| L'ARABA FENICE DEL ROCK ITALIANO Alberto Radius e la musica. Meglio, Alberto è la musica, se per questa intendiamo la perfetta dedizione, il nutrimento da cui non si può prescindere. Perché Radius è il devoto della sua musa per eccellenza, al punto da farne un hobby lavoro - come egli stesso la definisce - il nucleo portante di una vita. Una missione ludica all'insegna del talento e di una professionalità che lo ha visto pattinare disinvolto fra le pieghe del rock italiano dalle origini fino ai giorni nostri. E non per modo di dire. La febbre per il rock'n roll fece sbarcare anche da noi le chitarre elettriche ma lui se ne trovava già una fra le mani. E dopo, a cominciare dalla seconda metà degli anni 60, diventa pressoché impossibile seguirne tutti i percorsi e le presenze. Lo ritroviamo, come un'araba fenice, in tutte le stagioni della musica italiana. Da membro de "I Quelli", dal cui nucleo nascerà la Pfm, a braccio chitarristicamente armato di Lucio Battisti con la Formula 3, da sessionman extralusso con Adriano Celentano a trasgressivo cantautore solista. Da produttore esecutivo dell'era popolare del cinghiale bianco di Franco Battiato (negli Studi Radius nascono, fra gli altri, "La Voce Del Padrone" ed "Energie" di Giuni Russo), a produttore d'avanguardia tout court (Faust'o, Underground Life), fino al chiacchierato autore sanremese per conto terzi dell'ultima stagione (molti ricorderanno il clamore attorno al brano che determinò la squalifica della Berté nella kermesse canora dello scorso anno). Ancorché consapevole del fatto che "parlare di musica è come ballare di architettura" (cit. Frank Zappa), in un tiepido giovedì mattina milanese mi reco in compagnia dell'amico-redattore di OndaRock Davide Sechi nei celebrati studi del Maestro, come viene legittimamente appellato dai suoi collaboratori. Così, grazie a questo ulteriore contributo dialettico, quella che doveva essere un'intervista si trasforma in una chiacchierata a tre, e a finire quasi subito nel cestino è il foglio con le domande che avevo preparato. Ma arrivati in fondo finiamo con lo scoprire che è stato sicuramente meglio così, giacché Alberto paventa un iniziale distacco nei confronti degli aneddoti che ci narra, destinato a svanire man mano che il racconto prende forma, fino a trasformarsi nel suo opposto. Distacco che diventa coinvolgimento totale, inusitata passione di un protagonista assoluto della musica tricolore, come si conviene alla doppia natura di un milanese d'adozione con il sangue del romano doc. Sentite qua. Alberto, raccontaci dei tuoi esordi... Ho iniziato a suonare nel 1958, ma è dal 1965 grazie a Radio Luxembourg che ho cominciato ad ascoltare davvero il rock. Era un'emozione incredibile sentire quei segnali radio disturbati sulle onde medie che spesso scambiavamo per degli effetti phasing presenti nelle canzoni. Proprio in quell'anno incontrai un ragazzo inglese, Simon, che è stata un po' la mia pietra miliare sotto l'aspetto chitarristico. Io possedevo già tutto l'occorrente: una Gibson X-plorer del 58 e un amplificatore Fender Super Reverb, ma non c'era verso di farci uscire nulla. Simon invece era già scafato, così mi ha messo a posto l'amplificatore e per la prima volta dalla mia chitarra uscirono dei suoni distorti, tanto che suonando mi chiedevo se davvero fossi io a tirarli fuori. Poi, quasi per caso, avvicinandomi all'amplificatore ho trovato i primi "effetti larsen" della mia vita, e non ti dico l'esaltazione. E poi, dopo quell'illuminazione, cosa accadde? Ho cominciato a suonare con i Quelli (combo dalle cui ceneri nacque la Pfm, e da cui sono passati oltre a Di Cioccio, Mussida e Premoli, anche uno spiazzante Teo Teocoli, ndr) e ci sono rimasto per due anni prima che mi buttassero fuori: suonavamo per lo più cover. Trovatomi da solo, ho fondato la Formula 3 e da lì è finita la fase della mia preistoria senza soldi, ed è cominciata quella con i soldi. Perché sempre di preistoria si trattava: avevamo due casse grs da 100 watt che ora non le vorresti neppure nello stereo di casa, una qualsiasi automobile oggi monta un impianto più potente, però almeno siamo riusciti a farci sentire, e così è arrivato Battisti. Vedi, puoi essere anche bravissimo, ma se non hai la possibilità di farti conoscere, non vai da nessuna parte... Ne hai incontrati molti di musicisti bravissimi che sono rimasti nell'anonimato? Di gente di grande talento che nessuno conosce è pieno il mondo. Considera inoltre che allora era già difficile emergere, mentre ora è proprio impossibile. Conservo tuttora indirizzi di chitarristi che son venuti a suonare al club l'Altro Mondo all'inizio degli anni 70 ed erano degli autentici mostri. Gente da cui ho imparato moltissimo solo a starli ad ascoltare. Poi ovviamente c'erano anche quelli famosi, come Rory Gallagher, che fu un bluesman incredibile, oppure ti capitava di ascoltare gruppi come i Chicago che, a distanza di anni, non ti capaciti di come suonassero. Peccato che se fai ascoltare in giro oggi queste cose, ti dicono che è roba vecchia. Ma come roba vecchia, dico io?! Sono cambiate molte cose, in effetti... Sì, ma il mercato discografico adesso è davvero fuffa. Solo che ora sta finendo pure quella e non so davvero cosa faranno tra poco. Di certo da diversi anni diventa sempre più difficile far arrivare alla gente la musica di qualità. Però vedi, in questa situazione di crisi ci sono degli aspetti positivi che potrebbero rappresentare un nuovo punto di partenza... Ovvero? Ad esempio, la Formula 3 ha ripreso a fare delle tournée con grande successo. Suoniamo i dieci pezzi che ci ha regalato Battisti, oltre agli altri del nostro repertorio arrangiati esattamente come nei nostri concerti del 71. Abbiamo un bello schermo su cui proiettiamo delle fotografie storiche assieme a Lucio. Purtroppo di video non ce ne sono, gli unici appartenevano a un fotografo romano a cui è andato a fuoco il negozio poco prima che me li consegnasse. Dicevo appunto che oggi, quando suoni dal vivo, la gente riflette e si rende perfettamente conto della differenza che c'è rispetto alla musica che passa in giro. E' con la musica dal vivo che può ancora succedere qualcosa... Anche perché non si vendono più dischi... Già, ora partiamo tutti alla pari. Ormai anche dei nomi importanti, tipo Dalla o De Gregori, si vendono solo le compilation. Se leviamo Vasco, la Nannini o Ligabue, tutti gli altri se la devono giocare sul palco, perché la gente comincia ad essere stanca della basi pre registrate... Beh , anche le basi pre registrate possono avere un loro fascino, non trovi? E' logico, dipende dal tipo di musica che fai. Per la musica da discoteca non hai alternative. Prendi ad esempio Donna Summer: senza le basi di quel mago che nacque per caso a Ortisei (si riferisce, senza citarlo, a Giorgio Moroder, ndr) non vai da nessuna parte, ovviamente. Per il rock dal vivo è diverso, devi prenderti il tuo spazio, più suoni e più hai la possibilità di esprimerti. L'unico problema è che quando si è in tanti sul palco si rischia di far casino, mentre noi siamo in tre e andiamo benissimo così... La formula a tre componenti è quella giusta allora... In tre si sta benissimo, abbiamo trovato l'equilibrio ideale... Anche senza bassista? Eppure nei tuoi album solisti si possono apprezzare dei bassi meravigliosi... Sì, ma negli anni 70 era tutto più facile. Andavi in studio e trovavi Tullio De Piscopo alla batteria, Julius Farmer al basso, Sante Palumbo al pianoforte. Musicisti importanti, come sai... E anche Vince Tempera... Vince Tempera lo incontrai ai tempi de "Il Volo". Quello fu un progetto molto importante che per diversi motivi non ebbe il successo sperato. Nel 1974 ci eravamo resi conto che qualcosa stava cambiando, così di comune accordo sciogliemmo la Formula 3. Tony Cicco cominciò a fare musica melodica sulla falsariga di quella napoletana (fu anche prodotto da Gianni Buoncompagni), mentre "Il Volo" nacque con grandi ambizioni sotto la produzione di Mogol. Peccato che lui fece davvero poco per lanciarci, e addirittura col secondo album smise anche di scrivere i testi. Ai concerti non veniva nessuno, ebbi anche delle discussioni con lui, era davvero una situazione imbarazzante oltre che forzata. Così mi ricorderò sempre l'ultima serata con la band, era la fine di luglio sul Lago D'Orta: ci guardammo negli occhi senza nemmeno parlarci e il progetto finì in quell'esatto istante. Era il 1976. E poi? E poi il giorno dopo era già tutto dimenticato, visto che mi chiamò il batterista de "Il Volo" Dall'Aglio e mi disse: "Alberto preparati che si va a fare la tournée con Celentano". Quello del 77 fu un tour pazzesco, bellissimo, tutto esaurito ai concerti, con dei musicisti incredibili. Mi divertii come un matto, avevamo la nostra base a Viareggio in un hotel sontuoso, ed ebbi anche una grossa pubblicità da parte di Adriano che mi presentava come il chitarrista della Formula 3. Per me fu una grande occasione di rilancio... Torniamo al discorso sulla crisi del mercato discografico. A parte la musica dal vivo, quali altri sbocchi pensi che ci possano essere? Può sembrare un paradosso, ma il fatto che non girino più i soldi di un tempo può rappresentare anche un buon punto di partenza. Prendi le radio: una volta incassavano i soldi dalle case discografiche per promuovere i brani, mentre ora devono tornare a puntare sui contenuti per sopravvivere. Sarà un processo molto lento, ma qualcosa si sta muovendo. Ora l'unico veicolo che funziona davvero è il reality televisivo. X Factor potrebbe esser anche una buona idea, peccato che manchino i contenuti artistici. Quest'estate ho partecipato a una loro serata presentata dal simpatico Francesco Facchinetti, e mi sono accorto che il pubblico vuole ascoltare soltanto cover. E sai perché? Le canzoni inedite che vengono scritte per questi nuovi interpreti non valgono nulla. Questo perché sono venute a mancare le figure artistiche dell'industria discografica, mancano degli ingredienti fondamentali per ripartire. Non ci sono più gli editori, che foraggiavano gli autori a scrivere canzoni: ci si dedicava molto tempo, con la giusta tranquillità, e così fra i tanti brani saltava fuori la hit che ripagava degli investimenti fatti. Ora a capo delle case discografiche ci sono dei generici direttori di marketing... Appunto. Non ci sono più figure come Alfredo Cerruti, che era il direttore artistico della Cgd. Andavi lì a fargli ascoltare le canzoni e lui ti dava delle indicazioni indispensabili per completare quanto avevi scritto. Ho un sacco di canzoni nel cassetto che potrebbero benissimo essere dei successi come lo furono "Nel Ghetto" e "Che Cosa Sei", però non le posso affidare a gente che finirebbe per sputtanarmi. Mancano i soggetti artistici, ed è drammatico: io la mia carriera l'ho fatta, per cui la cosa mi tocca fino a un certo punto, ma i nuovi artisti non hanno nessuna possibilità di emergere. Un' altra figura che è venuta a mancare nel tempo è il tecnico del suono. E' colui che ti garantisce che un disco funzioni allo stesso modo ovunque lo si ascolti, ed è colui che dal vivo poi determina le sorti di un concerto. Hai voglia a suonare come un pazzo se poi non esce nulla! Per fortuna che ancora oggi lavora con me Piero Bravin, che è il migliore in circolazione, ma adesso è morta anche la manodopera specializzata. Hai altri progetti oltre a quello assieme alla Formula 3? Ho messo in piedi un gruppo con un chitarrista di Modena, Paolo Schianchi, poi c'è Johnny Pozzi alle tastiere e Luca Visigalli al basso. Abbiamo fatto un concerto a Parma, ma la cosa sta avendo un seguito perché Paolo è un chitarrista unico, quando suona lui pare di sentire un'orchestra. Torniamo a parlare della tua carriera. Hai suonato con Battisti, con Celentano, con Battiato: quale fra questi mostri sacri ti è rimasto maggiormente impresso? Se ti devo dire la verità a me, artisticamente parlando, non è mai importato nulla di nessuno fra questi. Ma come? Io ho sempre avuto la cultura del "volemose bene" basta che non mi rompi i cosiddetti. E invece spesso succedeva. Prendi ad esempio Battiato: ci ho impiegato due giorni per fargli digerire l'intro di "Cuccurucucu", e in casi come quello mi sono sempre chiesto che senso avesse avvalersi di un chitarrista senza dargli la giusta libertà creativa. L'unico che mi lasciava andare a briglia sciolta era Gianluca Grignani, con cui ho registrato un intero album. Lui mi diceva: "Io ora vado via, tu fai pure le chitarre". E' questo il mio metodo ideale di lavoro! Però mi risulta che Battisti lasciasse molto spazio alla Formula 3, o no? Può darsi, ma io non me lo ricordo. Non ricordo una fase importante, preferisco ricordare qualcosa che dovrà venire: il futuro è molto più importante di quello che è stato. Salire su un palco domani è la cosa ricordo, sul passato non mi ci soffermo. Ma solo dal punto di vista artistico, oppure... Naturalmente sto parlando degli aspetti artistici, perché ad esempio Franco Battiato come persona sta due spanne sopra ai comuni mortali. Ti voglio raccontare un aneddoto. Trent'anni fa stavo per sposarmi con la mia prima moglie e non mi bastavano i soldi per la casa. Quando lo seppe, Franco quasi mi rimproverò: "Ma come, hai bisogno di una mano e non mi dici nulla?". Tirò fuori un assegno e scrisse la cifra mancante. Ecco vedi, ancora oggi quando telefonano queste persone io mi metto sull'attenti. Ma non è per riconoscenza, ma solo perché mi ricordo che tipo di persona ho di fronte. Di tutto il resto mi interessa poco, ma quando un musicista è anche un uomo così, allora sono felice che abbia successo. Ho solo un rimpianto con Franco (e qui Alberto, con una frase "emotiva", sembra in parte smentire quanto ha detto sopra, ndr), ossia non aver registrato con lui "La Cura", per poter dire la mia in quella canzone. In realtà c'era ben poco da dire, nel senso che sotto ci sono pochi strumenti, però quel pezzo avrei voluto suonarlo anch'io, perché è davvero straordinario. E della tua attività di produttore che mi dici? Ti dico che alla fine ho prodotto trecentocinquanta album e qui in studio ho ancora tutti i "dat"... Non ti ricordi nulla nemmeno di quelli? Ad esempio degli Underground Life, un gruppo di culto della new wave italiana... Guarda, forse mi sono spiegato male. Io in realtà mi ricordo tutto, però non mi si accappona la pelle a ripensarci, ecco! Gli Underground Life erano una bomba, l'unico loro demerito è stato quello di non attaccarsi al carro giusto... Stiamo parlando di un gruppo la cui prima registrazione del 1980 venne messa in vetrina nel negozio Rough Trade di Londra... E' successo anche quando ho prodotto il loro disco nel 1987. A Londra quelli della casa discografica Red Bus erano entusiasti di loro, ad esempio. E in effetti avevano delle idee davvero assurde, erano originali e creativi, anche se poi tecnicamente era difficilissimo farli cantare come si deve, così in studio rifacevamo tutto decine di volte, dal momento che non avevamo certo a disposizione le tecnologie di adesso. Ora invece dobbiamo fare i conti con il problema opposto, ovvero un'omologazione davvero imbarazzante... E' vero. Con le tecniche di studio ora si riesce a sistemare ogni cosa, e non sempre è un bene. Mi ricordo quando eravamo in studio con Lucio Battisti, che era un cantante straordinario, lui non correggeva quasi nulla, persino quando c'erano delle piccole stonature, perché preferiva non perdere il pathos dell'interpretazione... ...una cosa per certi versi molto black, questa... Esattamente. Anche se poi lui era lo stesso che mi rimproverava perché suonavo troppo forte. Ma che ci potevo fare? La strumentazione a quel tempo era quella che era, così una cosa o la facevi in un modo, oppure non la facevi affatto. (e qui Alberto si diverte, facendo il verso a un celeberrimo attacco a mo' di esempio: "Non sarà... tan tan... un'avventura...!", ndr) Ora, se sei d'accordo, vorrei parlare del mio Radius preferito, quello solista della seconda metà degli anni 70...Quando uscì il tuo singolo "Nel Ghetto" ero un ragazzino, eppure fece molto scalpore, oltre che diventare un grande successo. Nell'Italia iper-ideologizzata del ‘77 c'era chi ti tacciava di essere di destra, così come accadeva a Battisti e alla Numero Uno, tanto che mi vien da pensare che quella canzone fu una reazione da parte tua a una situazione difficile che si era venuta a creare. Che mi dici al riguardo? Ti sei sentito un artista messo all'indice? Quando si cavalca la tigre non si sa dove si andrà a parare. Questo per dire che non vi fu alcuna premeditazione, e in quel periodo c'era una grande voglia di rischiare e di andare oltre. Come nel caso di "Suicidio" di Faust'o... ...Faust'o fu un'altra tua bellissima produzione per uno dei talenti nascosti della musica italiana... Sì, ma mica era facile lavorarci assieme! Non appena gli si proponeva una tastiera, o un arrangiamento, lui lo scartava perché "troppo commerciale", e poi si metteva a cantare robe tipo "La mia lingua sul tampax..." (Alberto si mette a scandire pure il motivo, ndr). E non si può, dai: un conto è l'essere incazzati, però quello è troppo. E comunque Fausto l'ho rivisto a luglio, è venuto qui con il suo nuovo disco. ...torniamo ai tuoi anni 70 da solista.... Sì, "Nel Ghetto" fu una canzone che molti dicevano che fosse di destra, altri di sinistra, e invece era un semplicemente un testo di Oscar Avogadro che ci piaceva così. Anzi, stava lì a dire "lasciatemi nel ghetto, non rompetemi i c... con la sinistra e robe così!". Non ci sono dei motivi particolari, anche perché in quel periodo ho scritto anche molti pezzi soft... A proposito di cose molto chiacchierate che ti riguardano, mi racconti come andò lo scorso anno con il brano "Musica e Parole" interpretato da Loredana Berté, che fu squalificato da Sanremo in quanto già edito (uscì vent'anni prima, con testi differenti, su un disco di Ornella Ventura con il titolo "L'ultimo Segreto", sempre a firma Radius-Avogadro, ndr) ? In effetti è successo un bel casino. La verità è molto semplice: non mi ricordavo di avere inciso quel pezzo. Sono andato a trovare Loredana in un albergo qui a Milano, avevo portato con me un brano da proporle, ma lei mi disse di averne già scelto uno mio vecchio che le era rimasto nel cassetto: c'era solo da scrivere i testi. Mi ha fatto sentire il mio vecchio provino, le ho detto subito che non lo ricordavo nemmeno più, ma che era davvero forte per Sanremo. Così ci siamo rivisti qui in sala d'incisione, c'era pure Oscar Avogadro e neppure lui si ricordava di averci scritto un testo. Guarda, mi son beccato un sacco di vaff... per questa storia, eppure a nessuno è venuto in mente che io di canzoni ne ho scritte a centinaia fra edite e inedite, e non posso davvero ricordarmele tutte. So che, da grande estimatore di Jimi Hendrix, possedevi il pedale del suo tour italiano del 1968... Guarda è proprio quello, ce l'ho ancora ed è lì di fianco a te. Adesso ti faccio vedere una cosa: gira il pedale e guarda cosa c'è scritto dietro sull'etichetta. Lo vedi? C'è un conto di una spesa scritto a penna, e poi in fondo la frase "Scusa er guanto" ricavata con la scritta (made in) Usa. Beh, solo chi lo frequentava sa bene che quella era un'esclamazione tipica di Battisti, tanto che non perdeva occasione per scriverla ogni volta che se ne presentava l'opportunità (spesso abbreviava con "s.e.g."). E pensare che me ne sono accorto dopo parecchi anni. In realtà, quindi, questo è un doppio cimelio: un pedale wah wah appartenuto a Jimi Hendrix, con dietro degli appunti autografi di Lucio Battisti. Visto che siamo entrati in tema chitarristi, quali sono quelli che ti hanno davvero colpito? Direi proprio Jimi Hendrix. Prima di lui non c'era nulla, o meglio c'erano Les Paul, Hank Marvin, e altri senz'altro molto bravi, però Jimi ha inventato un modo tale di suonare la chitarra, che in seguito nulla è stato più uguale a prima. Un po' come quando, nel 1972, uscì "Popcorn" degli Hot Butter (in realtà il brano uscì nella sua prima versione nel 1969 ad opera di Gershon Kingsley, ndr). Quando ho sentito quel brano ho pensato: "Cavoli, questi ci hanno fregato". Ancora oggi, quando senti quei suoni capisci che hanno bastonato tutti con un motivetto che si è proiettato fuori dal tempo. Ecco, anche Hendrix era davvero fuori dal suo tempo... Poi però di chitarristi bravi dopo di lui ce ne sono stati altri, che hanno cambiato il suono dello strumento... Sì, però alla fine parte tutto da lì...(e qui Alberto si mette a canticchiare il motivetto di "Popcorn", ndr). Ti faccio un altro esempio che ti sembrerà strano: il celebre stacchetto di tre secondi di Canale 5 , hai presente? Certo, è di Augusto Martelli... Esatto. Martelli ha inventato lo stacchetto televisivo che prima non esisteva. Lui ha scritto anche la sigla di "Gran Prix": anche qui, se uno deve andare a scuola per imparare come si compone un pezzo per una trasmissione sportiva, deve partire per forza da lì, perché quello è l'abc. E allora tu mi chiedi dei chitarristi: ma di chitarristi in gamba ce ne sono tanti. L'altro giorno ascoltavo Gary Moore: ammazza quanto è bravo! Però è il risultato di una miscela di altri modi di suonare. Di musicisti forti è pieno il mondo, ma nella musica solo chi scaglia la prima pietra ha vinto. Vieni da una leva di chitarristi italiani per molti versi irripetibile e senz'altro all'altezza di quella anglosassone. Quali tra i vari mostri sacri consideri come vero fuoriclasse nell'uso del tuo strumento? Tutti molto bravi, per carità. Però prendi ad esempio Franco Mussida. Bravissimo ragazzo, ottimo chitarrista, però a me la musica della Pfm ha sempre detto poco: erano i King Crimson nostrani. Hanno cominciato con le loro cover e si sono poi accaparrati il genere come se fosse una loro invenzione. Hanno ancora un grande seguito, pure meritato ci mancherebbe, ma non è quello il punto: la questione è la poca originalità. Però abbiamo avuto dei grandi turnisti, ad esempio Giorgio Cocilovo che forse ti dirà poco, ma è un grande chitarrista ed è stato anche nell'orchestra di Sanremo. Poi c'è Ricky Portera, bravissimo, ma per cui vale il discorso che ho fatto per Mussida coi King Crimson: ha uno stile troppo simile a Van Halen. Ed ora abbiamo il giovane Luca Colombo, che fa parte dell'orchestra di Sanremo ed è il numero uno dei chitarristi italiani... E infine abbiamo Alberto Radius che, piaccia no, lo riconosci anche prima di leggere i credit di un disco in cui ha suonato... Il segreto è molto semplice. Prima ti devi costruire un suono, e questa è la cosa più difficile, ma soprattutto non devi ascoltare dischi degli altri. Se tu senti i dischi altrui, finisci con l'assorbire tutto come una spugna, e poi imiti senza nemmeno accorgertene. Vietato ascoltare musica, a meno che non si tratti dei classici di grandi musicisti americani, quelli che potremmo definire degli standard di genere jazz e blues. Uso da sempre questo approccio, tanto che i miei assoli non li trascrivo nemmeno, perché sennò finisci con l'adagiarti sugli accordi, finendo col suonare sempre la stessa cosa. Tanto poi, come disse giustamente Pino Daniele, se un'idea è davvero forte, ti ritorna indietro da sola. (Si ringrazia Davide Sechi per l'utile contributo) |