Dead Skeletons

Dead Magick

2011 (A. Records Ltd) | psychedelic-rock

Fantasmi dall'Islanda. D'accordo, l'incipit è un po' buffo perché la glaciale isola a nord della Gran Bretagna è più famosa per i suggetivi geyser o per il minaccioso vulcano Grimsvotn - i cui potenti fumi negli ultimi tempi hanno paralizzato gli aereoporti dell'intera Europa - che non per delle rock band dall'anima dark. Certo, l'Islanda è pur sempre la terra del geniale folletto Bjork e dei celestiali Sigur Ròs ma dimenticatevi di loro perché i Dead Skeletons, musicalmetne parlando, ne sono la nemesi. Oltremanica li hanno già acclamati come gli eredi dei Brian Jonestown Massacre, alfieri della psichedelia più malata degli anni Novanta.

In effetti la formula dei Dead Skeletons si colloca lungo l'albero genealogico che dal rock psichedelico dei Jesus And Mary Chain - fatto di distorsioni noise, di melodie crepuscolari e ritmi ossessivi - ha dato il là prima all'ondata shoegaze negli anni Novanta e poi, nel decennio scorso, a tutta una scena, i cui esponenti più validi sono A Place To Bury Strangers, Black Angels, Black Rebel Motorcycle Club e Warlocks, che con un po' di creatività si potrebbe definire trance'n'roll. Guai a pensare, però, che i Dead Skeletons siano solo l'ennesimo gruppo alle prese col riciclaggio di un'estetica vecchia almeno quanto i Velvet Underground. Gli scheletri islandesi, infatti, si comportano rispetto alla gloriosa tradizione dark-psichedelica così come hanno fatto i Franz Ferdinand rispetto al funk-punk: lo stile è lo stesso ma la veste in cui è presentato è nuova. In pratica, laddove Black Angels e BRMC, da bravi apprendisti dei fratelli Reid, rimangono invischiati nel caos urbano del mondo moderno, i Dead Skeletons col loro misticismo quel caos lo trascendono. Il loro rock psichedelico è ben distante dall'immaginario metropolitano dei suddetti gruppi; le loro canzoni somigliano più a dei sabba, a degli esorcismi, a delle preghiere.

I Dead Skeletons sono atavici, tribali, ancestrali. Una musica esoterica per una band misteriosa: si parla di loro già da un paio d'anni, quando nel 2009 sono iniziati a circolare su Youtube i video delle loro prime canzoni, ma solo recentemente si è saputo che si tratta di un terzetto formato da tali Nonni Dead, Henrik Bjornsson e Ryan Carlson Van Kriedt. "Dead Magik" raccoglie finalmente su supporto fisico, in doppio vinile e cd, il materiale reso pubblico già in streaming sul loro sito: dodici canzoni per 73 minuti di musica di cui nemmeno un secondo risulta fuori posto.
Tutto il disco scorre in modo fluido, come se si trattasse di un lungo, antico cerimoniale apotropaico e, a ben vedere, il fascino delle dodici canzoni di "Dead Magik" sta proprio nel loro carattere rituale. Non a caso la principale fonte di ispirazione della band è la spiritualità buddista, esaltata nell'iniziale "Dead Mantra", capolavoro di otto minuti in cui su ritmo monolotico alla Can, in mezzo agli estatici riverberi delle chitarre, si eleva il solenne mantra "Chi teme la morte non apprezza la vita". Un pezzo dal magentismo straordinario a cui fa eco l'etereo raga-rock di "Ask Seek Knock", con le note prolungate delle chitarre a simulare i bordoni di un sitar.

Non mancano pezzi più canonicamente dark come "Kingdom Of God" e "Yama", canzoni tetre su cui aleggiano gli spiriti rispettivamente di Sisters Of Mercy e Virgin Prunes. All'opposto, "Om Mani Peme Hung" ruba la ritmica martellante ancora al kraut-rock ma stavolta  i Nostri "saccheggiano" il motorik beat dei Neu! che, riletto in chiave dreamy, viene poi squarciato da lampi di chitarrismo shoegaze. Il disco, dall'inizio all'abisso finale di "Dead Magik II",  delinea un percorso di progressiva Catabasi che ha i suoi snodi criuciali nelle cavalcate ossessive di  "Get On the Train" e "Live!Lifau", vere e proprie discese agli inferi  dove le chitarre emettono riff sinistri, la ritmica accelera  e il canto si fa catacombale. 

Tuttavia, non sempre questi paesaggi sonori sono così lugubri. C'è spazio, infatti, anche per momenti più ironici - uno humor nero, ovviamente - come la lasciva  cantilena "Psychodead" e la danza macabra di "Dead Magik I", la prima ispirata ai rockabilly sintetici dei Suicide e la seconda al cabaret dadaista dei Residents. E non è finita qui: il meglio deve ancora venire perché il vertice emotivo del disco è senza ombra di dubbio "Ljosberrin", composizione degna dell'onirismo dei Cocteau Twins. Si tratta di un viaggio fantastico per territori immaginari in cui nell'intreccio delle voci, nella grandeur dei tamburi e nella pioggia di effetti  sonori sembra di poter sentire i melismi seducenti delle sirene, assistere a riti tribali di popolazioni perdute, vedere le navi dei pirati che sfidano le bufere. È musica che comunica attraverso sinestesie: si sente il profumo dei boschi e la puzza di carogne in putrefazione; si avverte il freddo della valli innevate e l'afa di tour de force infernali; appaiono immagini di anime maledette che vagano nella notte e spiriti songatori in cerca di redenzione.

Dopo una serie di brani di questo calibro, non si può che considerare "Dead Magik" un disco eclatante, se non addirittura miracoloso, per la sapienza con cui attinge al passato recente e lontano senza mai scadere nel manierismo o nella sterile calligrafia. È  vero: non inventa nulla - d'altronde cos'altro di clamorosamente nuovo si può chiedere oggi alla musica rock? - ma è altrettanto vero che si tratta di un disco vivo al di là, o forse proprio in virtù, dei continui riferimenti alla morte. In fondo ci avevano avvisati fin dal primo brano: "Chi teme la morte non apprezza la vita". E così sia.

(01/08/2011)

  • Tracklist
  1. Dead Mantra
  2. Om mani Peme Haung
  3. Kingdom Of God 
  4. Psychodead
  5. Get OnThe Train
  6. Dead Magik I
  7. Ask seek Knock
  8. Ljosberrin
  9. Live! Lifau!
  10. Whent The Sun Comes Up
  11. Yama
  12. Dead Magik II
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