Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 106 - Giugno 2020

di AA.VV.

01_maluMALUS - SEXADELIC SHOOTING STAR (autoprod., 2020)
psych-rock

Interamente autoprodotto, ma distribuito dalla Pick Up, il super vintage “Sexadelic Shooting Star” sposta con forza il baricentro stilistico dei vicentini Malus (da Bassano del Grappa) dal neo-prog del precedente “Osimandia” (risalente oramai a tre anni fa) verso uno psych-rock sempre saldamente seventies oriented. Orizzonti musicali che partono da un immaginario fortemente Tame Impala (“Recurring Dream”, “Saint Laurence Night”) per dirigersi verso quello ancor più onirico (la sensualissima “Clouds Carpet”) e space (“Astronaut”) di matrice Pink Floyd-iana. Improvvise sterzate verso i Beatles più lisergici in “That (I Don’t Remember)”, speziature jazzy in “Lying To Myself” e nella più ritmata “Ice Race”, ardita sintesi fra Badbadnotgood e Calibro 35, un trip che a fine corsa fa ritorno dalle parti di Kevin Parker, nelle spire ad alto contenuto lisergico della conclusiva “Mobius Trip”. Il disco, realizzato con la supervisione artistica e tecnica di Edoardo “Dodi” Pellizzari degli Universal Sex Arena, mostra il coraggio di puntare dritti verso riferimenti importanti, senza mai sfigurare (Claudio Lancia7/10)


02_benedettarBENEDETTA RAINA - FRAMMENTI EP (Noize Hills, 2020)
pop

L’alessandrina Benedetta Raina (2001) comincia a scrivere le prime canzoni durante le superiori, in inglese. Scritturata dalla Noize Hills Records, che le consiglia di passare all’italiano, Raina realizza il suo primo Ep, “Frammenti”, con cui raccoglie i primi singoli. Il debutto, “Basta” (2019), è un buon esempio di via clownesca al trap-pop. “Davvero” (2019), ancor più coinvolgente, fa nascere un ritornello soave tra tastiere caraibiche e poliritmo reggae. Il terzo “Stata mai” (2020), uscito per lanciare l’Ep, tra spezzata punteggiatura elettronica e beat febbricitante, va oltre il solito revival del synth-pop, portandosi piuttosto dalle parti di certi Go Team o del shibuya-kei. In aggiunta vi è l’accensione techno di “Non me ne frega se non ci vedo bene”, avviluppata da un drone celestiale. I toni di rimuginante confessione della cantautrice e i variopinti agghindamenti dei produttori (qui quasi animatori da villaggio vacanze) Roberto Lazzarin e Andrea Cherian vanno a braccetto in un conciso saliscendi di ilarità sommessa, contrasti, perturbazioni. La personalità di Raina emerge a suon di parole a getto continuo degne d’un rapper particolarmente lucido. L’attesta anche timbrando il cartellino della ballad pianistica: “Mi sveglio col caffè” (Michele Saran6,5/10)


03_wojteWOJTEK - HYMN FOR THE LEFTOVERS EP (Violence In The Veins, 2020)
progressive metal

Formati a metà 2019 dai fratelli Mattia e Morgan Zambon, rispettivamente voce e chitarra, e poi completati dalla seconda chitarra di Riccardo Zulato e dalla sezione ritmica di Simone Carraro, basso, e Enrico Babolin, batteria, i padovani Wojtek debuttano subito con un “Wojtek” (2019), primo Ep autoprodotto, con cui perlopiù testano il loro metal revisionista. Con il secondo Ep “Hymn For The Leftovers” il quintetto alza la posta. I 7 veementi, instabili, iracondi minuti di “Honestly” (che però spazzolano epicamente thrash e metalcore, e persino un’imperiosa apertura melodica) si aprono con ben 3 minuti di repellente ruggito collettivo. “Curse” è un altro lungo saggio di sludge creativo, una loro forma di crossover che implementa stornelli pirateschi, tocchi di folk-rock e persino di jazz-rock, fino a chiudersi con un autentico elettroshock aurale. Tramite la sinistra “Striving” e la rombante “Empty Veins” i cinque riscoprono poi radici gotiche ed epiche, con più attenzione agli effetti pirotecnici che alla solennità. La prima parte (“Honestly”, “Curse”) racchiude e diffonde una visione compositiva che ambisce a rinfrescare, se non ridisegnare, più di un sottogenere metal. La seconda spara a salve. Registrato da Zulato e Babolin, co-edito con la padovana Teschio Dischi. Poster in allegato (Michele Saran6,5/10)


04_ferdinandorFERDINANDO ROMANO - TOTEM (Losen, 2020)
post-bop

Ferdinando Romano, contrabbassista (double bass), compositore e bandleader, organizza il suo primo ensemble con le figure di Tommaso Iacoviello (flicorno), Simone Alessandrini (sax alto e soprano), Nazareno Caputo (vibrafono e marimba), Manuel Magrini (piano) e Giovanni Paolo Liguori (batteria). Per “Totem” ottiene anche il colpo gobbo: coinvolgere il featuring del mitico trombettista californiano Ralph Alessi, habitué dell’altrettanto mitica Ecm e reduce da un eccellente “Imaginary Friends” (2019), forse il suo parto migliore. Proprio i panneggi post-Miles Davis di Alessi aggiungono profondità all’inizio di “The Gecko” (un crescendo verso una fanfara quasi fusion che parte da un soffice ostinato di marimba) e alla chiusa di “Wolf Totem” (un cool-jazz pianistico dal disegno quasi new age). Delle due parti di “Sea Crossing” la migliore è la prima, di nuovo una trasformazione: parte da una sorta d’easy listening e perviene a una concertazione angolosa di suspense, e culmina, o meglio si assottiglia, in una splendida chiosa di pianoforte nel silenzio. Allo stesso modo, degli 11 minuti di “Mirrors” svetta il primo segmento, un tema generato dal vibrafono e poi sparpagliato in improvvisazioni in tonalità e ritmo traballanti. Il jazzista fiorentino al debutto persegue un’arte “texturale”: a ogni situazione strumentale il proprio contesto timbrico e armonico, i propri umori, il proprio immaginario. Il disco, piccolo monolite di un’ora scarsa dalle cui sessioni è risultato anche un “Seven Times 3” (2020) in luogo di singolo digitale d’anticipo, a parte un paio di ballad noiosette, offre componimenti sbrigliati di ammirevole finezza, ma anche qualche saggio sulle attuali possibilità del jazz medio, senza cerebralismi (Michele Saran6,5/10)


05_emanuelevEMANUELE VIA & CHARLIE T - RESINA (autoproduz., 2020)
chamber music

Fuoriuscito momentaneamente dai suoi Eugenio In Via Di Gioia, il pianista Emanuele Via, di Torino, si riscopre compositore incontrando il quartetto dei Charlie T: violino (Matteo Mandurrino), violoncello (Chiara Di Benedetto), contrabbasso (Fortunato D’Ascola), e un’arpa (Antonella De Franco). Il loro primo “Resina” si compone d’umili quadretti impressionistici, primo tra tutti “Ginepro”, gioiello pianistico di levità celestiale impostato dal rapido scampanio dell'arpa, e solo poi campito dagli archi ornanti, ma anche “Larice”, in cui lo strumento del tema e variazione e i sentori celtici si apprezzano con appena più voluttà armonica. Allo stesso modo il tema caduco e nobile di “Betulla”, disegnato dal solo violoncello e poi trasmesso a staffetta agli altri strumenti, rimanda a quello solenne di “Cedro”, qui poi spezzato da un cambio di tempo del piano colto in movenze sudamericane. Il folk si apre vie in “Abete” e “Acero”, nel primo con un arpeggio svelto e inquieto, nell’altro in rimandi didascalici e leggeri alle musiche tradizionali nipponiche. Via si accoda alla lezione dell’avanguardia atmosferica di Bryce Dessner e Jon Brion in un concept arboreo di facile ascolto e senza veri momenti conflittuali, non privo d’intriganti avvicendamenti (commoventi in “Ginepro”), un po’ chiuso nel suo minimalismo e, in definitiva, tutto fondato sul chiarore delle melodie. Singolo e video: “Acero” (2019), con buon successo Spotify (Michele Saran6,5/10)


06_marcogiMARCO GIUDICI - STUPIDE COSE DI ENORME IMPORTANZA (42, 2020)
songwriter

Il milanese Marco Giudici è bassista e ideatore degli Assyrians assieme, tra gli altri, alla batteria di Niccolò Fornabaio. Questa sezione ritmica è reclutata dalla cantautrice e chitarrista Adele Nigro a formare gli strombazzati Any Other, ma i tre poi si orientano nuovamente all’inventiva di Giudici per “Malamocco” (2017) a nome Halfalib, una ben più originale ibridazione di avanguardia elettronica, jazz-rock, soulstep e pop. Così Giudici, nel frattempo anche acuto produttore per lavori altrui, alla fine si appiana al cantautorato italico soul-pop orientato al pianoforte in “Stupide cose di enorme importanza”. Non manca, anzi quasi largheggia, una candida eccentrica spontaneità Daniel Johnston-iana, a cominciare dall’informe swing aurorale di “Per chi dorme”, e a proseguire con una serie di arrangiamenti eccentrici: “Nei giorni così”, una romanza gospel con punte d’astrazione, la title track con garriti marini, “Spremuta d’arancia” basata in parte su “E penso a te” di Battisti con fischietto, una “Risaie amare” che a tratti raggiunge un trambusto di archi e dissonanze. Ci sono anche due esperimenti che tendono alla bizzarria vera e propria, specie il collage di voci e conversazioni in clima vaudeville di “Alla fine è passato un amico”. Realizzato di nuovo con la “sua” Nigro che si scopre essere anche sassofonista niente male, è un disco di docile e fragile follia, deliziosamente squinternato ma in cui tutto quadra, tranne una lentezza da crooner tendente a un uggioso uniforme. Anche per apprezzare la dimensione privata e confessionale bisogna togliere di mezzo più di qualche malizia da it.pop. Posto in quel calderone, infatti, assume tratti alieni: sta meglio nel solco della forma-canzone italica riflessiva di L’Avversario e MAC (Michele Saran6/10)


07_beholdBE.HOLDERS - DEFAULT (autoprod., 2020)
synth-pop

Duo del ravennate in impostazione Suicide, ossia voce, Francesco Rossi, più arrangiamenti elettronici, Davide Santandrea (già Transgender), Be.Holders debuttano con “Default”. “Fake Luagh” sta al limite del plagio con la “Paranoid Android” dei Radiohead, però vanta una tensione costruita tramite un poliritmo di scalpiccii e un organo da chiesa. “The Last Call” ha un’andatura moribonda sostenuta appena da hi-hat a mo’ di serpente a sonagli. “Burst Of Heat”, più originale e meglio bilanciata tra le anime in gioco, è una soundscape equatoriale rarefatta forte d’una centrata qualità melodrammatica (culminante in grida preistoriche), che in “Body Down” persino si arroventa in una incontrollata (e riverberata) recitazione Nick Cave-iana, e in “Little Mental Trip” si spande in un soliloquio d’arpa quasi senza accompagnamento. Techno-pop ripensato per l’era della hit-parade sommessa di Billie Eilish e dell’emo-rap, nonché ultimo ritrovato sull’alienazione coeva spesso indeciso tra toni ancestrali e pose futuristiche. Album malfermo, ma gli highlight hanno fascino e spessore (Michele Saran6/10)


08_exmoglEX MOGLIE - SPREMUTA DI FEDI NUZIALI PINK EDITION (autoprod., 2020)
dance-pop

Il cantante e autore Davide Ungaro (Milano, ma di origini pugliesi) passa, anche attraverso vicissitudini private, dai The Moglie agli Ex Moglie in trio con la cantante Erika Neri e il batterista Francesco Falsiroli. Roberto Mandia e Marco “Dima” Di Martino producono e co-arrangiano. Il risultato, “Spremuta di fedi nuziali Pink Edition”, vara le prime canzoni del progetto esaltando la perduta arte del duetto canoro maschile-femminile. Le creazioni di Ungaro valgono più di quelle a quattro mani con Di Martino. Dal primo escono fuori battiti poliritmici africaneggianti remixati dall’elettronica sopra cui sbizzarrirsi: “Nuvole stanche”, in particolare, suona come un duetto tra Adele e Ligabue con un acuto fraseggio di Slash in sottofondo. Dal DI Martino arrivano canzoni livellate in un più sempliciotto eurodisco vecchio stile, “Fotto il mare”, ma anche un anthem r’n’b bombastico quasi-trap, “Terza moglie”. In “Luce nera” comunque i due creatori si armonizzano in una pesante armatura ritmica intarsiata d’un malinconico organetto di strada. Prima di una serie di quattro “Edition” colorate, vanta un tentativo niente male di ammodernare, anche a costo di suonare smaccatamente tecnico, il carisma demodé del soft-core a luci fluo dei tardi anni 90. Falsiroli, se c’è, non si sente. Elogio alla confezione d'alchimisti: chiavetta Usb in boccetta fuxia con essenza. Dal vivo esibizioni multimediali (Michele Saran6/10)


09_ottaviabOTTAVIA BROWN - SIGNORA NESSUNO (Uma, 2020)
songwriter

Dopo un adattamento della “Boheme” di Puccini, “Mimì” (2017), Ottavia Bruno, alias Ottavia Brown, proveniente dal bresciano, riprende un più tradizionale percorso di cantautrice rock con “Signora nessuno”, dal cupo twist di “Vera” reminiscente della “Call Me” dei Blondie (ma senza impennate di refrain) a un charleston così così come “Strega d’aprile”, da un blues bianco come “Capitano riposa” a un tabarin swingante come “Maledetto”, persino una ballata malandrina alla Capossela come “Aspetto”. I due fermacarte del disco sono le più sincere e dunque le migliori: l’eponima, angoscioso ritratto dalle fattezze noir con pianismo soffuso, e una “Mary non c’è” suonata in sordina, con una capacità suggestiva degna d’un canto popolare. Bruno si fa prendere la mano dall’attività parallela d’illustratrice (suo l’intero booklet) in una parata di personaggi che eccede in retorica ma riportando pure alla memoria il caso dimenticato delle “Radium Girls” (“Non solo le stelle brillano”), arrischiando l’involontariamente comico. Co-scritto e arrangiato, come per il debutto “Infondo” (2016), dal chitarrista Andrea De Rose: stavolta asseconda pose e capricci trasformistici retrò della cantautrice predisponendo un combo affiatato e duttile, persino spettacoloso a volte, a cui va aggiunto qualche secondo di tromba fatata, Camilla Coratella, voluta dal produttore, il padre Michele, che vale quasi più del resto (Michele Saran5,5/10)


10_soreSØREN - BEDTIME RITUALS (Lost Generation, 2020)
gothic rock

Søren, progetto aperto di base capitolina, nasce da un’idea del cantante, compositore e multistrumentista Matteo Gagliardi e si concreta col supporto della cantante e chitarrista Diana D’Ascenzo, oltre a nutrita schiera di ospiti e collaboratori più o meno ricorrenti. Nel primo “Stargazing” (2017), anche tradotto dal vivo nel mini “Stargazing Live” (2018), con i vari “In My Heart”, “Stargazing” e “Under a Crimson Moon”, il combo ottiene un certo equilibrio tra filigrane acustiche, tastiere elettroniche e voci cadaveriche-angeliche da rimandare ai Lycia. Il secondo incompleto “Bedtime Rituals” lo perde. Gli anthem ariosi di “Unreal City” e “Hurry Up” retrocedono al momento in cui il rock gotico s’involgarisce in rock d’arena. “Mantra” invece scimmiotta il dark teutonico d’annata. Ballate come “My Worst Enemy” e ancor di più “Pain Of Love” suonano equivoche: sembrano un concertino da camera sciupato dalla strumentazione rock. La “Flying Into The Sun” più umilmente orientata al flamenco suona sconnessa col resto. Il disco va a tentoni: una prima parte, pugno di Gagliardi con rimandi nei testi anche a Eliot, che s’appallottola in un citazionismo sdato, una seconda, di D’Ascenzo, non priva di astuto garbo anche se edulcorata in modo amatoriale. Quindici musicisti in tutto, di media levatura (ma com’è bravo Joni Fuller), e una tediosa prova dei vocalist che praticamente non cantano: declamano a mezza voce, al limite del bisbiglio. Co-prodotto con Danilo Marianelli anche a chitarre e fiati (Michele Saran4,5/10)

Playlist
MALUS - SEXADELIC SHOOTING STAR (autoprod., 2020)
BENEDETTA RAINA - FRAMMENTI EP (Noize Hills, 2020)
WOJTEK - HYMN FOR THE LEFTOVERS EP (Violence In The Veins, 2020)
FERDINANDO ROMANO - TOTEM (Losen, 2020)
EMANUELE VIA & CHARLIE T - RESINA (autoproduz., 2020)
MARCO GIUDICI - STUPIDE COSE DI ENORME IMPORTANZA (42, 2020)
BE.HOLDERS - DEFAULT (autoprod., 2020)
EX MOGLIE - SPREMUTA DI FEDI NUZIALI PINK EDITION (autoprod., 2020)
OTTAVIA BROWN - SIGNORA NESSUNO (Uma, 2020)
SØREN - BEDTIME RITUALS (Lost Generation, 2020)
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