“Love and Theft” è un buon disco, suonato in modo esemplare e ricco di canzoni che ti entrano in testa già dal primo ascolto. I musicisti coinvolti sono i medesimi dell’ultima formazione usata da Dylan per il Neverending Tour: Charlie Sexton, Larry Campbell, Tony Garnier, David Kemper con l’aggiuta del tastierista dei Texas Tornados Augie Meyers.
L’inizio è abbastanza carico e il rock-blues di “Tweedle dee & tweedle dum” è costruito sulla falsa riga di “Political world”, brano d’apertura di “Oh Mercy” capolavoro del 1989. Con “Mississippi” sembra veramente di tornare indietro di parecchi anni; un folk elettrificato che sembra un outtake di “Highway 61 revisited”, se non fosse per la pulizia del suono e le influenze texane dei musicisti presenti. E’ una classica composizione di Dylan, così classica che quasi ti viene di anticipare la melodia, ma sfido chiunque a scrivere qualcosa del genere. Con il terzo brano non si riesce a credere alle proprie orecchie: “Summer days” è un rockabilly-swing molto anni ’50 e fa un certo effetto sentirlo cantare dalla voce rauca, sofferta ma molto espressiva di Dylan. I musicisti si immergono completamente nel ruolo ed il brano risulta coinvolgente e persino ballabile. Si continua con le atmosfere anni ’50, anche se più rilassate, di “Bye and bye”con la band che swinga alla grande ed il suono diventa molto jazzato. Impressiona la bravura e la duttilità dei musicisti (prettamente rock); in particolare Charlie Sexton infila una serie di assoli ben inquadrati nell’ambiente creato dal produttore Jack Frost e dalle particolari composizioni del vecchio Bob.
Il brano successivo è il meno convincente: “Lonesome day blues” è (come dice il titolo) un blues elettrico suonato con professionalità, ma abbastanza ripetitivo e lungo (ben 6 minuti). “Floater (too much to ask)” ci riporta ancora più indietro nel tempo; l’introduzione di violino, la ritmica che swinga e la solista che lavora di fino creano un’atmosfera anni ’30 molto particolare. Il brano è molto orecchiabile e gli stacchi inseriti ci danno ancora una misura del genio del cantautore di Duluth. Chitarrra e banjo, voce nasale, rauca e sofferta introducono “High water (for Charlie Patton)”, un brano che non avrebbe sfigurato nella colonna sonora di “Pat Garrett & Billy The Kid”; tra country, blues e il crescendo ritmico del brano, scorrono i 4 minuti abbondanti del brano. Ritorniamo ancora ad atmosfere anni ’30 con “Moonlight” brano che sembra essere stato scritto da George Gershwin, tanto è presente una componente “classica”; sembra quasi che negli ultimi tempi Bob Dylan non abbia ascoltato altro che Django Reinhardt o i dischi cantati di Chet Baker… Si ritorna di colpo a un brano sullo stile di “Highway 61 Revisited” con la slide e la ritmica tirata; “Honest with me” ricorda anche alcuni pezzi di John Mellencamp, nonostante la struttura sia quella ultra-classica del blues a 12 battute.
Dopo la sfuriata elettrica si torna all’acustica “Po’ Boy”, caratterizzata ancora da una scrittura che ricorda i classici della prima parte del ‘900 e cantata in una tonalità alta. La band imbraccia ancora una volta l’attrezzatura elettrica per un blues molto strano: “Cry a while” alterna un ritmo tranquillo molto bluesy ad una ritmica in 2/4 con chitarre in levare. Chiude il disco la ballata “Sugar baby” che riesce a non tediare nonostante i quasi 7 minuti di durata. Chitarra, organo fisarmonica per un brano di atmosfera con una costruzione melodica pregevole.
24/10/2006
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