My Brightest Diamond

A Thousand Shark's Teeth

2008 (Asthmatic Kitty) | avant-pop, songwriter

Coi capelli corvini raccolti in crocchie e creste o distesi su onde e trecce, seduta sui pioli d’una scala a libro, le gambe composte e incrociate come quelle d’una scolaretta sotto il banco, con la veste nera e i coturni che spiccano sullo sfondo come le impronte d’un ragno su un tappeto di cenere color seppia: Shara Worden se ne sta immobile, in copertina, col mantice disteso e la prima nota impressa, congelata, sulle labbra socchiuse, come la ruota di bicicletta di Duchamp, arrovesciata sul suo sgabello bianco. Lei che a una vita di frontiera, sempre in bilico, spersa fra il nulla e l’addio, ormai dovrebbe essersi abituata: una famiglia di musicisti girovaghi che era solita migrare, periodicamente, dopo una manciata di primavere, da una parte all’altra degli Stati Uniti, l’Università del Texas e poi New York City, con la sua prima band, gli Awry, in Australia con Padma Newsome o sui Grandi Laghi con Sufjan Stevens.

Lei che c’aveva già stupiti con effetti speciali nel barocchismo fiabesco e crepuscolare del suo debutto, “Bring Me To The Workhorse” (2006): fiori d’arancio per l’ indie-rock di scuola femminile, le gemme operistiche da musical di Jerome Kern, gli arrangiamenti d’archi alla Henry Mancini e i Portishead sperduti in un bosco di fate.  Che poi aveva allungato il miracoloso, acerbo equilibrio di quelle sedici canzoni nel brodo trip-hop del remix Tear It Down” (2007). Che per tutto il 2007 e buona parte del 2008 ha spartito i palchi del mondo libero con gente come i Decemberists, i National, St. Vincent e Devotchka, oltre che con l’ “Illinoiser”, suo ex mentore.
Si rifà viva ai primi di giugno e come una rondine fa il nido nel nuovo “A Thousand Shark’s Teeth”, il sophomore, il secondo album che “è sempre il più difficile nella carriera d’un artista”, quello su cui il chiacchiericcio dei cenacoli indie t’aspetta subdolamente al varco.

Inizialmente concepito come un opera neo-classica per il suo quartetto d’archi (Rob Moose, Oliver Manchon, Marla Hansen, Maria Jeffers), il progetto è in realtà vecchio di almeno sei anni, durante i quali ha attraversato infinite revisioni, stadi di gestazione ed influenze endemiche, fino a giungere alla forma attuale. Nonostante il lavorio ininterrotto, sufficientemente omogenea: meno ritmica, meno rock, più orchestrale, soffusa, sognante rispetto alla tumultuosa miscellanea dell’esordio.
Da “Il Mago di Oz” ad “Alice Nel Paese Delle Meraviglie”, stesse atmosfere ombrose, algide, ambivalenti, in entrambi i casi, asessuate.

La prima “Inside A Boy”, sorta di trait d’union con il disco precedente, può trarre in inganno:  battito post-punk ansioso, mestruale, sincopato, con il basso in evidenza e la chitarra gracchiante su cui s’adagiano archi e voce, con volute da romanza in cui acuti pazzeschi s’alternano a frasi smozzicate. “The Ice & The Storm” e “From The Top Of The World”, introducono partiture downtempo gracili e calibratissime: la prima, con l’andamento affannoso e i melismi della strofa che culminano nello straordinario allungo del ritornello, dove Shara sembra voler abbracciare con l’ugola l’intero occhio del ciclone sinfonico che la contorna; la seconda: una melodia pop più dolce e spaesata, sferzata dal contrabbasso e dall’archetto, una fanciulla scarmigliata ed infreddolita che garrisce, dalla sua ascesa tempestosa, nell’eco d’una valle innevata. “If I Were Queen”, sospesa fra contrappunti trip-hop (cassa, drum machine e contrabbasso), atmosfere da cafè chantant (la voce di Shara) e arie da parlour ballad Vittoriana (pianoforte e archi). “Apples”, upbeat a tempo di samba cui si sovrappone, più acuta che mai, la solita romanza, refrattaria e appartata come in un collage avant-pop.

“Black & Costaud” è un piccolo gioiello di sincretismo fra bistrot boulevardien e cabaret weimariano, fra Edith Piaf e Lotte Lenya, una Diamanda sedata e (quasi) convertita al bel canto.
“To Pluto’s Moon”, altro capolavoro personale, mescola un arpeggio celtico all’orchestrazione molle, viscosa, noir del metro “portishediano”, con una splendida melodia d’archi e un ritornello che mette i brividi. “Bass Player” coniuga, sul tempo di jazz pulsato dal basso, escrescenze “Weilliane”(clarinetto e vibrafono) e melodie tzigane (archi e ottoni). “Goodbye Forever”, un atto unico espressionista che raggela, sulla ritmica slegata e appena percettibile, la sua lugubre melodia; “Like A Sieve”, sinfonia “concreta” (ritmica synth, scalfiture di larsen e bordoni in sottofondo) che contrappunta una piéce alla Judy Garland; “The Brightest Diamond”, mescola latebre dark-wave a un accompagnamento cameristico degno di un noir di Sjodmak.

Shara, distaccandosi dalle sue “nuove” ascendenze indie per abbracciare i “vecchi” studi di musica classica, gioca a nascondersi e non rende mai le cose troppo facili all’ascoltatore, al quale richiede pazienza, imparzialità e una certa capacità di abbandonarsi all’ebbrezza di “audiovisioni” avvizzite, strusciate, curve, impaurite. Ma è laddove l’ombra è più nera che il sole batte più forte.
E il diamante vi risplende come pochi.   

(20/06/2008)

  • Tracklist
  1. Inside A Boy
  2. The Ice & The Storm
  3. If I Were Queen
  4. Apples
  5. From The Top Of The World
  6. Black & Costaud
  7. To Pluto's Moon
  8. Bass Player
  9. Goodbye Forever
  10. Like A Sieve
  11. The Brightest Diamond
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