John Grant

Boy From Michigan

2021 (Coop-Bella Union) | songwriter, synth-pop

Dopo l’outing creativo di “Queen Of Denmark”, John Grant ha messo a dura prova l’intenso slancio lirico del personale e originale stile folk-pop romantico. Ci ha pensato in verità anche il destino, mettendo l’autore di fronte alla scoperta di essere positivo al virus dell’Hiv, un evento che ha trascinato Grant prima verso l’oscuro esistenzialismo di alcune pagine di “Pale Green Ghosts”, quindi nel frustante dualismo tra melodia e tribolazioni dance di “Grey Tickles, Black Pressure”, il tutto ben presto sfociato nell’episodio meno brillante dell’autore americano, “Love Is Magic”.

“Boy From Michigan” saluta l’ingresso di Grant nel mondo adulto: all’età di 52 anni il musicista trova la forza per volgere lo sguardo al passato senza dover essere necessariamente mordace e spiritoso, per uscire allo scoperto affidando alla sincerità dei testi il personale mondo di luci e ombre.
Ancora una volta la musica pesca nella tradizione pop americana dei Beach Boys, di Elton John e Harry Nilsson, filtrata attraverso la sensibilità di maestri dei synth come Vangelis, Jean-Michel Jarre e Tangerine Dream. L’album è anche il frutto di una collaborazione imprevista, John e la sua amica Cate Le Bon si sono ritrovati in quel di Reykjavik bloccati dalla pandemia: due mesi di registrazioni hanno infine dato vita all’album più completo dell’ex-Czars.

Definito dall’autore come "la trilogia del Michigan", il trittico iniziale è non solo fortemente autobiografico ma anche musicalmente intenso e avvincente.
Gli otto minuti della title track alternano inquietudini e riflessioni, mentre synth e drum machine duettano con l’evocativo suono del sax, aprendo la strada a una delle melodie più ariose e ardenti del disco, “County Fair”. La voce di Grant è come una carezza, la melodia è degna dei Beach Boys di “Pet Sounds”, ed è facile perdersi nei meandri di una delle ballate più empatiche dell’album.
Conclude il trittico una delle canzoni più sofferte ,“The Rusty Bull”, un algido synth-pop dai toni industrial che mette a nudo paure infantili, simbolicamente riassunte in una scultura di metallo raffigurante un Minotauro, una statua che John vide da bambino e che ne ha turbato i sogni insieme ai primi timori legati alla omosessualità.
Liberati i fantasmi del passato, il musicista si tuffa a corpo libero nelle braccia del romanticismo più sensuale: il piano conduce le danze di “The Cruise Room”, mentre il suono del clarinetto e del synth lasciano le sonorità in bilico tra passato e presente.
Spetta invece all’elettronica da film a luci rosse tenere a bada le voyeuristiche e carnali figurazioni di “Mike And Julie”, una storia di sesso occasionale dove Grant sfrutta l’avvenenza femminile di un’amica per stimolare l’attenzione di un uomo.

Il nuovo album del musicista americano è il ritratto di un uomo non solo volitivo, ma anche politicamente e socialmente sensibile, non è un caso che le note di synth più aspre siano quelle di “Your Portfolio”, un feroce attacco al consumismo made in Usa, ed è sprezzante il contrasto tra il romanticismo retrò di “The Only Baby” e la perfida raffigurazione di Trump come figlio bastardo della statua della libertà.
Anche quando la musica devia verso la sfuggente insensatezza di “Rhetorical Figure” e la leggerezza euro-disco di “Best In Me”, è evidente che la metamorfosi di Grant è si in uno stato avanzato, ma ben lungi dall’essere completata: “Boy From Michigan” è il primo atto di una rivelazione ancora tutta da svelare.  Grant ha ulteriormente affinato il modo di raccontare e raccontarsi, anche quando l’emotività sembra sfuggire verso la prevedibilità (“Just So You Know”), la musica è incantevole e mai superflua (“Dandy Star”).

Mai così franco e diretto, il musicista mette insieme una serie di canzoni liricamente impressionanti, nelle quali l’intensità delle melodie va di pari passo con il disprezzo e il terrore che prova nei confronti della madre patria (John ha lasciato l’America per andare a vivere in Islanda).
A suo modo sfarzoso, “Boy From Michigan” è mitigato da una produzione brillante (Cate Le Bon) e da una voce unica, abile nello scandire ogni frase, ogni parola, con una profondità e un’autenticità che non lasciano molto spazio al dubbio.
Quando alfine le delicate note di “Billy” fanno calare il sipario, John Grant prende per mano l’ascoltatore, l’invito a non restare vittime della mascolinità tossica, l’esortazione nel trovare il coraggio di affermare la propria fragilità è il messaggio finale di un album poetico e viscerale come pochi, un inatteso ritorno alla forma per un artista che, al pari del solo Sufjan Stevens, è riuscito a raccontare i tanti dolori e le poche gioie del sogno americano.

(04/07/2021)

  • Tracklist
  1. Boy From Michigan
  2. County Fair
  3. The Rusty Bull
  4. The Cruise Room
  5. Mike And Julie
  6. Best In Me
  7. Rhetorical Figure
  8. Just So You Know
  9. Dandy Star
  10. Your Portfolio
  11. The Only Baby
  12. Billy




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