Any Other

Ognuno è artefice della propria forma

intervista di Piergiorgio Pardo

Un ritorno graditissimo, quello di Any Other. Interessante e già ben definita personalità autorale e cantautorale, con base Milano e sicura vocazione internazionale. Musicista fondamentale per il Colapesce ambizioso di “Infedele” e per la premiata ditta Colapesce Dimartino. Personaggio notturno, sotterraneo, innamorato di marciume e puttan-pop con il collettivo di DJing antagonista “schietto e senza h” Queermacete, ma anche nel feat. con M¥SS KETA “Ultima botta a Parigi”. Il suo songbook da solista constava fin qui di due gioiellini indie-folk, "Silently. Quietly. Going Away" (Bello Records, 2015) e “Two, Geography” (42 Records, 2018). Il terzo album “stillness, stop: you have a right to remember”, sempre per 42, compie un ulteriore salto di qualità rispetto ai livelli già brillanti che lo hanno preceduto. Lo caratterizzano una vocalità aspra, tesa e duttile, alle prese con melodie oblique e insieme dense di urgenza espressiva e precisione di intenti. Testi e attitudine hanno la visceralità del mondo Cat Power, Smog, Alela Diane. A circondare, sostenere e far risuonare profondamente la narrazione sono le raffinatezze cantabili e agrodolci degli archi, figlie dell’umoralità di un vate di riferimento come Jim O’Rourke. Il tour prevede date in club italiani come lo Spazio Teatro 89, lo sPAZIO211 di Torino, i Musici Per Caso di Piacenza, il Locomotiv di Bologna, l’Officina degli Esordi a Bari, l’Angelo Mai a Roma, e il Colorificio Kroen della città natia Verona. A seguire, una serie di appuntamenti tedeschi: München, Köln, il Berghain di Berlino, Hannover. La band di Any Other dal vivo è fatta da “amicx con cui collaboro da più o meno anni ormai, tuttx incredibili. Arianna Pasini (ha un disco in uscita a marzo bellissimo), Giulio Stermieri (Fort da, Yabai), Nicholas Remondino (Lamiee., McCorman) e ultimo ma non ultimo mio fratello Marco Giudici, che ha coprodotto con me il disco… non vediamo l’ora di cominciare a suonare!”. La nostra intervista.

Direi di iniziare parlando del titolo del nuovo album. “stillness, stop: you have a right to remember” invita alla quiete, ma è come un grido di battaglia, la rivendicazione di un diritto, che però consiste nel salvare o preservare qualcosa attraverso il ricordo. Qual è il senso che hai voluto dare a queste parole?
È un titolo che mi è venuto in mente ancor prima di finire di scrivere tutti i pezzi del disco. Era una sorta di direzione che volevo dare a me stessa. Volevo lottare contro la tendenza a dare pari importanza a una serie di cose non tutte essenziali allo stesso modo. A volte la testa ti impone questo flusso eccessivo di pensieri, perché inconsciamente eviti di occuparti della tua parte più profonda, che non è sempre facile da affrontare. E allora mi sono detta: “Adesso però fermati e recupera ciò che veramente riguarda te come individuo”. Lavoro che poi, banalmente, si aggancia al percorso che ho compiuto negli anni facendo analisi. Il titolo da un lato allude ai ricordi cancellati, traumatici o spiacevoli dall’altro al diritto-dovere di riappropriarsi di se stessi, dei pezzi di sé che si sono smarriti, o lasciati indietro nel tempo.

Mi sembra un cambio di prospettiva fondamentale rispetto al disco precedente “Two, Geography”, del 2018, in cui il numero due non alludeva soltanto al fatto che si trattava del tuo secondo disco, ma anche all’idea di base che i testi fossero una riflessione sul rapporto a due attraverso la geografia del corpo dell'altra persona. Qui, invece, da un lato non è più il corpo l’argomento principale, ma una materia molto più metafisica e introspettiva. Dall’altro il soggetto non è più l’altra persona, ma un io-narrante, il tuo, quello di una donna che si guarda dentro e si racconta.
Sì, e tra l'altro non parlerei nemmeno di una donna. È un tema che viene affrontato nel disco, quello della identità di genere. Non in modo esplicito, però è un sottotesto portante il fatto che la categoria “donna” mi sta stretta a livello identitario. “Two, Geography” parlava di una relazione con un'altra persona specifica, ma inevitabilmente le relazioni cambiano sempre qualcosa dentro di noi e quindi preludono a una riflessione sulla propria identità, non solo quella legata al proprio corpo, ma soprattutto quella che scaturisce dalla propria interiorità e dalla propria storia personale. Mettendo le cose in ordine, adesso che anche questo lavoro è terminato da qualche tempo, mi rendo conto che avevo bisogno di tornare a me stessa/me stesso.

Aggiungerei un elemento di complessità che riguarda l’interazione fra la tua identità artistica come è percepita dall’esterno e la tua identità personale così come essa è, ovvero genderfluid, nel modo in cui la vivi e la racconti. A prescindere dalla tua personale identità di genere, il progetto Any Other ha negli anni guadagnato una sua connotazione pionieristica al femminile di artista che scrive i suoi pezzi, li arrangia, li produce, lavora per altri, sperimenta, e apre così la strada a tante musiciste in un ambiente in cui il gender gap è ancora, ahimè, molto presente. Trovi stimolante questa complessità potenziale di stimoli intorno al tuo personaggio e alla tua carriera?
Per una serie di ragioni, che vanno dalla inconsapevolezza degli altri fino al rifiuto da parte di alcuni di pensare le persone in chiave non binaria, può esserci uno scarto tra chi tu sai di essere e il modo in cui il mondo esteriore ti percepisce. Ed è una cosa sulla quale puoi avere il controllo fino a un certo punto. So anche che l'esposizione che io ho in alcuni contesti può giovare alle persone queer, ma anche alle donne musiciste, che non dovrebbero di certo essere una categoria a sé, però ancora inevitabilmente lo sono. Lo dico con una nota di malinconia, ma credo che dal punto di vista della consapevolezza di determinate tematiche, ci sia ancora molta strada da fare. Non solo la vita lavorativa è ancora basata sulla categorizzazione uomo-donna, ma c'è tanto sbilanciamento anche in termini di opportunità, a tutto svantaggio delle donne. Dunque, benché la definizione di genere mi stia stretta dal punto di vista personale, ritengo comunque una vittoria il fatto che il mio progetto artistico possa lanciare un suo segnale contro le disuguaglianze.

Parlandone adesso con te realizzo che da “Two, Geography” sono trascorsi sei anni. È inevitabile chiedertelo. Come mai tutto questo tempo?
Non sono sei anni in cui non è successo niente, sia a livello personale, sia a livello globale. C'è quella doppietta tremenda degli anni della pandemia che credo abbia significato un arresto per tante persone, soprattutto musicisti e artisti. Il primo tour con Colapesce e Dimartino era programmato per il 2020 e il mio disco nuovo per il 2021. Poi tutto quanto si è rimescolato. Mi sono messa a lavorare nel 2022 più o meno a metà anno, ma poi si infilano sempre mille cose. A parte i tour con Colapesce e Dimartino ho lavorato tanto in studio, ho iniziato a fare sonorizzazioni, per esempio per un progetto bellissimo con il centro musica di Modena, che consisteva nella sonorizzazione del film “The Lodger” di Hitchcock. Sono stati anni che mi hanno consentito di crescere molto e in qualche modo sono volati.

E adesso che ti sei fermata a ricordare, qual è il ricordo più bello che ti piacerebbe condividere con i lettori?
Di ricordi belli ce ne sono tantissimi, ma ce n’è uno in particolare la cui bellezza è nell’intensità, che penso mi porterò dietro per sempre. È stato proprio gennaio 2023, quando io e Marco abbiamo iniziato a registrare. Non era un momento felice per me. Mi rimarrà la forza e il supporto che mi ha dato il fatto di lavorare con Marco, anche a livello umano. Qualcosa di prezioso.

Il disco lo avete suonato praticamente voi due…
Sì! Poi sono ci sono state delle incursioni di altri musicisti e musiciste, per quanto riguarda gli archi, le batterie, un po’ di piano acustico Rhodes. Però di base abbiamo fatto tutto noi nel nostro studio di Milano. Sono dieci anni che io e Marco suoniamo assieme. A me piace dire che abbiamo un neurone solo in due.

Mi colpiscono gli arrangiamenti d'archi nel disco. Visto che la responsabilità della scrittura è interamente tua, vorrei che mi parlassi del modo in cui li hai composti. Li vedo molto emotivi, ed è come se da un certo punto di vista anche loro cantassero col resto…
È molto azzeccata questa idea degli archi che cantano. Le parti le ho scritte cantandole, improvvisando con la voce sui pezzi. Praticamente mandavo i pezzi, accendevo il Rec e ci cantavo sopra. Dal pastone d'improvvisazione selezionavo delle parti che mi piacevano e le riscrivevo, per così dire, in bella copia. Di solito quando scrivo per archi, lavoro su due o tre voci. In “Two, Geography” ho usato tre voci, qui quasi sempre due, che sono state suonate da Giulia Russo al violino e Federica Furlan alla viola, che sono due care amiche, oltre che due musiciste superbrave. Con loro ho anche rivisto i particolari più tecnici come la diteggiatura, le posizioni. In genere, ogni volta che sono venuti dei musicisti in studio hanno sempre dato un loro feedback proattivo. Sono molto fiera di “Two, Geography”, anche a distanza di anni, lo riascolto volentieri. Ma so che mi mancavano una leggerezza e una apertura all’apporto di chi lavora con me, che oggi sto imparando ad avere e che dipende anche dalla maggiore esperienza acquisita negli anni, che ti regala più sicurezza e ti fa vivere le scelte con minore pressione.

E come vedi invece oggi il primo album, che all’epoca ci incantò tutti ed era quasi una sorta di autopresentazione al mondo?
L'avevamo registrato in due giorni, compreso di voci e tutto quanto. Due giorni di prese dirette. Eravamo giovanissimi e pazzi, ma soprattutto motivati dal bisogno di aprire un canale comunicativo. Mi piace ancora, proprio perché è un disco dell’età dell’incoscienza.

Un forte elemento identitario che lega i tre dischi, al di là delle differenze di suono e scrittura, è la credibilità del cantato, che definirei più in inglese americano che in inglese British. Come si è evoluto il tuo rapporto con questa scelta?
Come con delle radici, che stanno alla base della mia formazione musicale, dei miei ascolti di adolescente e mi accompagnano ancora oggi. Una idea molto americana di folk per cui chi canta dice “ora mi apro in due la pancia e ti faccio vedere le budella”. Non si tratta di dare, ma di mettere tutto lì, ed essere il più trasparente possibile. Per quanto non avere filtri a volte non sia del tutto sano, personalmente non amo metterne. Il modo in cui canto è un po’ la combinazione di queste due cose, il mio carattere e l’influenza degli artisti da cui ho imparato.

A proposito di artisti da cui hai imparato, cosa pensi di avere tratto dalla collaborazione con Colapesce e poi con lui e Dimartino?
Io e Lorenzo siamo amici da tanti anni ormai, ci pensavamo proprio l'ultimo dell'anno, abbiamo suonato a Pesaro e abbiamo pensato, caspita, saranno 7 anni che suoniamo assieme. A Lorenzo sarò sempre grata, perché da subito mi ha dato delle responsabilità. E questa fiducia, tutto sommato istintiva all’inizio, perché aveva giusto visto un mio concerto e poi ero andata a fare delle voci su “Infedele”, è perdurata negli anni. Quando c’è stata l’esplosione del duo Colapesce e Dimartino, loro non hanno mai avuto la tentazione di mettere su una band di turnisti. Hanno sempre avuto intorno a sé persone con progetti artistici propri. Ora, è chiaro che io non posso restituire quello che potrebbe rendere un chitarrista turnista, che magari sa fare quello come una macchina, molto meglio di me. Però posso dare dell'altro. Inoltre l'atmosfera della band è amicale. Nel tour del 2021 tutto era stato un po’ strano, perché si era ancora in pandemia e c’erano i posti a sedere. Ma l'ultimo tour è stato fantastico. Ci siamo sempre divertiti come pazzi.

E cosa ti è rimasto invece, giusto che parliamo di divertimento, della tua collaborazione con M¥SS KETA?
L’ho conosciuta un bel po’di anni fa. Credo che fosse da poco uscita “Milano sushi e coca”.  Io suonavo chitarra e voce, era uno dei primi concerti in un seminterrato e a vedermi c'era anche lei. Sono stata contenta di contribuire a “Ultima botta a Parigi”, anche con tutta quella ironia di fondo, che io difficilmente metto nelle mie cose.

Come immagini Any Other in versione mainstream? Ci hai mai pensato?
Sarebbe soprattutto una occasione per uscire da una comfort zone, per fare cose diverse. Non voglio dire che mi annoio di me stessa, però certamente arriverà un momento in cui avrò bisogno di esplorare delle altre forme estetiche. Non è neanche detto che debba farlo come Any Other.

Quando nel primo brano dell’album citi “Killing Me Softly” e canti “I’m not asking you to kill me softly/ It's an order: do not kill me at all", a chi ti rivolgi?
È un tu nell’ambito di una relazione sentimentale. Uccidermi significa costringermi a cancellare o nascondere delle parti di me stessa perché non vengono accettate all'interno di quel rapporto, in particolar modo il mio essere queer. Se l’altra persona non vuole vedere quella cosa di te, di fatto l’ammazza. Invece dico basta con il farsi piccoli per gli altri. Se mi vuoi, il pacchetto è questo.

E chi è invece la Zoe di cui non vuoi piantare i semi?
Zoe è uno dei nomi della mia migliore amica, che è la persona per cui ho scritto quel pezzo. A un certo punto avevamo litigato per colpa di un suo fidanzato dell'epoca. Lei mi aveva regalato questo pacchettino di semi di timo, che è una cosa molto bella, anche molto simbolica. Dopo il litigio in me c'era molta rabbia e quindi anche la voglia di recidere proprio sul nascere l’ipotesi di far crescere qualcosa che indirettamente nascesse dal mio rapporto con lei. Alla fine è andato tutto bene, ho ritrovato il nostro rapporto, semi e radici. Sarebbe stato impossibile rinunciarvi.

Uno dei pezzi in cui c’è più rabbia è “Awful Thread”, in particolar modo quando canti “You had no respect or remorse/ For the luck you were given”. È un verso molto forte, oltre che bellissimo. A chi è rivolto?
Ai miei genitori, in particolar modo a mio padre. È lui la persona a cui è toccata la fortuna, nella specie, di avere un figlio. Un rapporto con un genitore può essere spesso difficile. Grazie alla terapia sono passata dalla frustrazione alla rabbia, che secondo me è una cosa molto positiva, perché è una base per reagire e quindi anche superare. La rabbia per me è un'emozione relativamente nuova, che ho scoperto da pochi anni. Sicuramente durante l’infanzia sapevo cosa fosse la rabbia e penso che, riscoperta da persona adulta, nella misura giusta sia l'emozione che ti protegge e ti aiuta a tracciare una linea di separazione tra te e le cose che non ti fanno star bene.

Considerarsi una fortuna per qualcuno è anche una rivalsa, un riscatto, un modo per darsi valore?
L'autostima è una conquista. Non è facile dirsi “brava”, ma credo sia fondamentale imparare a darsi un valore anche quando non si è davvero convinti di averne. Insomma in quella cornice era un po’ come dire "io me lo posso dare un valore, anche se magari non sento ancora distintamente di averlo, ugualmente so che c'è e  che può essere restituito in qualche modo".

Prima si parlava degli arrangiamenti d’archi. Quello che mi colpisce invece in un pezzo come “If i don't care” è il lavoro di cesello sulla strumentazione e sugli equilibri sonori, pur nella sua essenzialità. È difficile imparare a dire “non m’importa?”
Mi fa piacere che la cura si noti, perché per fare il suono di chitarra elettrica delle parti soliste, ad esempio, abbiamo perso un'infinità di tempo. Arrivare a rendere l’essenzialità su disco, lasciare andare quello che non serve, creare lo spazio per potersi concentrare sulle cose importanti non è facile. E non è facile neanche nella propria quotidianità. Direi che  c’è una corrispondenza biunivoca fra il testo e l’approccio musicale del pezzo. C'è questo layer, tra virgolette, di fare pulizia, quindi di mettere ordine.

In “Need of Affirmation” canti di volere essere la persona che dà forma al proprio corpo. Si può considerare un bisogno di affermazione legato alla questione della identità di genere?
Significa che nessuno deve disegnarmi al mio posto e vedermi come una donna eterosessuale all’interno di un rapporto sentimentale. Non c’è niente di male nell'essere quella cosa lì, però come modalità non è esaustiva rispetto a chi sono io. C'è anche. Ma non è tutto lì. Non sono gli altri a tracciare il disegno della mia vita e a stabilire cosa può farmi stare bene.

Come ti senti alla vigilia del tour?
Così entusiasta da essere incredula rispetto al fatto di ricominciare a suonare. L'informazione è giunta al mio cervello, ma è come se dovessi ancora davvero realizzarla. Dunque, una sensazione bellissima!

(26/01/2024)

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Prendersi cura del mondo intorno

di Francesco Pandini

Sono passati più di quattro anni da quando abbiamo incontrato per la prima volta Adele Altro. Erano i tempi del suo fulminante esordio “Silently. Quietly. Going Away”: da quell’indie-rock così nineties, la musicista veronese ha preso strade inaspettate, incorporando mille nuove influenze. Ne abbiamo parlato - scritto, anzi - in una lunga chiacchierata in occasione dell’uscita dell’ottimo Ep “Four Covers”. Che, come sempre nel caso di Any Other, non è solo una semplice raccolta di canzoni, ma un’intera idea di mondo.

Ciao Adele! Riprendiamo il filo di un discorso che - qui su OndaRock - avevamo iniziato con un’intervista ai tempi del primo disco a nome Any Other. Ora è passato un po’ di tempo anche da “Two, Geography” e quindi si può guardare a entrambi i lavori a mente fredda: ho sempre trovato che esprimessero necessità molto differenti - un salto, non solo un’evoluzione. Cosa c’è stato in mezzo?
Ciao OndaRock! Guarda, sto riflettendo proprio in questi giorni su come sia avvenuto quel cambiamento, quel salto. Anche se penso che alla fine la mia personalità emerga in entrambi, sono decisamente due lavori molto lontani – come intenzioni, come estetica, come tematiche trattate. Non ricordo come ne parlassi quando "Two Geography" era uscito, quindi magari adesso dico cose completamente diverse, ma a guardarlo con una distanza di due anni (o più, se contiamo il tempo di gestazione) mi rendo conto che la presa di coscienza è arrivata a lavoro finito. Per quanto cerebrale fosse, per quanto mi sia messa attivamente a cercare nuovi input o ispirazioni, e per quanto avessi voglia di "cambiare aria", è stato solo alla fine che mi sono detta: guarda dove sei arrivata. Quindi per rispondere alla domanda, credo che nel mezzo ci sia stata la necessità di seguire l'istinto.

C’è stato anche un cambiamento nei tuoi ascolti? Le istanze sonore indie-rock di “Silently. Quietly. Going Away” sono proprio esplose nel secondo album. C’era molto di più, lì dentro, oltre alle “comets, stars and moons” dei Built To Spill, per dire un nome che si cita sempre - il jazz, Feist, Nina Nastasia, Jeff Mangum, Jim O'Rourke i primi che mi vengono in mente.
Decisamente, sì. Oltre all'approcciarmi a nuovi generi musicali che non avevo mai esplorato prima dei 21 anni – banalmente jazz, minimalismo o ambient – è cambiato proprio il modo di ascoltare la musica. Ho iniziato a prestare attenzione a come i dischi che mi piacevano venivano arrangiati, orchestrati, prodotti. Come venivano mixati. Uno strumento molto utile che mi ha aperto prospettive nuove è il podcast Song Exploder di Hrishikesh Hirway – ogni puntata ospita un*artista [l'asterisco è voluto!] che analizza una propria canzone, spiegando com'è stata affrontata la produzione, o la scrittura, e così via. Molto bello.

La prima volta che ti ho vista sul palco eri al Todays 2018, suonavi nella band di Colapesce ed era qualche settimana prima di “Two, Geography”. Come ricordi quei concerti? Era un gran live e sembravi davvero divertirti.
Il tour di “Infedele” è stato veramente divertente. Ho imparato un sacco di cose, ho suonato un sacco di cose e ho fatto esperienze in una dimensione in cui non avevo mai fatto capolino prima. Suonare per altre persone ti toglie anche un sacco di pressione emotiva, quindi sì, sicuramente devi fare un buon lavoro, ma lo fai senza ansie e ti puoi divertire un sacco.

L’esperienza del live ha un valore di condivisione molto importante per te, o almeno questa è stata la mia impressione in tutte le occasioni in cui ho avuto la fortuna di vederti. L’interplay emotivo con gli altri musicisti è veramente qualcosa.
È molto importante, sì. Nel bene e nel male sono una persona che mette in ballo tante cose, e chiaramente questa cosa nella musica si riversa parecchio. Dal vivo con me c'è sempre stato Marco Giudici, mio fratello non di sangue ma di cuore. Ormai condividiamo così tanto da anni, che suonare insieme è come parlare, per noi. Raccontarci i cazzi nostri. Immagino che effettivamente questa cosa possa arrivare a essere visibile anche da fuori.

E poi condivisione con il pubblico. Ricordo una volta all’Ostello Bello, parlavi dell’ammettere a se stessi di stare male. Insomma: è difficile vedere da un palco qualcuno che parli così apertamente di sofferenza psicologica; anche rincuorante, visto che sono cose da cui passiamo tutti ogni giorno e magari le nascondiamo sotto a un tappeto - ma intanto loro scavano.
Anche questa è una cosa a cui penso spesso ultimamente, alla differenza che c'è tra persona artistica e persona umana. Per quanto sia fondamentale non farsi assorbire dalla propria persona artistica (del resto, è pur sempre un lavoro), credo che ammettere di essere persone con le proprie debolezze sia molto utile. Parlare di salute mentale è una questione sociale, c'è molto stigma intorno all'argomento e spesso non si sa come stare vicini a chi non sta bene. Allora mi dico, se come artista e persona riesco a usare il mio spazio per parlare anche di questo, e magari far sentire qualcuno meno solo, perché non farlo?

Mi domandavo anche come fosse suonare “Mother Goose” tutte le sere, in effetti.
Ah, eh. Sai, dipende molto dal contesto, da come sta andando un concerto, dallo stato emotivo con cui arrivo a performare, da come sta andando la mia vita in generale in quel periodo... A volte è un'esperienza fortissima, ma a volte è anche un'azione molto meccanica. Si tratta sempre di una performance: per quanto sicuramente sia un momento crudo e vivo, è anche un'azione che è stata ripetuta più e più volte, un gesto studiato, praticato, spettacolarizzato. È un gesto vero, ma non è reale. Insomma, se suonare certi pezzi significasse rivivere ogni volta lo stato d'animo che provavo quando li ho scritti, probabilmente non suonerei più gran parte della mia discografia.

Ovviamente non è il momento migliore per discutere di musica dal vivo - c’era un tuo giro di concerti in programma, questa primavera. Parliamo allora di “Four Covers”: da dove arriva la scelta dei brani? È stato pensato come una dedica, leggevo.
Sono tutti brani di artisti che mi piacciono. Ne avevo altri in canna ("These Days" di Nico, che ogni tanto ho suonato anche dal vivo, oppure "Heaps Of Sheeps" di Robert Wyatt, per dire), ma poi ho fatto una selezione e questi erano quelli con cui mi sentivo più connessa. Per quanto riguarda la dedica, sì. Sono pezzi che parlano a un altro più che di un altro, quindi nel suonarli e nell'affrontarli in studio c'è stata questa prospettiva. Ci ho messo molto amore, nel farli. Spero che questa cosa emerga all'ascolto.

Apri con la rilettura del tema di “Eternal Sunshine Of The Spotless Mind”: a pensarci ora Gondry e i suoi effetti speciali analogici ricordano il modo in cui tu sembri anche giocare mentre fai musica. Certo che quel film è proprio speciale, e pure la colonna sonora.
Sì, la colonna sonora è di Jon Brion, che personalmente adoro – sia come compositore, che come produttore. Ha anche fatto un disco solista che si chiama "Meaningless" (io lo ascolto su YouTube perché non lo trovo da nessun'altra parte), molto bello. Ha anche delle idee sulla composizione e sulla produzione che condivido molto, è una grande fonte di ispirazione.

Poi c’è “Cocoon”, fisica quanto l’originale di Bjork.
Amo amo amo Björk. È pazzesca qualsiasi cosa faccia, che sia la produttrice, l'attrice o la performer.

La mia preferita è “White Ferrari”: primo, perché mi ha ricordato il modo in cui Mark Linkous disturbava i brani di “Good Morning Spider”; secondo, perché rende chiaro quanto la scrittura di Frank Ocean sia imprendibile: sembra un brano instabile, fatto di niente, eppure torna tutto. Non mi sarei mai aspettato di sentirla in una veste simile, e invece l’hai fatta davvero tua.
Leggevo un commento di Frank Ocean su "White Ferrari", e diceva che in studio aveva fatto un sacco di versioni e che non gliene tornava mai nessuna. Ho avuto un'esperienza analoga: è un pezzo incredibile, pazzesco nella scrittura, ma veramente difficile da approcciare dal punto di vista della produzione e dell'arrangiamento. Ci sono molte sezioni diverse, non ha una struttura ripetitiva, è più un discorso con la sua progressione – e rendere le varie parti che lo compongono coerenti dal punto di vista estetico e della produzione non è facile.

L’Ep è uscito il 5 giugno, e quel giorno tutto il ricavato delle vendite è andato a Emergency Release Fund. Mi racconti di questa scelta?
È il pride month, il mese dedicato alla comunità LGBTQ+. L'Emergency Release Fund si occupa di raccogliere fondi per pagare le cauzioni di persone transgender in attesa/nell'eventualità di un processo, spesso detenute insieme a persone che non corrispondono al proprio genere (per fare un esempio, è probabile che una donna trans venga detenuta non insieme a altre donne, ma insieme agli uomini). La detenzione è molto più pericolosa per chi è trans, rispetto a chi è cis. Visto quello che sta succedendo negli Usa, visto che gli attivisti e le attiviste LGBTQ+ sono sempre state in prima linea nella maggior parte delle lotte politiche, e visto che rischiano molto in questi giorni – ancor di più se non sono bianche – mi sembrava utile fornire il mio supporto in questo senso.

Ecco: nella recensione dicevo che la tua musica è un invito ad agire e a prendersi cura del mondo intorno. Dalle cose che fai emerge una visione chiarissima: ricordo questo dibattito a Cremona - “Che genere di talento?”, si chiamava - e c’eravate tu, Laura Agnusdei e Rita Lilith Oberti dei Not Moving. Dalle tue parole veniva fuori un fastidio proattivo: c’era rabbia verso il patriarcato, ma pure l’obiettivo evidente di non farsi definire e limitare da esso. Fare la tua cosa, no matter what.
Sì, direi che è così. È un discorso difficile: da una parte la tua identità viene influenzata dal mondo di cui sei parte – con tutte le limitazioni del caso se non sei un uomo bianco, cis, etero – ma dall'altra non vuoi passare la tua esistenza artistica e personale a farti definire da quello che ti limita dal punto di vista sociale.

Ripensando a quei discorsi, mi è venuto in mente un articolo che qualche mese fa Brit Marling ha scritto per il New York Times - “I don’t want to be the strong female lead” - e parlava di come nel cinema contemporaneo si siano moltiplicati i personaggi femminili forti, che però sono modellati su rappresentazioni di rapporti di potere classicamente maschili, soggioganti. La stessa reazione a uno schema binario, no?
Decisamente sì. C'è una forte tendenza alla castrazione di tutto quello che non rientra nel binarismo uomo-donna bianco e capitalista. Guarda, io stessa non mi definisco né donna, né ragazza. Non mi identifico con il femminile, non sono una ragazza, eppure tutti mi dicono donna di qua, donna nella musica di là, e io ne parlo perché mi rendo conto che condivido parte della mia esperienza con le donne. Ma io sono non binaria, uso il femminile solo perché questa lingua mi obbliga a scegliere, ma è molto diverso. La mia etichetta lo sa, il mio management lo sa, i miei amici lo sanno. Non ho nemmeno mai nascosto di essere queer. Eppure se hai le tette sei una donna. Eh no, non è esattamente così. Io ho le mestruazioni ma mi sento qualcosa di diverso da una donna o da un uomo.

Cosa possiamo aspettarci dalla prossima metà di 2020, da Any Other?
È difficile rispondere, perché si possono fare progetti, ma purtroppo non dipende strettamente da noi se i nostri progetti possono avviarsi oppure no. Come tutti, sto ricaricando le pile, e cerco di essere pragmatica giorno per giorno. Per ora mi sa che è così.

Grazie per il tempo che hai dedicato a queste domande (per fortuna che era solo un Ep e non un album intero!)
Grazie a te! Mi ha fatto piacere fare questa chiacchierata.

(12/06/2020)


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Her Era: la slackerwritress italiana

di Enrico Viarengo

Immaginati di incontrare un amico che non vedevi da tanto tempo e che ti chieda che musica fai. Che pezzo gli suoni?
His Era!

Molti si ricordano di te come una delle due voci delle Lovecats. Non è passato così tanto tempo, eppure oggi tutti concordano sul fatto che Any Other sia un progetto decisamente più maturo, considerando la tua giovane età. Hai per caso fatto la primina?
No, nessuna primina. In realtà mi è venuto tutto in modo spontaneo. Quello che facevo con le Lovecats era okay, ma sentivo che non mi apparteneva del tutto, o comunque non riuscivo a ritrovarmici completamente. Con Any Other sto semplicemente facendo ciò che amo e ciò che mi fa stare bene.

"Silently. Quietly. Going Away." è il titolo dell'album di esordio. Dentro però ci sono canzoni che rivelano un profondo desiderio di crescere, cambiare, comprendere e accettare. Restare, forse neanche troppo in silenzio.
Sì, quel desiderio accompagna un po’ tutte le canzoni, che d’altronde sono state scritte nei due anni che per me sono stati “della crescita”, tra i 18 e i 20. Diciamo che c’era (e c’è) il desiderio di allontanarsi dalle cose e dalle persone che mi facevano soffrire, da qui il titolo del disco. E dici bene: non troppo in silenzio – infatti, se ci penso, forse c’è dell’ironia nel titolo.

Non sarebbe tanto difficile pensare che queste canzoni siano nate di getto, scritte in una notte insonne, dettate dalla necessità del momento. Ti ritrovi in questa visione romantica o ti capita di trovare le parole giuste in coda al supermercato? Come nascono queste canzoni?
“Sonnet #4” è stata scritta in venti minuti, credo, ma è veramente raro che mi accada così. Lavoro tantissimo sui pezzi, sui testi soprattutto. Per dire: “5.47 PM” nasce dalla seconda canzone che ho scritto in tutta la mia vita, quando suonavo la chitarra da due mesi; l’ho ripresa e rielaborata sia musicalmente sia a livello di testo per quasi due anni prima di dire “okay, adesso va bene”. Prima si chiamava “Flu & Bikes”, mi fa un po’ tenerezza. Di solito comunque musica e testi arrivano più o meno insieme, perché generalmente non riesco a slegare le due cose. Le parole però mi vengono in mente anche mentre non suono, quindi mi annoto sempre tutto e poi magari faccio dei “collage” di frasi, riscrivo versi, e così via. È un processo molto cerebrale.

Le band di riferimento che emergono all'ascolto di "SQGA" (Built To Spill, Modest Mouse, Pavement...) appartengono a un decennio che non hai vissuto musicalmente. Sono tante le giovani leve che stanno “rivivendo” a proprio modo gli anni 90. Non credo sia solo una moda, o mi sbaglio? C'è una band in particolare che credi responsabile della virata elettrica di Any Other?
Non credo che sia una moda, anche perché le band che hai citato hanno continuato a fare dischi in questi anni, magari con altri nomi - penso a Stephen Malkmus and The Jicks, ad esempio – ma hanno continuato. Penso che sia questo, unito al fatto che adesso si rivolge di nuovo l’attenzione a certe sonorità, a spingere le “giovani leve” a riproporre questo tipo di musica. Una band in particolare che mi abbia spinto a spostarmi sull’elettrico non c’è, è stata appunto una necessità dovuta al fatto che questo è il genere che ho sempre ascoltato e di cui sono sempre stata appassionata.

I tuoi compagni di viaggio hanno già altri progetti avviati – Marco con gli Assyrians e Erica con Enidd. Pensi in un loro maggiore coinvolgimento futuro nella scrittura dei pezzi, come una vera band, o Any Other è da considerarsi il tuo progetto personale?
Né l’una, né l’altra. I pezzi li scrivo comunque io (anche se in un pezzo nuovo ho chiesto a Erica di scrivere una strofa per motivi diciamo “personali”), ma ciò non significa che Any Other sia una cosa mia. È una cosa nostra, di tutti e tre. Se le canzoni esistono, ed esistono in questa forma, è grazie al lavoro che facciamo assieme, perché quando arrivo in saletta con un provino chitarra e voce e iniziamo a lavorarci non c’è nulla di definito.

Il video di "Something" mi ha ricordato molto quello di "Surrender" degli Smith Street Band. Un'idea semplice che funziona bene. C'è lo zampino di Gatto Bello, il felino che ha deciso di produrre il tuo disco?
Ah, loro nemmeno li conoscevo, per dire, ora me li segno e ci do un ascolto. Ovviamente sì, c’è lo zampino di Gatto Bello. Girare il video è stato molto divertente, alla fine facevo schifo ma abbiamo riso veramente tanto.

Un recente house concert sold-out in poche ore, tra pochi giorni il release party a Milano, presto l'apertura torinese agli Hop Along e tante altre date in versione full band. Nell'ultimo anno però hai suonato molto da sola, treno e chitarra acustica. Esperienze sempre positive?
Nella maggior parte dei casi sì, a volte un po’ meno, ma pazienza: me le sono portate tutte comunque a casa. Ho capito che suonare da sola di default non mi piace. Ogni tanto ci sta, ma ora come ora non voglio separarmi da Erica e Marco, perché mi fa sentire come se le canzoni perdessero di significato senza di loro.

Com'è andata al MIAMI?
Questa domanda è strana visto che il Mi Ami è stato a giugno, non me l’aspettavo. Comunque era andata bene, il set era voce e chitarra elettrica, l’ho fatto più per me che per altro, però è andata bene.

Te lo chiedo perché il Miami mi sembra una bella vetrina con un occhio di riguardo per le realtà indipendenti nostrane. Secondo te, ha senso di parlare di scena indie italiana? Tu senti di farne parte, o la situazione ti sembra più frammentaria ed è più facile parlare di rivalità per la "sopravvivenza"?
Non so se abbia senso parlare di scena indie italiana, per quanto io mi renda conto che ci sono certi "filoni" (tipo quello del cantautorato, per dirne uno) in cui si potrebbero raggruppare più musicisti/gruppi. In ogni caso non mi sento parte di alcuna scena, anche se ovviamente ci sono alcuni gruppi italiani a cui mi sento vicina a livello di suono.
Fare parte di una scena però significherebbe condividere, almeno per me, qualcosa in più del semplice suono - parlo di idee sulla musica e di ciò che gravita intorno alla musica. Non sempre però questo accade. Pensare a una "rivalità per la sopravvivenza" mi fa abbastanza gelare il sangue: suonare non è una competizione e non dovrebbe esserci uno spirito di tipo agonistico. È giusto impegnarsi al massimo in quello che si fa, ma non per questo bisogna pensare di farlo in una gara con gli altri. In ogni caso, se c'è questo tipo di rivalità a me non interessa, la cosa non mi tocca e spero che non tocchi nessuno, perché sarebbe appunto molto triste.

Vivere di musica, lo dicono tutti, è praticamente impossibile. Sarebbe giusto poter insistere su questa strada, dire "io voglio fare questo", perché poi di lavoro si tratta. Un esordio come "SQGA", a poco più di 20 anni, potrebbe aprire mille possibilità, soprattutto - inutile negarlo - all'estero. Cosa ne pensi? Saresti disposta a mollare "il resto della tua vita" per la tua musica?
Io nella vita voglio fare questo. Sembrerò romantica o sentimentalista, ma suonare è la cosa più importante per me, quindi non mi pongo nemmeno il problema del mollare "il resto della mia vita", perché suonare è appunto la cosa più importante. Se penso che un giorno, magari, potrei passare le mie giornate a fare solo questo o cose che riguardano questo, beh... ecco, sarebbe troppo bello. Me ne andrei via anche da qui, non mi interessa il posto in cui sto, mi basta poter suonare. E poi appunto, ho ventuno anni, mi sembra il momento giusto per provarci seriamente. Speriamo bene!