Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 121 - Settembre 2021

di AA.VV.

01_viper_600_01VIPERA - TENTATIVO DI VOLO (Dischi Sotterranei, 2021)
songwriter

Dietro al nome Vipera, anche nota come Vipera Algardi, si cela la cantante e cantautrice (e disegnatrice) Caterina Dufi, nativa di Lecce e trasferita a Bologna. Il mini “Tentativo di volo” convoglia per la prima volta la sua creatività. Quello di “As With Fire” è poco più di un dimesso folk-rock femminile, ma scaturito da un vibrato dissonante e nutrito di schegge di arrangiamento (fiati, lamine di slide e scordature varie). “Caspar Too” si fonda su una soundscape stregata che esplode proprio in un sabba folk. Percussioni, cori e stridii elettronici agitano “How Dare You”, e “Fulvio” è un monologo distaccato e cantilenante attorniato da glissandi eterei. Secondo la modalità del flusso di coscienza morbidamente disgiunto e delirante, anche nei testi che “switchano” con illusionistica nonchalance da italiano a inglese e viceversa, Dufi progressivamente sgretola il revival dell’estetica slacker delle varie Any Other e simili. L’approdo è un’altra nicchia a fianco di quelle occupate da Simona Norato e Virginia Quaranta per una forma-canzone femminile free-form totalizzante, alimentata dall’arte performativa-multimediale. E se, anche per via della corta durata, sembra mancare il bersaglio di un soffio, allora integra il momento più avanzato non incluso nel disco, “Il sabotaggio”, ultimo recitar cantando su un caotico sbatacchiare di cocci e posate, uno sgocciolio da acquazzone e un lacerto melodico spettrale in disparte, con cui chiude il cortometraggio eponimo a quattro mani con Federico Rizzo. C’è poesia (Michele Saran7/10)


02_horselove_600_01HORSELOVERFAT - GREETINGS FROM NOWHERE (Ixtlan Research, 2021)
alt-rock

Gli Horseloverfat si autoritraggono nel cantico cosmico post-hippie della band-track di dieci minuti che tutto fagocita: dai Grateful Dead al free-jazz, dall’avanguardia elettronica al folk mistico di David Crosby, fino alla lounge. I nove minuti di “Dresden”, l’altro pezzo-cardine contenuto nel primo “Avoid Gurus Follows Plants” (2019), invece riassumono la loro adesione al revivalismo della psichedelia romantica pre-progressive (ma con una gemma d’intermezzo di caos entropico Pink Floyd). Il secondo “Rotten Civetta” (2019) aumenta così gli elementi di disturbo intergalattico e goliardico, finché “Greetings From Nowhere” ripiomba sulla terra con una turbinante e giocherellona sequela di dinamiti: “Artist”, sorta di dichiarazione estetica su un “ramalama” fatto di suoni disgiunti, “Eggs”, in un esasperato jingle-jangle, “Illusions”, un country-pop controllato dall’elettronica, “Bright And Best”, un “gipsy-ska” a velocità insana, e la migliore, “Salamander”, la loro più compatta locomotiva di goliardia (“She” è la sua sorella minore). Esclusa una “Cascata” che rimanda ancora alla parte molle della loro estetica (ma con buon assolo finale), i brani lunghi cercano poi l’ambizione. “Socrates Eats Hemlock” mixa bubblegum-pop e space-rock con doppio assolo di tastiere e chitarra, un po’ la loro “Light My Fire”, e la finale “Molokko” si pone come intensa ri-creazione in laboratorio (dettami del Beck passatista) di un inno lisergico. Romagnoli in sestetto, coperti da soprannomi ovviamente (ma scientemente) ridanciani: quest’opus numero tre li afferma come una delle più importanti formazioni italiche del trapasso tra decenni, la migliore per destrezza, sicurezza di suono. E creatività pura e semplice. Non perfetto nella concezione, sfrondabile specie verso la fine: piccoli mali di un disco forte, caleidoscopico nel suo spassoso enciclopedismo ben calibrato tra serio e faceto. Poiché registrato - in presa diretta - poco prima del lockdown e tenuto in caldo fino al maggio 2021, ha anche un’energia tutta attuale, uno sprint simbolico di ripartenza (Michele Saran7/10)


03_onebloodf_600_01ONE BLOOD FAMILY - ELIXIR (Egea Music, 2021)
patchanka

Dal Gambia provengono tre cantanti, Seedy Badjie, Adama Ndow, Ebraima Saidy e un percussionista allo djembé, Sana Bayo, dalla Nigeria una vocalist, Goodness Egwu, dal Senegal un suonatore di kenkeni, Keba Ndiaje. Li coadiuvano gli Sweet Life Society, i torinesi producer Gabriele Concas e Matteo Marini, e li completano altri due concittadini, Manuel Volpe, basso e farfisa, Simone Pozzi, batteria e percussioni, oltre a una sezione fiati (Diego Grassedonio, Davide Pignata e Giorgio Benfatti). Anello dei due sottoinsiemi è Gilbert Dar, mastro del beatbox, italo-ghanese. Questa la complessa ma fluida, multicolore, multilinguista, antidiscriminatoria e, non ultimo, movimentata conformazione del collettivo One Blood Family nel primo “Elixir”. “Maria”, r’n’b scaltro, corale e incorniciato da un continuo cicaleccio dub, fa da “hit”, ma non meno riusciti sono il ritornello soul-pop di “Shut Up And Drive” e la tesa e cullante “Elixir” che dà il titolo al disco. “Life Can Change”, “Wine To Me Gyal” e “Kanule” danno invece una sequenza discretamente esplosiva di motti in coro e assoli, afro-beat elettronici dall’incedere incalzante, percolazioni dub e reggaeton, fanfare latinoamericane. Incorniciato da un paio di dichiarazioni estetiche e morali (“Trasformation” e “The Beginning”), è il primo album concepito da richiedenti asilo sul suolo italiano, realizzato presso il centro di accoglienza e cooperativa sociale Atypica e co-prodotto da Egea e Black Seed. E’ un disco acutamente spiccio che si dona a pari merito tanto nel nuovo metropolitano quanto nel vecchio tribale, in una metafora multistilistica priva di retorica della transitorietà della migrazione. Performance vocali degne delle migliori crew del passato tra cui spicca quella di Egwu, la Lauryn Hill del caso (Michele Saran, 6,5/10)


04_papero_600PAPEROGA - SANTA (Subsound, 2021)
punk-noise

I PaperogA di “Santa” non si smentiscono: come nei parti precedenti compattano in tot minuti (qui venti scarsi) un selezionato arsenale di proiettili noise-core. Tra gli altri fanno bella figura la rasoiata di “I Got $kill$$”, la turbina acid-punk di “Solero 3000”, e poi “Farmhouse Russian Fuck”, insieme la più tellurica e la più carica di elettronica fastidiosa, e “Agnello marinaretto imbizzarrito”, la più estesa, solo strumentale con più di qualche rimando all’industrial (riff meccanici e ciclici, colate di rumore acuto). All’appello anche due “Ear Cleaner” di corredo, intermezzi sardonici, dileggi della musica di consumo coeva per ripulire (lordare) le orecchie tra gli shock. Perso il basso di Valentino Santoni, il duo Larry Luminari-Alessandro Guerri coglie il quarto capitolo della sigla PaperogA - primo in uno iato di cinque anni - per organizzare con rovinosa chiarezza il sound: una polpa di tossico intruglio ottenuto con una precisa sovrapposizione tra distorsione elettronica e chitarristica, dentro una corteccia di canto manicomiale e batterismo ipersincopato Zach Hill-iano. L’ultimo stadio della mitica scuola jesina (un suo rinascimento?) è un gioiellino di “rave-up” semi-elettronico. Piccole veementi godurie (Michele Saran6,5/10)


05_streb_600STREBLA - CEMENTO (The Ghost Is Clear et al., 2021)
post-hardcore

Con Apnea e Postvorta la nuova furente scena barese si completa con la sua punta forse più acuminata, gli Strebla. Il quartetto (Nicola Ditolve, Ottavia Farchi, Alessandro Francabandiera e Manuel Alboreto) spara in faccia al mondo il debutto “Cemento” soprattutto attraverso i numeri più violenti racchiusi nella prima parte, in successione insieme fulminea e pesantissima: l’eponima “Cemento”, “Carne”, “Rag”, ricolmi di fratture drammatiche su tempi impossibili. La seconda parte cede al pop-core in “Decapito” e in una “Houdini” che cerca persino qualcosa di progressivo, ma a compensare c’è ancora un buon metalcore teatrale con chiusa spettacolosa, “Tra le dita”. Pur percorrendo la risaputa tendenza a predare e impagliare i generi afferenti all’hardcore a stelle e strisce, non si bada a spese: una diffusa ma tagliente coscienza civile, spezzoni di film incollati brutalmente, rimandi alla gloriosa scuola hardcore italica degli 80, e un sintetizzatore (Francabandiera) che invelenisce. Ciliegina, un paio di approdi esiziali. Il primo fa da intermezzo, “Someone Locked The Door”, folle recitativo Throbbing Gristle, l’altro da quasi inevitabile finale, “_”, radioworks di vecchi commercial imputriditi da una selva di distorsioni. Produzione straniera, Ghost Is Clear, con occhio di riguardo per la sacra etica do-it-yourself (Zero Produzioni, 1a0, Vollmer Industries, HÏR, Bari Hardcore e Rodomonte Dischi) (Michele Saran6,5/10)


06_savanaf_600SAVANA FUNK - TINDOUF (Garrincha Go Go, 2021)
funk

Il ritorno dei Savana Funk con “Tindouf” si caratterizza di primo acchito per una serie di deviazioni che portano a maturazione la componente afro-esotica dei predecessori: stilemi mediorientali in “Fuga da Gorée”, un samba Santana-esco con tanto di finali pose da “guitar-hero” in “Old School Joint”, una meditazione di suoni equatoriali in “Keta Diva”, e soprattutto i sette minuti del brano eponimo, non soltanto baricentro ma vero coup de theatre scenografico, una lamentazione maghrebina con voci di folla e percussioni, sopra cui s’innesta la vorticante danza in crescendo del complesso. Se a queste non intervallassero riempitivi svogliatamente mollaccioni (“Afromoon”, “Kiki”, etc) sarebbe il loro miglior album. Lo è, comunque, per tiro e virtuosismo (la chitarra di Betto in discreto rinnovamento) e un suono a un tempo rado e “busy”, indaffarato. La sua genericità poi si precisa aiutandosi con i titoli: Tindouf e Gorée, zone di guerra e prigionia dell’Africa dimenticata. Varata, col singolo “Barà Tounkarankè/Mba” (2020) che lo ha anticipato, la Go Go, divisione “world” di Garrincha (Michele Saran6/10)


07_dekade_600_01DEKA’DԑNTSA - UNIVERSO 25 (Zero Produzioni, 2021)
alt-rock

I quattro Deka’dԑntsa si formano con base a Piaggine (Salerno) nell’autunno 2019, quando cioè l’avvento su scala globale del SARS-CoV-2 è ancora lungi dal palesarsi, ma lungo la creazione e la lavorazione del debutto “Universo 25” il complesso decide di inserirsi nel filone degli atti artistici improntati alle conseguenze esistenziali della pandemia. Un minuto di rombo elettronico apocalittico (“Latenza 00”) serve da sorta di brodo primordiale, e innerva poi la chitarra tifonica nella minacciosa ballata tragica Alice In Chains-iana della title track. La materia si intensifica nello scatto Iron Maiden con piglio da imbonitore di “Inutili eroi”, e si dilata nella marcia di basso grottescamente distorto di “Decadenza”. Nato da una costola dei Postvorta (il batterista Raffaele Marra) e ispirato teoreticamente dall’utopia sperimentale di John Calhoun che funge da pietra di paragone con la quarantena 2020, il complesso tracanna nei testi una retorica sdata dal frigido filosofare con tanto di rime baciate facilotte. Anche il clima echeggia un dozzinale rockettino anni 90 stile Timoria. Lo chef d’oeuvre sta nella messa a punto di Edoardo Di Vietri: bei contrasti ruggenti e tonanti, furore heavy-metal e post-metal, lunghezza epicamente estenuante soprattutto negli ultimi due pezzi: “Pandemica”, con dinamica piramidale, e “Disordine e indisciplina”, un anthem di dialettica antitetica del fascismo. Forte come momento di pathos rimane l’uno-due iniziale, in particolare la “Latenza 00” d’avanguardia a cura del valente elettroscultore egiziano-ravennate Mohammed “Pie Are Squared” Ashraf. Co-prodotto con 22 December Records (Michele Saran6/10)


08_opiumabsi_600OPIUM/ABSINTH - NULLIFIED THOUGHTS EP (Vollmer Industries et al., 2021)
alt-metal

Dall’incontro tra oppio e assenzio, o meglio tra la batteria di Mattia Fenoglio e il basso e il growl di Maurizio Cervella, nascono gli Opium/Absinth di Fossano (Cuneo). In “Nullified Thoughts” su tutto fa bella mostra il carosello di rabbia e furore di “Burn The Bear”, smezzato tra sventagliata metalcore e incupimento doom. Interessante anche la quadriglia plumbea di “Blasph Beat”, parecchio variata in tempo e densità. Cannato invece il baricentro “Kelevra”, poco più di un riff ispido condito con canonico growl, come pure il resto. L’Ep viaggia con la rete di protezione evitando i rischi dell’ardimento, ma è un netto passo avanti rispetto al primo demo (2018) nello slancio e, di più, nell’affiatamento simbiotico. Il basso di Cervella distorce quanto tre chitarre, la batteria di Fenoglio vanta una certa propensione alla botta. Una risicata specialità in embrione: la punteggiatura di scricciole dissonanze noise. Vollmer Industries in cordata con le conterranee Brigante, Longrail e Tadca. Disegno di copertina: Valeria Desa (Michele Saran5,5/10)


09_bignienBIG NIENTE - BIG NIENTE (MiaCameretta, 2021)
songwriter

Il capitolino Alessio Rinci a inizio anni 10 è il frontman dei Pretty Wallet. Smessi quelli co-fonda i Teca con un sound più sintetico. Infine vara il proprio personale moniker solista, Big Niente, con cui si toglie lo sfizio di espandere in armoniosa libertà il proprio multistrumentismo al di là del connubio voce-chitarra, e cantare ostinatamente i suoi struggimenti amorosi prediletti con voce bassa e monocorde. Dal primo breve “Big Niente” emerge soprattutto il suo uso impalpabile, atmosferico e insieme meccanico come un riff post-punk, delle tastiere elettroniche: Rinci ha chiaramente carpito i recenti aggiornamenti del dream-pop di Xx e Cigarettes After Sex, di sguincio strizzando pure l’occhio a una trap in modalità soffice. Risulta un pop bohèmien e maudit vagamente ipnotico ma più soporifero. Da citare la trance melanconica di “Betelgeuse”, dilagante in senso shoegaze a donare un unico momento di sprint, la simile ma inferiore “Zero Kelvin”, e la ponderosa fanfara Floyd-iana in coda a “Nocturna” (Michele Saran5/10)


10_davidericDEAR - NEW ROARING TWENTIES/HUMAN DECISION REQUIRED (New Model Label, 2021)
modern creative

Davide Riccio aggalla dal dimenticatoio come DeaR persino con due album in uno, per collezionare le creazioni degli ultimi anni. Il primo “New Roaring Twenties”, risalente al 2019, si apre con un preludio di minimalismo elettronico-arabeggiante, “Ginnungagap” e prosegue con uno degli apici del suo rock decadente, “One Of Paris”, ma la parte più felice sta in tutt’altro, una piccola sequenza di vaudeville interpretati con piglio satiresco (specie “Always On”), mentre “Yes Trespassing” e la placida David Sylvian-iana “Whiteouts” verso la fine fanno intravedere uno spiraglio quasi trascendentale. Il secondo “Human Decision Required” del 2020 ricomincia proprio con una “A Glitch Of Love” dello stesso tono di “Whiteouts”. Il resto cerca di affrescare una deumanizzazione in maniera quasi del tutto strumentale ma, a parte un paio di mezze highlight, un bozzetto scenografico industrial-concreto, “Don’t Lockdown”, e un balletto cameristico, “Garden Of Earthly Delights”, il livello precipita in paccottiglia. Riccio, torinese, leader di Off Beat, Bluest e Individua Vaga, una prolifica carriera solista interdisciplinare, equivoca sulla figura di non-musicista di Eno consegnando due ore e quaranta di musica da cui se ne ricorda forse un decimo. E’ un tentativo goffamente gargantuano di commentare i tempi odierni realizzato con un gruppetto di collaboratori, tra cui Giuseppe “Nimh” Verticchio, pure malandato da una produzione sciattamente amatoriale. Non citata tra i crediti la D.959 di Schubert che fa da cellula a “Silent Lights Bejewel The Night” (testo di Pavese) (Michele Saran4,5/10)

Playlist
VIPERA - TENTATIVO DI VOLO (Dischi Sotterranei, 2021)
HORSELOVERFAT - GREETINGS FROM NOWHERE (Ixtlan Research, 2021)
ONE BLOOD FAMILY - ELIXIR (Egea Music, 2021)
PAPEROGA - SANTA (Subsound, 2021)
STREBLA - CEMENTO (The Ghost Is Clear et al., 2021)
SAVANA FUNK - TINDOUF (Garrincha Go Go, 2021)
DEKA’DԑNTSA - UNIVERSO 25 (Zero Produzioni, 2021)
OPIUM/ABSINTH - NULLIFIED THOUGHTS EP (Vollmer Industries et al., 2021)
BIG NIENTE - BIG NIENTE (MiaCameretta, 2021)
DEAR - NEW ROARING TWENTIES/HUMAN DECISION REQUIRED (New Model Label, 2021)
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