Bob Dylan

Highway 61 Revisited

1965 (Columbia) | folk-rock

Uno sparo.
Una casa che sprofonda nel vuoto.
Un calcio che apre la porta della mente.
Da Greil Marcus a Bruce Springsteen, il primo ascolto di "Like A Rolling Stone" è un'esperienza che non si può cancellare dalla memoria. Quel secco colpo di rullante che spalanca la strada a un suono maestoso e intrepido sembra segnare lo spartiacque di un intero universo.
È così che inizia il viaggio lungo l'Autostrada 61, archetipo della via del blues: quel nastro d'asfalto che dal confine con il Canada conduce fino a New Orleans rappresenta l'eredità di un'intera tradizione, cresciuta tra il Delta del Mississippi e Chicago e cantata in almeno una dozzina di brani a partire dagli anni Trenta. Passato e futuro non sono altro che due facce della stessa medaglia, sulla Highway 61: lì tutto è già accaduto, e lì tutto può ancora accadere. Metafora perfetta per una musica le cui radici si agitano e trasformano al vento del presente, fino a diventare un'allucinazione profetica.

Alle porte dell'estate del 1965, Bob Dylan ha deciso di smettere di cantare. La parte che continua a recitare sui palchi inglesi nel tour intrapreso nel mese di maggio, immortalato nel celebre documentario "Don't Look Back" di Don Pennebaker, ha cessato da tempo di avere significato per lui: non vuole più saperne della figura del folksinger impegnato che gli è stata cucita addosso dopo i primi album.
Così, durante il viaggio di ritorno in aereo verso gli Stati Uniti, Dylan comincia ad abbozzare un convulso sfogo in cui riversare tutta la rabbia che cova dentro di sé. "Suonavo canzoni che non volevo suonare, cantavo parole che non volevo cantare", ricorda. "Poi mi ritrovai a scrivere questo lungo getto di vomito di venti pagine, da cui presi "Like A Rolling Stone". Non poteva essere definita in nessun modo se non come qualcosa di molto ritmico in cui il mio odio veniva diretto verso un qualche punto. Non l'avevo mai pensata come una canzone, finché un giorno, mentre ero al pianoforte, la pagina che avevo di fronte mi ha cantato "How does it feel?" in un movimento lentissimo, come se stessi nuotando nella lava. Da allora non fui più interessato a scrivere romanzi o commedie".

È uno slancio febbrile, quello che porta Dylan a rinchiudersi nella sua casa di Woodstock riempiendo pagine e pagine di quel vivido delirio di versi. Bob tenta di tradurlo al piano a tempo di valzer, come si può ascoltare in "The Bootleg Series, Vol. 1-3", ma è qualcos'altro quello di cui è in cerca. "Non voglio che suoni quella merda alla B.B. King e nemmeno quel blues del cazzo", intima senza mezzi termini a Michael Bloomfield, formidabile chitarrista all'epoca in forza nella Paul Butterfield Blues Band, convocato da Dylan come suo nuovo compagno d'avventura.
Reduce dal fallimento delle session con i Bluesbrakers di John Mayall improvvisate alla fine del tour britannico, Dylan è alla ricerca di un suono più denso e potente rispetto al folk elettrificato del primo lato di "Bringing It All Back Home", qualcosa capace di travalicare anche le limpide vibrazioni della versione di "Mr. Tambourine Man" realizzata dai Byrds, che proprio in quei giorni sta scalando le classifiche americane.
Così, alla metà di giugno, Dylan entra in studio a New York per registrare "Like A Rolling Stone" con il produttore Tom Wilson alla consolle, che di lì a poco avrebbe ideato la sovraincisione elettrica di "The Sound Of Silence" di Simon & Garfunkel. Alla seduta si presenta anche il chitarrista Al Kooper ma, non potendo in alcun modo competere con Bloomfield, approfitta di un attimo di distrazione di Wilson per andare a sedersi all'organo: quando il produttore se ne accorge ormai è troppo tardi e Kooper è pronto a dare vita al suono che con le sue intense pennellate caratterizzerà in maniera indelebile "Highway 61 Revisited".

Liturgia rock 'n' roll costruita sugli accordi de "La Bamba" di Ritchie Valens, "Like A Rolling Stone" è un'invettiva in cui ogni sillaba incalza quella successiva con un ghigno sardonico sempre più spudorato, mentre lo scalpitare di chitarra e pianoforte insegue un epico climax che si innalza sulle ali dell'organo.
Quello della "pietra rotolante" è un topos ben noto ai vecchi bluesman, immagine del vagabondo senza dimora cantata in brani come "Rolling Stone" di Muddy Waters e "Lost Highway" di Leon Payne. È da quella fonte che Mick Jagger e soci (che nell'estate del 1965 hanno appena dato alle stampe "(I Can't Get No) Satisfaction") hanno attinto per il nome della propria band. Ed è da lì che Dylan prende le mosse per il proprio viaggio, deciso a trasfigurare la lingua dei padri in qualcosa di completamente diverso.
"Like A Rolling Stone" non è semplicemente un vendicativo sorriso di scherno verso l'altezzosa "Miss Lonely" caduta in disgrazia, protagonista dichiarata del brano. È una domanda molto più radicale, quella che la voce tagliente di Dylan vuole insinuare con il suo accento provocatorio: c'è qualcuno disposto ad abbandonare ogni cosa per vivere davvero all'altezza dei propri desideri? Essere onesti fino in fondo con il proprio cuore significa essere pronti a rinunciare a tutte le false certezze: "When you got nothing, you got nothing to lose". "Fu questo il tipo di dramma che 'Like A Rolling Stone' liberò nella musica di Bob Dylan", osserva il critico americano Greil Marcus, che al brano ha dedicato un intero saggio, "si arriva a quel momento in cui si rischia tutto". È la libertà, allora, la stoffa di cui è fatta "Like A Rolling Stone": la lama di rasoio di quel rischio continuo in cui si gioca l'esistenza.

Inanellando una sarabanda di gatti siamesi, giocolieri, cavalli cromati e imperatori in stracci, l'incontenibile cavalcata dylaniana raggiunge i sei minuti di lunghezza: inconcepibile per l'industria discografica pubblicarla come singolo. "Like A Rolling Stone" viene quindi tagliata a metà e stampata sui due lati di un 45 giri. Ma le proteste del pubblico sono tali da imporre alla label di tornare sui suoi passi, ripubblicando il brano nella sua interezza.
Il 25 luglio del 1965, ad appena cinque giorni di distanza dall'uscita del singolo, Dylan affronta i puristi del folk con la sua storica esibizione elettrica al Festival di Newport. È il punto di non ritorno: da quel momento in poi, per Dylan sarà guerra aperta.

Se i Beatles, in procinto di sfornare l'album "Help!" e ancora legati più al formato del 45 giri che non a quello dell'Lp, inizieranno solo di lì a qualche mese la loro avventura psichedelica, quella che Dylan ha in mente è una sfida senza compromessi, capace di coniugare l'energia istintiva del rock 'n' roll con la memoria senza tempo del folk.
"Il rock 'n' roll non mi bastava", osserva Dylan, "non rifletteva la realtà della vita. Quando mi sono dedicato alla musica folk, ero consapevole che si trattava di una cosa più seria. I brani sono colmi di disperazione, tristezza, trionfo, fede nel soprannaturale, sentimenti più profondi… C'era più vita reale in una sola frase di quanta ce ne fosse in tutti i temi del rock 'n' roll. La vita è una faccenda complessa e il rock 'n' roll proprio non la rifletteva. Se sono riuscito a fare qualcosa di importante, è stato proprio fare incontrare questi due generi".

Con ancora l'eco assordante dei fischi di Newport nella mente, tra la fine di luglio e l'inizio di agosto Dylan torna in studio per portare a compimento la traiettoria della pietra scagliata da "Like A Rolling Stone", che proprio in quei giorni sta entrando in classifica in America e in Gran Bretagna.
Dylan decide di allontanare Tom Wilson per ragioni mai del tutto chiarite e lo fa sostituire con un produttore molto meno invadente come Bob Johnston, dopo aver pensato di rivolgersi persino a Phil Spector. Le sedute di registrazione, che occupano complessivamente meno di una settimana, sono dominate dal tipico caos dylaniano: "Nessuno sembrava capire nulla, tutto sembrava procedere a casaccio, come una specie di jam session", ricorda Bloomfield. E Kooper gli fa subito eco: "Fu come brancolare in una stanza buia alla ricerca dell'interruttore della luce".

Alla fine di agosto, "Highway 61 Revisited" fa la sua comparsa nei negozi di dischi, annunciato in copertina da un Dylan in sgargiante camicia floreale e t-shirt da motociclista, che lancia il suo sguardo di sfida verso l'obiettivo di Daniel Kramer.
Sulla scia di "Like A Rolling Stone", Dylan sfodera una serie di anfetaminiche scariche di rock-blues, a partire dalla batteria martellante e dal fraseggio acido di "Tombstone Blues", che Mr. Zimmerman sostiene essergli stata ispirata da una conversazione tra poliziotti ascoltata per caso in un caffè di New York, per arrivare fino alla corsa indiavolata della title track, che il suono di un fischietto introdotto per caso durante le registrazioni trasforma in irriverente sberleffo.
Poi il ritmo rallenta per un attimo e il pianoforte di Paul Griffin assume un'aria da saloon per la pigra andatura di "It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry", marchiata dalla fiammeggiante armonica di Dylan. Ma è solo una breve sosta, perché subito Dylan torna a tuffarsi nel riff sferzante e adrenalinico di "From A Buick 6".

Sui rintocchi fatali di un pianoforte che sembra annunciare il giudizio finale, entra così in scena "Ballad Of A Thin Man", scandita dalla voce di Dylan come un'inappellabile sentenza di condanna, mentre l'organo di Kooper volteggia in volute di fumo acre. Interrogarsi sull'identità del "Mr. Jones" contro cui Dylan si scaglia nella sua irridente requisitoria è una questione del tutto oziosa: basti sapere che la versione maggiormente accreditata lo fa coincidere con uno dei tanti giornalisti che Bob si divertiva a umiliare. Ma quello che Dylan punta a trafiggere con il teatro dell'assurdo dal sapore kafkiano di "Ballad Of A Thin Man" non è certo un semplice reporter: il suo obiettivo è piuttosto la supponenza di chi non è disposto ad andare oltre all'illusoria soddisfazione del proprio limite, finendo così per non rendersi nemmeno conto di quello che sta accadendo intorno a sé.

Il secondo lato di "Highway 61 Revisited" si apre con la chitarra liquida della ballata più suadente del disco, "Queen Jane Approximately", che scivola su un tappeto d'organo punteggiato di pianoforte nel sogno di un abbraccio capace di sciogliere ogni tormento.
Quindi la strada si spinge a lambire la costa assolata del Messico con "Just Like Tom Thumb's Blues", tra dottori pronti a prescrivere sostanze poco ortodosse e donne capaci di rubare la voce e l'anima, mentre un piano in vena di romanticismo accompagna il profumo di frontiera della chitarra.
L'epilogo si compie con la solenne discesa tra i gironi danteschi di "Desolation Row", processione di anime affamate che scrutano da ogni finestra in cerca di speranze di cui nutrirsi. La veste elettrica inizialmente provata in studio non riesce a cogliere l'essenza del brano, e così Johnston fa venire da Nashville il chitarrista Charlie McCoy, che ricama uno struggente controcanto acustico intorno alla voce aspra di Dylan.
Negli oltre dieci minuti di "Desolation Row", Dylan porta all'estremo la propria tecnica poetica di estrapolare dal contesto le figure di personaggi storici e letterari, trasformandole in immagini emblematiche della commedia umana. Da Romeo a Cenerentola, da Caino e Abele al Gobbo di Notre Dame, da Einstein a Casanova, i protagonisti di "Desolation Row" sembrano sospesi tra solitudine e attesa come in un dipinto di Edward Hopper, in lotta per portare a compimento il proprio destino contro un mondo che sembra rinnegare il loro vero volto. Dylan appartiene a loro, ai prigionieri del Vicolo della Desolazione: per tutti gli altri, quelli che si accontentano di soffocare il loro grido, occorre inventare nuovi nomi e facce nuove, perché le loro non hanno più nessun significato.

Definitiva pietra dello scandalo, "Highway 61 Revisited" è lo specchio infranto che segna la cruciale frattura tra Dylan e la propria maschera: per gli intransigenti seguaci del folk revival Dylan si è ormai svenduto alle classifiche, per il mondo del pop l'impatto visionario dei suoi lisergici blues è un'inaudita provocazione. Dylan calza i suoi occhiali scuri senza curarsi degli strali che lo attorniano e si prepara a portare una sfida ancora più drastica sui palchi dei due lati dell'Oceano. Il suo viaggio lungo l'Autostrada 61 rimane come uno strappo impossibile da ricucire nel tessuto dell'America e del rock. Il tradimento è compiuto: il riluttante profeta è pronto per diventare Giuda.

(13/11/2006)

  • Tracklist
  1. Like A Rolling Stone
  2. Tombstone Blues
  3. It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry
  4. From A Buick 6
  5. Ballad Of A Thin Man
  6. Queen Jane Approximately
  7. Highway 61 Revisited
  8. Just Like Tom Thumb's Blues
  9. Desolation Row
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