Ho sempre considerato gli album di cover, se non proprio inutili, quantomeno rischiosi. Eccezioni alla regola non mancano, come l’avventuroso progetto “Karine Polwart’s Scottish Songbook”. L’idea nasce da uno spettacolo tenutosi al festival di Edimburgo nel 2018, ma solo 12 delle 24 canzoni eseguite dal vivo hanno trovato spazio nell’album: una scelta che ha sacrificato autori ben più famosi di quelli coinvolti, a vantaggio di canzoni che Karine Polwart ha fatto proprie fino ad alterarne gli arrangiamenti, ma non l’essenza.
Ne è fulgido esempio l’ottima rilettura di “Dignity” dei Deacon Blue, introdotta dal refrain di un altro successo della band scozzese (“Real Gone Kid”), dunque sviscerata con un piglio folk grazioso e sapiente. Altresì commovente la chiave di lettura dell’apparentemente spensierata e giocosa “Since Yesterday” delle Strawberry Switchblade, che con un semplice gioco letterario e la registrazione della voce del nonno malato di Alzheimer si trasforma in una esortazione poetica contro la solitudine.
Ed è lo stesso impeto emotivo che si cela dietro il grido “non voglio conoscere il male, voglio solo conoscere l’amore”, un brano agrodolce tratto dal repertorio di John Martyn (“Don’t Want To Know”) che la voce di Karine e lo scarno arrangiamento rendono ancor più vulnerabile.
Fa piacere scorgere tra le canzoni scelte un brano di Gerry Rafferty, autore spesso sottovalutato dalla critica. La sua “Whatever’s Written In Your Heart” è una delle pagine più genuine e intense del progetto, con voce e piano che ne sviscerano la natura poetica più recondita e romantica.
Anche “Karine Polwart’s Scottish Songbook” alla fine non sfugge alla routine dell’album di cover. “Swim Until You Can’t See Land” (Frightened Rabbit), ”The Mother We Share” (Chvrches) e “Machines” (Biffy Clyro) restano lievemente in sordina rispetto alle intelligenti riletture di “Change” dei Big Country e “From Rags To Riches” dei Blue Nile, quest’ultima già oggetto di una versione in chiave country-folk da parte dei Liberties nel 1990.
Spetta comunque al brano dei Waterboys “The Whole Of The Moon” la palma di miglior brano del progetto: piano e tastiere stravolgono il ruolo originario della batteria e del violino con un gioco sonoro dai contorni sognanti e onirici.
Nonostante qualche lieve calo di tono, Karine Polwart riesce nel difficile compito di dare un’organicità a un insieme di canzoni geneticamente antitetiche, dando vita a un album di ricordi che sintetizza senza enfasi una sensibilità artistica tutta al femminile, perfettamente riassunta nelle parole della conclusiva “Women Of The World” di Ivor Cutler: “Donne del mondo, prendete il controllo. Perché se non lo farete, il mondo finirà”.
25/11/2019