La costruzione di una popstar è un lavoro difficile e spietato, eternamente soggetto a cambi di costume. Ma col canadese Shawn Peter Raul Mendes, la Island pare aver affilato la tecnica che manco una sciabola di Hattori Hanzō. Lo dico da amante del pop più svergognato, cresciuto con i poster delle Spice Girls appesi in camera: la precisione di ogni mossa finora giocata dal brand di Mendes fa spavento, al punto da sortire quasi l’effetto contrario e oscurare quanto di buono si nasconde nella proposta musicale. Uno sguardo alla sua ascesa ci illustra il perché.
Ex-sensazione su Vine, dove postava video alla chitarra, Mendes è stato notato che era ancora un bambinetto e a quindici anni era già pronto al debutto “Handwritten” (2015) – adesso “Wonder” è il suo quarto album in sette anni di contratto. Nel mezzo, una buona trafila di successi, un’intensa attività concertistica e presenza a ogni evento che conta, i soliti agganci del business (Armani per i vestiti, un profumo tutto suo) e, all’età giusta, una campagna in mutande della Calvin Klein per fare il salto da teen idol a sex symbol.
Immancabile il profilo sentimentale, in questo caso intrattenuto con l’ex-Fifth Harmony
Camila Cabello, che ha aiutato la loro “
Señorita” a dominare le
chart e i tabloid di mezzo mondo. Ecco pure l’immancabile collaborazione natalizia “
The Christmas Song“, a coronare un mieloso fidanzamento ufficiale che, se entrambi dovessero rispettare il copione, a breve può sfociare solo in matrimonio e almeno un paio di pargoli. In tutto questo, Mendes ha 22 anni appena.
In contemporanea, il team sta creando attorno al ragazzo un’immagine da musicista maturo e vissuto; Zane Lowe in sede d’
intervista cel’ha messa tutta per portare in luce la vena cantautoriale del proprio soggetto, cosa peraltro già ampiamente pubblicizzata dal documentario su Netflix “In Wonder”, diretto dallo stesso Mendes, che segue il recente spaccato di vita del protagonista e dona approfondimenti sulla composizione dell’album. Con Mendes, insomma, la Island sta mettendo le toppe dove l’altro prototipo
Justin Bieber le era sbandato fuori strada. Ed è proprio Bieber a far presenza sulla marchetta peggiore del disco: le cantilenanti scuse di “Monster” servono più alla sua causa che non a quella del titolare, come se i due divi fossero interscambiabili.
Mendes è più disciplinato, scrive e produce in prima persona assieme a un ristretto circolo di collaboratori (Scott Harris, Nate Mercereau e Kid Harpoon) e sin dall’elegante giro di accordi del breve “Intro” dimostra un giovanile songwriting tutto americano (vedasi anche “Call My Friends” oltre all’acquerello acustico “Can’t Imagine”), certo zuccherino nei testi e nelle interpretazioni ma sonicamente molto ben bilanciato.
Se la
title track pecca di eccessivo senso del melodramma (e il videoclip è raccapricciante), ci pensano “Higher” e “Piece Of You” a creare una sudaticcia intesa erotica, sverginata da palleggianti bassi funk-
wave. Anche “24 Hours” è un po’ troppo romantica, ma il lento adornamento di violini e cori gospel lungo il brano rimane sempre asciutto al punto giusto. Si torna in pista sullo stiloso passo
disco di “Teach Me How To Love” e l’accattivante momento
surf “305”, quest’ultima curata come una confettura di
Phil Spector e accarezzata da dolciastre chitarre adolescenziali che sembrano uscite da un disco dei
Belle And Sebastian.
Su “Dreams” nemmeno un testo al saccarosio riesce a turbare quel raffinato lavoro di filtri
gaze-electro, e fa ancor meglio “Always Been You”, forte di una scrittura scenografica capace di accostare bordate sonore alla Trevor Horn con i fuochi d’artificio di un
Prince senza mai lasciar scoperta la sottile voce dell’interprete. Sembrarà uno scherzo, ma il giro di “Song For No One” fa il filo proprio ai
Beatles e si prende pure la libertà di giocarsi l’entrata del ritmo solo dal secondo minuto. Verso la conclusione, “Look Up The Stars” organizza un pic-nic su un prato fiorito con i
Supertramp, l’
Electric Light Orchestra e
Brian May in un angolo a friggere la chitarra.
Fa ancora poco figo apprezzare un disco di Shawn Mendes nel 2020, un faccino ripulito e modellato non tanto sulla scia di Justin Bieber o di
Harry Styles quanto come una versione più sexy e da
troubadour di
John Mayer e di
Ed Sheeran. Un peccato, perché su svariate tracce “Wonder” mostra più il carattere di un novello
Robbie Williams che avrebbe giusto bisogno di scatenarsi un po’.
Non si può che aspettare. Ma visto che il gossip fa ancora parte integrante del brand, tanto vale metterlo a verbale: se le insistenti voci circa il vero orientamento sessuale di Mendes (che girano da eoni) dovessero risultare fondate, allora presto potremmo anche incappare in un capitolo alquanto inedito nel corso di questa rileccata telenovela. Il che non sarebbe neanche un male di per sé, ma con i tempi che corrono è probabile che il team della Island a quel punto riesca a capitalizzare anche su quello.
13/12/2020