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Un "anti best of" dei Depeche Mode

di Riccardo De Martino

I Depeche Mode, in quarant’anni di onorata carriera, hanno dimostrato di essere una formidabile macchina da singoli, specie negli anni 80 e 90 in cui riuscivano a sfornare classici a ripetizione con una disinvoltura imbarazzante. Tuttavia, guai a limitarsi solo ed esclusivamente ai singoli. I Depeche Mode hanno sempre pubblicato album totalmente all’altezza dei loro brani più famosi e radiofonici. Siatene certi: quando i loro singoli erano dei capolavori, anche le restanti canzoni dell’album lo erano e questo elenco cercherà una volta per tutte di dimostrarlo. I venti brani non sono stati messi in ordine di preferenza, ma semplicemente in ordine cronologico, com’è giusto che sia. Nell’elenco che segue abbiamo cercato di rappresentare il più possibile l’intera discografia della band di Basildon, includendo anche i brani dei meno ispirati album più recenti.


1. Tora! Tora! Tora!

 

La stragrande maggioranza dei brani di “Speak & Spell”, album d’esordio del 1981, furono scritti da Vince Clarke, che di lì a breve avrebbe lasciato i Depeche Mode per fondare gli Yazoo. Martin Gore prese le redini della band soltanto l’anno dopo, col successivo “A Broken Frame”, eppure in occasione di “Speak & Spell” firmò due brani, a riprova di quanto le avvisaglie come autore pop di talento ci fossero già tutte. I due brani in questione sono la strumentale “Big Muff” e, per l'appunto, questa spiazzante “Tora! Tora Tora!”.
All’inizio del brano si odono ancora le note finali della traccia precedente, “Photographic”, dopodiché parte un’esplosiva base di sintetizzatori che ben descrive il clima di guerra raccontato nel testo. Il riferimento ovviamente è all’attacco a Pearl Harbor da parte dell’esercito giapponese durante la seconda guerra mondiale. Il testo è in prima persona e racconta di un uomo che sogna di essere un americano durante i tragici fatti di quel giorno. Infatti, sul finale viene ripetuta ossessivamente la frase “I played an American” (“interpretavo un americano”, riferito ovviamente all’incubo). La voce di Dave Gahan all’epoca forse era un tantino acerba, ma va anche considerato che era solo un ragazzo di diciannove anni al suo disco d’esordio.

2. My Secret Garden

“A Broken Frame”, seconda fatica dei Depeche Mode datata 1982, non è certo tra i dischi più noti e acclamati della band britannica, eppure si tratta ugualmente di un album spartiacque all’interno della loro carriera. È il primo disco i cui brani sono stati composti tutti da Martin Gore. Alan Wilder si unì ai Depeche Mode durante la tournée di “A Broken Frame”, quindi nel booklet non risultava accreditato come membro della band. È vero che Martin Gore il meglio come autore lo avrebbe dato successivamente, ma è altrettanto certo che l’album già conteneva dei brani più che meritevoli, come “My Secret Garden”, appunto. Il brano parte come una sorta di nenia, ma a dispetto della lentezza iniziale suona quasi come una mini-suite ricca di variazioni, soprattutto a partire dal verso “I loved her”. È un brano dalla struttura insolita per i Depeche Mode. Il titolo allude con ottime probabilità al celebre romanzo per ragazzi “The Secret Garden” della scrittrice Frances Hodgson Burnett. Il significato del testo è abbastanza misterioso, visto che tanto potrebbe essere uno spaccato sull’infanzia (“My secret garden’s not so secret anymore”), quanto potrebbe alluedere a un uomo pentito di qualche gesto commesso. La frase “I loved her” suona alquanto sinistra al riguardo. Nel brano si parla anche di un segreto rivelato. Quale sia questo segreto svelato, però non è dato sapere. In fin dei conti, il segreto è salvo!

3. Satellite

I Depeche Mode e il reggae? Ebbene, sì! “A Broken Frame” contiene anche un brano del genere, praticamente un unicum nella loro carriera. Il protagonista della canzone è qualcuno che, deluso dagli amici (o forse dalla propria ragazza), decide di isolarsi e di odiare tutti. A tal proposito promette di essere come un satellite sempre operativo e pronto a odiare.

I will function, operate
I will be a satellite of hate

4. Pipeline

Tra i primi quattro album in studio dei Depeche Mode, chi vi scrive ha una particolare predilezione per “Construction Time Again” del 1983. Il brano di punta dell’album ovviamente è il singolo “Everything Counts”, divenuto poi leggendario in occasione del live al Rosebowl di Pasadena del giugno 1988. I restanti brani dell’album, però, non sono affatto di contorno. “Pipeline” è l’unica traccia del disco cantata da Martin Gore, oltre che la più lunga, con i suoi quasi sei minuti di durata. Pipeline in inglese vuol dire conduttura, ovvero quei lunghi tubi metallici che servono per la fornitura di acqua o di gas. Il brano parte dapprima con delle cupe voci mugugnanti, come a voler suggerire degli operai che si recano al lavoro; poi con dei clangori metallici, che per certi versi anticipano le sonorità industriali del successivo “Some Great Reward”; dopodiché, quando Martin Gore inizia a cantare, si sente perfino una pallina da ping-pong che rimbalza sul tavolo. Il verso d’apertura del brano contiene anche la frase che dà titolo all’album.

Get out the crane
Construction time again

("Preparate la gru/ è di nuovo tempo di costruire").

Il ritornello del brano, infine, descrive le condizioni di sfruttamento degli operai che lavorano in ambienti industriali di quel tipo.

 

Working on a pipeline
Taking for the greedy, giving to the needy

("Lavorando su una conduttura/ prendiamo dagli avidi per dare ai bisognosi")

5. The Landscape Is Changing

Altro brano selezionato da “Construction Time Again”. L’incipit è affidato a dei sintetizzatori che simulano il suono di una tromba, per poi proseguire con delle deliziose percussioni (probabilmente una marimba) dal sapore caraibico. Il testo è un accorato appello contro la devastazione ambientale e i versi iniziali sono inequivocabili in tal senso.

The landscape is changing
The landscape is crying
Thousands of acres of forest are dying

 6. It Doesn’t Matter

“Some Great Reward”, quarto album in studio uscito nel 1984, vede Martin Gore alla voce di due brani: lo struggente singolo “Somebody” e il brano in questione. La magnifica copertina, che ritrae due sposi nei pressi di un capannone industriale, ben descrive le sonorità dell’album, ricche di romanticismo e di atmosfere industriali. E “It Doesn’t Matter” è tra i pezzi più emblematici in tal senso. I Depeche Mode nei loro brani hanno affrontato i temi più disparati, e l’amore ovviamente non poteva mancare. “It Doesn’t Matter” racconta con semplicità le cose belle (“I am happy that I have you”), ma anche le difficoltà che l’amore può comportare:

It doesn’t matter if this all shatters
Nothing lasts forever
But I’m praying that we’re staying together

(“Non importa se tutto quanto va in frantumi/ nulla dura per sempre/ ma prego affinché restiamo insieme”)

7. It’s Called A Heart

Avevamo detto niente singoli, giusto? E invece un singolo vi tocca lo stesso! Ma è per una buona ragione. Nel 1985 i Depeche Mode pubblicarono la loro prima antologia, intitolata “The Singles 81→85”. Tale raccolta conteneva tutti i 45 giri editi dagli esordi fino a quel momento, compresi quelli esclusi dagli album, come “Dreaming Of Me” e la magnifica “Get The Balance Right”. “The Singles 81→85” conteneva inoltre anche due tracce inedite: una è “Shake The Disease”, canzone da sempre apprezzata e proposta anche dal vivo nello storico live al Rosebowl di Pasadena del 1988 (da qui il suo inserimento anche nell’album live “101”). L’altro inedito della raccolta uscita nell’85, invece, è “It’s Called A Heart”. Il fatto che sia uscito come secondo singolo rispetto a “Shake The Disease” non lo rende di certo meno valido. Ecco, allora, un’ottima occasione per riscoprire questo episodio ampiamente sottovalutato del repertorio della band di Basildon. “It’s Called A Heart” è un brano allegro e scattante, dalla poderosa e tribale sezione ritmica. Il testo non è tra i più ricercati, ma è ugualmente gradevole. Molto bello anche il videoclip girato in Giappone.

There's something beating here inside my body
And it's called a heart

(“C’è qualcosa che batte qui dentro il mio corpo/ e si chiama cuore”)

8. Black Celebration

I Depeche Mode sono sempre stati refrattari alle cosiddette title track. Su quattordici album in studio pubblicati nel corso della loro quarantennale carriera, infatti. “Black Celebration” del 1986 è l’unico che possa vantare un brano omonimo al proprio interno. “Black Celebration” è stato lo spartiacque più importante di tutta la carriera della band inglese. Un album che ha davvero segnato un prima e un dopo. “Black Celebration” è stato innanzitutto un disco che ha mostrato un sound più maturo e anche più cupo rispetto al passato. Poi, come non menzionare l’inizio del sodalizio tra i Depeche Mode e Anton Corbijn. Le immagini del fotografo/regista olandese sono state decisive nel consolidare l’immagine della band, sancendone il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Queste foto, unite all’iconico videoclip di “A Question Of Time” (il primo di numerosi video che Corbijn girerà con i Depeche Mode) sembrano quasi voler dire “non sono più una band di ragazzi, è ora che li prendiate sul serio!”.
Venendo al brano in questione, “Black Celebration” è posta proprio all’inizio dell’album. L’intro strumentale è di quelle lunghe, affinché l’ascoltare abbia il tempo necessario per calarsi all’interno dell’atmosfera dell’album. Bisognerà infatti aspettare più di un minuto prima di sentire Dave Gahan cantare “Let’s have a black celebration” ed entrare così nel vivo dell’album.

9. New Dress

Se si analizza attentamente la carriera della band di Basildon, ci si accorge che i brani di denuncia sociale non sono certo mancati. E tra i testi a sfondo politico, uno dei più graffianti è proprio quello di “New Dress”, traccia conclusiva di “Black Celebration”. Il brano si apre con una base martellante, che sembra quasi anticipare la musica techno del decennio successivo, e si chiude con lo stesso pianoforte con cui partiva il brano “Stripped”. Nel mezzo, la canzone è una ferocissima critica su come la stampa e l’opinione pubblica in generale rivolgano la propria attenzione a temi frivoli, a discapito di quelli seri. Nella strofa vengono elencati diversi fatti tragici (una ragazzina di tredici anni accoltellata, aerei abbattuti, terremoti, carestie, incendi nei quartieri più poveri), mentre il ritornello tiene a farci sapere che Lady Diana indossa un nuovo vestito. “Princess Di is wearing a new dress” canta, infatti, Dave Gahan con voce filtrata. La denuncia su un certo tipo di informazione spazzatura dimostra come i problemi di oggi non siano poi tanto diversi da quelli di ieri.

10. Sacred

L’aura di sacralità che in un qualche modo permeava “Black Celebration” prosegue anche col successivo “Music For The Masses” del 1987, album che vede i Depeche Mode affiancati alla produzione non più dal fido Daniel Miller, ma da David Bascombe, già ingegnere del suono di artisti quali Tears for Fears e Peter Gabriel. “Music For The Masses” può essere considerato con ottime probabilità il miglior album anni 80 della band, nonché uno dei vertici di tutta la loro carriera. Uno di quegli album in cui il momento di maggiore sperimentazione a livello di sonorità è coinciso con un'ispirazione melodica a livelli stellari. Volendo, lo stesso si potrebbe dire per il bestseller del 1990 “Violator”.
Per quanto riguarda “Music For The Masses”, singoli come “Strangelove”, “Never Let Me Down Again” e “Behind The Wheel” parlano ovviamente da soli. Il resto però non è da meno e in alcuni casi, se possibile, suona perfino più dark di “Black Celebration” o di certi episodi di “Violator”, come ad esempio l’accoppiata di brani “I Want You Now”/”To Have And To Hold” (uno dei momenti più sperimentali di tutta la carriera dei Depeche Mode) o anche il brano di cui ora ci occuperemo. “Sacred”, quarta canzone dell’album, inizia con un’atmosfera da chiesa. Dopo quasi venti secondi di canzone Dave Gahan e Martin Gore cominciano a cantare quasi all’unisono i seguenti versi:

Sacred, Holy
To put it in words, to write it down
That is walking on hallowed ground
But it's my duty, I'm a missionary

(“Sacro/ tradurlo in parole, scriverlo/ è come camminare su una terra consacrata/ ma è il mio dovere, sono un missionario”).

Quindi, entra in gioco la parte ritmata (assente fino a prima) scandita dalla batteria e dal basso, più una base di sintetizzatori tra le più belle di tutta la loro carriera. I Depeche Mode hanno cantato testi a sfondo religioso in più di un’occasione e “Sacred” resta sicuramente tra i vertici di questa singolare porzione del loro canzoniere.

11. PIMPF

Analizzando a fondo la carriera dei Depeche Mode scopriamo che i brani strumentali non sono stati poi così rari all’interno della loro carriera. Infatti, quasi la metà dei loro album contiene almeno un episodio strumentale, per non parlare di “Ultra” del 1997, che ne contiene addirittura tre, di cui uno sotto forma di traccia fantasma. “Music For The Masses”, invece, si conclude con questa “PIMPF”, numero strumentale in cui i Depeche Mode svestono completamente i panni della band synth-pop e tentano addirittura di avvicinarsi alla musica classica. Un’operazione audace e rischiosa portata brillantemente a termine.

12. Halo

Difficile aggiungere qualcosa che non sia già stato detto su un capolavoro storico come “Violator” del 1990, che può vantare ragionevolmente ben dieci milioni di copie vendute. Brani come “Personal Jesus” ed “Enjoy The Silence” sono divenuti ormai patrimonio comune per tutti gli ascoltatori di musica pop. Tuttavia, guai a dimenticarsi degli altri due splendidi singoli dell’album: “Policy Of Truth” e “World In My Eyes”. Tra i “non singoli”, spicca invece con buone probabilità “Halo”. Il brano parte con un beat cupo e dopo quasi venti secondi entrano in gioco i sintetizzatori, eccezionali come sempre. Gli stessi synth vengono posti anche in precedenza della seconda strofa, nonché dopo il secondo ritornello. I Depeche Mode hanno sempre messo una cura maniacale all’interno dei loro pezzi. “Halo” in inglese vuol dire aureola, ma la canzone non racconta di santi o paradiso, al contrario, il termine aureola viene usato in senso metaforico, come un passaggio non verso la salvezza, bensì verso la dannazione. Questo l’incipit, infatti:

You wear guilt
Like shackles on your feet
Like a halo in reverse
I can feel
The discomfort in your seat
And in your head it's worse

(“Porti la colpa/ come catene ai tuoi piedi/ come un’aureola al contrario/ riesco a sentire/ il disagio sulla tua sedia/ e nella tua testa è ancora peggio”).

13. Blue Dress

Non può esistere un album dei Depeche Mode senza le canzoni cantate da Martin Gore. E anche in “Violator”, l’autore di quasi tutti i pezzi della band britannica si ritaglia il suo spazio con due sontuose interpretazioni vocali: “Sweetest Perfection” e “Blue Dress” (da non confondersi con la succitata “New Dress” di “Black Celebration”). “Blue Dress” può essere annoverata tra le più delicate e sensuali ballate dei Depeche Mode, specie nel pre-ritornello quando Gore canta:

Can you believe
Something so simple
Something so trivial
Makes me a happy man

(“Riesci a credere che/ qualcosa di così semplice/ qualcosa di così banale/ mi renda un uomo felice?”)

È talmente suadente la voce di Gore in questo pezzo, che dopo il secondo ritornello speriamo di ascoltarla ancora. E invece, il brano si conclude con una lunga coda strumentale. Nel minuto finale “Blue Dress” contiene un interludio formato da una lugubre messa che serve a introdurre “Clean”, l'episodio che chiude in bellezza “Violator”.

14. Mercy In You

Dopo “Violator”, la band è ormai all’apice della propria carriera, convinta di avere il mondo praticamente in pugno. Il più convinto di tutti, in tal senso, è Dave Gahan, che si fa crescere i capelli, si trasferisce a Los Angeles, si fa fare numerosi tatuaggi e, soprattutto, dichiara di voler dare un taglio al pop del passato. È ora che la band faccia musica rock! Peccato solo che, in tutto questo, Gahan finisca con l’abbracciare anche la tossicodipendenza. Dunque, che album è stato “Songs Of Faith And Devotion” del 1993? Per alcuni fu una bella svolta, per altri invece una specie di tradimento, visto che la band finì per abbracciare in parte i suoni del grunge che proprio in quegli anni stava vivendo il suo periodo d’oro. A giudizio di chi scrive, invece, l’album del 1993 è la prosecuzione ideale del precedente “Violator”, visto che parte delle future sonorità rock erano state anticipate già dal tagliente riff di chitarra blues della celeberrima “Personal Jesus”. Trovare delle nuove idee dopo un album del calibro di "Violator" non era certo facile, ma i Depeche Mode sono riusciti in questo difficilissimo compito. Anche perché, da un lato si avverte una certa virata rock rispetto al passato, dall’altro lo stile della band non ne esce minimamente snaturato. “Songs Of Faith And Devotion” è un disco dei Depeche Mode al 100%.
A garantire la continuità tra l’album del ’90 e quello del ’93 ci ha pensato la produzione di Flood, che ha dalla sua un curriculum di collaborazioni artistiche a dir poco impressionante (Cabaret Voltaire, U2, Nick Cave, Nine Inch Nails, Smashing Pumpkins, per citarne alcuni). Tra i brani non singoli di questo nuovo corso della band a spiccare è proprio questa “Mercy In You” in cui, dopo una intro di chitarra e batteria di circa venti secondi, Dave Gahan, con la sua voce calda e profonda, pronuncia queste parole:

You know what I need
When my heart bleeds
I suffer from greed
A longing to feed
On the mercy in you

(“Sai di cosa ho bisogno/ quando il mio cuore sanguina/ soffro di avidità/ desidero nutrirmi/della tua pietà”).

15. The Love Thieves

Nei quattro anni che separano Songs Of Faith And Devotion” e “Ultra” sono successe molte cose: la massacrante tournée Devotional, Alan Wilder che lascia la band, i problemi di salute fisica e mentale di Dave Gahan, che peggiorano sempre di più, fino a culminare col tentativo di suicidio. Per fortuna, tutto è bene quel che finisce bene e pur con tutte le difficoltà del caso, i Depeche Mode approdano nel 1997 al loro nono album in studio, intitolato “Ultra”. Rispetto al predecessore si cambia completamente registro. I Depeche Mode ammiccano al trip-hop, affidando la produzione al produttore di musica elettronica Tim Simenon. La durata media si fa decisamente più alta del solito, in quanto, tolti i pezzi strumentali da due minuti, i brani viaggiano quasi tutti ben al di sopra dei cinque minuti. Per chi vi scrive “Ultra” è stato l’ultimo autentico capolavoro della band inglese, nonché il loro album complessivamente più riuscito, insieme a “Music For The Masses” e a “Violator”. A differenza di questi due, però, “Ultra” non è mai riuscito a godere dello stesso apprezzamento a livello generale.
Volendo individuare un suo possibile progenitore, l’ascolto, più che agli album passati dei Depeche Mode, andrebbe rivolto a quel capolavoro di progressive house e techno che era “Dubnobasswithmyheadman” degli Underworld, uscito appena tre anni prima. Il bello è che nel magnifico brano di quell’album “Dirty Epic” l’influenza dei Depeche Mode si avvertiva non poco, così come tra i vari remix di “Barrel Of A Gun”, primo singolo estratto da “Ultra”, c’è anche quello degli Underworld. Come potete vedere, in quel periodo c’è stato un simpatico gioco di rimandi tra le due band britanniche.
“The Love Thieves” occupa la posizione numero due nella scaletta di “Ultra” e presenta una struttura piuttosto dilata. Il brano dura infatti circa 6:30. La base è di quelle languide e rilassanti, che fa per certi versi da contraltare all’aggressività di “Barrel Of A Gun”. Il testo, scritto come al solito da Martin Gore, non è da escludere che possa fare riferimento al periodo di grande sofferenza vissuto da Dave Gahan, la cui voce appare dopo circa cinquanta secondi:

Oh the tears that you weep
For the poor tortured souls
Who fall at your feet
With their love begging bowls

(“Versi lacrime/ per le povere anime straziate/ che cadono ai tuoi piedi/ con le loro ciotole per elemosinare amore”).

Per scoprire il ritornello della canzone, invece, dovranno passare ben due minuti e mezzo:

Love needs its martyrs
Needs its sacrifices
They live for your beauty
And pay for their vices

(“L’amore ha bisogno dei suoi martiri/ ha bisogno dei suoi sacrifici/ essi vivono per la tua bellezza/ e pagano per i loro vizi”).

A un certo punto della canzone compare perfino la parola “halo” (“Your body is a halo”). Vi ricorda qualcosa?

16. Freestate

Proseguendo il discorso su “Ultra”, non meno dilatata è la struttura di “Freestate”, brano dalle sonorità acustiche, che ben si presterebbe per un eventuale versione unplugged dal vivo. La seconda strofa inizia addirittura dopo tre minuti e mezzo. Il ritornello, invece, si risolve in un inno alla voglia di vivere e alla libertà:

Step out of your cage
And onto the stage
It's time to start
Playing your part
Freedom awaits
Open the gates
Open your mind
Freedom's a state

(“Esci dalla tua gabbia/ e sali sul palcoscenico/ è ora che cominci/ a fare la tua parte/ la libertà ti attende/ apri i cancelli/ apri la tua mente/ la libertà è uno stato [mentale]”).
All’album “Ultra” un anno dopo farà seguito la raccolta “The Singles ’86-’98”, che contiene tutti i singoli di quegli anni, più lo splendido inedito “Only When I Lose Myself”, prodotto da Tim Simenon, lo stesso regista di “Ultra”.

17. I Am You

È opinione comune che “Exciter” del 2001 sia stato un capitolo alquanto debole all’interno della carriera dei Depeche Mode. Già il successivo “Playing The Angel” sembra godere di una considerazione ben migliore. Chi vi scrive, invece, è dell’avviso che “Exciter” sia stato un ottimo album, nonché il migliore dei Depeche Mode post-2000. Certo, da parte di un album che nel titolo prometteva di essere “eccitante” ci si sarebbe aspettati musica ben più vivace, anziché una successione di lenti notturni, ma nel complesso i brani sono tutti più che validi, a partire dai singoli. Hit radiofoniche come “Dream On”, “I Feel Loved” e – soprattutto - “Freelove” sono degne del miglior repertorio della band. La produzione dell’album è stata affidata a Mark Bell, deus ex machina di numerosi dischi di Björk. Tra i brani non singoli da inserire in questa lista abbiamo scelto “I Am You”, dodicesima e penultima traccia. La base elettronica iniziale, unita alla voce filtrata di Dave Gahan, più che ad atmosfere notturne, fa pensare a un brano mattutino con il quale iniziare la giornata. Il testo, invece, propone una classica love story, in cui i due innamorati ormai non si possono più separare. Nulla di innovativo, ma il brano funziona e si fa ascoltare volentieri. Nel ritornello spariscono i filtri alla voce di Gahan:

There's no turning back
We're in this trap
No denying the facts
No, no, no
No excuses to give
I'm the one you're with
We've no alternative
No, no, no

(“Non si torna indietro/ siamo in questa trappola/ non possiamo negare i fatti/ no, no, no /niente scuse/ sono io quello con cui stai/ non abbiamo alternative/no, no, no”).

18. The Sinner In Me

Nel 2005 l’uscita di “Playing The Angel” fu accolta con molto entusiasmo dalla critica (compreso qui su OndaRock). Più di qualcuno gridò al capolavoro all’epoca, ma il tempo ha con buone probabilità finito per ridimensionare un tantino l’album. In ogni caso “Playing The Angel” rimane ancora oggi un buon disco, merito soprattutto del singolo “Precious”. A livello di sonorità, l’album non apporta particolari innovazioni rispetto al passato, anche se la produzione si è fatta più abrasiva che mai. In cabina di regia c’è Ben Hillier, il quale produrrà anche i successivi “Sounds Of The Universe” e “Delta Machine”. Col senno di poi, possiamo dire che il suo lavoro con i Depeche Mode non sia stato dei migliori, visto che la qualità audio del cd di “Playing The Angel” era pietosa, a causa della cosiddetta loudness war. In particolar modo, il brano iniziale “A Pain That I’m Used To” risultava praticamente inascoltabile con quelle sirene martellanti.
Nel 2003, a cavallo tra gli album “Exciter” e “Playing The Angel”, Dave Gahan pubblicò “Paper Monsters”, suo primo album da solista. Per l’occasione i brani furono composti da Gahan stesso, con l’ausilio del polistrumentista Knox Chandler. Forte della pubblicazione di “Paper Monsters”, disco dignitoso ma non certo eccezionale, il frontman cercò in tutti i modi di far sentire il suo peso come autore all’interno del gruppo, scontrandosi con Martin Gore. Alla fine ottenne la possibilità di poter proporre al massimo tre suoi brani, insieme ai suoi fidi collaboratori Christian Eigner e Andrew Phillpott. Eigner e Phillpott avrebbero collaborato con Gahan anche in occasione di “Hourglass” del 2007, suo secondo album da solista.
Venendo ai brani non singoli dell’album, abbiamo scelto “The Sinner In Me”. Brano dai suoni trip-hop, che a partire dal secondo ritornello dispiega un lungo intermezzo strumentale, per poi concludersi con la voce di Gahan che canta la strofa iniziale. Il testo non è sicuramente tra i più originali della band - visto che narra di un uomo che prima conduce una vita dissoluta e poi si rialza grazie all’amore di una persona cara - ma è ugualmente apprezzabile.
Queste le parole della strofa iniziale…

If I could just hide
The sinner inside
And keep him denied
How sweet life would be
If I could be free
From the sinner in me

(“Se solo potessi nascondere/ la colpa che è in me e negarla/ come sarebbe bella la vita/ se potessi liberarmi/ dal peccatore che è in me”).

…e del ritornello

But you're always around
You can always be found
To pick me up when I'm on the ground

(“Ma tu sei sempre vicina a me/ posso sempre trovarti/ quando devi rialzarmi dopo che sono caduto a terra”).

Nel 2006 i Depeche Mode pubblicheranno la raccolta “The Best Of, Vol. 1”, contenente tra l’altro l’ottimo inedito “Martyr”. Un po’ discutibile, invece, la scelta della scaletta, data la totale assenza dei singoli di “Black Celebration”, così come di brani del calibro di “Policy Of Truth” e “Barrel Of A Gun”.

19. Miles Away/The Truth Is

Mentiremmo a noi stessi se dicessimo che i Depeche Mode del terzo millennio sono paragonabili a quelli anni 80 e 90. Però, anche all’interno del tanto vituperato “Sounds Of The Universe” del 2009 non mancano i momenti validi. Certo, l’album si perde in qualche lungaggine di troppo, tra brani riempitivi e quelli tirati per le lunghe (chi ha detto “In Chains”?). Però, in più di un’occasione il pezzo avvincente riesce ad emergere, e uno di questi è “Miles Away/The Truth Is”, uno dei tre episodi dell’album scritti da Dave Gahan, in collaborazione con i già menzionati Eigner e Phillpott. Anche gli altri due pezzi del trio Gahan/Eigner/Phillpott, vale a dire “Hole To Feed” e “Come Back” (peccato solo per i suoni un tantino pesanti) sono più che buoni, se non addirittura i migliori episodi dell’album. A detta della band, in “Sounds Of The Universe” è stato fatto un largo uso di sintetizzatori analogici. Notizia di per sé interessante, ma non è da escludere che la dichiarazione sia servita più che altro a gettare fumo negli occhi circa il fatto che più di un pezzo si presenta davvero debole a livello melodico. Tornando a “Miles Away/The Truth Is”, il brano ha il grande pregio di presentarsi con suoni snelli ed equilibrati, laddove altri pezzi si presentavano invece un filo ridondanti. Preso come episodio isolato, merita di apparire in questa lista. Il testo, scritto personalmente da Dave Gahan, è con buone probabilità un riferimento alla sua passata tossicodipendenza e al rischio che questa possa ripresentarsi:

It’s one of those conversations we’ve, we’ve had them before
The ones that leave you empty and wanting for more
Your eyes they tell me something that I understand
Your eyes they hold the truth and the truth is:
You’re miles away

(“È una di quelle conversazioni che abbiamo già avuto in passato/ una di quelle che ti lasciato svuotato e desideroso di averne altre/ i tuoi occhi mi dicono qualcosa che già capisco/ i tuoi occhi custodiscono la verità e la verità è che/ sei lontana [tante] miglia”).

20. Alone

Le ultime tre fatiche discografiche (“Sounds Of The Universe”, “Delta Machine” e “Spirit”) purtroppo mostrano i Depeche Mode in piena fase calante. Un tempo li vedevamo sfornare soltanto capolavori, oggi invece si limitano tutt'al più a partorire dischi normali. A livello di suoni, fanno sempre più fatica a stare al passo coi tempi e a proporre qualcosa di innovativo, così come si registra un forte calo di ispirazione a livello melodico. Tra “Delta Machine” e “Spirit”, i buoni pezzi non mancano, ma il guaio è che in più di un’occasione i Depeche Mode propongono ormai brani che sono un vero e proprio auto-plagio rispetto ai capolavori del passato. “Broken” è praticamente la copia di “Little 15”, “Soothe My Soul” quella di “Personal Jesus”, “Goodbye” ha lo stesso identico riff di chitarra di “I Feel You” e “So Much Love” suona come una cover band che cerca di eseguire “A Question Of Time”.
Tra i brani da salvare dei Depeche Mode degli ultimi due album, però, possiamo menzionare certamente “Alone”, che in “Delta Machine” viene subito dopo l’ottimo singolo “Should Be Higher”. I sintetizzatori tra la strofa e il ritornello disegnano una bella melodia e anche la base cupa, con le sue percussioni martellanti, offre la giusta veste sonora a un brano dal testo molto sofferto, in cui viene ben raccontato come gli amici si vedano nel momento del bisogno.

I was there when you needed me most
I was there when you wanted me least
I was your father, your son and your holy ghost and priest
Through your failings and success
Through your losses and gains
I didn’t see much happiness or pain

(“Ci sono stato quando tu hai avuto più bisogno di me/ ci sono stato quando tu mi volevi di meno/ sono stato tuo padre, tuo figlio, il tuo spirito santo e il tuo prete/ attraverso i tuoi fallimenti e i tuoi successi/ attraverso le tue perdite e le tue conquiste/ non sono riuscito a vedere né molta felicità, né dolore”).

E con “Alone” si conclude questo avvincente viaggio durato quasi quarant’anni. Si vocifera che nel 2022 i Depeche Mode potrebbero tornare in studio a registrare del nuovo materiale. Come abbiamo visto, pare difficile ormai aspettarsi da loro dischi che non suonino al massimo come una discreta riproposizione del loro sound. Però, sarebbe ingeneroso chiedere di più, dal momento che gli ex-ragazzi di Basildon possono ormai vantare un repertorio che, per qualità e quantità, ha davvero pochi eguali nella storia della musica popular.

(In memoria di Andrew John Fletcher, 8 luglio 1961-26 maggio 2022)

Un ringraziamento speciale al sito di appassionati italiani della band depechemodeitalia.com, preziosissima fonte di informazioni per quanto concerne le traduzioni dei testi dei Depeche Mode.

Streaming


 Speak & Spell (Mute, 1981)

6,5

A Broken Frame (Mute, 1982)

7

 Construction Time Again (Mute, 1983)

6

 People Are People (Sire, 1984)

5,5

 Some Great Reward (Mute, 1984)

7

 Catching Up With Depeche Mode (antologia, 1985)

 

The Singles 81- 85 (antologia, Mute, 1998)

 

Black Celebration (Mute, 1986)

8

Music For The Masses (Mute, 1987)

7,5

 101 (live, doppio cd, Mute, 1989)

6

Violator (Mute, 1990)

8

 Songs Of Faith & Devotion (Mute, 1993)

7

 Songs Of Faith & Devotion Live (live, Mute, 1993)

 

Ultra (Mute, 1997)

7

The Singles 86>98 (doppio cd, antologia, Mute, 1998)

 

 Exciter (Mute, 2001)

5,5

Playing The Angel (Mute, 2005)

7

 Touring The Angel: Live In Milan (live, Mute, 2006)

 

 The Best Of Depeche Mode vol. 1 (antologia, Mute, 2006)

 

 Sounds Of The Universe (Mute, 2009)

4,5

 Tour Of The Universe: Barcelona 20/21.11.09 (live, Mute, 2010)

 

 Delta Machine (Columbia, 2013)

5,5

 Spirit (Columbia, 2017)

7

  

 

 DAVE GAHAN

 

  

 

 Paper Monsters (Mute, 2003)

6

 Hourglass (Mute, 2007)

 

 Angels & Ghosts (con Soulsavers, Columbia, 2015)

6

 Imposter (con Soulsavers, Columbia, 2021)

6,5

   
 MARTIN GORE

 

  

 

 Counterfeit #1 Ep (Mute, 1989)

 

 Counterfeit #2 (Mute, 2003)

 

  MG (Mute, 2015)

 

 The Third Chimpanzee Ep (Mute, 2021)

7

   
 AA. VV.

 

  

 

 Remixes 81-04 (Emi, 2004)

6

 Remixes 2. 81-11 (Emi, 2011)

 

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Spirit

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