Pavement

Crooked Rain, Crooked Rain

1994 (Matador) | alt-rock, lo-fi

I vasti consensi ottenuti dall'esordio “Slanted & Enchanted” avevano comportato tutta una serie di inevitabili conseguenze per i Pavement. A cominciare dalla consapevolezza di essere davvero una band, con tutti i significati e gli impegni che ne conseguivano: la fase dei demo spartani, registrati quasi per gioco su improbabili mixer casalinghi, si era chiusa prima che Stephen Malkmus, Scott Kannberg e il batterista Gary Young, da Stockton, California, se ne rendessero conto. Quando l'album di debutto era uscito nei negozi, i Pavement si erano perciò già trasformati in un quintetto: Malkmus, che nel frattempo si era trasferito dall'altra parte del continente, a New York, aveva inserito nella band il percussionista tuttofare Bob Nastanovich e il bassista Mark Ibold. E così, all'improvviso, ogni tassello si trovava al suo posto. Alla pubblicazione di “Slanted & Enchanted” per la rampante Matador era seguito, sempre nel corso del 1992, un lungo tour europeo e statunitense di spalla ai re assoluti dell'indie-rock, i Sonic Youth. Tour che, vale la pena di ricordarlo, toccò anche l'Italia nelle date di Milano, Cesena, Pisa e Roma. Tutto questo in una manciata di mesi, e con quell'aria un po' stranita un po' sardonica di chi è lì per caso che Stephen Malkmus non avrebbe abbandonato mai - men che meno a posteriori, esaurita la breve parabola dei “marciapiedi”.

In un modo o nell'altro, dopo l'uscita del primo album attorno ai cinque si era creata quell'aria di aspettativa che il secondo atto doveva necessariamente confermare: “Ciò che era iniziato come la registrazione sperimentale di una finta band – ebbe modo di dire Malkmus – si era trasformato in un lavoro a tempo pieno”. Bisognava mettere in piedi un seguito, e i Pavement non ci misero poi molto a rispondere con i fatti, nonostante gli impedimenti che iniziarono fin da subito.
L'album, infatti, sarebbe dovuto nascere ed essere registrato a casa del batterista Gary Young, il quale aveva trasformato parte della sua dimora californiana in una sorta di studio di registrazione. Le cose non andarono così. Young, già autore di alcune bizzarre sortite durante il tour, e sempre meno impegnato nella veste di batterista, era divenuto una mina vagante che rischiava di compromettere il cammino dei Pavement. Inevitabilmente, dopo un altro breve tour in Australia e Nord Europa, quella primavera non era più nella band. “A quel punto non sapevo se i Pavement sarebbero esistiti ancora”, chiosa Kannberg negli scritti vergati per l'edizione deluxe di “Crooked Rain Crooked Rain”, uscita nell'autunno del 2004, esattamente dieci anni dopo la prima stampa, e completata non solo da un sontuoso booklet ricco di fotografie, appunti e riflessioni inedite, ma soprattutto da due cd che ai dodici brani confluiti nel disco affiancano canzoni scartate, b-side, versioni demo: L.A.'s Desert Origins è il nome di un'opera omnia per fanatici/collezionisti.

Ma torniamo a noi. La soluzione all'assenza di Young arrivò nel giro di poche settimane dalla East Coast, New York per la precisione, dove Malkmus era di casa e da qualche tempo provava nuove canzoni con un batterista di nome Steve West, insieme al quale aveva già condiviso l'esperienza nei Silver Jews. Era lui, ovviamente, il quinto Pavement.
Oltre a Kannberg, arrivarono sul posto anche il bassista Mark Ibold e il percussionista Bob Nastanovich. Organizzò tutto lo stesso Malkmus: e infatti lo studio finì per essere un locale senza finestre al diciottesimo piano di un edificio newyorkese. A dare man forte alla band era un tecnico del suono di nome Mark “walleye” Venezia, il quale lavorava in un negozio di strumenti al quindicesimo piano dello stabile e riforniva, sotto banco, e in prestito, la band della strumentazione di cui necessitava.

“Crooked Rain, Crooked Rain”, pubblicato nel febbraio del 1994, è un lavoro dal suono ancora legato alla filosofia lo-fi (benché più “pulito” rispetto al predecessore), nel quale il rock ruvido e sguaiato e il cantato slacker si aprono alle melodie pop e a sonorità più classiche. Sicuramente il capitolo più accessibile nella stramba parabola musicale dei Pavement, probabilmente il loro capolavoro; in ogni caso, un mondo a parte all'interno della pur breve discografia del quintetto americano. Tutto ciò che vi ruota attorno, invece, rimane intatto: i mezzi di cui poterono disporre per il sophomore erano migliori rispetto al passato, ma la pilotata impurità del suono, così come le t-shirt sformate e il look da collegiali fuori corso, e ancora quelle canzoni al limite della perfezione a fianco di altre ostinatamente sconclusionate (buona parte dei testi vergati da Malkmus erano, e sono tuttora, una versione casuale, se non semplicemente quella scritta la mattina in cui si devono registrare le parti vocali) raccontano di una band che ambiva soltanto a prendere in giro lo star system, o semplicemente amava e al tempo stesso odiava l'idea di sfondare nel mondo della musica, assecondando quella vena auto-distruttiva sempre presente, talvolta sullo sfondo e altrove in primo piano, nel decennio di vita del gruppo.
È il nichilismo fine a se stesso il paravento dietro il quale i Pavement celano il proprio esponenziale impegno in campo musicale, divenendo, probabilmente loro malgrado, portavoce di una generazione che si prepara a salutare, di lì a un paio di mesi con la morte di Kurt Cobain, la rabbia primigenia del grunge. L'esempio principe di questo disimpegno programmatico è “Range Life”, l'elogio dell'anti-star, che non solo recita come un mantra nei ritornelli “voglio una vita tranquilla, così che possa stabilirmi”, ma che tira in ballo non senza ironia diverse formazioni rock americane di quegli anni, a cominciare dagli Smashing Pumpkins, attirando le ire di Billy Corgan che eliminerà i Pavement dal Lollapalooza di quell'anno legandosela al dito, pare, per sempre.  

Il disco si apre sulla riluttante partenza di “Silence Kit”, tra rumori di settaggio e Malkmus che si lancia in un falsetto sul quale si dispiega il brano. Il titolo è oggetto di storpiature che tuttora persistono: la più gettonata è Silent Kid. Una mistificazione propagata dallo stesso Stephen Malkmus, che nell'edizione deluxe scrive, a mano, proprio quest'ultima versione, immaginiamo per puro diletto. La sensazione, però, è che dietro le apparenze nulla sia lasciato al caso. Il pezzo di apertura dà davvero l'impressione di essere un'introduzione a un nuovo micro-mondo che sa di svolta, un luogo dove le pulsioni del precedente lavoro trovano un compiaciuto approdo: la cosa si è fatta seria? Questa è la nostra risposta.
Ma non è sempre così: la regola è lanciare il sasso e nascondere la mano, mescolando sonorità mainstream a capitoli decisamente underground. La sghemba traiettoria di “Elevate Me Later” distilla con eguale vigore spensieratezza e malinconia, mentre la successiva “Stop Breathin'” è il primo, grande picco dell'album: a dispetto di liriche che mescolano guerra civile, pallavolo e tennis, il brano si snoda attraverso un arpeggio di chitarra che, dalla metà in poi, diventa protagonista di una strepitosa parte strumentale in un crescendo di pathos che raggiunge il climax e bruscamente si interrompe. Dopo aver mostrato tutto il loro (enorme) potenziale di songwriter, i Pavement lanciano “Cut Your Hair”, il pezzo più propriamente pop dell'intera produzione decennale, un brano scanzonato e solare subito adottato da Mtv, anche per merito di un videoclip in cui i cinque danno il meglio del loro peggio. Il singolo raggiungerà il numero 10 di Billboard in America.

Le atmosfere umbratili di “Newark Wilder” invitano Malkmus a indossare un'inedita veste pulp, interpretata attraverso un rincorrersi di strofe in falsetto che seguono gli umori del brano. A riaccendere le luci è “Unfair”, il pezzo più cattivo del lotto: una storiella sulla rivalità tra California del Sud e del Nord, un quadro dipinto a tinte forti, quasi hardcore - quindi pienamente californiano - nel quale si immaginano le colline di Beverly Hills in fiamme e i Pavement intenti a raggiungere Sacramento per ascoltare “l'ultima band psichedelica”. Un ipotetico, ennesimo inno nineties, se non fosse che a ruota arriva “Gold Soundz”, splendido diamante indie-rock che che parla di autostima, tema di stretta attualità in piena epoca grunge (“and you're the kind of girl I like/ because you're empty and I'm empty”). Un sottile strato di malinconia permea il brano, conferendogli un'atmosfera fuori dal tempo, un nuovo classico che non smette di incantare. Sommata alla già citata “Stop Breathin'”, ci consegna i Pavement in stato di grazia. “5 - 4 = Unity” è una divagazione in chiave jazz che stempera i toni e instrada l'ascoltatore verso la rassicurante melodia di “Range Life”, altro punto d'incontro tra pop e rock declinato alla maniera dei Rem, nonché un aperto sbeffeggiamento di tutti coloro che, nel mondo della musica, hanno l'ardire di prendersi sul serio.

C'è tanto di Lou Reed nella crepuscolare, aggraziata parabola di “Heaven Is A Truck”, così come sono i Fall a ispirare “Hit The Plain Down”, un allucinante, sgraziato pezzo rock firmato da Spiral Stairs. È il grottesco trattato alla maniera dei Pavement, l'assurdo portato in spalla al potere. In quanto alla conclusiva “Fillmore Jive”, trattasi di una tardiva riflessione sullo stato della musica e sul ruolo della critica snocciolata su di un pezzo introverso e indolente, caratterizzato da un finale noise: un saluto sghembo prima che cali il sipario su quella che, oltre il velo delle apparenze, è un'opera perfetta nella sua ostinata imperfezione, un capolavoro del rock americano a tutti gli effetti.

(30/03/2014)

  • Tracklist
  1. Silence Kit
  2. Elevate Me Later
  3. Stop Breathin'
  4. Cut Your Hair
  5. Newark Wilder
  6. Unfair
  7. Gold Soundz
  8. 5-4=Unity
  9. Range Life
  10. Heaven Is A Truck
  11. Hit The Plain Down
  12. Fillmore Jive






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