Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

N.137 - Gennaio 2023

di AA.VV.

01_gaiamatGAIA MATTIUZZI - INNER CORE (Aut, 2022)
vocal jazz

Bisogna far passare quasi una decade perché la cantante jazz romagnola Gaia Mattiuzzi dia un seguito al primo “Laut” (2013). L’attesa per “Inner Core” è comunque giustificata anzitutto da una rinnovata configurazione persino piramidale. Al vertice sta sempre e comunque la sua ugola; appena sotto vengono i comprimari, Alessandro Lanzoni (piano), Gabriele Evangelista (contrabbasso) ed Enrico Morello (batteria); al livello inferiore compare un piccolo stuolo di sperimentatori elettronici teutonici e non, Grischa Litchtenberger, Alfonso Santimone, Wanja Slavin, Elias Stemeseder e Ludwig Wandinger, pronto a scardinare le tessiture del quartetto. Altra giustificazione, pure più importante, sta nell’incameramento degli stimoli della musica d’avanguardia, della scuola di Canterbury e dal “Chamber Music” di Joyce, da cui è tratta la maggior parte dei testi. I risultati affascinano a cominciare dal primo momento forte, “The Way Of Memories”, in cui la cantante lancia una jam d’arruffato arrangiamento free-form, che degenera in una fosca nube di graffiti post-jazz. Anche quando la qualità si abbassa viene intensificata dai nuovi tocchi: “About The End Of Love”, aperta e chiusa da disorientanti gorgheggi new age, e la coda di “From Dewy Dreams”, una soundscape per contrabbasso free-jazz e droni stregati. In particolare a tenere banco sono i tre numeri finali, una “Winds Of May”, turbina per vocalizzi sensuali e sassofono (Philipp Gropper), “The Last Flower In My Hair”, estesa declamazione post-soul svampita e fantasmagorica alla Lafawndah, tenuta sospesa su una sbrindellata tela elettroindustrial e poi portata a incubo psicomotorio, e soprattutto “Riding A Photon”, volo celestiale di pittura canora che i comprimari e gli scienziati elettronici sospingono al di fuori del conosciuto in un nugolo di dissonanze pre-apocalittiche. Pur nel suo compromesso di strenua salvaguardia della compassata musica da pianobar, è un progetto coraggioso: mina il campo del corrispettivo armonico di una bomba all’idrogeno e incorpora, nel flusso, gli effetti delle deflagrazioni. Di rimessa c’è anche della sperimentazione semiseria, e sempre disorientante, su timbri e linguaggio. Solo una reinterpretazione, la “Calyx” di Robert Wyatt che è anche un numero minore (Michele Saran7/10)


02_repetitaiuREPETITA IUVANT - 7 (Loudnessy Sonic Dream, 2022)
post-rock

I Repetita Iuvant completano una “trilogia numerica”, primi capitoli gli Ep “3” (2020) e “3+1” (2021), con il debutto su lunga distanza “7”, chiaramente di sette pezzi. I maggiori sono però due: “Callipigia” (14 minuti) e “Costalta” (19 minuti). “Callipigia” è uno studio aerodinamico di pura essenza di suono, una toccata di bordoni pseudo-organistici celestiali, maestosi e psichedelici, di pura ribollente energia immateriale. Affine ma non troppo si fa “Costalta”, un’imponente sonata post-ambient di polifonie elettrificate che convergono in un ciclone etereo. Il terzetto di La Spezia fa intravedere nuove frontiere al post-rock: modellano, sminuzzano e dissolvono le chitarre raggrumandole a densa livida opalescenza e, non bastasse, le confondono ulteriormente impastandole alle tastiere elettroniche. Se, forse, usano la loro arma sonica con troppa uniformità come sprovvisti della giusta confidenza, e se la batteria conferma il suo accompagnamento più comico che drammatico, riescono comunque a raccontare con efficacia quel mistero di primigenia infinità indagato soltanto da Bruce Palmer. Altri piccoli apogei: “Boffici”, “Lopionter Q” (Michele Saran6,5/10)


03_horselove_600HORSELOVERFAT - SATANIC RESORT (Ixtlan Research, 2022)
alt-rock

I faentini Horseloverfat proseguono a piena foga la propria scorsa discografica con “Satanic Resort”. All’interno della degna cornice data da tremuli motivi horror, “Bon Voyage Avec Baphomet” e “Au Revoir Avec Baphomet”, a designare uno status da carosello macabro, si trova una sfilata di truculenze sardoniche e fragorose in forma di gorgoglianti garage-rock frastornati da radiofrequenze elettroniche sintonizzate con la melodia (“Satanic Resort”), o di filastrocche pop-core spezzate in stacchi dementi (“Beautiful Bitches”), o di cantilene hard-psych Blue Cheer-iane dalla distorsione spernacchiante (“Sokka Gakkai”), o di rockabilly demenziali (“Alien”), che non paga infine s’impenna in una cavalcata alla Stooges in controtempo grondante di violente propalazioni free-jazz e tocchi allucinati, “Bleed For You”. Il fronte della loro proverbiale padronanza multistilistica, qui ristretto, comprende invece una scentrata, fallimentare “Satanic Gospel” (sembra uno scarto dei tardi Air), ma anche i ben più geniali 8 minuti di “Mass And Power”, aperti da una folla di piazza, lanciati da una sciamannata ignorante discomusic da far svergognare i !!! (con proclama innodico doppiato dalla svisate cacofoniche delle tastiere) e chiusi da una melanconica variazione classicheggiante per solo pianoforte. Con la coscienza a posto per via di quel calderone di trovate che era “Greetings From Nowhere” (2021) il sestetto si permette di sporgersi alla piacioneria, all’immediatezza da club, perdendo in sbrigliatezza fantasiosa quel che guadagna in spinta supersonica. Quello della reinvenzione ultrapotenziata di stereotipi è, in realtà, un altro dei loro disorientanti superpoteri in grado di travalicare i limiti del revival all’italiana. Ospiti: Franco Naddei e Antonio Gramentieri, tra gli altri. Registrato in presa diretta in quattro giorni, artwork creato in 72 secondi con l’AI (Michele Saran6,5/10)


04_danielefarDANIELE FARAOTTI - PHARA POP VOL. 1 (Chreamcheese, 2022)
songwriter

A capo di una propria “Band” con cui registra “Ciò che non sei più” (2008) e specialmente il creativo noise-prog di “Canzoni in salita” (2012), il bolognese Daniele Faraotti si lancia nella carriera solista dapprima tributando John Cage nell’antologica “Exit From The Cage” (2014) e poi con il proprio “English Aphasia” (2019). Il successivo doppio “Phara Pop Vol. 1” ritorna al cantato italiano ma soprattutto pone come non mai al centro del suono le proprie tastiere, che spesso fa risuonare come una fanfara, a volte anche foscamente e solennemente mahleriana, da cui sgorgano rozzi beat amatoriali. Altro ingrediente lo dà la sua voce, anche scomposta in armonie a cappella salmodianti. Il resto sono ospitate che regalano appendici o modellano la non-ossatura delle canzoni, dal violino al theremin, dall’elettrica al trombone, fino al robusto contrabbasso di Matteo Zucconi già compagno di Faraotti a nome FaZu. Questi ingredienti convergono nel brano-manifesto di sorta, l’r&b vagamente dandy di “Stagioni”, mentre “L’ospite” accentua la dimensione di fanfara facendosi a suo modo proclama apocalittico di una certa potenza, e “DeZo e Dan” evidenzia invece il groove in una canzone dal piglio prog-jazz. Una variazione significativa - persino un non sequitur - la fornisce comunque lo skiffle anni 50 di “La nave”. Nel secondo Cd si fa avanti la chitarra, ma sempre in maniera malsana, da un’“Isolde” con archi e theremin dissonanti, a “Vivaldi We Love You”, la sua new wave decadente, a “Il ballerino di quadriglia”, uno dei suoi ritmi più sghembi con un doppio assolo spaziale, fino al folk de “Il villaggio”. Da questi grovigli di follia svanita e dilettantismo si cementa una vasta raccolta di tono post-Battiato e post-Wyatt plasmata da un marasma di produzione scriteriata. A suon di flussi di coscienza e mezze idee mezze arrangiate Faraotti fa un doppio geniale, o meglio genialmente incommestibile, palpitante, dal ritmo spedito e un afflato partecipativo da oracolo straparlante. Controindicazioni: non diverte e pure stenta a trasformare la scomposta ineleganza in vera grammatica. Inevitabili le ridicolaggini, consce o meno (Michele Saran6,5/10)


05_pincushionqPIN CUSHION QUEEN - STORIES (Locomotiv, 2022)
avant-rock

“Stories” segna finalmente il ritorno dei Pin Cushion Queen a qualche anno dalla distinta sequela di Ep “Settings” (2016-17). Il cantico funebre a cappella di apertura, “The Haunted”, si sviluppa quasi sinfonicamente su un carillon da incubo in pieno stile Danny Elfman, un’impeccabile orchestrazione che è quanto di più Tim Burton-iano abbiano creato finora (peraltro di comune accordo col nome del complesso). Gli derivano numeri al contempo diversi e coerenti come l’elettronica tribale alla Iosonouncane “Hiccoughs”, il math-rock di “Still”, gelido ma sempre freneticamente scattante anche nei suoi interludi astratti, l’invocazione salmodiante su cadenze cubiste di “We Saw You Fall”, forse il momento più raggelante, e la litania su cerimoniale sfrigolante atonale di “Hindrance”. Raro caso di regressione al formato canzone (comunque strano se non proprio informe) che solo in parte soffoca uno stregato quasi-capolavoro di fusione tra ambient, musica da camera, jazz, world e modellazione elettronica, coronato dall’apporto del nuovo batterista, la garanzia Paolo Mongardi. Problema dell’album - loro primo lungo in più di dieci anni di esistenza - sta piuttosto in una seconda parte normata, affascinante solo occasionalmente (un vocalismo d’avanguardia in “Scissors”), rinunciataria, talvolta solo abbozzata. Altre prodezze di Bruno Germano. Co-prodotto con Blender (Michele Saran6,5/10)


06_rogor_600ROGOREDOFS - RETROVIE DELLO STATO (Cobert, 2022)
alt-rock

Band esordiente dell’area lombarda, i RogoredoFS prendono nome dalla stazione ferroviaria ospitata nella località dell’hinterland milanese. Se non siete pratici, o non conoscete abbastanza la zona, basterà una semplice ricerca sul web per documentarvi sul fatto che, quartiere di passaggio per eccellenza, Rogoredo è il luogo perfetto per osservare le disparità sociali del capoluogo meneghino, dall’emarginazione del “boschetto” della droga alle speculazioni edilizie. Partendo dall’attenta osservazione della propria area periferica, il quintetto traccia un ritratto spietato dell’intera penisola. Come dire: tutto il mondo è paese. Già il titolo, “Retrovie dello Stato”, è al contempo perfetta introduzione e lucida sintesi della trattazione, un viaggio in seconda classe fra i vizi e i problemi della nostra società. Nello spazio di sette tracce, alcune delle quali già diffuse some singoli nei mesi precedenti, “Retrovie dello Stato” si presenta come un lavoro in costante equilibrio fra contemporaneità (per via dei temi trattati), anni novanta (il cantato ricorda a tratti Manuel Agnelli), e settanta (alcuni assoli di chitarra rimandano in maniera inequivocabile al classic rock dell’epoca) (Claudio Lancia6/10)


07_darmaDARMAN - RIFUGIO (Ayawasca Sciamani Musicali, 2022)
songwriter

Dario Mangiacasale, in arte  “Darman”, approda al quarto “Rifugio”, un album di svolta intimamente acustica con un trittico di canzoni riuscite, o quantomeno equilibrate: la francoitaliana “Elle”, d’accordi secchi e nevrotici alla Ani DiFranco prima maniera, l’accorato country crepuscolare di “Zabaione” e la dolente stentorea “Cicale”. Sincero atto di contrizione per l’autore calabrotorinese dopo le sbornie sonore dei dischi scorsi. Stenta a padroneggiare le nuove canzoni, anzi spesso vi si fa dominare, specie in “Come la mente sempre più assisa” (testo-fiume di Umberto Alcaro), la sua “avvelenata” ma prolissa nella resa. Timidi, leggerissimi campionamenti di suoni concreti tra gli spazi vuoti degli arrangiamenti e un breve folk-blues strumentale in autentico stile desertico, “Ellittica”, una cellula d’ipotetica carriera parallela (Michele Saran5/10)


08_cauemmif_600ALESSANDRO CAU, TANCREDI EMMI, FEDERICO FENU - POROROCA (42, 2022)
third stream

I jazzisti Alessandro Cau, batteria, e Federico Fenu, trombone, conterranei (Oristano) e già insieme nella fondazione dell’etichetta Tuttorotto, aggiungono il contrabbasso di Tancredi Emmi per un album a tre su cassetta, “Pororoca”. “Rondò”, “Colofonia” e “Seu” hanno in comune un blues esotico dalle melodie call-and-response variate in corsa più che altro dal trombone (quasi niente improvvisazioni); la migliore delle tre è la scattante rumba di “Colofonia”, ma il vero spunto non appartiene alla musica jazz e nemmeno al terzetto (un brusio di voci voodoo di sottofondo aggiunto da Fenu). Sempre il trombone ruba la scena nella più breve “Varanasi”, su un rarefatto e oscuro pattern di basso e spazzole. I 10 minuti della suite “Ottobre” dovrebbero dare la loro prova di composizione e probabilmente anche l’highlight, ma tutte e tre le sue parti (inizio flebile con Farfisa, inno aurorale con voce femminile scat, finale ripresa) arrischiano piuttosto la sonnolenza. Interplay indeciso, introverso e persino schivo, che quasi blocca il flusso musicale. Solo qualche guizzo in una trapunta di limiti. Colpa nemmeno loro quanto di una atavica credenza: se ne hanno voglia i jazzisti meritano sempre la sala di registrazione. A prescindere, come direbbe Totò. Produzione di Marco Giudici, cameo di Adele Altro (Michele Saran5/10)


09_barberBARBERINI - GIORNI D’ORO (autoprod., 2022)
songwriter

La romana Barara Bigi debutta come Barberini con un album omonimo (2018) sussurrato, retrò e timidamente arrangiato, che nei momenti migliori (per esempio “Le Balene”) si fa anche svampito e a tratti tossico. Ciò che fin qui svettava per spontaneità viene affossato dalla sistematicità professionale del secondo “Giorni d’oro”, pienamente nel solco del pop “loser” all’italiana e affidato quasi per intero ai sintetizzatori del produttore Marco Catani. Stavolta pezzo forte è “Pirati”, anche singolo, un synth-pop intervallato da curiosi gorgheggi scimmieschi - forse l’unica vera idea contagiosa - e sciolto (o esploso) nel non plus ultra della sua voglia per i lenti muffiti anni 60 da ragazzette acqua e sapone. Praticamente nient’altro da salvare, forse solo una “Grattacieli” giusto per l’immaginario distopico, ma di certo non “Notti magiche” e “Su un altro pianeta” che dovrebbero risollevare la sorte puntando alla pista da ballo e invece appesantiscono un ascolto già doloroso. L’elettronica fa del suo meglio per rendersi sopportabile, la sua vocina fa l’opposto. L’eponima “Giorni d’oro” è una vacua “Gold Day” di Sparklehorse italianizzata. Scentrato featuring finale di Bonetti. Confezionato e distribuito come finto disco in vinile (e annessi manifesti) e in quest’ironia sta almeno un colpo di genio (Michele Saran4/10)


10_nolNOLO - LUMINIA EP (autoprod., 2022)
pop

Le ridondanti credenziali dei due Nolo già stroppiano: Simone Milani e Giulio Milanesi, dal quartiere Nord di Milano, proiettati a raccontare la milanesità. Dopo un primo “Drive-in” (2020) ancora un minimo verace, suonato in proprio con il terzo Samuele Roda alla batteria, l’ormai duo passa alla pompa magna con l’Ep “Luminia”. Tanto lenti come “Le vite degli altri” e l’appena più appassionata “Semafori rossi”, quanto ballabili come “Blackout” e l’oleografia discodance di “Neon”, suonano consistenti e pertinenti quanto uno spot YouTube. Lo sforzo d’eclettismo e l’impegno produttivo (Emanuele Tosoni e Matilde “Plastica” Ferrari) completano i danni o, meglio, certificano la marchiana mediocrità di fondo (Michele Saran3,5/10)

Streaming
GAIA MATTIUZZI - INNER CORE (Aut, 2022)
REPETITA IUVANT - 7 (Loudnessy Sonic Dream, 2022)
HORSELOVERFAT - SATANIC RESORT (Ixtlan Research, 2022)
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ALESSANDRO CAU, TANCREDI EMMI, FEDERICO FENU - POROROCA (42, 2022)
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