BLUR - The Magic Whip

2015 (Parlophone)
britpop

Sei anni di diaspora, altri sei di reunion: in totale dodici per poter avere tra le mani un nuovo disco dei Blur. Nel mezzo, letteralmente, di tutto. I Gorillaz, le sbandate per la musica africana, i dischi garage di Graham Coxon e quelli post-moderni di Damon Albarn, l’elegante album solista di quest’ultimo. Nel lustro più recente, per la verità, anche qualche sparuta sortita con il timbro della vecchia ragione sociale – leggi alla voce: “Under The Westway” – tra un tour e un, anzi due, album dal vivo. Tante tessere di un puzzle che sembra non volersi mai completare. Poi, in un giorno qualsiasi di febbraio, a sorpresa (o quasi) i quattro siedono sullo stesso divano e, in diretta mondiale su Facebook, danno finalmente, alla loro maniera tra il serio e il faceto, l’annuncio tanto sospirato.

Il puzzle adesso è completo, e a comporlo sono dodici tracce che mettono in prospettiva non solo i fasti dei Blur, ma anche e soprattutto l’enorme bagaglio di esperienze maturate dopo lo scioglimento post-“Think Tank“.

È Coxon la mente dietro l’operazione, stavolta. Sua l’idea di mettere mano a quei demo registrati durante una pausa di quattro giorni a Hong Kong nel mezzo del tour della reunion del 2013; sua l’idea di lavorare su quel materiale con Stephen Street, produttore storico della band durante gli anni d’oro del britpop. Una svolta, un passaggio di testimone, quasi un cambio al vertice, complice l’impegno di Albarn con il suo “Everyday Robot” e il suo quasi disinteresse a finire la lavorazione.

Ed è proprio Street a definire, per l’ennesima volta, il sound della band. Nell’anno del ventennale di “The Great Escape”, lontano più dalle chitarre ruvide di Coxon che dalla lenta malinconia albarniana, “The Magic Whip” traccia una linea di continuità con le sonorità che hanno contraddistinto i fasti di metà anni Novanta, da “Lonesome Street”, che riporta addirittura ai tempi di “For Tomorrow”, a “Go Out”, che ricorda “Entertain Me”. Se “Ong Ong” è il pezzo più coxoniano, con un occhio strizzato ai Beatles, “New World Towers”, “Though I Was A Spacemen” e “My Terracotta Heart” riportano dritte alle atmosfere cupe e solitarie di “Everyday Robots”. D’altro canto, le metriche reggae di “Ghost Ship” rimandano sì ancora ad Albarn, ma a quello con addosso la maschera dei Gorillaz.

Nella geografia più o meno occulta che fa da sfondo a “The Magic Whip”, l’umbratile “Pyongyang” è la descrizione della capitale della Corea del Nord osservata da una finestra. È l’Oriente filtrato dagli occhi di Albarn il tema principe dell’opera, come d’altronde racconta la copertina stessa. Un Oriente che può manifestarsi attraverso le festose luci al neon della già citata “Ong Ong”, o viceversa apparire fitto di ombre, a mo’ di paesaggi urbani confusi e iper-popolati nei quali si possono scorgere le crepe dei sistemi politici dittatoriali.

In quanto all’obliqua ballata “Ice Cream Man”, si configura come una sorta di esperimento reggae-soul non del tutto a fuoco. Il garage edulcorato di “I Broadcast” torna a solleticare il lato giocoso della formazione londinese, mentre sul fronte diametralmente opposto si pone la summa dell’album, quella “There Are Too Many Of Us”, che prima si carica di tensione emotiva e poi avvolge l’ascoltatore in un crescendo tanto lisergico quanto efficace. “Mirrorball” chiude i giochi distendendosi in soffici arpeggi dal retrogusto morriconiano.

Non c’è, in “The Magic Whip”, una sola chiave di lettura. Più raccolta che album inteso a livello di concetto unitario, rappresenta a suo modo i Blur dopo i Blur. Ovvero riversa, quasi a casaccio o in modo disomogeneo, ma certamente sincero, le esperienze maturate nel frattempo in un contenitore senza coperchio. Non si tratta però di una mera somma delle parti, quanto di un proficuo interscambio di idee ed esperienze che portano a un insieme frastagliato e tutt’altro che perfetto, eppure a suo modo ancora capace di sorprendere e di saper parlare a chi vorrà andare oltre gli ascolti preliminari. Bentornati, Blur.

28/04/2015

Tracklist

  1. 1. Lonesome Street
  2. 2. New World Towers
  3. 3. Go Out
  4. 4. Ice Cream Man
  5. 5. Thought I Was A Spaceman
  6. 6. I Broadcast
  7. 7. My Terracotta Heart
  8. 8. There Are Too Many Of Us
  9. 9. Ghost Ship
  10. 10. Pyongyang
  11. 11. Ong Ong
  12. 12. Mirrorball
Federico Guglielmi
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