Dirty Projectors

Lamp Lit Prose

2018 (Domino) | alt-rock, pop

Strana creatura, il nuovo album dei Dirty Projectors: un canovaccio di stili e suggestioni talmente ben articolato da sembrare eccessivamente calcolato nelle sue stravaganze e continue alternanze emotive. “Lamp Lit Prose” è senza dubbio un disco riconciliante per i fan che non avevano gradito la svolta del precedente lavoro, ma d’altro canto tradisce le aspettative di chi aveva abbracciato l’evoluzione dell’atipico universo sonoro di David Longstreth verso un r&b elettronico quasi futurista.

Ritmi afro, r&b, grunge, punk e minimalismo rimettono in sesto quel gioco degli opposti che ha sempre caratterizzato la musica dei Dirty Projectors. Questo ripristino stilistico coincide con la messa in campo di una nuova - ma non del tutto - formazione: Maia Friedman (chitarra, tastiere), Felicia Douglass (percussioni, tastiere), Kristin Slipp (tastiere), Nat Baldwin (basso, tastiere), Mike Daniel Johnson (batteria) e ovviamente David Longstreth (voce, chitarra), una scelta che allontana lo spettro di una carriera solista sotto mentite spoglie, paventato dall’ombroso capitolo precedente.

Con una copertina che fa riferimenti espliciti a “Bitte Orca” (ma anche a “Slaves' Graves & Ballads”), il nuovo disco dei Dirty Projectors mette subito in campo i tipici ritmi metallici (“Zombie Conqueror”), le stravaganze della chitarra acustica spagnoleggiante e della voce campionata (“Right Now”) e i suoni dissonanti del piano elettrico adagiati su tempi r&b (“Blue Bird”).
Longstreth sembra voler dimostrare di essere l’unico vero imitatore di se stesso: soltanto che per farlo non solo ha messo su una band perfetta per l’ennesima rappresentazione dell’ingannevole seduzione della musica pop, ma ha anche chiesto l’aiuto a punte di diamante della scena indie: Robin Pecknold dei Fleet Foxes e Rostam Batmanglij dei Vampire Weekend per la ballata indie-folk “You're The One".

C’è una forte spinta creativa dietro “Lamp Lit Prose”, quasi come se Longstreth sentisse la necessità di ridare un senso a tutto il suo operato, una generosità emotiva che quasi straborda in “Break-Thru”: un brano che rinnova il gemellaggio tra rock e musica black già sperimentato da Aerosmith e Run Dmc in “Walk This Way”, mettendo insieme il funk di Prince con il grunge, un’impresa reiterata nella più caotica “Found It In U”.
Che per i Dirty Projectors questo nuovo progetto coincida con la volontà di tornare a divertirsi con le ambiguità della parola e della musica, è reso esemplare nel brano anti-Trump “That's A Lifestyle” (al controcanto le sorelle Haim), che non sfigurerebbe in un disco dei C.S.N.& Y. o dei Grateful Dead era “Anthem Of The Sun”.
E che dire dell’apparentemente spensierata citazione di “Don’t Stop Till You Get Enough” di Michael Jackson, che sottende a “I Feel Energy”, altro tassello di quella rinnovata liturgia sonora universale che sembrava smarrita.
Viene da chiedersi se il musicista abbia mai incrociato sul suo tragitto Green Gartside: impossibile non pensare infatti agli Scritti Politti, mentre il funky-pop psichedelico in bilico tra Prince e Beatles di “What Is The Time” scivola con innata nonchalance.

Più che un rinnegare il recente passato, l’ultimo progetto di Longstreth conferma che spetta all’esuberanza e all’impertinenza del suo stile ripristinare un minimo di universalità e trasversalità nell’affollato e caotico panorama musicale contemporaneo. Più le canzoni di “Lamp Lit Prose” sembrano eccessive ed esuberanti, più paiono aver il dono dell’introspezione emotiva, lambendo inedite forme di romanticismo di cui andrebbero fieri sia Burt Bacharach che Chet Baker (la già citata“Blue Bird”). Ancora una volta il musicista americano dimostra di aver quel tocco magico che potrebbe trasformare tutto in oro: una versione più mainstream di “(I Wanna) Feel It All” aprirebbe infatti le porte del successo a grandi cifre, ma quello che potrebbe essere una perfetta hit per l’amica Solange diventa una curiosa e malinconica ballata soul brulicante di flauti.

Il nono disco della band newyorkese è dunque il più accessibile ma anche il più schizofrenico, infarcito di duetti vocali non sempre funzionali, e a tratti incapace di oscurare le leggere perplessità esposte all’inizio di questa disamina.
Innegabilmente il caos ben temperato di David Longstreth resta una delle proposte più stimolanti dell’art-pop moderno, e fino a quando la band sarà in grado di mettere in piedi album gradevoli e mai banali come “Lamp Lit Prose”, non avremo problemi nel perdonare qualche lieve caduta di tono e vigore. Piccoli incidenti di percorso che non sfociano mai nella routine, confermando i Dirty Projectors come autentici alfieri del pop al confine tra sperimentazione e mainstream.

(06/08/2018)



  • Tracklist
  1. Right Now
  2. Break-Thru
  3. That's A Lifestyle
  4. I Feel Energy
  5. Zombie Conqueror
  6. Blue Bird
  7. Found It In U
  8. What Is The Time
  9. You're The One
  10. (I Wanna) Feel It All




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