QUADECA - Vanisher, Horizon Scraper

2025 (X8 music)
baroque trap
Ogni forma musicale sufficientemente avanzata è indistingubile dal prog
[C. K. Clarke (o quasi)]
Avete mai sentito una quarta minore in un pezzo trap? Non fate quelle facce da “non so nemmeno cosa sia”: le vostre orecchie lo sanno benissimo. È quell’accordo agrodolce nel bel mezzo del ritornello di “Space Oddity” (e di “Starman“, e di “Life On Mars“) e l’ombra che rabbuia il refrain di “The Killing Moon“; è la malinconia delle parole “In My Life” nell’immortale canzone dei Beatles e parte di ciò che vi fa pensare “Com’è beatlesiana!” di “Creep“, “Don’t Look Back In Anger“, “Killer Queen” e un bel po’ di brani della Electric Light Orchestra (“Turn To Stone“, “The Diary Of Horace Wimp”, “Twilight”, “Xanadu”). Un breve passaggio fuori tonalità che è rimasto nel manuale del pop barocco – e dunque anche del glam, del power-pop, del britpop: un segno di riconoscimento per songwriter raffinati e relativi connoisseur. Che ci fa, insomma, in una base trap?

Oltre i confini della trap: un laboratorio sonoro tra armonie ricercate e coralità alla Sufjan Stevens

Beh, va riconosciuto che la definizione potrebbe essere impropria. Il venticinquenne losangelino Benjamin Fernando Barajas Lasky – in arte Quadeca – non è esattamente un trapper, e gli arrangiamenti di “Vanisher, Horizon Scraper” sono qualcosa di più che ordinarie “basi”. Cionondimeno, “Ruin My Life” mette ampiamente in mostra i suoi biascicamenti d’ordinanza e dà sfoggio di una bella quarta minore proprio nel chiaroscuro dell’arpeggio iniziale – giocato su una progressione discendente che fa un po’ “Blackbird” e un po’ “Afterglow” dei Genesis. C’è anche molto altro nei suoi cinque e rotti minuti: coralità stile Sufjan Stevens in “Illinois“, un passaggio di Harry Wilkinson dei Maruja, un beat da capogiro che pensa bene di attendere quasi il terzo minuto prima di farsi sentire – d’altra parte, perché bruciarsi subito tutte le cartucce?

Ingredienti che, quale più quale meno, tornano anche in altre delle quattordici tracce del disco. Quarta minore inclusa, e già l’iniziale “No Questions Asked”. Sostanzialmente un ritaglio di carezzevole folktronica, costruito su un campionamento di “Dheus lhe pague” del gigante della Musica Popular Brasileira Chico Buarque, propone il magheggio in una forma un po’ più intricata – ma se avete colto a cosa far caso, il feel lo beccate subito, lì sulla soglia del minuto e mezzo, proprio nel passaggio in cui l’atmosfera radiosa si rannuvola.

Le disquisizioni armoniche potranno apparire di importanza secondaria ai non impallinati, ma sui forum internettiani le esatte scelte di accordi del disco sono oggetto di ricerca, e c’è chi ha raccolto e condiviso su un apposito Drive le proprie trascrizioni commentate. Per quanti altri album di area trap – ma facciamo pure hip-hop, pure elettronica… – avete avuto notizia sia successo?

Dalla cameretta all’Olimpo underground, una firma produttiva ormai unica che conquista critici e grandi artisti

Il giovane producer californiano aveva mosso i suoi primi promettenti passi su YouTube. Con “Vanisher, Horizon Scraper” sembra avere infine trovato il suo Santo Graal stilistico, ed è naturale che attenzione ed entusiasmo intorno al progetto stiano aumentando. Già “I Didn’t Mean To Haunt You”, del 2022, portava l’emo-trap dei quattro album precedenti in territori art-pop del tutto nuovi, ma la nuova uscita segna un chiaro stacco per ampiezza di spettro e personalità. La fusione è inedita, la mano produttiva porta una firma ormai pienamente riconoscibile, e la tavolozza di sample, accordi, tessiture orchestrali è decisamente sofisticata e consapevole sul piano tecnico.

A essersi accorti del salto di scala non sono stati solo riferimenti dell’Internet musicale come lo youtuber Anthony Fantano (The Needle Drop) e la community di RateYourMusic, che a luglio aveva portato il disco alla vetta della sua classifica dell’anno. Il plauso, in primis, è arrivato dagli artisti con la loro presenza nei credits dell’album: Harry Wilkinson compare in tre tracce – quattro se si conta “Casper”, con i Maruja al completo, e in “The Great Bakunawa”, inconfondibile, trova spazio la voce metallica del rapper Danny Brown. Che ha poi voluto Quadeca nella primissima traccia suo ultimo guazzabuglio hyperpopStardust“.

Sorprese costanti e direzioni smarrite: il paradosso di un producer visionario ancora in cerca di una vera presa emotiva

Hype pienamente ripagato, insomma? Forse non del tutto. Brano dopo brano, coloritura dopo coloritura, si fa avanti l’impressione che Benjamin Fernando Barajas Lasky sia a questo punto del suo percorso un producer estremamente ambizioso e tecnicamente attrezzato, ma che gran parte dei suoi pezzi manchi di direzione.
Sia gli episodi più trap come “Thundrrr” che pezzi indie-pop ben cesellati come “Monday” sfumano da una sorpresa all’altra senza mai variare – o anche solo arricchire davvero – il mood. E “At Times Like This” brucia un raggiante sample dei Miracles solo per infangarsi in una cantilena senza presa emotiva. La coda si riprende un po’, ma è evidente che, compositivamente ed espressivamente, il design degli arrangiamenti corre più veloce della scrittura.

Un aspetto è comunque indubitabile: il suono c’è. Speriamo presto arrivi anche il resto.

02/01/2026

Tracklist

  1. 1. No Questions Asked
  2. 2. Waging War (with Oleka)
  3. 3. Ruin My Life
  4. 4. Godstained
  5. 5. At a Time Like This
  6. 6. Monday
  7. 7. Dancing Without Moving
  8. 8. That's Why
  9. 9. I Dream About Sinking
  10. 10. Natural Causes
  11. 11. Thundrrr
  12. 12. The Great Bakunawa (with Danny Brown)
  13. 13. Forgone
  14. 14. Casper (with Maruja)