Cajun Dance Party

The Colourful Life

2008 (XL) | brit-pop

È chiaro che se ti fai produrre un album di debutto da Bernard Butler (di certo non l’ultimo arrivato) e il suddetto disco si guadagna il sincero apprezzamento di Thom Yorke, non passerai certamente inosservato. E questo sembra proprio essere il caso dei Cajun Dance Party, giovanissima (e l’inesorabile regressione anagrafica dei gruppi rock di inizio millennio comincia a destare qualche preoccupazione) formazione londinese in giro da qualche mese e già artefice di un disco di successo in Gran Bretagna, verosimilmente pronto a colonizzare i trillanti iPod del restante continente europeo.

È difficile accostarsi al contenuto dell’album senza porsi seri interrogativi circa l’effettiva (e invero bassissima) affidabilità dei media albionici, ma una volta avviato il lettore quello che le orecchie odono si spinge ben oltre le misere aspettative del caso. Proprio quando lo dai per spacciato e irrevocabilmente condannato a una forma di sterile autoreferenzialità blandamente citazionistica, ecco che il pop britannico risorge prendendo tutti alle spalle, come in obbedienza ad un’oscura legge di conservazione naturale, grazie alle improbabili imprese giovanili di cinque ignari minorenni della suburbia londinese.

Sia sufficiente a tal proposito l’ascolto della notevole “The Next Untouchable”: sembra di sentire una versione evoluta (e capace di arrangiamenti intelligenti) dei Kooks, imbottita di solidi ascolti, illuminata da un nervosismo sonico del tutto consono all’età, presa in un vortice di entusiasmi elettrici e piccoli (melo)drammi di un’adolescenza da romanzo postmoderno, ancora capace però di slanci sentimentali e sincero romanticismo. Si dovessero individuare i modelli di un approccio siffatto, non occorrerebbe spingersi troppo indietro. Trattandosi in fondo di (brillanti) diciassettenni, basterebbe infatti tornare con la memoria a un paio di anni fa e ripensare alle gesta di Maximo Park (per l’ostentato spleen da giovani Werther del pop) e Voxtrot (per la particolare cura del vestito sonoro, ricamato il più delle volte da archi sobri ed eleganti).
Pezzi come “Colourful life” o “No Joanna” tradiscono ascolti caotici e disordinati: Arcade Fire, quasi inevitabilmente, ma anche tanto Badly Drawn Boy, primi Coldplay e Turin Brakes, per tacere poi di tutto il college rock surrettizio che si infiltra tra una parte di batteria e il fraseggio fluido di una carezzevole chitarra, in odore di Shins e Dead Cub For Cutie.

Il gruppo si difende con grazia e un buon senso del tocco, anche se talvolta tende a stiracchiare troppo le canzoni, spalmandole ben oltre i cinque minuti e infarcendole con addobbi sonori ai limiti del preraffaelita. Ma a colpire è soprattutto il gusto degno di un promettente fiorettista (in una valle di rozzi carpentieri) che questa band riesce a mostrare ad esempio nella parte centrale della radioheadiana  “Buttercups”: per un breve istante sembra quasi di tornare a essere dei giovani Holden Caulfield vagabondi per le strade tortuose di una giovinezza provinciale. Un motivo in più per stimare il fiuto quasi infallibile di Mr. Yorke, come a dire: alla fine i beneamati Radiohead vincono sempre.

(30/05/2008)

  • Tracklist
  1. Colourful Life
  2. The Race
  3. Time Falls
  4. The Next Untouchable
  5. No Joanna
  6. Amylase
  7. The Firework
  8. Buttercups
  9. The Hill, The View & The Lights
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