Thurston Moore

Spirit Counsel

2019 (Ecstatic Peace!) | experimental-rock, post-rock, avantgarde

Thurston Moore ha ormai passato i sessant’anni e potrebbe starsene tranquillamente a riposo, godendosi i frutti di una carriera formidabile e riassaporandone con malinconico trasporto i ricordi. E invece continua, instancabile, a fare musica. A questo giro, il chitarrista americano (che, sembra inutile ricordarlo, è stato tra i fondatori di una delle band più importanti e influenti della storia del rock) tira fuori dal cilindro un triplo album contenente appena tre pezzi registrati tra Londra (dove l’ex-Sonic Youth si è stabilito da tempo) e Bruxelles. Una pazzia, in tempi come questi, dove tutto è veloce, degustato a spizzichi e bocconi, magari su qualche piattaforma digitale dove, mentre ti stai godendo quello che ti pare, partono i consigli per gli acquisti… Ma Moore è uno che se ne è sempre un attimino fregato delle mode, per cui non ci meraviglia questo suo gesto artistico con il quale, per inciso, torna con il cuore e la mente alle sue origini di rocker sui generis perfettamente calato nell’atmosfera stimolante di quella New York post-no-wave fondata dalle sperimentazioni di Rhys Chatham e Glenn Branca. Ma andiamo per ordine.

Il primo cd è occupato da “Alice Moki Jayne”, dedicata ad Alice Coltrane, Moki Cherry e Jayne Cortez, tre artiste capaci di ispirare profondamente Moore sia da un punto di vista spirituale che musicale. Della durata di quasi sessantaquattro minuti, questa composizione si apre su scenari rarefatti e misteriosi, prima di coagulare intorno a una figura melodica di quattro note che la chitarra rilascia ciclicamente nel vuoto, circondata da miraggi cosmici e balugini di dimensioni parallele.
Attraverso un procedimento minimalista, si giunge alla prima progressione motorik, a quella gioia estatica che si realizza attraverso un continuum di arabeschi armonici e battiti come riproduzioni di un cuore in stato di grazia, variazioni minime e cesellature elettroniche che, a più riprese, occupano il centro del palcoscenico. Intorno al ventiquattresimo minuto, un vortice fa piazza pulita, prima che l’endlose gerade/apache beat di Klaus Dinger memoria ritorni a macinare eternità, ma questa volta con chitarre più rocciose e scariche ossessive, strizzatine d’occhio ad alcuni dei momenti di “Rock n Roll Consciousness”, arte della ripetizione mista a incanto e, ancora, stanze degli specchi e accordi come cristalli gelidi in una notte tropicale, fino al trittico di sfoghi doom, massimalismo harsh-noise e spavalderia hard’n’roll del gran finale. Ad accompagnare Moore, oltre agli altri due chitarristi James Sedwards e Jen Chochinov, ci sono la bassista Deb Googe (già nei My Bloody Valentine), il batterista Jem Doulton e il folletto dell’elettronica Jon "Wobbly" Leidecker, che molti di voi ricorderanno all’opera con i Negativland.

“8 Spring Street” (ventinove minuti), omaggio personale di Moore (qui in solitaria) al maestro Glenn Branca, stende mezz'ora di perlustrazioni chitarristiche che vanno da un fraseggio frastagliato e melodico a barriere impenetrabili di rumore cosmico che quasi diresti figlie del Li Jianhong più sfrenato, passando per piccole fanfare minimaliste e sortite in quel massimalismo terremotante che la Gioventù Sonica ha più volte esibito, durante gli anni, come simbolo di una passione irrefrenabile per l’autore di “The Ascension”.

Accompagnato da altri undici chitarristi (tra cui Jonah Falco dei Fucked Up, Susan Stenger della Band of Susans, David Toop dei Flying Lizards e la fedele Deb Googe), in “Galaxies” Moore (qui in veste sia di esecutore che di conduttore) raggiunge l’apice della sua ricerca sinfonica, regalandoci uno dei capolavori assoluti degli ultimi anni. Introdotta da una ragnatela di brusii metallici e clangori para-industriali, questa lunghissima composizione (55 minuti), ispirata a un poema di Sun Ra e suddivisa in due parti (“Earth” e “Sky”), delinea uno stupendo affresco delle possibilità soniche ed emozionali della chitarra elettrica a dodici corde. Corde che vibrano e risuonano cariche di eco, si rincorrono in un tourbillon di armonici e miraggi celestiali, ridestando la magia delle guitar symphonies, ma al contempo trasformando gli Hash Jar Tempo in materia prima per Steve Reich. E declinando, ancora, il retaggio del motorik in odissea interiore, per riassaporare il profumo del “mare diamantino” e scoprirlo essere nient'altro che una “Dark Star” ancora più iperuranica e trascendentale.
All’altezza del venticinquesimo minuto, l’incanto vira dapprima in unisono “pestato” e, quindi, in terrificante assalto noise-drone, con le chitarre a mimare esplosioni di stelle, implosioni di galassie o “imperiali distorsioni” che saettano verso lo zenit. E ancora oltre, lì dove la coda di "Expressway To Yr. Skull" continua a risuonare tra “sidera et coelos”, come il respiro affannoso di un Dio morente. 

(23/12/2019)

  • Tracklist
  1. Alice Moki Jayne
  2. 8 Spring Street
  3. Galaxies
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