Ogni forma musicale sufficientemente avanzata è indistingubile dal prog
[C. K. Clarke (o quasi)]
Avete mai sentito una quarta minore in un pezzo
trap? Non fate quelle facce da “non so nemmeno cosa sia”: le vostre orecchie lo sanno benissimo. È quell’accordo agrodolce nel bel mezzo del ritornello di “
Space Oddity” (e di “
Starman“, e di “
Life On Mars“) e l’ombra che rabbuia il
refrain di “
The Killing Moon“; è la malinconia delle parole “In My Life” nell’immortale canzone dei
Beatles e parte di ciò che vi fa pensare “Com’è beatlesiana!” di “
Creep“, “
Don’t Look Back In Anger“, “
Killer Queen” e un bel po’ di brani della
Electric Light Orchestra (“
Turn To Stone“, “The Diary Of Horace Wimp”, “Twilight”, “Xanadu”). Un breve passaggio fuori tonalità che è rimasto nel manuale del pop barocco – e dunque anche del
glam, del
power-pop, del
britpop: un segno di riconoscimento per
songwriter raffinati e relativi
connoisseur. Che ci fa, insomma, in una base trap?
Oltre i confini della trap: un laboratorio sonoro tra armonie ricercate e coralità alla Sufjan Stevens
Beh, va riconosciuto che la definizione potrebbe essere impropria. Il venticinquenne losangelino Benjamin Fernando Barajas Lasky – in arte Quadeca – non è esattamente un trapper, e gli arrangiamenti di “Vanisher, Horizon Scraper” sono qualcosa di più che ordinarie “basi”. Cionondimeno, “Ruin My Life” mette ampiamente in mostra i suoi biascicamenti d’ordinanza e dà sfoggio di una bella quarta minore proprio nel chiaroscuro dell’arpeggio iniziale – giocato su una progressione discendente che fa un po’ “
Blackbird” e un po’ “
Afterglow” dei
Genesis. C’è anche molto altro nei suoi cinque e rotti minuti:
coralità stile
Sufjan Stevens in “
Illinois“, un passaggio di Harry Wilkinson dei
Maruja, un
beat da capogiro che pensa bene di attendere quasi il terzo minuto prima di farsi sentire – d’altra parte, perché bruciarsi subito tutte le cartucce?
Ingredienti che, quale più quale meno, tornano anche in altre delle quattordici tracce del disco. Quarta minore inclusa, e già l’iniziale “No Questions Asked”. Sostanzialmente un ritaglio di carezzevole
folktronica, costruito su un campionamento di “Dheus lhe pague” del gigante della
Musica Popular Brasileira Chico Buarque, propone il magheggio in una forma un po’ più intricata – ma se avete colto a cosa far caso, il
feel lo beccate subito, lì sulla soglia del minuto e mezzo, proprio nel passaggio in cui l’atmosfera radiosa si rannuvola.
Le disquisizioni armoniche potranno apparire di importanza secondaria ai non impallinati, ma sui forum internettiani le esatte scelte di accordi del disco sono oggetto di ricerca, e c’è chi ha raccolto e condiviso su un apposito Drive le proprie trascrizioni commentate. Per quanti altri album di area trap – ma facciamo pure hip-hop, pure elettronica… – avete avuto notizia sia successo?
Dalla cameretta all’Olimpo underground, una firma produttiva ormai unica che conquista critici e grandi artisti
Il giovane
producer californiano aveva mosso i suoi primi promettenti passi su YouTube. Con “Vanisher, Horizon Scraper” sembra avere infine trovato il suo Santo Graal stilistico, ed è naturale che attenzione ed entusiasmo intorno al progetto stiano aumentando. Già “I Didn’t Mean To Haunt You”, del 2022, portava l’
emo-trap dei quattro album precedenti in territori art-pop del tutto nuovi, ma la nuova uscita segna un chiaro stacco per ampiezza di spettro e personalità. La fusione è inedita, la mano produttiva porta una firma ormai pienamente riconoscibile, e la tavolozza di
sample, accordi, tessiture orchestrali è decisamente sofisticata e consapevole sul piano tecnico.
A essersi accorti del salto di scala non sono stati solo riferimenti dell’Internet musicale come lo
youtuber Anthony Fantano (The Needle Drop) e la
community di RateYourMusic, che a luglio aveva portato il disco alla vetta della sua classifica dell’anno. Il plauso, in primis, è arrivato dagli artisti con la loro presenza nei
credits dell’album: Harry Wilkinson compare in tre tracce – quattro se si conta “Casper”, con i Maruja al completo, e in “The Great Bakunawa”, inconfondibile, trova spazio la voce metallica del rapper
Danny Brown. Che ha poi voluto Quadeca nella primissima traccia suo ultimo guazzabuglio
hyperpop “
Stardust“.
Sorprese costanti e direzioni smarrite: il paradosso di un producer visionario ancora in cerca di una vera presa emotiva
Hype pienamente ripagato, insomma? Forse non del tutto. Brano dopo brano, coloritura dopo coloritura, si fa avanti l’impressione che Benjamin Fernando Barajas Lasky sia a questo punto del suo percorso un producer estremamente ambizioso e tecnicamente attrezzato, ma che gran parte dei suoi pezzi manchi di direzione.
Sia gli episodi più trap come “Thundrrr” che pezzi indie-pop ben cesellati come “Monday” sfumano da una sorpresa all’altra senza mai variare – o anche solo arricchire davvero – il
mood. E “At Times Like This” brucia un raggiante
sample dei Miracles solo per infangarsi in una cantilena senza presa emotiva. La coda si riprende un po’, ma è evidente che, compositivamente ed espressivamente, il
design degli arrangiamenti corre più veloce della scrittura.
Un aspetto è comunque indubitabile: il suono c’è. Speriamo presto arrivi anche il resto.
02/01/2026