“The Lamb Lies Down On Broadway” (1974) è il secondo concept
album dei Genesis e il loro primo
doppio. E’ il lavoro di un gruppo ormai da tempo completamente maturo che con
esso pose una tappa fondamentale in quel particolare genere trasversale che è
l’opera rock, una pietra miliare soprattutto per quanto riguarda le
rappresentazioni live di questo tipo da parte di quella che probabilmente era
l’unica band che all’epoca poteva permetterselo, grazie al particolare modo di
proporsi in scena.
I Genesis venivano da una serie di lavori che avevano visto una
loro crescita esponenziale sia nella capacità compositiva sia nella tecnica
individuale. Non è qui inutile ricordare rapidamente le tappe di questo
percorso. “From Genesis To Revelation” (1968) fu l’ingenuo e pretenzioso disco
d’esordio, un concept basato sulla Genesi e il Vecchio Testamento.
“Trespass” (1970), il loro secondo album fu definito dagli
stessi Genesis “Il passo più importante della nostra carriera” e contiene già
pezzi storici come la violenta “The Knife”, rimasta cavallo di battaglia delle
esibizioni live fino alla dipartita di Peter Gabriel.
Subito dopo “Trespass”, il primo chitarrista Anthony Phillips e
il batterista John Mayhew lasciano il gruppo ed esso trova quello che per molto
tempo sarà il suo assetto definitivo con l’ingresso di Steve Hackett (chitarra)
e Phil Collins (batteria). Con questa formazione i Genesis incidono “Nursery
Crime” (1971), dove la loro musica si definisce meglio, con composizioni che
diventano più complesse, articolandosi in vari momenti di tono diverso che si
alternano in uno stesso pezzo e testi che, grazie alla forza interpretativa di
Gabriel, proiettano in un mondo di favola pieno di metafore e simbolismi.
Arriverà presto n. 4 in Italia sollevando il gruppo da una pericolosa
depressione.
Segue il capolavoro del gruppo “Foxtrot” (1972), dove tutte le
tessere vanno finalmente al loro posto e i cinque sono definitivamente
proiettati, dopo anni di difficoltà anche economiche, tra le principali
formazioni progressive-rock.
“Supper’s ready”, la lunghissima suite che occupa quasi tutta la seconda
facciata, rappresenta per idee, complessità e freschezza uno dei migliori esempi
del genere e uno dei più alti momenti di tutti gli anni 70.
A questo punto le rappresentazioni on stage subiscono una
trasformazione fondamentale quando Peter Gabriel inizia a utilizzare tutta una
serie di costumi e maschere, talvolta legate ai testi o allo spirito delle
canzoni, talvolta, bisogna ammetterlo, un po’ fini a se stesse e dettate più che
altro da un intenti spettacolari (per esempio il travestimento da volpe), ma
sempre estremamente affascinanti per il pubblico. Anche le scenografie e i light
show diventano più complessi, e la fama del gruppo comincia così a crescere
anche in patria, dopo i primi successi in Italia e Belgio.
I Genesis, anche su pressione della casa discografica, per
consolidare la loro fama di gruppo che dal vivo dà il meglio di sé, rilasciano
il loro primo live intitolato semplicemente “Genesis Live” (1973), che in
effetti risulta un disco brillante e non “falso” come molti prodotti del genere.
Probabilmente uno dei migliori live mai pubblicati.
Il gruppo, ormai entrato in un momento di grazia, senza pause
significative torna in studio per “Selling England By The Pound”
(1973), che se segna un passo indietro dal lato della produzione, è
indubbiamente un ulteriore passo avanti quanto a complessità delle composizioni
e tentativo di trovare nuove soluzioni in termini di suoni, strutture e rapporto
tra gli strumenti. I pezzi “storici” o anche solo significativi ormai si
sprecano e anche dal punto di vista delle performance dal vivo il gruppo è
probabilmente ai suoi massimi livelli. Ciò non impedisce che affiorino i primi
contrasti tra cantante e gruppo, il che ha una certa influenza anche su alcune
composizioni che avrebbero potuto essere sviluppate meglio. E’ a questo punto
che Peter Gabriel comincia a concepire il progetto ambizioso di un concept album
basato su un racconto e tra le varie proposte presentate viene scelta la sua:
“The Lamb Lies Down On Broadway”.
2 - La trama
Rael è un teppista dei bassifondi di New York che una mattina,
di ritorno da una delle sue scorribande notturne, viene colpito dalla visione di
un agnello, un semplice ma incongruente agnello, sdraiato quasi a sbarrargli il
cammino sul marciapiede di Broadway, tra i vapori che escono dalle grate degli
impianti di riscaldamento. Mentre Rael fissa questo animale, una sorta di
schermo solido su cui si proiettano immagini della vita di New York scende dal
cielo e avanza verso di lui. Paralizzato dal terrore, egli non può fuggire
finché lo schermo lo colpisce e al momento dell’urto egli sviene. Si riprende in
uno strano mondo sotterraneo dove vivrà una fitta serie di avventure tra il
mistico e il simbolico, imparando così a conoscere se stesso.
Dapprima è in un comodo bozzolo che lo fa sentire calmo e
felice, tanto che si addormenta tranquillamente. Si sveglia sofferente in una
vasta caverna dove deve combattere contro una gabbia di roccia che muovendosi
rapidamente lo stringe fin quasi a soffocarlo. Egli scorge fuori dalla prigione
suo fratello John che però, nonostante le sue invocazioni di aiuto, lo
abbandona, e quando ormai è convinto di morire la gabbia sparisce e Rael è
libero.
Giunge vagando a una strana fabbrica dove vengono assemblati
esseri umani, ognuno con il suo bel futuro stampigliato come un marchio e tra i
“prodotti finiti” pronti per la spedizione, insieme ad altri personaggi che
hanno avuto un ruolo nella sua vita, egli può di nuovo scorgere il fratello.
Questa visione di volti conosciuti fa riflettere Rael sul suo passato e sulle
sue vicende di tutti i giorni.
Avanzando in una direzione apparentemente obbligata, il ragazzo
giunge a un lungo corridoio dove molte persone si muovono lentamente carponi in
direzione di una grossa e pesante porta di legno posta all’estremità opposta a
quella da cui è entrato. Egli è l’unico che può muoversi liberamente e porre
domande a quegli strani esseri condannati a strisciare. Giunto alla porta la
apre e dietro trova una tavola imbandita con ogni ben di Dio, ma soprattutto,
ben più importante per lui, una scala a chiocciola che sparisce in alto e che
egli comincia subito a salire.
In cima alla scala si trova un’enorme caverna circolare dove una
folla variegata discute animatamente su quale delle 32 porte che si trovano
tutt’intorno alle pareti conduca alla libertà, dato che solo una conduce fuori
mentre le altre riportano inesorabilmente indietro. Nella folla Rael incontra
Lilith, una vecchia cieca che promette di portarlo in salvo grazie alla lieve
brezza che soffia dalla porta giusta e che lei è in grado di cogliere grazie ai
suoi sensi affinati da una vita vissuta al buio. Rael decide di fidarsi e si fa
condurre in una stanza dove Lilith lo abbandona promettendogli che qualcuno
verrà a prenderlo, però teme di essere caduto in trappola quando due globi
luminosi entrano fluttuando a mezz’aria e sembrano volerlo aggredire.
Terrorizzato, egli raccoglie delle pietre e manda i globi in frantumi, ma non
appena questi si spezzano la volta crolla e per il protagonista sembra la fine.
Trova però un passaggio tra le rocce e si salva ancora una volta.
Giunge così in una meravigliosa sala con un’ampia piscina di
acqua calda e pensa di aver trovato un po’ di riposo, vede invece tre
incredibili figure avanzare nuotando. Sono le meravigliose Lamia, esseri metà
serpente e metà splendida donna, con le quali ha un’estatica esperienza
sessuale. Non appena mordono la sua carne però, le Lamia muoiono e Rael,
sconvolto per la perdita, si nutre dei loro corpi.
Lasciando la tragedia dietro di sé, il protagonista giunge a una
strana colonia di grotteschi esseri deformi, gli Slippermen, che lo accolgono
come uno di loro. Gli raccontano di essere tutti passati attraverso la stessa
esperienza con le stesse Lamia, che si rigenerano ogni volta, e sono condannati
per questo a passare la vita in una sfrenata e continua attività sessuale. Gli
viene così svelata la tragica verità: anche lui è esattamente uguale agli altri
e schiavo della stessa condanna, può però finalmente riunirsi al fratello,
ridotto anch’egli a un informe ammasso di carne. Rael è sconfortato, ma dopo
qualche tempo uno Slipperman gli rivela che se si ha il coraggio esiste una
soluzione: si chiama castrazione. A praticarla è un medico pazzo che i fratelli
dopo essersi consultati decidono di affrontare.
Il dottor Dyper, dopo averli operati consegna loro un ciondolo
contenente il “frutto del peccato” da usare in caso di necessità e grazie al suo
intervento, avvertendolo però con un certo anticipo. Mentre i due discutono
della nuova situazione, un enorme corvo scende dall’alto e ruba i prezioso
contenitore dalle mani di Rael.
Rael chiede aiuto a John, ma quest’ultimo non volendo rischiare
il proprio carico, lo abbandona nuovamente al suo destino. Rael si lancia
all’inseguimento del corvo in volo, solo per vederlo lasciar cadere il suo
tesoro nelle tumultuose acque di un fiume sotterraneo. Mentre Rael scende una
ripida parete per arrivare al fiume, ben deciso a riappropriarsi di ciò che è
suo, sente delle grida di aiuto e vede il fratello dibattersi tra i flutti del
fiume. Contemporaneamente scorge nella parete di roccia un’apertura che porta
all’esterno, alla sua vecchia vita, che però si sta rapidamente chiudendo. Deve
dunque decidere se fuggire salvando se stesso o salvare John e, pur disperato,
volta le spalle alla finestra e si tuffa per salvare il fratello.
La lotta con la corrente è estenuante, ma quando finalmente i
due raggiungono la riva Rael si accorge di qualcosa di incredibile: John ha il
suo stesso volto! E mentre lo fissa stupito, come guardandosi allo specchio, una
nebbia violacea li avvolge entrambi e in essa i fratelli si dissolvono.
3 — L’agnello, questo sconosciuto
Come si intuisce già dalla complicata trama, “The Lamb Lies Down
On Broadway” è un lavoro monumentale. Nel suo percorso esso sembra procedere per
addizioni, tante sono le complessità strumentali e di narrazione che lo
infarciscono, non per nulla all’epoca molte critiche vertevano proprio sulla
eccessiva mole del lavoro. In effetti, va detto subito che in un’opera di tale
dimensione inevitabilmente ci sono dei momenti di “stanca” o pleonastici che
rendono talvolta l’ascolto lento e su cui si tornerà nell’ultima parte, ma si
tratta comunque di passaggi temporanei in un’opera di altissimo livello
complessivo, per certi versi unica, certamente differente da quello che si era
sentito fino a quel momento e da ciò che si sentirà successivamente.
Chi ha seguito il percorso “storico” della band, si accorge
subito che qui il suono è diverso, molto più duro e pesante rispetto a quello
che sembrava ormai il suo standard definito. La produzione fa in ogni caso un
deciso salto di qualità, soprattutto se comparata al lavoro precedente che come
accennato non rendeva giustizia al gruppo, si tratta infatti del disco dei
Genesis meglio prodotto fino a quel momento. I suoni vogliono con ogni
probabilità riflettere la “grana grezza” del protagonista, ovvero la sua
materialità o non-spiritualità.
Soprattutto il lavoro di Hackett e Rutherford è molto più
aggressivo che in passato. Il chitarrista sfodera assolo taglienti e lancinanti
come lampi, sempre di personalissimo buon gusto e frutto di una tecnica mai fine
a se stessa, anche se successivamente si dichiarerà sempre insoddisfatto del
lavoro. La batteria è costantemente in primo piano e anzi viene ad assumere
importanza col procedere del lavoro, mentre nelle opere precedenti risultava
talvolta sacrificata probabilmente da ingegneri del suono impreparati al compito
di trattare con uno dei più grandi batteristi di tutti i tempi. Phil Collins è
decisamente a una delle migliori prove in carriera, se non la migliore in
assoluto. Rafforza infatti gli aspetti personali del suo già ottimo stile e ne
lascia intravedere gli sviluppi futuri, passando da momenti di potente ritmica
(“The Lamb Lies Down On Broadway”, “Back in N.Y.C.”) a fasi di fuga quasi
delirante (la strumentale “The Waiting Room”).
Tony Banks, per parte sua, tesse delle trame affascinanti
soprattutto al piano, come nella iniziale title track o in “Cockoo Cocoon”, e
per la prima volta lavora su quelli che all’epoca erano i primi sintetizzatori.
Forse proprio qui sta talvolta il suo punto debole, dato che finisce per
mostrare qualche ingenuità dovuta forse alla troppa fiducia nei nuovi mezzi.
Tutti insieme i musicisti danno comunque vita a tessuti sonori estremamente
complessi, sempre vibranti come un quadro impressionista. L’esempio migliore in
questo senso è “The Carpet Crawlers”, che dall’avvio in sordina con una eterea
dodici corde e voce, introducendo uno strumento per volta, arriva con un
crescendo lentissimo a un climax dove tutto si fonde e si interseca in una
grande armonia corale. Probabilmente la migliore canzone dell’album e da sempre
un punto fermo per tutti i fan dei Genesis.
La lunghezza media e l’articolazione delle composizioni è minore
rispetto agli album precedenti, le canzoni sono più compatte e i ritmi spesso
più serrati. L’aggressività è maggiore anche da questo punto di vista, basti
ascoltare “Back in N.Y.C., una delle canzoni più “dure” dei Genesis e una delle
migliori dell’album, dove la rabbia fa da padrona.
Non mancano i momenti di sollievo, più morbidi, come la sequenza
“Anyway” - “The Supernatural Anesthetist”, con due fulminanti assolo di Hackett,
breve e deciso il primo, più complesso e spagnoleggiante il secondo, con una
delle sue rare esibizioni di virtuosismo sul finale. In “Anyway” c’è anche la
migliore interpretazione di Gabriel in tutto il disco. Da segnalare anche la
cavalcata finale di “IT” dove sempre il chitarrista sforna un grande riff e
Banks va in fuga costante sulla tastiera. Si ripete che il livello complessivo
dell’opera è comunque elevatissimo per la lunghezza che presenta, e per questo
pare ancor più curiosa la presenza di riempitivi, solitamente assenti nei
precedenti dischi, dove ogni singola canzone aveva una ben precisa collocazione
ed era studiata, limata e arrangiata ogni volta con cura, come avente un valore
a sé stante, e mai si trovava più materiale del necessario. Ma su questo, come
detto, torneremo oltre.
Ho volutamente lasciato per ultimo Peter Gabriel così da potermi
soffermare. L’idea principale di dar vita a un concept album è sua, così come la
trama e la quasi totalità dei testi. Se il suo lavoro al canto e sulle parole
aveva già da tempo raggiunto livelli elevatissimi, con questo doppio album egli
arriva a un gradino ulteriore, o forse solo diverso, di coscienza dei propri
mezzi. I testi e l’interpretazione di Gabriel si erano sempre caratterizzati per
una grande capacità di giocare con la lingua inglese, così ecco giochi di
parole, doppi sensi, metafore, storpiature della voce, sussurri e grida
alternati in una stessa canzone. In “The lamb” troviamo tutto questo
all’ennesima potenza, ma anche di più. Per la prima volta, sepolta sotto
tonnellate di figure retoriche, citazioni letterarie e riferimenti mitologici,
fa capolino la vita reale o comunque troviamo questioni diverse dai tradizionali
temi gabrieliani: la violenza, la lotta per emergere dalla massa, i rapporti
familiari, l’educazione, il denaro, il sesso, la morte, il cinismo e la rabbia.
Le numerose esperienze che Rael vive nell’assurdo mondo sotterraneo in cui è
stato catapultato, sono la rappresentazione metaforica del percorso attraverso
cui passa ogni adolescente per diventare uomo. Se il tema non pare poi avere
tutta questa originalità, dato che il romanzo formativo è stata una costante
della letteratura occidentale moderna, e successivamente sarà anche più volte
ripreso nel rock (Hüsker Dü), è
tuttavia qui sviluppato con una visione surreale e una forza immaginifica che
non ha riscontri.
Nonostante vi siano alcune ingenuità linguistiche e di
narrazione - per esempio non si è mai visto un teppista portoricano che per
approcciare la sua prima ragazza va a comprarsi un manuale sul tema - la
fantasia quasi onirica che Gabriel mostra nel rappresentare le vicende di Rael
cattura davvero l’attenzione e, se si è capaci di penetrare il velo dei giochi
di parole che costantemente egli pone tra l’ascoltatore e l’essenza del
racconto, se si riesce a capire il meccanismo della narrazione, si entra in un
mondo che riserva molte sorprese e darà per anni materia di riflessione e
scoperte sempre nuove.
L’anagramma Rael - real = reale (ma perché trascurare un
aggancio anche alla follia di Re Lear?) è solo il primo passo di un costante
gioco a rimpiattino con i significati che stanno dietro alle parole. Così ecco
che i “carpet crawlers” sono coloro che fanno della sete di ricchezza e
dell’essere “in” l’unico faro della vita (“We gotta get in to get out” =
“dobbiamo entrare per uscire”, ma anche “dobbiamo essere ‘in’ per emergere”); le
splendide Lamia sono la metafora del sesso e della voluttà in cui è bello
perdersi, ma hanno come controaltare gli orrendi Slippermen che ci dicono che
questo può essere anche schiavitù quando è pura soddisfazione dei propri istinti
egoistici impedendoci di amare realmente l’altro; l’IT finale in cui Rael e John
si dissolvono è la raggiunta maturità del ragazzo finalmente uomo, che in ultimo
riconosce come propria la sua parte razionale e così si completa. Magari
restando ai significati più generali, si può accennare al fatto che l’intero
mondo sotterraneo in cui si svolge la vicenda, oltre che un richiamo all’inferno
della “Divina Commedia”, sembra rappresentare soprattutto il subconscio del
protagonista, il “dentro di sé” nascosto con cui egli per la prima volta si
trova ad avere a che fare, riflettendo invece di agire.
Però è bene non svelare troppo quelle che dopotutto sono
interpretazioni personali, ognuno può divertirsi da solo a trovare i significati
nascosti nelle liriche o a dar loro i propri, anche perché Gabriel non ha mai
rilasciato interpretazioni “ufficiali” ed è sempre stato piuttosto vago
nell’illustrare il significato delle liriche di questo disco.
4 — Il tour e l’addio di Peter Gabriel
E’ credenza diffusa che Gabriel abbia scritto tutti i testi del
doppio album, ma va ricordato che in realtà quelli della quarta facciata sono
scritti in parte da Rutherford e Banks, perché altrimenti i tempi pattuiti con
la Charisma per la consegna del lavoro non sarebbero stati rispettati. All’epoca
molti pensavano addirittura che egli avesse scritto tutta la musica, invece
questa è opera quasi esclusiva degli altri, dato che Gabriel e il gruppo si
erano divisi i compiti all’inizio della lavorazione. Queste errate attribuzioni
ovviamente accentuavano le tensioni interne già presenti tra il cantante e gli
altri, che durante la lunga lavorazione di “The Lamb” si erano fatte
particolarmente sentire. Un ruolo nei contrasti lo ebbe anche la volontà di
Gabriel di creare una rappresentazione molto complessa on stage, al punto di
condizionare anche la stessa realizzazione dell’album. Infatti la band, nella
fattispecie Collins, ha testimoniato in interviste successive che dopo le
composizioni collettive, mentre gli altri quattro avevano in pratica finito di
incidere le basi musicali in due settimane, un mese dopo stavano ancora
aspettando i testi. Gabriel, sollecitato, cominciò a dire che aveva bisogno di
altre musiche sia per utilizzare testi privi di “appoggio”, sia per avere altri
collegamenti tra le canzoni. Questo, anche se non viene detto esplicitamente, al
fine chiaramente intuibile di cambiarsi costume o compiere altri spostamenti in
scena. Ciò non fu per niente gradito dagli altri, che già lo contestavano per il
modo “egoistico” di lavorare. E’ estremamente importante, dunque, affrontare
quest’aspetto, perché si può affermare che alcune parti del doppio album sono
frutto della prospettiva della sua integrale rappresentazione sul palco. E’
probabilmente il caso di certi passaggi strumentali che suonano molto come
materiale di connessione, i famosi “riempitivi” di cui si diceva, vedi la
strumentale “Silent Sorrow In Empty Boats”, che si trova tra “The Lamia”, in cui
sul palco Gabriel indossava un incredibile “costume” costituito da un cono
semitrasparente e dipinto, alto oltre due metri dentro il quale cantava, e “The
Colony Of Slippermen”, in cui indossava una ingombrante veste da mostro
bitorzoluto rimasta celebre. Tutto questo, però, non ha portato solo riempitivi,
infatti, come afferma Banks, la magnifica “The Carpet Crawlers” è una canzone
composta e aggiunta in una seconda fase su richiesta di Gabriel, basandola tra
l’altro su un suo tema melodico.
L’album vendette abbastanza bene per essere un doppio, anche se
considerevolmente meno dei due dischi immediatamente precedenti, arrivando al n.
10 in Uk e 41 negli Usa (comunque la più alta posizione raggiunta negli States
fino ad allora). In ogni caso l’esplosione vera ci fu per il successo che ebbero
le rappresentazioni live di cui si diffusero descrizioni con toni quasi da
leggenda. Tutto il palco veniva completamente dipinto di nero, in qualunque
teatro o arena fossero, per consentire la totale oscurità durante le fasi in cui
il cantante si spostava sul palco per riapparire nei posti più impensati e per
lo stesso motivo il gruppo pretendeva che tutte le luci fossero spente, comprese
quelle pubblicitarie e delle uscite di sicurezza; su tre schermi posti dietro al
gruppo, in sincrono con le musiche, tramite sette proiettori venivano proiettate
1.450 diapositive contenute in 18 cassette; a un certo punto veniva utilizzato
un manichino-clone di Gabriel (il cui volto era una maschera di plastica fatta
al cantante col sistema del calco dal vivo) cosicché due Peter Gabriel
apparivano ai due lati opposti del palco e vi erano ovviamente i suoi famosi
costumi, sebbene in realtà non ne indossasse fino a “The Lamia”, e in
precedenza, cioè due terzi dello show, fosse “semplicemente” travestito e
truccato da Rael.
I contrasti interni raggiunsero così il culmine proprio col
colossale tour in cui il doppio album fu interamente rappresentato per 102
serate in Nord America ed Europa, e durante il quale Gabriel decise di
abbandonare il gruppo.
Gabriel era ormai una stella di prima grandezza, il faro a cui
tutto il pubblico e gran parte dei fan e della stampa guardavano, e gli altri
finirono per restare in ombra nonostante fossero gli autori del 95 per cento
della musica, e ciò si sommava alle frustrazioni della registrazione. Gabriel
aveva anche problemi familiari, stava per avere il primo figlio e aveva
soprattutto desiderio di stare vicino alla famiglia piuttosto che in tour
permanente come il futuro nella band, divenuta ormai un mostro del rock, gli
prospettava. Gli altri pativano la frustrazione di essere spesso considerati “il
gruppo di Peter Gabriel” e la comunicativa tra i membri della band era ai minimi
storici. L’abbandono del cantante fu la pressoché inevitabile conseguenza.
Probabilmente con la pubblicazione di questo disco, la sua
rappresentazione dal vivo e la definitiva dipartita di Gabriel dai Genesis nel
‘75 proprio nel momento del loro massimo successo fino ad allora, abbiamo un
punto di rottura nella storia del rock, l’ultimo atto della fase più fulgida del
progressive e dunque la fine di un epoca. Il punk stava già battendo i primi
colpi che di lì a poco avrebbero spazzato via convenzioni consolidate e Gabriel,
che ha sempre avuto una particolare sensibilità per il nuovo, aveva intuito che
qualcosa si era rotto e niente sarebbe più stato come prima. Salvo i Pink Floyd di “The Wall” che chiuderanno
il cerchio, pur con modalità comunque diverse, nessuno riuscirà più a esprimersi
con una complessità live del genere, come nessuno vi era riuscito fino a quel
momento. Per limitarsi a nomi conosciuti, se Emerson, Lake & Palmer o Yes avevano dato vita a musiche
complicate e tournée faraoniche, non avevano tuttavia l’ambizione di inscenare
una vera e propria rappresentazione narrativa. Andando anche al di là del
progressive, per esempio i Pink Floyd avevano dato vita con “The Dark Side Of The Moon”
a un grande concept album, tuttavia non lo avevano basato su una trama, bensì
appunto solo su un “concetto” di fondo. Altri che pure una trama l’avevano
concepita come David Bowie,
comunque quello che ci era andato più vicino con il personaggio di Ziggy Stardust, anche se era
maggiormente ispirato al cabaret, non avevano tuttavia la macchina visuale di
Gabriel e dei suoi costumi per dar vita a una forma di autentico teatro rock.
Oppure gli Who con “Tommy” erano ricorsi al cinema per rappresentare visivamente
la storia, pur essendo probabilmente autori del migliore lavoro del genere.
Insomma, solo i Genesis nel 1974 avevano tutti gli strumenti
necessari per un’operazione di quel tipo, che è rimasta unica nella storia del
rock e dei concerti dal vivo, e per mettere in scena quella che molti anni prima
che il termine divenisse di uso comune il gruppo stesso definì una
rappresentazione “multimediale”, fatta di musica rock, teatro, poesia e
immagini.
Purtroppo di quel tour di “The Lamb Lies Down On Broadway” non
esiste alcuna ripresa filmata ufficiale, così oggi è un patrimonio della musica
popolare completamente perduto.
Fonti bibliografiche: “Genesis, la loro
leggenda” di Armando Gallo, D.I.Y. Books Europa 1981; “Peter Gabriel”, nella
collana Manuali Rock diretta da Riccardo Bertoncelli, Arcana Editrice 1985;
“Peter Gabriel. ‘Sognando un mondo reale’” di Tommaso Ridolfi, Gammalibri – Kaos
Edizioni 1987; “The annotated Lamb Lies Down on Broadway” by Jason Finnegan,
Scott McMahan and other members of Paperlate, pubblicazione internet; “Genesis
chartography” by Shane Hegarty, pubblicazione internet.
