’album.
Registrato nell’arco di un paio di settimane a New York, dopo due mesi di prove all’inizio del 2006 al Teatro dell’Opera di Poughkeepsie, Modern Times evoca le immagini sgranate di un passato intessuto di ricordi. Come già era avvenuto per Love And Theft, Dylan dirige personalmente ogni dettaglio, occupandosi in totale autonomia della produzione del disco. La sua voce, arrochita dal solco delle opere e dei giorni, abbraccia tonalità di crooning scure e profonde come non mai. “A volte sono come abitato dall’eco della voce di Louis Armstrong”, afferma. “Non so se il mio modo di cantare si ispiri più al suo timbro di voce sabbioso o a quello della sua tromba quando sembra sussurrare un segreto all’orecchio”.
Il sipario dei tempi moderni dylaniani si apre sul proto-boogie di “Thunder On The Mountain”, che insegue con la sua incalzante linea melodica l’eco dei volteggi rock ‘n’ roll di “Johnny B. Goode”, lasciando volentieri il passo agli eleganti assolo chitarristici di Stu Kimball e Denny Freeman. Dylan si presenta nelle vesti di un attempato Casanova, impegnato a studiare l’“Ars Amatoria” di Ovidio e a lanciare sguardi maliziosi in direzione di Alicia Keys.
Modern Times alterna con consumata esperienza movimentati blues e soffici ballate, dalle zuccherose carezze di “Spirit On The Water” e “Beyond The Horizon” fino al soffuso valzer di “When The Deal Goes Down”, che nel video con protagonista Scarlett Johansson evoca le immagini sgranate di un passato intessuto di ricordi. Sul versante blues, l’intreccio di amore e furto prosegue con il consueto labirinto di citazioni: non è difficile tracciare la linea che congiunge “The Levee’s Gonna Break” al brano pressoché omonimo di Memphis Minnie, inserito anche dai Led Zeppelin nel loro leggendario quarto album, che con le sue immagini di diluvio sembra acquistare una nuova attualità nell’America ferita dall’uragano Katrina.
Ma Modern Times, per fortuna, non è solo una collezione apocrifa di standard blues e swing. Ad annunciarlo è il pianoforte nostalgico che sfiora i contorni di “Workingman’s Blues #2”, ispirata a un brano di Merle Haggard. Dylan tratteggia in pochi versi la propria personale analisi economica della società occidentale: “Il potere d’acquisto del proletariato ha toccato il fondo/ il denaro sta diventando debole e privo di valore”, canta livido, “dicono che i salari bassi sono una realtà/ se vogliamo competere con l’estero”. Poi, l’incedere denso di ineluttabilità di “Nettie Moore”, accentuato dal violino di Donnie Herron, si ammanta di rimpianto e struggimento. Ancora una volta, le radici affondano lontano, in una ballata folk del XIX secolo di Marshall S. Pike dedicata alla memoria dolorosa di una donna tratta in schiavitù e separata per sempre dal suo amore.
Prima che scorrano i titoli di coda, Dylan ha ancora in serbo il momento più avvincente della sua sceneggiatura: introdotta da una cupa lamentazione di violino, la conclusione di Modern Times è infatti affidata allo spettrale passo di “Ain’t Talkin’”, che per oltre otto minuti conduce in una meditazione apocalittica degna delle visioni con cui “Highlands” suggellava il flusso di coscienza di Time Out Of Mind.
È un pellegrinaggio in cui i passi sono molto più importanti delle parole, quello di “Ain’t Talkin’”: “Non sto parlando, sto soltanto camminando”, mormora Dylan, “attraverso il mondo misterioso e sfuggente/ Il cuore sta bruciando, si sta ancora struggendo/ Mentre cammino tra le città della pestilenza”. Il “giardino mistico” in cui si dipana il suo viaggio rammenta più le spine del Getsemani che non i frutti dell’Eden. Non ci sono altari, lungo la strada solitaria, eppure il percorso è guidato da “una fede che è stata da lungo tempo abbandonata” e da un’implorazione piena di mendicanza: “Dicono che la preghiera abbia il potere di guarire/ Perciò prega per me, madre”.
Alle soglie della fine del mondo, nel giardino deserto non sembra esserci traccia del giardiniere. È Dio che ha abbandonato l’uomo, si chiederebbe T.S. Eliot, o è l’uomo che ha abbandonato Dio? Dylan risponde riprendendo silenzioso il cammino nel misterioso sabato del tempo in cui si compie l’esistenza umana. È questo che da sempre fanno i pellegrini.
Anche Modern Times, come i dischi precedenti, riceve in pratica una standing ovation: ai Grammy del 2007 porta a casa il premio come miglior album di folk contemporaneo e come miglior performance rock solista maschile (per “Someday Baby”) e per la prima volta dai tempi di Desire conquista la vetta della classifica di Billboard.
Ma Dylan, nel frattempo, ha parecchie altre attività che lo tengono impegnato. Prima di tutto, tra il 2006 e il 2009 conduce il programma radiofonico “Theme Time Radio Hour”, sfoggiando tutto il suo talento di affabulatore musicale per presentare una serie di ricchissime playlist tematiche, che pescano a piene mani negli ascolti con cui è cresciuto.
Nel 2007, poi, apre al pubblico la sua prima esposizione di dipinti: la passione di Dylan per la pittura non è certo una novità (basti pensare alle sue opere usate come copertine di Self Portrait e Planet Waves, oltre che di “Music From Big Pink” della Band), ma con la mostra “The Drawn Blank Series” assurge per la prima volta a una dignità artistica autonoma. Nel corso degli anni, l’appuntamento con il Dylan pittore (ma anche scultore di cancelli in ferro battuto…) si farà sempre più frequente, così come le immancabili accuse: i quadri dylaniani, infatti, spesso traggono direttamente ispirazione da fotografie più o meno note, di cui come al solito Mr. Zimmermann si appropria senza troppi complimenti. Ma il punto è sempre lo stesso: è proprio in questo processo, in fondo, che sta la sua originalità.
Ad ulteriore scandalo dei fan più integralisti, Dylan cede alle lusinghe di diversi spot televisivi: a Victoria’s Secret presta le note di “Love Sick”, aggirandosi nelle sale di un palazzo veneziano in compagnia di Adriana Lima, mentre per la Chrysler (per citare due tra gli esempi più significativi) recita una dichiarazione di purissima retorica americana in una sala da biliardo: “Puoi cercare in tutto il mondo, ma non troverai mai qualcosa come una strada americana”. Qualche anno più tardi, lancerà persino la sua linea di whisky: si chiamerà “Heaven’s Door” e le bottiglie riprenderanno i motivi dei suoi lavori in ferro battuto.
Alla figura di Dylan, il regista Todd Haynes (che aveva già esplorato il mondo del rock in “Velvet Goldmine”) dedica nel 2007 il film “Io non sono qui”, una delle più riuscite iconografie della maschera dylaniana: sei diversi personaggi, ognuno interpretato da un attore differente (da Christian Bale a Cate Blanchett, da Richard Gere a Heath Ledger), mettono in scena in maniera visionaria ed evocativa altrettante fasi della carriera del songwriter di Duluth. Ad accompagnare le immagini, una colonna sonora di riletture del canzoniere del vecchio bardo affidate a un parterre alternativo davvero reale (Sonic Youth, Mark Lanegan, Cat Power, Sufjan Stevens, Stephen Malkums, solo per menzionarne alcuni). Un connubio che raggiunge il vertice quando nell’immaginaria città di Enigma salgono sul palco di un gazebo Jim James e i Calexico, per trasformare “Goin’ To Acapulco” in un surreale e struggente canto funebre.
A coronamento di questa ritrovata popolarità, nel 2008 a Dylan viene assegnato il Premio Pulitzer alla carriera “per il profondo impatto avuto sulla musica popolare e la cultura americana attraverso composizioni liriche dallo straordinario potere poetico”. È la prima volta per un artista non riconducibile ai confini della musica classica o jazz. Ma non è che l’anticipo degli allori poetici a venire.
I’ve got the blood of the land in my voice
Un volto scavato dal tempo, lo sguardo intenso e penetrante; dita che sfiorano i tasti di una tromba, mani che impugnano una fisarmonica. È un gruppo di suonatori gitani, quello che compare nell’immagine in bianco e nero posta sul retro di Together Through Life, o è soltanto l’ennesima reincarnazione di Bob Dylan? A giudicare dalla polvere di frontiera che soffia fra le tracce del suo nuovo disco, nell’aprile del 2009, si direbbe quasi che gli spiriti di quella banda errante siano stati evocati per prendere parte ad un impossibile convegno tra Howlin’ Wolf e i Calexico al crocicchio dell’America.
Nessuno si aspettava un nuovo album di Dylan ad appena un paio d’anni di distanza dal precedente. Nemmeno lui stesso, probabilmente. Ma qualcosa di nuovo accade in Together Through Life: ci sono i profumi zydeco della fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos a tratteggiare paesaggi assolati; c’è la chitarra di Mike Campbell degli Heartbreakers a destreggiarsi tra guizzi improvvisi di fiati e di violino. E l’eleganza retrò di Modern Times lascia il posto a sfumature più ruvide.
Era almeno dai tempi di Under The Red Sky che Dylan non realizzava un disco di getto, sull’onda dell’ispirazione del momento: lo spunto, stavolta, è arrivato dal regista francese Olivier Dahan, che gli ha chiesto di collaborare alla colonna sonora del suo nuovo lavoro, “My Own Love Song”. Dylan ha scritto per lui una languida parlor ballad ricamata di mandolino, “Life Is Hard”, e la sua musa improvvisamente si è risvegliata.
Andando ancora più a ritroso nel tempo, era addirittura dal sodalizio con Jacques Levy in Desire che Dylan non scriveva la maggior parte dei brani di un disco a quattro mani con un altro autore: in questo caso si tratta del paroliere dei Grateful Dead Robert Hunter, con cui Mr. Zimmerman aveva già collaborato per un paio di canzoni nel famigerato Down In The Groove. Non è un caso, però, che i versi più convincenti siano quelli dell’unico testo firmato dal solo Dylan, “This Dream Of You”: il songwriting nato dal connubio con Hunter suona sin troppo lineare.
Tra i volteggi di fisarmonica e di violino di “This Dream Of You” – da qualche parte lungo la strada che congiunge Desire e Pat Garrett & Billy The Kid – ecco sbucare una danza tex-mex al chiarore malinconico del tramonto: “C’è un momento in cui tutte le cose di un tempo diventano ancora nuove/ Ma quel momento deve essere arrivato e andato via”, riflette amaramente Dylan.
Adombrata dalle tinte scure della chitarra di Campbell, la figura della porta – da sempre elemento chiave della poetica dylaniana – torna tra le pieghe di “Forgetful Heart”, con un tono cupo su cui sembra aleggiare il profilo di Daniel Lanois: “La porta di è chiusa per sempre/ Se mai c’è stata una porta”.
La voce graffiante e consumata di Dylan non risparmia nulla né a sé stesso, né al mondo che lo circonda: sul boogie incalzante di “It’s All Good”, il songwriter di Duluth proclama che tutto va bene con lo sguardo sarcastico del “Candide” di Voltaire, mentre intorno a lui i palazzi crollano e il pianto delle vedove si mescola al sangue degli orfani.
Eppure, “I Feel A Change Comin’ On” proietta un riverbero lieve di primavera sull’orizzonte, inseguendo l’incedere del basso del fido Tony Garnier: “Sento un cambiamento in arrivo/ E la quarta parte del giorno è già trascorsa”. Pur di fronte al senso di ineluttabilità dello scorrere del tempo, basta un fremito quasi impalpabile di cambiamento per riaprire uno spiraglio inatteso anche nel deserto di un cuore inaridito. “Alcuni dicono/ Che ho il sangue della terra nella mia voce”.
Come già in Love And Theft e in Modern Times, il lato più debole dell’album è rappresentato dai blues in stile Chess Records abbaiati a ritmo serrato da Dylan (“Shake Shake Mama” e “Jolene”). Le cose vanno meglio quando gli accenti rallentano, come nel blues sulfureo di “My Wife’s Home Town”, in cui Dylan prende in prestito da Willie Dixon la sua “I Just Want To Make Love To You” per giocare con l’archetipo della sposa infernale, concedendosi persino un sogghigno diabolico nel finale: un prestito dichiarato, una volta tanto, visto che Dixon viene accreditato addirittura come co-autore del brano.
Ad appena qualche mese di distanza da Together Through Life, però, Dylan sorprende di nuovo tutti, tornando in scena nei panni di un improbabile Santa Claus per misurarsi con il più classico dei repertori natalizi in Christmas In The Heart. Un disco che sceglie di andare a collocarsi nell’alveo di una tradizione ben precisa, fortemente radicata nel costume americano; una tradizione natalizia che non è fatta solo di Bing Crosby e Frank Sinatra, ma anche di Johnny Cash e Gene Autry e che appartiene a pieno titolo all'universo country-folk d’oltreoceano.
Da una parte c’è la sobrietà un po’ ruvida di brani come “The Christmas Blues” e “Do You Hear What I Hear?”, che evitano le orchestrazioni stucchevoli tipiche del genere per affidarsi alle mani dei consueti sodali che accompagnano Dylan sul palco (con l’aggiunta come in Together Through Life di David Hidalgo dei Los Lobos). Dall’altra c’è il contorno lezioso di coretti in stile Andrew Sisters che fanno da sfondo a “Hark The Herald Angels Sing” o “The First Noel”. Il profano di “Christmas Island” si accompagna al sacro di “Adeste Fideles”, con Dylan a scandire i versi in un traballante latino da ubriaco, che finisce per produrre un involontario effetto comico.
Eppure, dal suo cappello da Babbo Natale Dylan sa estrarre a sorpresa numeri come “Must Be Santa”, che (prendendo spunto dalla versione dei misconosciuti texani Brave Combo) trasforma una classica filastrocca natalizia in una polka a rotta di collo, a cui la fisarmonica di Hidalgo conferisce un irresistibile sapore da sagra di paese. Se anche il resto del disco avesse avuto lo stesso piglio, avrebbe potuto suonare come il Grinch impegnato a divorare spartiti natalizi... Ma evidentemente non era questo che interessava a Dylan.
Il problema di Christmas In The Heart, alla fine, è proprio la mancanza di personalità: Dylan vuole ricreare l’atmosfera natalizia della sua giovinezza, ma lo fa attenendosi pedissequamente alla tradizione (con il pensiero rivolto a Re Elvis), senza mettere quasi nulla di suo sotto l’albero. Sull’onda della nostalgia, Dylan si limita a prestare la sua inconfondibile voce a una serie di canoni riprodotti con tutta la fedeltà possibile, da “Little Drummer Boy” a “Silver Bells”, fino ad arrivare all’“Amen” conclusivo di “O’ Little Town Of Bethlehem”. Gli intenti benefici (tutti i proventi del disco vanno al World Food Programme) non bastano però a nobilitare gli esiti musicali di Christmas In The Heart.
Nel 2011, poi, Dylan cura un progetto dedicato a uno dei suoi più grandi maestri, Hank Williams. Contattato dalla discografica Mary Martin, gli viene offerta la possibilità di mettere in musica i versi perduti dell’“Hillbilly Shakespeare”, annotati nei suoi vecchi quaderni di appunti. Intorno a lui si raccoglie un gruppo di una dozzina di artisti pronti ad affiancarlo nell’operazione, a partire da Lucinda Williams e Sheryl Crow.
Il parallelo, di fronte a “The Lost Notebooks Of Hank Williams”, è inevitabilmente quello con il lavoro fatto da Billy Bragg e dagli Wilco sui testi di Woody Guthrie in “Mermaid Avenue”. Dove però in “Mermaid Avenue” dominava il coraggio della riappropriazione, in “The Lost Notebooks Of Hank Williams” tutto appare più statico e tradizionalista. Un omaggio fedele al canone di Hank Williams, più che una sua nuova declinazione. Dylan, alle prese con “The Love That Faded”, sfoggia un valzer ricamato dalla steel guitar e dal violino di Donnie Herron, nello spirito dei momenti più classicisti delle sue ultime prove.
So much for these long and wasted years
C’è una città, alle pendici della collina. Le sue strade hanno nomi che nessuna lingua umana ha mai pronunciato. È la Città Scarlatta, è la terra delle sette meraviglie del mondo. “È il luogo dove sono nato”, canta Dylan con il suo rantolo scavato dal tempo. Perché se Duluth ha dato i natali a Robert Allen Zimmerman, il suo doppio appartiene a un altro luogo: la patria di Bob Dylan è la stessa di Henry Lee e Omie Wise, la patria delle ombre dell’“Anthology Of American Folk Music”. “Il male e il bene vivono fianco a fianco, ogni forma umana sembra glorificata”, mormora sul violino antico di “Scarlet Town”. Un tempo si struggeva per raggiungere il luogo in cui la bellezza ha preso forma, alla ricerca di un rifugio dalla tempesta. Ora che la tempesta è arrivata, è lì che la bellezza ha posto la sua casa. Una bellezza scarlatta, come suggerisce la copertina di Tempest, il disco che nel 2012 fa dimenticare le incertezze dei lavori precedenti.
In realtà, Tempest (registrato negli studi di Jackson Browne a Santa Monica, in California) si pone in una continuità più stretta con Modern Times e Love And Theft rispetto a quanto si potesse immaginare. Il successo della sua esibizione ai Grammy del 2011, quando aveva sfoderato una trionfale “Maggie’s Farm” al fianco di due delle formazioni più in vista della nuova scena indie-folk, Mumford & Sons e Avett Brothers, aveva fatto sperare in qualche cambiamento di rotta. Invece, Dylan realizza Tempest sempre con la band che lo accompagna sul palco nel suo instancabile giro del mondo, e il timone della produzione resta saldamente nelle sue mani, con una sfumatura appena più essenziale del solito.
Il morbido shuffle con cui “Duquesne Whistle” apre il disco sembra venire direttamente dalla vecchia sala da ballo di Love And Theft. È il fischio di una fabbrica abbandonata, come quelle che un tempo erano l’orgoglio della città di Duquesne. È il fischio della locomotiva di un treno fantasma, che chiama a raccolta tutti quelli che incontra al suo passaggio. “Ascolta quel fischio di Duquesne che soffia/ Soffia come se stesse spazzando via il mio mondo”. E il mondo in cui conduce è un mondo crudele e senz’anima, come nel video girato da Nash Edgerton per il brano: dove anche lo slancio ingenuo dell’innamoramento finisce calpestato dalla violenza, con il ghigno cinico di Dylan ad attraversare i bassifondi alla guida di una gang di strada.
“Questo è un paese duro per rimanere in vita/ Le lame sono dappertutto e mi feriscono la pelle”, proclama subito “Narrow Way”. Avidità, corruzione, tradimento: la realtà di Tempest ricorda da vicino il decadente scenario immaginato da Dylan in “Masked And Anonymous”. Il passo è quello del blues infaticabile di Modern Times, che in “Early Roman Kings” si trasforma addirittura in un calco della celeberrima “Mannish Boy” di Muddy Waters, al fianco della fisarmonica di David Hidalgo. Potrebbero essere gli arroganti sovrani dell’antichità, potrebbero essere i guerrieri del Bronx che ne hanno adottato il nome: gli “Early Roman Kings” di Dylan sono ugualmente infidi e lascivi, ugualmente capaci di divorare anime e città.
Tra il languore country alla Hank Williams di “Soon After Midnight” e il senso di rimpianto di “Long And Wasted Years”, per incontrare toni meno attesi occorre arrivare agli accenti pop-rock di “Pay In Blood”, da qualche parte tra gli Stones e Warren Zevon, che con il suo ringhio vendicativo sarebbe stata perfetta per il Dylan dei tardi anni Settanta. Ma la vera novità di Tempest è un’altra: è il ritorno di Dylan alla narrazione, allo storytelling nella sua accezione più classica. Un gusto del racconto vivido e torrenziale, con cui Dylan non si cimentava più ormai da anni e di cui sembra invece pronto ad andare alla riscoperta nella parte conclusiva dell’album.
In “Tin Angel” presta il suo timbro più mefistofelico a una murder ballad sanguinosa e ossessiva, tutta incentrata su un dialogo dal sapore grottesco. In “Roll On John” dedica una tardiva elegia funebre a John Lennon, quasi a voler replicare quella scritta ormai trent'anni prima per Lenny Bruce. Ma è soprattutto la cronaca del naufragio del Titanic, nelle oltre quaranta strofe di “Tempest”, a reclamare un posto d’onore nel canzoniere di Dylan.
Danzando su un valzer dalle reminiscenze celtiche, il cantautore prende spunto da “The Titanic” della Carter Family per costruire una galleria di personaggi dal taglio cinematografico, in cui non è certo un caso trovare anche un Leo che rimanda senza troppe difficoltà al blockbuster di James Cameron. “La gente dirà che non è molto veritiero”, riconosce Mr. Zimmerman. “Ma un songwriter non si interessa di che cosa sia veritiero. Quello di cui si interessa è ciò che avrebbe dovuto accadere, ciò che avrebbe potuto accadere. È questo il suo genere di verità”.
Un tempo, di fronte alla tempesta, la preoccupazione di Dylan sarebbe stata quella di trovare qualcuno da incolpare. Anche allora, forse, stava raccontando un suo genere di verità. Oggi, invece, il suo Titanic si inabissa con un senso di fatalità, mentre la vedetta sogna la nave inghiottita dalle onde. Il fratello si leva contro il fratello con la furia cieca della sopravvivenza. Gli amanti si dicono addio, gli ufficiali piangono sulle pagine del libro dell’Apocalisse. Ma qualcuno abbandona la sua cabina per porgere la mano a chi affonda. E per levare lo sguardo verso il cielo.
È questo che a Dylan interessa descrivere: come nel momento del dramma possa svelarsi la vera stoffa di cui un uomo è fatto. Ovvero, per dirla con le parole di Camus, come di fronte alla sventura l’uomo sia costretto a “ritrovare o assumere la più grande virtù: quella del Tutto o Nulla”. La tempesta, paradossalmente, è la grande occasione. L’occasione di essere sè stessi, anche quando la bellezza è scarlatta come il sangue.
Tempest scala la classifica di Billboard fino al terzo posto, ma sempre nel 2012 Dylan raccoglie un successo ancora più significativo, uno dei riconoscimenti più prestigiosi a cui può ambire un cittadino americano: la Medaglia presidenziale della libertà. È il Presidente degli Stati Uniti in persona, Barack Obama, a consegnargliela, affermando che “non c’è un gigante più grande nella storia della musica americana”. Bob si presenta in smoking e occhiali scuri, con il suo solito passo apparentemente svagato, e dà a Obama un’impacciata pacca sulla spalla dopo che il Presidente gli ha cinto al collo il nastro della medaglia. Già nel 2010, Dylan aveva raccolto l’invito di Obama alla serata di celebrazione della musica del movimento per i diritti civili, eseguendo una raccolta versione di “The Times They Are A-Changin’” alla Casa Bianca. Inconsueta concessione di Mr. Zimmerman alla sua immagine profetica, evidentemente motivata dall’onore per gli encomi istituzionali.
È a Martin Scorsese, invece, che Dylan rende omaggio in occasione dei Critics Choice Movie Awards del 2012: per il regista di “No Direction Home”, Bob trasforma “Blind Willie McTell” in una sorta di jazz-blues senza tempo, in cui il songwriter americano conquista il centro della scena impugnando solo microfono e armonica, come ha iniziato a fare nei momenti più intensi delle sue performance. Anche le star di Hollywood gli riservano un’ovazione.
Nel frattempo, la stampa riporta la notizia secondo cui Dylan avrebbe sposato – ancora una volta in segreto – Darlene Springs (secondo alcuni nientemeno che la sorella della sua storica corista Helena); il matrimonio, però, sarebbe naufragato a causa delle spese fuori controllo della moglie… In mancanza di conferme ufficiali, non si può considerarla altro che l’ennesimo esempio delle “stories in the press” che perseguitano Dylan dai tempi di “Idiot Wind”.
When autumn leaves start to fall
Lo chiamano il Grande Canzoniere Americano: quel repertorio di standard che hanno fatto la fortuna degli editori musicali di Tin Pan Alley tra gli anni Venti e gli anni Sessanta. Fino a quando è arrivato Bob Dylan. “Tin Pan Alley se n’è andata. Sono io che l’ho fatta finire”: l’aveva detto a chiare lettere lui stesso, raccontandosi a Cameron Crowe ai tempi di Biograph. Possibile che tocchi proprio a Dylan sancire l’immortalità del Grande Canzoniere Americano?
Nel 2015, quello che un tempo sarebbe sembrato impensabile suona invece quasi naturale: in Shadows In The Night, Dylan affronta un compendio di classici più o meno noti del modernariato pop americano. In un certo senso, non è un’operazione diversa da quella che negli anni Novanta aveva portato alla nascita di Good As I Been To You e World Gone Wrong: lì il recupero era quello delle radici folk e blues, qui lo sguardo si sposta verso quella tradizione a cavallo tra jazz e pop che, almeno dai tempi di Love And Theft, è ormai entrata a far parte a pieno titolo della musica di Dylan. Ma l’approccio è il medesimo: riportare le canzoni all’essenza, alla ricerca del loro volto più nascosto.
Sin dal titolo, il punto di riferimento è inevitabilmente quello di Frank Sinatra. “Lui è la montagna”, afferma deciso Dylan. “È la montagna da scalare, anche se magari non si riesce ad arrivare fino alla cima”. Non è un caso, insomma, che i dieci brani dell’album siano stati tutti interpretati da The Voice nel corso della sua carriera. Del resto, Dylan l’aveva già scritto nelle pagine della sua autobiografia: “Nella sua voce sentivo tutto, la morte, Dio e l’universo, tutto”.
Il suo, allora, è prima di tutto un atto d’amore. Anzi, un atto di giustizia. “Amo queste canzoni e non ho alcuna intenzione di mancare loro di rispetto”, spiega. “Rovinare queste canzoni sarebbe un sacrilegio. Tutti noi le abbiamo sentite venire rovinate e ci abbiamo fatto l’abitudine. In un certo senso si tratta di riparare il torto che hanno subito”.
Con l’intento dichiarato di rimettere le cose a posto, Dylan si affida quindi alla sua inossidabile live band e a una registrazione all’antica, in presa diretta e senza aggiunte né sovraincisioni. Mettendo al centro le melodie e lasciando da parte tutto il resto, a partire dal profluvio di orchestrazioni che accompagna di solito questo genere di brani. Una scelta più sobria anche rispetto alla sua precedente incursione nei territori del repertorio di Sinatra, in occasione della raccolta natalizia Christmas In The Heart: stavolta il centro della scena è riservato alla pedal steel di Donny Herron, con un trio di fiati a sfiorare appena i contorni di qualche episodio (“I’m A Fool To Want You”, “The Night We Called It A Day” e la conclusiva “That Lucky Old Sun”, già portata più volte sul palco da Dylan in passato).
Così, anche le più languide torch song finiscono per suonare come apocrifi di Hank Williams. Non importa che si tratti dei versi di Prévert (“Autumn Leaves”) o degli spartiti di Rachmaninov (“Full Moon And Empty Arms”): i brani trascolorano l’uno nell’altro in un’unica, lunga ode al tempo perduto e alla nostalgia dell’amore. Non con l’amarezza del rimpianto, ma lasciandosi cullare dal torpore della memoria. Il crooning di Dylan coniuga ruggine e carezze come da copione, ma nonostante tutto i panni del cantante confidenziale non gli si attagliano quanto quelli del bluesman. E la devozione con cui si accosta alle canzoni di Shadows In The Night lascia il senso di un omaggio sin troppo indulgente alle ombre del passato.
È emblematico, in questo senso, che l’unica intervista per il lancio del disco Dylan la conceda alla rivista dell’AARP, l’associazione dei pensionati americani: “Non cercare di comportarti da giovane. Potresti farti del male”, chiosa sardonico. In fondo, è stato sempre questo il suo motto dagli anni Novanta in poi. Queste canzoni, Dylan non avrebbe potuto cantarle a vent’anni: come riconosce lui stesso, lo avrebbero sopraffatto. Solo il fuggire del tempo gli ha svelato la verità celata dietro il sentimento. “È qualcosa che ha a che vedere con le emozioni umane. Non c’è nulla di artificioso in queste canzoni. Non c’è una sola parola falsa. Sono eterne”.
Canzoni universali perché universale è il cuore dell’uomo: la passione che si consuma come foglie d’autunno, l’attesa che resta come un riflesso di luna. Il freddo, la stanchezza, il senso del peccato. Ma, soprattutto, il bisogno di qualcuno a cui tendere la mano. Per comprenderlo fino in fondo, forse, occorre avere conquistato le sue stesse rughe.
Difficile immaginare una motivazione commerciale dietro alla scelta di Dylan di pubblicare l’anno successivo (l’anno del suo settantacinquesimo compleanno) un nuovo volume di riletture di standard pop americani, Fallen Angels: quanti sentivano davvero il bisogno di ritrovarlo ancora una volta alle prese con il repertorio di Frank Sinatra? Ma al vecchio menestrello interessano solo le canzoni. E queste, per il Dylan degli anni Dieci, sono le canzoni più vere di tutte.
In realtà, lo infastidisce persino definirle cover: “È una sorta di termine denigratorio, una parola che si è insinuata nel gergo musicale. Negli anni Cinquanta o Sessanta nessuno l’avrebbe capita. Fare una cover vuol dire nascondere qualcosa”. Il suo scopo, invece, è tutto l’opposto: non coprire, ma svelare. Non sovrapporre alle canzoni la sua personalità, ma permettere alla loro essenza di emergere, di riaffiorare dopo decenni di stratificazioni musicali.
“Se non credi a quello che dice una canzone, se non l’hai vissuto, non ha molto senso interpretarla”, afferma deciso Dylan. “Un attore finge di essere un altro, un cantante no. Non si nasconde dietro a nulla. È questa la differenza”. La chiave di tutto sta in questo tipo di immedesimazione, nel bisogno di riappropriarsi della verità delle parole più semplici.
La formula di Fallen Angels, insomma, è la stessa di Shadows In The Night: arrangiamenti eleganti e austeri, microfoni vintage pronti a catturare il calore di ogni respiro, una band dai meccanismi perfettamente oliati. E Dylan a vestire da par suo i panni del crooner, compensando in convinzione i limiti di una voce non certo nata per un canzoniere di questo genere.
Fallen Angels si destreggia tra le ombre e i fantasmi di ieri con un tocco appena più lieve del predecessore. Questione di sfumature, dall’andatura swingante di “That Old Black Magic” ai profumi esotici di “On A Little Street In Singapore”, di accenti grazie a cui le atmosfere del disco sembrano farsi stavolta meno notturne. Eppure, il brano intorno a cui lo struggimento melodico si avviluppa più strettamente è proprio quello che sin dal titolo (“Melancholy Mood”) evoca a chiare lettere il velo della malinconia.
Scampoli di archi e fiati accarezzano delicatamente i contorni di “Maybe You’ll Be There” e “Skylark”, mentre la vena sentimentale di vecchie torch song come “All The Way” (regina della notte degli Oscar del 1957) e “It Had To Be You” (ricordate “Harry ti presento Sally”?) assume una declinazione più assorta che mai al passo delle spazzole.
La pedal steel di Donnie Herron e la chitarra di Charlie Sexton continuano a tenere il centro della scena, intrecciandosi come fili d’argento al chiaro di luna di “Polka Dots And Moonbeams”. Sfiorarsi danzando in un ballo di campagna e restare legati per sempre l’uno all’altra: è proprio questo senso del destino, in fondo, il vero protagonista di Fallen Angels. Il “simple twist of fate” che lega in una trama misteriosa gli incontri di una vita, come sembrano suggerire le carte da gioco della copertina. Quando il groviglio si dipana, il tempo non ha più l’aspetto di un nemico, come suggerisce Dylan trasformando la vecchia hit di Sinatra “Young At Heart” in un apocrifo country.
Songs unlike anything anybody ever heard
“Impegni pregressi”. La classica scusa, quella che abbiamo usato un po’ tutti per evitare un invito fastidioso. Solo Dylan, però, poteva usarla per non presentarsi a ritirare un Nobel… È il 13 ottobre del 2016 quando Sara Danius annuncia, a nome dell’Accademia di Svezia, l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, “per aver creato una nuova forma di espressione poetica all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Tutti si mettono in caccia delle sue prime parole, ma l’Accademia riferisce di non essere riuscita a contattarlo. La sera, a Las Vegas, lui attacca con “Rainy Day Women #12 & 35” come se niente fosse. Al Nobel, manco a dirlo, nemmeno un accenno.
Solo una quindicina di giorni dopo, mentre i giornalisti cominciano a tacciarlo sempre più apertamente di arroganza, farfuglia qualcosa: “È difficile da credere. È straordinario, incredibile. Chi potrebbe sognare una cosa del genere?”. Alla cerimonia di assegnazione, però, non si presenta. Impegni pregressi, appunto. A Stoccolma è Patti Smith a interpretare la sua “A Hard Rain’s A-Gonna Fall”, ma l’emozione la tradisce e incespica sui versi del poeta neo-laureato.
Tocca invece all’ambasciatrice statunitense leggere un breve discorso preparato da Dylan: “Ero in tour quando ho ricevuto questa sorprendente notizia e mi ci sono voluti parecchi minuti per rendermene bene conto. Ho cominciato a pensare alla grande figura letteraria di William Shakespeare. Immagino si ritenesse un drammaturgo, e che il pensiero di stare scrivendo letteratura non lo sfiorasse nemmeno. Le sue parole erano scritte per il palcoscenico, era inteso che dovessero essere dette, non lette. (…) Sono disposto a scommettere che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare fosse la domanda: «Questa è letteratura?»”13.
Insomma, Dylan dichiara di appartenere alla stirpe degli aedi, dei rapsodi, dei trovatori. La sua dimensione è quella della tradizione orale: la poesia della voce, prima ancora che quella della scrittura. Un’arte che Dylan ha imparato dal folk, dove la canzone è fatta di formule, archetipi, ripetizioni: gli ingredienti tipici dell’oralità.
Per citare le parole di Tom Waits, “prima che i poemi e i racconti epici venissero messi per iscritto sono migrati sui venti della voce umana e nessuna voce è più grande di quella di Dylan”. Una voce che precede la parola, una voce fatta di polvere e fuliggine, di ombre che portano dentro di sé la memoria di un intero universo mitico. A qualcuno interessa davvero decidere se abbia più o meno valore della letteratura?
Il suo alloro poetico, comunque, Dylan alla fine va a ritirarlo. In fondo, c’è una buona dose di vanità e di senso di riscatto nel ricevere la legittimazione del mondo accademico: tutte cose per cui l’ego dylaniano ha da sempre un debole. Il che non vuole necessariamente dire che i premi gli interessino davvero. Non quanto la musica.
Così, nell’aprile del 2017, l’Accademia di Svezia organizza per Dylan una cerimonia privata, durante la quale gli viene finalmente consegnata la medaglia d’oro del Nobel. Come da regolamento, Dylan prepara anche la sua brava lecture, che registra nel giugno dello stesso anno a Los Angeles, con l’accompagnamento in sottofondo del pianoforte di Alan Pasqua. Nel suo discorso, Dylan parla di “Moby Dick”, di “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, dell’“Odissea”. E di nuovo si scatenano le polemiche: i suoi riferimenti sono copiati da un sito di riassunti? O forse, ancora una volta, qualcuno sta mancando completamente il bersaglio?
Di certo, Dylan non vuole improvvisarsi critico letterario. Vuole tornare a parlare del rapporto tra canzone e letteratura, ovviamente a modo suo. “È possibile che il discorso si faccia un po’ tortuoso”, annuncia subito. E in effetti sembra perdersi in mille digressioni, da Buddy Holly a Leadbelly, dal Capitano Achab alle Muse. Ma c’è un filo sottile che guida il suo pensiero, ed è l’essenza vitale della parola cantata. Ne parla attraverso l’immagine di Ulisse che, nell’Ade, incontra l’ombra di Achille: “Se potesse, sceglierebbe di tornare indietro e ed essere l’ultimo degli schiavi di un fittavolo nella terra dei vivi piuttosto che essere quello che è ora, un re nella terra dei morti”13. Ecco il punto: “Questo è ciò che sono anche le nostre canzoni: vive nella terra dei vivi”. Non possono essere trattate come pagine morte. Devono vibrare di respiro, intonazione, ritmo, corporeità. Tutte componenti inscindibili - tanto quanto la musica - di quella particolarissima arte chiamata canzone.
Nel frattempo, Dylan ha pubblicato un nuovo album. Un album triplo, addirittura. Sempre all’insegna dei vecchi standard del Grande Canzoniere Americano. Sembra paradossale: il vincitore del Nobel per la letteratura che si cala totalmente nell’immediatezza in apparenza un po’ leziosa dei testi firmati dai parolieri di Tin Pan Alley. Ma i paradossi, si sa, sono l’arma preferita di Dylan. Eppure, sarebbe troppo facile liquidare Triplicate come il suo ennesimo espediente per prendersi gioco delle aspettative, o ancora peggio come il frutto di una qualche sorta di passione senile. Che significato hanno davvero queste canzoni per Dylan?
Un primo indizio viene dalla struttura stessa del nuovo album: la suddivisione dei brani nei tre cd di Triplicate non ha nulla di casuale, ma risponde a un rigoroso ordine tematico. Tre capitoli ben distinti, ognuno con il proprio titolo (“’Til The Sun Goes Down”, “Devil Dolls” e “Comin’ Home Late”), chiamati a formare un unico concept. Come dire che lo scopo di Dylan non è soltanto rendere omaggio al passato, ma comunicare qualcosa di sé. “C’è così tanto della mia personalità, nei versi di queste canzoni, da permettermi di concentrarmi solo sulle melodie e sugli arrangiamenti”, confessa a Bill Flanagan presentando Triplicate.
Il secondo indizio lo offre lo scrittore Tom Piazza nelle prime righe delle liner notes dell’album: “Spesso serve una vita intera per imparare le cose più importanti, e di solito finiscono per essere anche quelle più semplici. Forse così semplici da non essere traducibili in parole”.
La chiave di lettura comincia a farsi più chiara: il punto è proprio la semplicità. O meglio, la sincerità. Perché è attraverso la semplicità delle parole altrui che Dylan sembra non avere più bisogno di nascondersi. Qualcuno doveva scrivere queste canzoni al posto suo. Per permettergli di mostrarsi per una volta senza travestimenti, con quell’umile e profonda consapevolezza della condizione umana che solo le lezioni impartite dalla vita sono capaci di insegnare.
Non ci sono rivoluzioni rispetto a Shadows In The Night e Fallen Angels: stessi collaboratori, stessi strumenti, stesso approccio vintage alla registrazione. Ed è proprio l’uniformità dell’insieme a rendere più impegnativo che mai l’affronto delle trenta tracce di Triplicate. È un lungo crepuscolo accanto al caminetto, una maratona di vecchie pellicole in bianco e nero (evocate direttamente dalla celeberrima “As Time Goes By” di “Casablanca”). Ma arrivare fino in fondo tutto d’un fiato non è decisamente un’impresa per tutti.
A partire dallo sguardo malinconico di “September Of My Years”, è l’inesorabilità del trascorrere del tempo a dominare il primo disco di Triplicate. Che cosa resta, quando ci si guarda indietro nell’autunno della vita? Il ricordo di una ragazza con il chiaro di luna negli occhi, come nella sognante “Once Upon A Time”, il batticuore accompagnato dalla cornice placida dei fiati di “That Old Feeling”. Ma più di tutto il senso della promessa quasi stretta tra le dita di “This Nearly Was Mine”, quel tentativo di arrivare ad afferrare il paradiso in cui si riassume in fondo tutta la vita: “Questa promessa di paradiso, era quasi mia”.
Agli amori perduti tocca il ruolo principale nel secondo capitolo dell’album, tra le atmosfere swing di “The Best Is Yet To Come” e il fremito delle spazzole di “But Beautiful”. E la bellezza di un volto di donna trascolora lentamente nella Bellezza con la lettera maiuscola: “Dov’è l’unica/ Che porrà termine alla ricerca che sto facendo?”, si chiede Dylan sulle note di “Where Is The One”. “È una canzone che non avrei mai potuto scrivere io”, ammette. “Ha i nervi troppo scoperti. Ti lascia troppo indifeso. Preferisco non avventurarmi in territori del genere, specialmente quando devo scrivere una canzone”.
L’ultima tappa del viaggio sentimentale di Dylan è la strada verso casa. Charlie Sexton impreziosisce “Stardust” con le sue tessiture di chitarra, Tony Garnier al basso guida come sempre le danze. “Cominci chiedendoti perché hai comprato un pigiama blu”, riflette Dylan citando il testo del primo brano della raccolta, “I Guess I’ll Have To Change My Plan”, “e finisci a chiederti perché sei nato”. “Why Was I Born”, per l’appunto, è il titolo della canzone con cui si chiude Triplicate: un interrogativo già echeggiato dalle voci di Billie Holiday e di Ella Fitzgerald, che Dylan scava con tutta la ruvida delicatezza di cui è capace.
Voce e melodia, è tutto qui il cuore delle interpretazioni di Dylan. Una voce che si distende come non mai nelle sfumature, alla ricerca di quella che lui stesso definisce un’“intonazione più circospetta e interiore”. Nel 2018 aggiunge un’ultima appendice alla sua collezione di riletture, contribuendo alla raccolta “Universal Love” con “He’s Funny That Way” (declinazione al maschile della popolare torch song del 1929). Il mondo lo celebra come scrittore, lui riafferma di voler essere prima di tutto un cantante. Se potesse fare cambio con il Nobel per il crooning, probabilmente non ci penserebbe nemmeno un secondo.
Black rider, you’ve seen it all
Un bordone di archi, le note del pianoforte che vanno a spargersi come tessere di un mosaico in bianco e nero. I piatti sono il fremere del vento, le percussioni echi di un temporale in lontananza. Otto anni dopo Tempest, il primo inedito di Dylan ad attraversare l’etere è una lunga ruminazione di quasi diciassette minuti, intitolata “Murder Most Foul”. Il bardo recita il canto funebre di John Fitzgerald Kennedy. È la fine del mese di marzo del 2020 e il mondo è alle prese con la fase più dura della pandemia da Covid-19. Mentre gli uomini riscoprono all’improvviso la loro fragilità, sembra così distante quel giorno di novembre del 1963.
Ma ancora una volta ha ragione lui: “Non è una glorificazione del passato o una specie di commiato da un’età perduta. È una canzone che mi ha parlato nel presente”. E il presente è l’America di George Floyd, il presente è l’America costretta a fare i conti ancora una volta con il peccato originale della propria storia. “Freedom, oh freedom, freedom over me/ Odio dovertelo dire, mister, ma solo gli uomini morti sono liberi”, mormora Dylan: il canto degli schiavi risuona come una beffa nella terra degli uomini liberi.
La morte di JFK è la perdita dell'innocenza dell'America, dicono. All’inizio, “Murder Most Foul” sembra solo una pagina di cronaca, una topical song diafana e fluttuante. Poi, qualcosa di diverso comincia a succedere: le parole dei libri di storia e quelle delle canzoni di una volta cominciano a intrecciarsi, fino a quando diventa impossibile distinguere dove finiscono le une e dove iniziano le altre. La radio diventa litania, playlist infinita per il giorno del giudizio. Wolfman Jack, il leggendario dj di “American Graffiti”, è l’unico profeta che resta nell’era dell’Anticristo. E l’ultima canzone che passa alla sua radio si intitola “Murder Most Foul”.
Non si tratta di un’uscita estemporanea: è l’anticipo di un nuovo album vero e proprio, Rough And Rowdy Ways. Nove canzoni più una (“Murder Most Foul”, appunto, a cui viene riservato un disco a sé), dove la storia americana è dappertutto. Non la storia vista attraverso la teca di un museo, ma la storia riscritta attraverso un varco temporale nascosto nel retrobottega, alla maniera di Stephen King.
È l’invocazione di “Mother Of Muses” il vero proemio dell’album: la madre delle Muse, Mnemosine, la Memoria. Cantami, o Diva, le montagne e gli oceani, gli eroi della Guerra Civile e quelli della Seconda Guerra Mondiale, le gesta di Elvis e quelle di Martin Luther King.
La lezione di Tin Pan Alley si fa sentire soprattutto nella grazia minimale degli arrangiamenti. Difficile individuare, accanto alla solita live band, il contributo di ospiti d’onore come Fiona Apple, Blake Mills e Benmont Tench degli Heartbreakers. Ma è proprio la sua aura rarefatta, la sua essenzialità, a fare di Rough And Rowdy Ways il capitolo più prezioso dell’ultimo ventennio dylaniano.
La carezza melodica di “I Contain Multitudes” potrebbe venire da qualche vecchio standard, ma gli arpeggi che la accompagnano hanno la sobrietà notturna delle ballate di Oh Mercy. Dylan cita Whitman per giocare con il mito del suo stesso enigma: “Sono un uomo di contraddizioni, sono un uomo dai molti stati d’animo/ Contengo moltitudini”. Chi altri potrebbe paragonarsi impunemente ad Anna Frank, Indiana Jones e i Rolling Stones nello spazio dello stesso distico?
I suoi riferimenti sono come sempre un labirinto di ipertesti. Il riff di “False Prophet” non lo abbiamo già sentito in “If Lovin’ Is Believing” di Billy “The Kid” Emerson? Il titolo dell’album non ricorda quello di una vecchia canzone di Jimmie Rodgers? Per non parlare di messer Shakespeare, che si profila in controluce in una moltitudine di versi, a partire dal titolo amletico di “Murder Most Foul”.
E poi, ovviamente, c’è la “old time religion” del blues, cui l’armonica di “Goodbye Jimmy Reed” rende omaggio con l’andatura secca e squadrata di un apocrifo di Highway 61 Revisited. Stavolta Dylan non ha bisogno di caricare troppo i contorni o di ringhiare con tutta la sua enfasi: nel fatalismo di “Crossing The Rubicon”, in quell’“oh Lord” che gli sfugge a un certo punto dalle labbra, c’è tutta una genealogia di cantori delle dodici battute.
Le atmosfere virano verso tonalità più noir quando la pedal steel insegue il passo velato di minaccia di “My Own Version Of You”: “Prenderò il Pacino di ‘Scarface’ e il Brando del ‘Padrino’/ Li mescolerò in un serbatoio e ne otterrò un commando di robot”. Forse è il dottor Frankenstein nel suo laboratorio, forse è il rabbino Loew con il suo golem. La tentazione è sempre la stessa: ricucire il mondo a propria immagine e somiglianza. Ma la realtà non si lascia dominare così facilmente.
La realtà è un visitatore inatteso, un cavaliere vestito di nero che proietta la sua ombra fatale: “Black Rider” è una ballata tetra e scheletrica, aggrappata a un mandolino che le conferisce un aspetto coheniano. “Lascia che tutti i tuoi pensieri terreni siano una preghiera”, invoca Dylan, e le sue parole sembrano riecheggiare per le strade deserte delle città in quarantena: “Penso alla morte della razza umana. Il lungo e strano viaggio della scimmia nuda. La vita di tutti è così effimera”.
Ma ci sono luoghi, nella cosmologia dylaniana, in cui il segreto delle cose sembra farsi all’improvviso trasparente. Sono le “Highlands” di Time Out Of Mind, è la “Scarlet Town” di Tempest. In Rough And Rowdy Ways, la sua mappa immaginaria porta al paradiso tropicale di Key West, antico covo di bucanieri e buen retiro di Hemingway e Truman: una repubblica platonica di filosofi pirata, una stazione radio ai confini della terra.
Sul profumo della fisarmonica di “Key West (Philosopher Pirate)”, Dylan sembra voler riscrivere “Caribbean Wind” come se fosse una “Most Of The Time” al rallentatore. Un coro soffuso accompagna l’unico ritornello di tutto l’album: “Key West è il luogo dove andare/ Se stai cercando l'immortalità”. Nei campi elisi di ibisco e bougainvillea, i poeti della beat generation vivono per sempre in compagnia di Buddy Holly e delle altre anime beate del rock ’n’ roll. Ballano fino al mattino intorno al juke-box, come le coppie del vecchio club londinese sulla copertina del disco. Il desiderio di eternità, l’unico grande antagonista del cavaliere oscuro. “Key West è la chiave di accesso/ Per l’innocenza e la purezza”. Possiamo ancora ritrovare l’innocenza andata persa nella caduta. Basta seguire la rotta per Key West.
Nell’estate del 2021, con il “Never Ending Tour” costretto a una pausa forzata a causa della pandemia da Covid-19, Dylan si adegua a modo suo alla moda del livestreaming. Ma il suo “Shadow Kingdom”, lungi dall’essere un semplice concerto virtuale, si rivela una sorta di messa in scena onirica, come sbucata dalla pellicola di un vecchio film in bianco e nero: lo scenario di un locale senza tempo, un cast di comparse immerse nella penombra, un’atmosfera dai contorni irreali. E, soprattutto, le migliori riletture del suo leggendario canzoniere da parecchi anni.
Due anni dopo, Shadow Kingdom diventa finalmente un disco. Ma intorno a quell’esibizione così cinematografica continua ad aleggiare il mistero (e l’album, totalmente privo di note, non contribuisce in alcun modo a dissiparlo). A quanto pare, i brani sarebbero stati registrati all’inizio del 2021 negli studi The Village di Los Angeles e la loro controparte filmica sarebbe stata girata nei mesi successivi a Santa Monica, sempre in California. I musicisti che compaiono nel video si sarebbero limitati a fare la parte dei figuranti: i veri accompagnatori di Dylan sarebbero altri, tra cui nomi storici come quelli di T-Bone Burnett e Don Was. Ma l’incertezza delle coordinate è parte integrante del fascino un po’ lynchiano di tutta l’operazione.
La cosa che conta di più, in ogni caso, sono le quattordici tracce del disco. Niente batteria o percussioni, una fisarmonica dal sapore nostalgico, lo scheletro del contrabbasso vestito dei ricami delle chitarre. La voce del cantastorie al centro della scena, insieme alla sua fedele armonica. Ad aprire le danze nell’aria fumosa del locale (il “Bon Bon Club” di Marsiglia, nella dimensione immaginale del multiverso dylaniano) sono le note svagate di “When I Paint My Masterpiece”. E non potrebbe esserci proemio migliore, perché è proprio all’arte di ridipingere sul palco il proprio capolavoro che rende omaggio Shadow Kingdom: senza l’obbligo di dover replicare per l’ennesima volta i classici, Dylan opera una cernita di brani meravigliosamente arbitraria (un po’ come avrebbe voluto fare già ai tempi del suo Unplugged, se ne avesse avuto la libertà) e altrettanto ispirata.
Una buona parte della scaletta viene dalla temperie elettrica di metà anni Sessanta, ma è una trasfigurazione elegiaca quella a cui va incontro: “Tombstone Blues” diventa la fluttuante declamazione di un sogno, “Just Like Tom Thumb’s Blues” una serenata lungo il bordo del confine, “Pledging My Time” un ballo guancia a guancia. All’opposto, i languori country di “I’ll Be Your Baby Tonight” assumono un tono nervoso e vibrante, mentre “To Be Alone With You” viene addirittura riscritta come se fosse una visione appena concepita in una notte di febbre.
Si sussurra che quelli pubblicati siano solo una parte dei brani registrati per Shadow Kingdom (e un indizio viene dal fatto che T-Bone Burnett, nel 2022, mette all’asta una versione di “Blowin’ In The Wind” che sembra appartenere proprio alle stesse sessioni di registrazione). In ogni caso, si tratta di un’esperienza che contribuisce a rinnovare inaspettatamente le performance dylaniane. Il lungo tour che parte nel 2021 (e che tocca anche l’Italia per una serie di date nell’estate del 2023) mostra un Dylan tornato in stato di grazia: la voce è decisa e penetrante, la band lo asseconda con lo spirito di un ensemble jazzistico, mettendo in evidenza le chitarre di Bob Britt e Doug Lancio. Soprattutto, non c’è la schiavitù dell’effetto nostalgia: a tenere banco sono i brani di Rough And Rowdy Ways, eseguito praticamente per intero (con la sola eccezione di “Murder Most Foul”), che vengono però costantemente trasformati secondo nuove alchimie. Dylan resta sempre dietro il pianoforte, alzandosi in piedi di tanto in tanto senza avventurarsi più al centro della scena. Eppure, a dispetto dell’avanzare dell’età, l’impressione è quella di trovarlo più vivace e partecipe, capace di sorprendere con una serie di cover particolarmente ispirate.
Nel frattempo, nel 2022, Dylan torna a pubblicare un libro. Non si tratta però dell’agognato secondo capitolo di “Chronicles”: si intitola “Filosofia della canzone moderna”, e non è nemmeno un trattato di musicologia (come sembrerebbe suggerire il titolo). È semplicemente una playlist, alla maniera di quelle che Dylan presentava alla radio. O come quella che ha sciorinato nella parte finale di “Murder Most Foul”. Sessantasei canzoni che spaziano tra rock, blues, folk, soul, pescando soprattutto dal repertorio degli anni Cinquanta (ma senza disdegnare qualche occasionale incursione anche nel passato meno remoto). Una collezione illustrata di modernariato, visto che gran parte delle oltre 300 pagine del libro sono occupate da un abbondante apparato iconografico di vecchie foto, pubblicità, locandine, quadri, fotogrammi cinematografici. Una collezione che ha come unico filo conduttore la libera associazione di idee dylaniana. Le parti più riuscite, però, sono quelle in cui Dylan, in mezzo a tante chincaglierie, digressioni e uscite bizzarre, si mette semplicemente a raccontare storie che rivelano tutto il suo amore, la sua passione, la sua devozione per la musica.
“Sono sospeso nell’equilibrio/ Di un piano perfettamente compiuto”, sussurra il vecchio cantastorie chiudendo tutti i concerti del tour di Rough And Rowdy Ways con una delle sue meditazioni più intense, “Every Grain Of Sand”. Dylan la affronta con solennità, conducendola per mano sulle note del piano e suggellando il commiato con il soffio dell’armonica. I versi sono quelli della prima stesura del brano, non quelli della versione inclusa in “Shot Of Love”. A oltre ottant’anni, suona come il distillato di tutto il suo viaggio: la fragilità dell’esistenza e la sua misteriosa compiutezza.
Note:
1 Bob Dylan, "Chronicles Volume 1", traduzione di A. Carrera, Feltrinelli, 2005.
2 Alessandro Carrera, "La voce di Bob Dylan. Un racconto dell'America", Feltrinelli, 2021.
3 Greil Marcus, "Like A Rolling Stone. Bob Dylan, una canzone, l'America", traduzione di A. Mecacci, Donzelli, 2005.
4 La versione di "Maggie's Farm" eseguita al Festival di Newport del 1965 è stata pubblicata ufficialmente nel 2005 in "No Direction Home".
5 Greil Marcus, "Bob Dylan. La repubblica invisibile", traduzione di M. Lizzardi, Arcana, 1997.
6 Bob Dylan, "Joan Baez In Concert, Part 2", 1964.
7 Amanda Petrusich, "Fire In My Bones", in Trouble No More.
8 Greil Marcus, "Bob Dylan. Scritti 1968-2010", traduzione di B. Sonego, Odoya, 2011.
9 Paolo Vites, "Un sentiero verso le stelle. Sulla strada con Bob Dylan", Pacini, 2011.
10 Riccardo Bertoncelli, "Una vita con Bob Dylan", Giunti, 2016.
11 Renato Giovannoli, "La Bibbia di Bob Dylan", Ancora, 2018
12 Erik Davies, “Codici nomadi. Avventure nell’esoteria moderna”, traduzione di M. Spiga, Ipermedium, 2014.
13 Bob Dylan, “The Nobel Lecture”, traduzione di A. Carrera, Feltrinelli, 2017.
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