Avevamo già descritto le grazie di “Embody”, esordio solista tenuto a battesimo da un entusiasta John Wood, nonché spalleggiato da un’etichetta discografica, la Wouldn’t Waste Records, solitamente avvezza a ristampe di pietre miliari (Bob Dylan, Joy Division, Sonic Youth, Smiths etc.).
Arpeggi chitarristici che evocano Nick Drake, arrangiamenti orchestrali stile Robert Kirby, profondità espressiva alla John Martyn, dimestichezza con le sette note pari a Bob Dylan: questa era la materia prima di “Embody”, ora sublimata da una spiritualità che trascende il minimalismo poetico post-rock di Mark Hollis, richiama le lussuose ambientazioni sonore di David Sylvian e sposa le suggestioni urban-soul dei Blue Nile.
Galeotto fu quel faro che sorge sulle isole Lofoten in Norvegia: il fragore delle onde e l’unicità dell’aurora boreale hanno ispirato il musicista dello Jutland, che ha conciliato la maestosità della natura con il suo ardore per la realtà urbana (le registrazioni sono state completate a New York).
Al pari del giovane raffigurato in copertina, estaticamente rapito dal suono di una conchiglia, cosi Hjalte Ross trae beneficio dall’energia del suono e della parola.
Il maestoso intreccio tra piano, accordi di fingerpicking e orchestra di “Accidents” è la perfetta chiave d’accesso nel pregnante mondo folk-soul di “Waves Of Haste”, un brano che da solo già ne giustificherebbe la ragion d’essere e che funge solo da assaggio.
Tutto l’album è un susseguirsi di vibrazioni che travolgono l’anima. Sono canzoni grevi e funeste, a volte adornate di accordi lussuosi di sassofono, organo e trombone dall’elegiaco climax soul/r&b stile “Twin Peaks” (il primo singolo “Adreanline”), oppure melodie fragili e consunte, pronte a uno slancio di puro romanticismo, nutrite da sonorità di piano e orchestra che sembrano infrangersi come onde sulla scogliera (la travolgente e fremente “How Am I Supposed To Feel”).
Altrove, Ross osa perfino varcare il confine tra dolore e tenebre, sfibrando le maglie del suono e lasciando scorrere un bisbiglio acustico impregnato di fingerpicking, cavernosità goth e struggenti note di violino, emulando il Martyn di “Solid Air” (“Holiday”).
John Wood offre ancora una volta il suo prezioso aiuto, mettendo in risalto le peculiarità delle varie tracce: non solo l’onirico tripudio di fiati e organo di “Passes By”, o le ondeggianti e leggiadre tastiere che incrociano il suono del flicorno nella fragile disperazione emotiva della title track, un brano dove Drake e Sylvian sembrano passeggiare a braccetto, ma anche l’inatteso brio pop di “Thinking About You”, un avvincente crocevia di tamburi e fiati che infuriano come il vento del nord, mentre note di piano rubate ai Blue Nile di “Tinseltown In The Rain” ne sfumano l’esuberanza.
Il tono più meditativo e quasi da crooner a tempo di valzer della sensuale “Off My Mind”, con un ottimo assolo di sax tenore, e il sospiro lirico della conclusiva “The Truth”, che cresce fino a trascinare tutto verso il lato oscuro dei sogni, completano un set di canzoni nobili e dalla potente scrittura.
Annunciato in un primo momento ai primi di dicembre del 2020, pubblicato ufficialmente nei primissimi giorni del 2021, “Waves Of Haste” è passato in parte inosservato tra le maglie della critica internazionale. Fortunatamente l’album di Hjalte Ross ha tutti i requisiti del piccolo futur classic, ma perché aspettare l’eventuale ristampa del decennale per goderne le notevoli peculiarità?
16/05/2021