Ci sono dischi che, con il tempo, smettono di appartenere solo a chi li ha scritti per diventare patrimonio collettivo. È il caso di “Socialismo Tascabile”, debutto degli Offlaga Disco Pax uscito nel 2005, che oggi – a distanza di vent’anni – torna a risuonare in un tour che ha registrato sold-out ovunque, con date raddoppiate per accogliere un pubblico che non solo non ha dimenticato, ma che si è addirittura moltiplicato. Max Collini, voce narrante e cuore politico del collettivo emiliano, ci accoglie in questa lunga conversazione che attraversa non solo il ritorno degli Offlaga, ma anche i suoi percorsi paralleli, dagli Spartiti alla carriera da monologhista, fino a riflessioni più ampie sull’Italia di oggi, i social, la memoria storica, la toponomastica e il senso della parola antifascismo nel 2025.
Vent’anni dopo
C’è un grande entusiasmo riguardo a questo tour, sold-out ovunque, con anche date raddoppiate per accontentare il pubblico. Com’è stata questa prima parte del tour, in attesa che annunciate le date dell’estivo?
Guarda, io e Daniele abbiamo immaginato questo tour per un solo motivo: volevamo risuonare le nostre canzoni. È una cosa che non facevamo da tanti anni. Canzoni che, di fatto, ci hanno cambiato la vita. Prima di pubblicare “Socialismo Tascabile”, nessuno di noi immaginava di potere avere una carriera artistica. Quel disco, invece, ci ha proiettati in una dimensione che non avevamo ancora vissuto. Io, personalmente, non avevo fatto nulla prima in ambito artistico. Il mio primo concerto l’ho fatto nel 2003, a 36 anni compiuti. Ho iniziato nel momento in cui molti smettono. Enrico e Daniele suonavano già, avevano avuto dei gruppi, ma nessuno di noi aveva grandi ambizioni. L’uscita del disco, nel 2005, ha cambiato tutto: ci ha dato una direzione e aperto una possibilità concreta. Su quella possibilità abbiamo costruito dieci anni di tour, dischi, concerti, e soprattutto un rapporto con il pubblico. Quindi l’idea del tour è nata dalla voglia di celebrare quel disco, anche approfittando di una scusa simbolica – i vent’anni – e di risuonare quelle canzoni, quelle ambizioni. Pensavamo a qualcosa di semplice: qualche club, rivedere un po’ di vecchi amici, una sorta di rimpatriata. Quello che non ci aspettavamo è stato il riscontro: in questi dieci anni, senza che ce ne accorgessimo, sono successe cose che non conoscevamo. Probabilmente nuove generazioni hanno scoperto quel disco, ma non hanno mai avuto occasione di sentirlo dal vivo. Il risultato è che oggi i numeri sono il doppio, a volte anche il triplo, rispetto a quelli che avevamo negli anni migliori degli Offlaga, tra il 2008 e il 2010. Una cosa che ci ha colto completamente impreparati, ma che ci rende enormemente felici.
Ci sono molti giovani ai concerti?
Ero convinto che saremmo tornati a suonare per dei lupi grigi, diciamo la mia generazione o quella immediatamente successiva, il pubblico che aveva 25, 30 anni ai tempi e che oggi inevitabilmente ne ha 45, 50, o anche di più. E in effetti, quelle persone sono tornate, ho rivisto volti che non vedevo da anni, ed è stato bellissimo. Quello che però non mi aspettavo, per niente, è stata la presenza dei venticinquenni, dei trentenni, degli universitari, e persino dei liceali. Mi è capitato più volte di trovare in prima fila ragazze e ragazzi di 18, 19, 20 anni. Un pubblico che già vent’anni fa facevamo fatica a intercettare. I nostri erano già allora dischi pensati almeno per studenti universitari. I liceali praticamente non li vedevamo, mentre oggi sì. Credo che ci sia una carenza di contenuti nella musica contemporanea, e questo – anche se parliamo di una nicchia, di una minoranza – spinge alcune persone a cercare quei contenuti altrove. Se non li trovi nelle cose di oggi, vai a cercarli in quelle di ieri. Altrimenti non riesco a spiegarmi perché un diciottenne o un ventenne venga a vedere gli Offlaga e conosca tutti i testi a memoria. Mi capita davvero di trovarmi davanti a un pubblico giovanissimo che urla le parole meglio di me, che, per inciso, ho bisogno del leggio per ricordarmele…
C’è qualche aneddoto, qualche incontro che puoi già ricordare del tour?
A Roncade, per esempio, in Veneto, abbiamo fatto un concerto sold-out in una sala da 800 posti. Dopo lo spettacolo si è fermato a parlare con me un ragazzo giovane, avrà avuto una ventina d’anni. Mi ha raccontato che da adolescente era stato completamente assorbito dall’ambiente della destra leghista. E poi, non si sa come, è arrivato ad ascoltare gli Offlaga. Questo, insieme ad altre esperienze che ha fatto, lo ha portato su un’altra strada. Devo dire che questa cosa mi ha quasi spaventato, nel senso che non abbiamo mai avuto un approccio pedagogico alla musica che facciamo. Ma se qualcuno si avvicina a certi contenuti proprio grazie a quello che facciamo, è una cosa molto bella. In un’altra occasione una professoressa mi ha detto che quando tratta alcuni temi di storia contemporanea in classe, fa leggere o ascoltare “Robespierre”. Così i ragazzi si incuriosiscono e poi vanno a cercare su Google i riferimenti presenti nel brano, per capire di cosa si sta parlando. Ecco, queste cose qui fanno effetto.
Robespierre, caramelle cinnamon e altre metafore pop
Una chiave di lettura potrebbe essere quella che gli Offlaga Disco Pax hanno anche a loro modo, una scrittura pop. Sei d’accordo ?
Credo che i riferimenti nei nostri testi siano pop, in quanto sono legati a oggetti della vita quotidiana ed esperienze personali. Racconto storie minime e autobiografiche che parlano al cuore di chi ha vissuto cose simili. Questa è la forza della musica pop: l’identificazione. Molti mi dicono che le nostre canzoni riflettono i loro stati d’animo. Anche se noi non facciamo canzoni pop classiche, il nostro pubblico si riconosce nelle narrazioni e nel tessuto sonoro.
Alcune di queste immagini hanno una loro densità che fa scattare una memoria diversa da quella razionale. Prendi ad esempio l’immagine della televisione che capta TeleCapodistria, in “Cinnamon”. La scena non è molto differente da quella di una persona che oggi cerca di smanettare su Internet per intercettare una qualche onda anomala che gli che gli porti un contenuto che gli somigli. In questo modo diventa qualcosa di trasversale alle generazioni. Probabilmente è questo che aggrega.
Parafrasando il titolo di un tuo libro, lo potremmo chiamare “antifascismo senza retorica”?
Mi piace molto questa analogia tra me che guardavo TeleCapodistria dieci anni fa, e un liceale che oggi smanetta sul computer per cercare qualcosa di diverso da tutto quello che gli propinano. È lo stesso spirito, alla fine. Anche io cercavo qualcosa che venisse da lontano, quasi inimmaginabile. Oggi le informazioni sono ovunque, ce ne sono molte più di quante ne avessi io da ragazzo. Però c’è anche un rumore di fondo enorme. Se da questo rumore emergono cose come gli Offlaga, qualcosa vorrà pur dire. Di sicuro, il pubblico che viene ai nostri concerti ha una certa consapevolezza culturale, sociale, politica e conosce già i nostri brani, anche solo per averli ascoltati su qualche piattaforma.
Un collettivo neosensibilista
Mi spieghi la definizione “collettivo neosensibilista contrario alla democrazia nei sentimenti”? Quando avete iniziato a chiamarvi così?
È uno slogan che mi è venuto spontaneamente ed è stato uno dei primi elementi identificativi del progetto. L’idea di identità collettiva mi è sempre piaciuta molto. Tre individui di sesso maschile, tutti con un ruolo creativo, che però devono andare d’accordo. Provo a spiegare anche “contrario alla democrazia nei sentimenti”. La democrazia si basa sul principio del 50% più uno. Ma in una relazione sentimentale – in una coppia, quindi tra due persone – il 50% più uno equivale al 100%. Se siamo in due, il 100% siamo noi due insieme, e il 50% è uno solo. In pratica, il consenso totale in amore lo ottenevano solo i regimi: quelli granitici, come il regime bulgaro o la Cina maoista, dove si votava con il 99,99% dei consensi. Ecco il punto: i sentimenti non funzionano secondo logiche democratiche, perché i sentimenti sono dittature. Quando ami o sei amato, non c’è mediazione, non c’è voto: c’è solo assoluto.
In “Sensibile”, tratto dall’album “Bachelite“, scrivi: “la parola ‘sensibile’ resta dubbia e ambivalente/Come il coinvolgimento dei NAR per i fatti del 2 agosto 1980/Francesca Mambro è citata nei ringraziamenti di un disco intitolato/’Abbiamo pazientato 40 anni, ora basta!’. Sensibili anche loro”…
Io per quella canzone ho preso un pugno in faccia che mi ha steso, ho rischiato di lasciare un occhio per terra. Nel 2013, durante un concerto dei Massimo Volume, sono stato aggredito nel backstage da Dario Parisini. Io non lo conoscevo affatto. A quanto pare, anni dopo l’uscita di quel disco dei Disciplinatha, lui aveva deciso che quella fosse l’occasione per regolare qualche conto personale. Mentre stavo parlando con Emidio Clementi, mi si è avvicinato, senza dire nulla, e mi ha tirato un pugno in faccia. Mi ha steso e poi è scappato. Non si è mai scusato, non si è mai fatto vivo. Io ho scelto di non denunciarlo, anche se l’episodio è avvenuto davanti a una ventina di persone. Avrei potuto farlo, certo. Ma alla fine ho lasciato perdere. È morto un paio d’anni fa, quindi forse oggi non ha neanche senso tornarci su. Il punto è che quel disco, in cui il suo gruppo diceva cose come “non siamo fascisti, siamo buoni”, rifletteva più un’estetica che una reale presa di posizione. Il vero punto riguarda il linguaggio. Il tema è sempre quello: l’uso sconsiderato delle parole. C’è sarcasmo, c’è iperbole, certo, ma l’idea che le parole contino è fondamentale. Nanni Moretti, ad esempio, ci ha costruito una carriera.
Dittature e libertà
Eppure l’importanza data alle parole viene ultimamente tacciata di essere una via per limitare la libertà di espressione. Come la mettiamo?
Che è vero esattamente il contrario. Le persone che danno importanza alle parole vorrebbero che tutti lo facessero, perché le parole hanno un peso e spesso sono pietre: possono fare male. Invece oggi, se usi un certo modo di esprimerti rispettoso e inclusivo, che in qualche modo tenga conto di differenze e di complessità, passi per uno che vuole imporre qualcosa. Di contro, viene invocata una libertà di espressione per cui si può dire tutto quello che si vuole, compresi gli insulti, compreso il linguaggio meno inclusivo possibile, più offensivo possibile, ma guai a farlo notare.
Colpa anche dei social?
I social rappresentano l’elemento fondante su cui si costruiscono oggi molte discussioni, spesso profondamente ideologiche. Nella mia esperienza personale ho potuto osservare come la radicalizzazione degli ambienti digitali sia anche frutto della capacità, da parte di certi politici o influencer – soprattutto di estrema destra – di veicolare parole d’ordine semplici e immediate, mentre a sinistra, dove c’è più complessità e riflessione, diventa molto più difficile trovare una sintesi comunicativa efficace. Manca spesso un linguaggio diretto. Questo nonostante il fatto che, sì, i concetti portati avanti dall’estrema destra siano spesso vuoti, superficiali, ma funzionano proprio perché sono facili da comprendere: poche parole, slogan d’impatto. Prendiamo il termine woke, per esempio. Ma che significa davvero? È diventato quasi una moda dire “la dittatura del woke”, ma cosa sarebbe? La dittatura del fatto che io voglio essere più inclusivo verso le minoranze? Che voglio essere empatico verso esperienze e culture diverse dalla mia? Se questa è una dittatura, allora forse dobbiamo rivedere cosa intendiamo per libertà. Perché spesso, dietro queste polemiche, si nasconde una realtà inquietante: discriminare costa poco e dà un sacco di risultato nel breve periodo, perché concedi alle persone l’idea che possano dire quello che vogliono, senza vergognarsi di nessun pregiudizio. Ma nel lungo periodo contano l’economia, l’occupazione. E allora magari sarà sufficiente andare a votare per cambiare l’aria che tira. Mi basta guardare il governo spagnolo, insomma, dove le politiche, e i risultati, sono diversi anche in termini economici.
Ok, ma un musicista non dovrebbe pensare solo a suonare, un cantante a cantare, e via dicendo?
Il mondo che ci circonda chiederebbe questo. In una società incentrata sull’individualismo e sulla difesa del sé e della ristretta cerchia personale, i testi delle canzoni riflettono questa chiusura e atomizzazione sociale. Per questo parlano del tempo. Nelle ultime edizioni, Sanremo sembrava sponsorizzato da un’azienda meteo. Tutti i testi parlavano di pioggia, sole, vento, neve, pur di riempire contenuti vuoti, utilizzando elementi più o meno simbolici. Però anche questo alla lunga stanca. Non è un caso che quest’anno cantautori come Brunori e Lucio Corsi siano arrivati ai primi posti. Le loro canzoni, non proprio standard né sanremesi, avevano qualcosa da dire. Un artista non deve adeguarsi al pensiero di nessuno, nemmeno a quello del suo pubblico. Guarda Vasco Rossi: il suo pubblico probabilmente la pensa diversamente da lui. Magari si trova in una posizione in cui se lo può permettere, ma comunque il lavoro che sta facendo su alcuni valori, alcuni temi, me lo fa stare molto simpatico.
Prove tecniche di formazione
Tornando agli Offlaga, come è stata l’interazione con il nuovo membro Mattia Ferrarini, che ha raccolto l’eredità di un bravissimo musicista e caro amico scomparso come Enrico Fontanelli?
Siamo ripartiti da dove avevamo lasciato, cercando di ricreare il suono dei nostri concerti di allora. Abbiamo anche usato molti degli strumenti originali di Enrico. Mattia suona il suo basso, le sue tastiere. Allo stesso tempo, però, gli abbiamo lasciato la libertà di reinterpretare personalmente quei suoni e quelle canzoni. Non abbiamo voluto fare un’operazione puramente archeologica. In alcuni brani, per esempio, in passato usavamo delle basi pre-registrate, mentre oggi le abbiamo sostituite con sequenze programmate in diretta, un lavoro fatto con le macchine, ma dal vivo. Questo ha dato più ricchezza e varietà ai live. Mattia ha fatto un ottimo lavoro. Avremmo potuto scegliere una via più semplice: prendere un turnista, dargli il disco da imparare e preparare tutto in una settimana. Mattia è come noi quando abbiamo iniziato: appassionato, senza una grande carriera alle spalle, ma con un ascolto profondo, una sensibilità, un modo tutto suo di fare le cose.
Vi è venuta voglia, in questo periodo in tour, di lavorare a materiale nuovo?
E’ una domanda senza risposta, perché di materiale nuovo non ce n’è, ma non c’è mai stato neanche il tempo di pensarci. Il nostro obiettivo è riproporre nel giro di qualche mese il miglior concerto possibile. Il rispetto per il nostro repertorio deve essere assoluto, non presenteremmo mai un brano che non siamo in grado di suonare adeguatamente. A questo si aggiunge il senso di responsabilità verso un pubblico molto numeroso. Mi sembra difficile anche l’idea di affrontare, dopo tutto questo tour, del materiale nuovo, però chissà… certamente, comunque, mi piacerebbe fare un disco nuovo di Max Collini.
Dagli Offlaga… agli Offlaga
Dietro questo ritorno c’è anche il tuo percorso da solista e con gli Spartiti?
Quando gli Offlaga si sono sciolti, avrei potuto chiudere tutto lì, sciogliere anche me stesso, perché prima non facevo niente di simile e avrei potuto semplicemente tornare a non farlo. Ma il punto è che con gli Offlaga, per dieci anni, ho scoperto la possibilità di esprimermi attraverso gli spettacoli, e volevo continuare. Ovviamente era una dimensione diversa. Senza una band sapevo benissimo che non avrei mai raggiunto gli stessi numeri. Ma non è mai stato un problema per me: fa parte del gioco. Ho fatto tante cose. I dischi con Jukka Reverberi sotto il nome Spartiti sono stati fondamentali per continuare a percepirmi come artista, anche se piccolo. Poi, quando Jukka è tornato a lavorare a pieno ritmo con i Giardini di Mirò, si è creato uno spazio vuoto che mi ha spinto a reinventarmi come monologhista. I due tour, “Max Collini legge L’indie”, e “Storie di antifascismo senza retorica”, sono andati molto bene, il secondo è diventato anche un libro, che ha venduto 5.000 copie. Certo, i numeri contano, ma più che altro è stato un modo per esplorare un altro lato di me. Il mio lavoro da solista, o con gli Spartiti, ha mantenuto un legame con il pubblico. Forse se non ci fosse stato quel legame, non ci sarebbe stato nemmeno questo ritorno.
Che bilancio trai dell’esperienza come Spartiti, a distanza di qualche tempo?
È stata fondamentale. Mi ha permesso di ripensarmi, di lavorare in altri modi, con un musicista diverso, riuscendo comunque. Non sono un cantautore classico, sono uno scrittore di testi. E Spartiti mi ha dato la possibilità di esprimermi in una forma nuova, in un dialogo artistico che ha funzionato. E poi c’è il punto di vista personale e umano. Jukka è uno dei pochi amici veri che ho. Quando ho dei dubbi, dei momenti di difficoltà rispetto a certe cose che succedono intorno a me, confrontarmi con lui è sempre un momento prezioso. Ci sentiamo spesso, anche se magari non ci vediamo tanto. Ma il contatto è costante. Lui e Arturo Bertoldi – con cui ho scritto “Storie di antifascismo senza retorica” – rappresentano dei punti di riferimento per me: culturale, sociale, politico.
Luoghi, futuro e memoria
La toponomastica, adesso che stai di nuovo girando l’Italia con loro e comunque l’hai girata tantissimo con gli spettacoli di cui abbiamo parlato, è cambiata dai tempi di “Piccola Pietroburgo”? La provincia conserva ancora quella identità di custode di uno spirito socialista?
Secondo me, uno dei problemi più drammatici della provincia, oggi, è lo spopolamento giovanile. Ogni volta che mi capita di andare in una città di provincia, mi emoziona ancora vedere certe tracce del passato. Magari non c’è sempre una via Berlinguer, ma via Togliatti sì, quella c’è quasi ovunque. Poi però mi rendo conto che mancano i giovani che si chiedano anche solo: “Chi era Togliatti?”. E questo perché non ci sono più, sono andati via. I nomi delle vie non si cambiano – non tanto per motivi politici, ma per questioni pratiche: non cambiare l’indirizzo, i documenti, le utenze, creando fastidio ai cittadini. Così si lascia tutto com’è, anche se il contesto intorno è cambiato completamente. Un esempio che mi fa sorridere, per quanto paradossale: a Reggio Emilia, la sede internazionale di Fineco si trova in via Rivoluzione d’Ottobre. È un contrasto quasi comico: la modernità finanziaria europea ospitata in una strada che porta il nome della rivoluzione bolscevica. Ma cambiarle nome? Impossibile. Non lo farebbe neanche un’amministrazione di destra, perché sarebbe un problema logistico enorme per i cittadini. Il problema però è più profondo: la toponomastica oggi non premia più la memoria, perché chi dovrebbe custodirla, i giovani, non c’è più. Questo sta creando un’Italia a due velocità: da un lato ci sono le periferie, i piccoli centri, sempre più vuoti e abbandonati, con pochissimi investimenti, sanità ridotta al minimo, servizi scarsi. Dall’altro, le grandi città che crescono, spesso disordinate, ma ancora capaci di offrire opportunità. Non sono un demografo, ma ho l’impressione che il quadro sia piuttosto chiaro. Il calo delle nascite peggiora tutto: i giovani sono sempre di meno, contano poco anche politicamente. E tra quelli che hanno talento o idee, tanti scelgono di andare via, perché qui non vedono futuro.
E tu sei pessimista?
Di carattere non sono una persona negativa. Non sono nemmeno un ottimista. Diciamo che ho quello che si chiama “pessimismo della ragione”: l’ottimismo, quando c’è, lo tengo a debita distanza dalla logica. Però bisogna ricominciare a costruire, per quanto sia difficile. Vorrei che la Costituzione italiana nei suoi principi fondamentali non venisse cambiata, anzi che venisse realizzata, perché il contrario della parola fascismo non è comunismo. Il contrario della parola fascismo è democrazia.
Come festeggerai il 25 aprile?
Gli Offlaga, e io con loro, saremo a Monte Sole, uno dei luoghi simbolo della memoria italiana, a commemorare una delle più gravi stragi nazifasciste della Seconda guerra mondiale: la strage di Marzabotto. Per un gruppo come il nostro, essere stati invitati a partecipare a un evento del genere è un grandissimo onore. E so che rischio di sembrare retorico, ma lo dico con sincerità: è un privilegio enorme poter portare le nostre canzoni davanti a quel pubblico, in un contesto di memoria così universale e profondo.
(24 aprile 2025)
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Un nuovo gioco di società di Gianluca Polverari Il 2012 si sta caratterizzando per il ritorno discografico di importanti band della scena indie italiana, di quella che riesce a raccogliere parecchio pubblico ai concerti e che fa parlare di sé con le sue pubblicazioni. I reggiani Offlaga Disco Pax sono probabilmente uno dei gruppi che più ha suscitato attenzione, interesse e plauso negli anni più recenti. Questo è il merito di un riuscito intreccio tra i racconti recitati di Max Collini, sempre molto intelligenti, arguti e che sanno comunicare direttamente alle orecchie e alla mente di ognuno episodi di vita e di società, e le musiche ricercate ma mai ostiche di Enrico Fontanelli e Daniele Carretti. Ora il trio sta promouovendo live il suo nuovo album “Gioco di società“, un ulteriore mix di ricordi d’infanzia, storie ultras, sport che diventa politica, attualità che vuole stravolgere la sua storia passata più importante e bella, amore e i suoi tormenti. Il disco è inoltre un’autoproduzione, una scelta voluta dagli stessi Offlaga che è una sfida ulteriore per una formazione dalla quale il pubblico si attende sempre tanto a livello di emozioni. Traendo spunto dal titolo, il “Gioco di società” che significato ha per voi? Max Collini: Il titolo viene da una intuizione di Enrico, mi è piaciuto fin dall’inizio, si presta a molte letture e può essere interpretato in varie forme a seconda del contesto, credo esprima molto bene lo spirito del disco e il suo contenuto. Enrico Fontanelli: L’idea nasce partendo dalla riscoperta di “Corteo”, un gioco da tavolo risalente agli anni 70 che metteva in scena una manifestazione condivisa da varie entità della sinistra extraparlamentare. Il tutto si svolge su di un tabellone raffigurante una città immaginaria, con tanto di toponomastica improbabile (“Largo alle tangenti”, per citarne una). Di sicuro fa un certo effetto, per chi come me ha vissuto Genova 2001 in prima persona. L’idea di controraffigurare la nostra città sulla copertina del disco è venuta come spontanea di conseguenza ai testi di Max, nei quali Reggio Emilia diventa quasi protagonista. Il passaggio da “Corteo” al più semplice “Gioco di Società” mi è scattato di nuovo pensando ai testi, poi al pensiero che quel tabellone, la nostra città, ha bisogno di una scossa che la riporti in vita, sia nel sociale comune sia nella vita politica. Il gioco si ripresenta poi per la terza volta in tre album, là dove nel primo erano prove tecniche di trasmissione di un infante alle prese con un sintetizzatore, nel secondo i regoli, primo passo di ingresso nel mondo degli adulti in cui il gioco ti aiuta a fare i conti con il circostante. Un gioco da tavolo non è propriamente invitante all’uscire, ma forse è proprio per questo che non ci sono regole o indicazioni precise all’interno. E’ una rappresentazione del reale che spinge allo stesso, piuttosto che al soffermarcisi. I testi marcano in maniera profonda soprattutto il periodo dell’infanzia, pre-adolescenza. C’è da parte di Max in qualche modo nostalgia per quei tempi? Max Collini: Non so se lo facciano in maniera profonda, ma certamente ripercorrono un periodo diverso dal presente. Tuttavia nel disco ci sono anche molti contenuti riferiti a un passato molto più prossimo e spesso convivono diverse epoche nello stesso brano. Io credo di parlare sempre del mondo di oggi, magari per sottrazione, indirettamente. Il passato è un termine di paragone, un pretesto, un riferimento per misurare il qui e adesso. L’ultima traccia “A pagare e morire“, invece, narra vicende personali e lavorative più attuali. Questo episodio forse descrive al meglio ciò che è l’attuale società ossia violenta, repressa, spaventata e che spesso porta a tradire i valori in cui si è sempre creduto pur di sopravvivere. Come artisti e lavoratori intravedete soluzioni e/o speranze nel futuro? Enrico Fontanelli: Triste dirlo ma fa parte del mio Dna da sempre. Non faccio progetti. Un passo alla volta. Prediligo le situazioni in divenire, il che non fa certamente di me un baluardo della flessibilità. Ma uno dei motivi per cui non sopporto le dinamiche del mondo del lavoro sono le cose di cui parli, la competizione e la sete di carriera in contrasto con la mia idea di cooperazione atta a un risultato di benessere comune, dove il tuo coincide col mio. Max Collini: Io non credo di avere tradito alcun valore per poter sopravvivere, infatti non sono diventato né ricco né vagamente benestante, nonostante la professione in apparenza borghese. Come dico in “Sequoia”, le nostre generazioni non sono state toccate da guerra e miseria, ma non sono così sicuro che sarà così per le prossime. Non è molto ottimistico, lo so. Il disco è meno immediato a livello di suoni. Avete utilizzato tastiere analogiche, strumenti giocattolo, piano. Si ha l’impressione che l’album, a livello musicale, richieda più ascolti attenti per coglierne essenza e sfumature. Le musiche sono state meditate proprio per questo tipo di approccio? Enrico Fontanelli: Lo strumento è sempre un giocattolo per quanto mi riguarda, in quanto forma espressiva, di comunicazione, via di fuga. Ma se per giocattolo intendi cheap, la strumentazione che mi riguarda è composta da sintetizzatori, quelli che mi accompagnano dal vivo, più qualche altro per curare gli arrangiamenti. Non sono sicuro che questo disco sia meno immediato degli altri, me lo sono domandato se non altro per via della compattezza di un suono che non lascia spazio a preferenze, prendere o lasciare, là dove per esempio “Bachelite” tendeva a mio parere a una enciclopedicità di fondo. Non c’è grande meditazione sulle musiche che non sia stata decidere a monte cosa suonare, scelta che si riflette sulla riproducibilità delle tracce una volta sul palco. Si è di nuovo scelto e con ancora più fermezza che il computer non avesse a che fare con l’esecuzione live. Poi tanta spontaneità studiata, se possono coesistere. Daniele Carretti: Nessuno strumento giocattolo usato, abbiamo abbandonato anche le tastiere Casio in questo disco, tutto suonato con strumenti analogici. Per come ho vissuto io l’approccio alle musiche, non c’era nessuna intenzione di complicare l’ascolto e renderlo più o meno immediato. E’ stato composto e registrato in un breve periodo di tempo, per i nostri standard, e le registrazioni sono avvenute per la maggior parte live con pochissime sovraincisioni. Per quando riguarda le sfumature e il maggior numero di ascolti, credo che tutti e tre i nostri album abbiamo bisogno di attenzione e ascolti per cogliere al meglio tutti i suoni presenti e gli arrangiamenti. Dal mio punto di vista “Gioco di Società” è molto più diretto e più “leggero” di “Bachelite”, che aveva una produzione e suoni molto più complessi e da “ascoltare”. Max Collini: Non ricordo strumenti giocattolo utilizzati in studio, ma forse dormivo sul divano del Bunker e non me ne sono accorto… Questo è il vostro primo album a uscire con la sigla discografica ODP. Insomma un’autoproduzione. Per voi questa è stata una scelta obbligata oppure un qualcosa di fortemente voluto? Daniele Carretti: Credo che la strada dell’autoproduzione sia in questo momento molto più interessante e lasci molti più spazi di di movimento. Nessuna costrizione e nessun motivo particolare comunque dietro a questo, semplicemente è capitata l’occasione giusta per fare le cose interamente a modo nostro e senza passare attraverso esterni, non che prima comunque nessuno ci obbligasse a nulla di particolare e con Audioglobe abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto. Questo comunque ci porta ad avere anche maggiore consapevolezza e controllo su quello che stiamo facendo e sul come lo stiamo facendo. Max Collini: Nessuna scelta obbligata, potevamo restare con Santeria, con cui abbiamo avuto un rapporto positivo in questi anni. Al terzo giro abbiamo semplicemente preso atto di avere costruito nel tempo una sempre più forte autonomia artistica e gestionale del progetto, delegando via via meno all’esterno. L’esperienza del “Prototipo Ep” nel 2010 è stata significativa e molto ben riuscita e abbiamo deciso di continuare per quella strada, lasciando a Venus la sola licenza di stampa e distribuzione del cd, mentre il vinile lo abbiamo seguito noi dall’inizio alla fine, impacchettamento compreso. Abbiamo forse un po’ più di beghe burocratiche e amministrative, ma non è che prima fosse poi così diverso. Se non altro se le cose andranno male sapremo già con chi dovremo prendercela… Enrico Fontanelli: Continuo ad avere un forte legame con l’idea di label intesa come filtro, ma per come stanno le cose oggi nel mondo della musica potere unire una totale libertà artistico progettuale a un minimo di disponibilità economica che ci permetta di lavorare in pace è di certo la soluzione migliore. Indipendenti lo siamo sempre stati, ma quella è una forma mentis, prima di tutto. “Parlo da solo” è un brano introspettivo per una storia d’amore terminata. In verità poi qui si fa il contrario perché queste riflessioni diventano dominio pubblico essendo inserite nella canzone. Quando Max scrive, dopo tutti i riconoscimenti ottenuti, prova la sensazione o consapevolezza che ormai tutto non è più un affare privato? Influisce sulla spontaneità? Max Collini: La mia scrittura nel tempo è diventata più dimessa, ma non saprei dire esattamente perché. In altri periodi “Parlo da solo” forse avrebbe avuto un testo meno ermetico, più diretto. Amo molto questa canzone, ha un ruolo decisamente terapeutico per un dolore che mi ha segnato profondamente. Provo cose molto negative e da quella relazione sono uscito traumatizzato e alla mia età non è certo onorevolissimo. Spero che questo brano mi aiuti a superare definitivamente il risentimento in cui sono affogato per troppo tempo. Credo sia una risposta abbastanza spontanea. La Reggiana entra talvolta nei vostri brani, soprattutto sotto l’aspetto della sua tifoseria. Quale è la vostra opinione sul mondo ultras? Max Collini: Sono molto incuriosito da un certo tipo di mondo ultras, ma non da alcune derive violente o parafasciste che invece mi spaventano assai. Goliardia, tifo smodato ed estremismo campanilista a prescindere mi affascinano, ma da lontano, lo ammetto. Se vado allo stadio Giglio a vedere la Reggiana, infatti, è più facile trovarmi in tribuna. E penso che Giuseppe Alessi sia un dio del calcio: che ci frega di Leo Messi, noi abbiamo Beppe Alessi! Forza Règia! Enrico Fontanelli: Da bambino ho potuto ammirare pur in lontananza la curva della mia squadra del cuore in varie occasioni, forse la curva più importante tra quelle di A, quanto meno per il mondo ultras, visto che la Fossa dei Leoni è il primo gruppo organizzato che si conosca in Italia. Era un mondo che allora viveva di contrasti come oggi, ma trovo che all’epoca fotografasse più integralmente lo stato sociale di quanto non possa permettersi ora. Adesso certo entusiasmo è andato perduto, il mio riferimento in tal senso rimane quello del pubblico inglese che sa unire passione al rispetto per l’avversario, ed evita commistioni politiche che non abbiano a che fare con la società tutta, al di fuori dai colori. Si racconta della vecchia sezione del Partito Comunista a Reggio Emilia, (“Palazzo Masdoni”) così come si è fatto in passato descrivendo altre situazioni di quando si faceva politica in gioventù. Questo aspetto nostalgico sembra indicare come tanti valori e ideologie siano andate perdute. E allora in questo preciso momento storico che importanza ha l’esistenza di Piazza Lenin a Cavriago? Max Collini: Palazzo Masdoni era la sede della federazione provinciale reggiana del Partito, non una sezione di due stanzette come qualcuno potrebbe immaginarlo descritto così. E’ un edificio nobilissimo ed enorme, sembrava un ministero e un po’ forse lo era pure, a suo modo. Il sindaco di Cavriago (approfitto per precisare ancora una volta che noialtri ODP, tutti e tre, siamo di Reggio Emilia e non di Cavriago) di recente in una intervista ha affermato che il busto di Lenin nei decenni in cui ha campeggiato nella sua piazza, “non ha mai detto una sola parola”. Sottoscrivo. ***
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| OFFLAGA DISCO PAX | ||
| Socialismo tascabile (Santeria, 2005) | 8 | |
| Bachelite (Santeria, 2008) | 7.5 | |
| Prototipo Ep (Autoprodotto, 2010) | 6 | |
| Gioco di società (Venus, 2012) | 6.5 | |
| SPARTITI | ||
| Austerità (Woodworm, 2016) | 6.5 | |
| Servizio d'ordine (Woodworm, 2017) | 6.5 |