Nel grande campionato delle copertine peggiori del 2025, il quarto album di Ben Coniguliaro
aka Wippy Bonstack si difende piuttosto bene. Se però non lo si incontrerà in molte liste dei dischi più interessanti dell’anno, sarà per scarsa fama – non certo per mancanza di meriti musicali. Come e più delle precedenti uscite del progetto, “Correct Irregulars” è uno scrigno sfavillante e incategorizzabile:
progressive rock, in assenza di catalogazioni più appropriate. O forse nel senso più autentico del termine:
guitar music che non si fa agguantare, che con passo guizzante evolve da un’atmosfera a un’altra, fagocitando ogni stile capiti a tiro.
Prog-rock divora prog-rock (ma mica soltanto quello)
Si può stare abbastanza certi che un pezzo prog che parta somigliando a una canzone di
Beck non lo abbiate mai sentito. E invece eccovi l’iniziale “Winning Ends”, o meglio i suoi primi 50 secondi – perché subito dopo dallo
slacker rock sgangherato si passa a celestiali zigzag armonici che non si prestano a incasellamenti altrettanto immediati (
10cc?
Beach Boys?
Xtc? A neanche un minuto dalla partenza, la bussola è già impazzita!).
Spensierata e ondivaga, “Wishtank” piroetta in mezzo all’Atlantico, da qualche parte fra
Canterbury e la
East Coast sunshine pop dei Free Design. Ma non è certamente l’unica traccia a presentare rimandi
canterburiani: quella stessa coloratissima, sorniona obliquità pervade un po’ tutto il disco, ed è a ben vedere uno dei suoi pochissimi punti fermi, a livello sia stilistico che emotivo.
In effetti, la vicinanza a
Canterbury si ritrova immediatamente anche nella successiva “Glimpse Of The Echomaniac”: un brevissimo e stralunato ghirigoro tastieristico che sarebbe stato perfetto negli
Hatfield And The North. Con un salto, il pezzo muta però in “Hilltide Lights”, synth-pop sgargiante e casereccio che condivide il piglio
nerd di
They Might Be Giants e compagnia
Fabloo.
Procedendo, gli orizzonti si allargano ancora, “progghizzando” anche ambiti in apparenza assai lontani – e mostrando come alla fin fine, in campo prog giocando con le addizioni i conti tornino sempre. “Haven C” si muove tra noise-rock e
shoegaze, mentre “Shortness Of Magnitude” sembra voler comprimere tutti i grovigli
math-acustici dei
Gastr Del Sol in un solo raggiante minuto.
“Easy To Peel”, scoppiettante e un po’ nineties (fra jazz funkeggiante e math-pop) sfocia nella coda “Bulstrobe”, grosso modo zappiana. E “Knowall Goes Away”, fra stop’n’go taglienti e ribaltamenti stile Genesis, finisce più che altro per richiamare alla mente altri mutanti progressivi dei nostri anni come Crying, Magdalena Bay e Fievel Is Glauque.
Non dovrebbe funzionare. Eppure, contro ogni previsione, tutto torna
Il gioco dei riferimenti potrebbe centuplicarsi lungo i ventidue brani del disco, e la tentazione di gettarcisi a capofitto è forte (la carrellata proposta finora ne è un chiaro segno). Ma leggere “Correct Irregulars” soltanto come una fantastica accozzaglia di prelibatezze pescate qua e là nella galassia prog-e-dintorni sarebbe fargli un grave torto. Ciò che infatti rende il disco brillante – fra i più brillanti dell’anno in corso, a ben vedere – è la personalità delle composizioni. La capacità di connettere spunti tanto eterogenei in flussi coerenti (a loro modo, sia chiaro) e memorabili, estraendo dal cilindro un’emozione via l’altra tenendo ben saldo il filo dello spettacolo.
Il pezzo più lungo del disco, la conclusiva “The Separator”, è l’esempio perfetto di questa sorprendente tenuta interna. In sei minuti e passa, Coniguliaro inanella sferraglianti giravolte chitarristiche, stacchi quasi
grunge,
synthazzi neoprog e recitativi in mezzo
growl: ingredienti perfetti per un guazzabuglio senza capo né coda… E invece (miracolo!) ne esce una narrazione avvincente e fantasiosa, imprevedibile ma senza un attimo di sbandamento. Nonostante le mille svolte e inversioni a U. Certo, come i voli pindarici fra stile e stile sono spiazzanti, anche del senso del testo si capisce quel che si capisce. Eppure, il primo verso pare perfetto per descrivere il giusto approccio per un album tanto labirintico: mettersi comodi, disattivare la razionalità almeno parzialmente, e lasciarsi trasportare dalla storia che incomincia:
Recline your mind and let me spin you a tale…
18/12/2025