Fall

Fall

La Weltanschauung della middle class

di Mimma Schirosi

Da oltre trent'anni mr. Mark E. Smith è uno dei principali "agitatori" della scena britannica, attraverso parole e musiche documentate da decine e decine di dischi. All'insegna di un post-punk in costante evoluzione. Esaminiamo la sua storia e quella dei suoi Fall fuori dalle righe, con tutto il suo ampio corredo di stravaganze e irriverenze

Tutto comincia dai Fiamminghi, e da un ingegno pragmatico, che riconosce, in una collina a forma di seno, il terreno ideale per la coltivazione di cotone e lino. Il resto è un precipitare nella noiosa vocazione di città industriale, preda, nel suo decorso più critico, di una classe operaia orgogliosa dei suoi vizi di fondo: l'alcol, la depressione, il delirio post-partum, le chiacchiere da pub, l'odio contro la middle class, il tifo proletario per una squadra di calcio, lo schiacciante peso di un estro estetico che non supera l'austerità di una pesante giacca da lavoro.
Passeggiare a ridosso dei docks, nella Manchester di fine anni 70, poteva essere, secondo i punti di vista, esperienza mortificante ma, al contempo, stimolo critico nei confronti di un sistema polveroso, dove il prisma dei colori riusciva a esser colto solo nelle tonalità del grigio.
Un sistema socio-economico paradossale, ridotto all'osso, nei suoi bisogni secondari. Una griglia miseramente piatta, in cui le generazioni del mezzo, se dotate di un occhio un pochino più lungo, dilatato da qualche stupefacente, riuscivano a osservare dall'esterno il tessuto lugubre, annientato dall'abnegazione alla fabbrica e da un'esistenza scialba, lontana anni luce dalla frivolezza strabordante della vicina Londra e del mondo.
In quella terra dove il processo di alienazione poteva essere, per i più, motivo di malessere sotterraneo, inconsapevole e messo a tacere da una scansione monotona, ma confortevole, dei ritmi quotidiani, lo stesso, per altri, diveniva materia prima di osservazione e ispirazione.
La pletora dell'underground poteva scegliere la via del tragico, perfettamente incarnata, nella sua espressione più pregevole, da Ian Curtis, o la metamorfosi androgina di Howard Devoto oppure una forma di grottesco, scorbutico cinismo perfettamente incarnato da Mark E. Smith.

Mark is totally wired
(1976-1985)


Nel 1976 Mark E. Smith, smunto e apparentemente innocuo ragazzetto di 19 anni, addetto alle spedizioni in una ditta di import-export dei docks, trovando in Doors, Velvet Underground, Stooges e Can una superiore ragion d'essere rispetto a un'esistenza che avrebbe toccato l'apice in una appena più ragguardevole forma di alto-proletariato, e superando la linea di demarcazione tra l'estasi dell'ascolto e la volontà attiva della creazione, ingaggiò Martin Bramah alla chitarra, Tony Friel al basso e un tale Dave/Steve, dall'identità ignota, alla batteria. Con questa line-up, ribattezzata "The Fall", dalla novella di Albert Camus, la band diede vita alla prima esibizione live al North West Arts Basement di Manchester, nel maggio del 1977.
La seconda esibizione dal vivo, allo Squat Club di Manchester sancì l'entrata di Una Baines, fidanzata di Smith, alle tastiere e del nuovo batterista Karl Burns.

I primi due anni di vita della band, segnati dall'avvicendamento continuo di nuovi musicisti al basso e alla tastiera, riuscirono, comunque, a produrre i singoli "Bingo-Master's Break-Out!" e "It's The New Thing", seminali di una produzione nata da una forma di caos nervoso e accelerato, destinato a una platea di disadattati persi a spendere le proprie esistenze nei meandri di una cultura fortemente di nicchia, accesa dalle anfetamine, dalla coscienza di classe, da una forma di nichilismo vigile e attivo. Si potrebbe parlare di garage e di post-punk nelle loro forme più ruvide, ma la tastiera lasciava salva da un abusato disordine sonico la melodia sui generis di quella che si andava profilando come una band di culto, antagonista da subito dell'altra faccia della medaglia, nella Manchester di fine 70. Laddove il metallo traeva il proprio carisma dalla sua stessa freddezza, flettendosi ma perdendo la contesa, e abbandonandovisi con fatalismo nei Joy Division, al contrario, quel delirio di nervi che componeva il tessuto umano e sonoro dei Fall completava l'opera, definendo nuove forme, in una lotta sfiancante ma positiva.

Dopo due Peel Sessions e un concerto nel nord dell'inghilterra, nel marzo del 1979 esce, per la Step Forward il primo album, Live at Wich Trials, che vede Marc Riley al basso e Yvonne Pawlett alle tastiere, malgrado, nei credits, per alcune tracce, vengano citati Friel e la Baines.
I toni sono piuttosto umorali, caratterizzati tanto dal sotterraneo senso di paranoia dell'intro "Frightened", quanto dal piglio à-la Stranglers di "Rebellious Jukebox", dalla sfrenata violenza di "No Xmas for John Quays" e dalla raffica iper accelerata di "Underground Medicine" e "Future Pasts", passando dall'intermezzo spoken di "Live at Wich Trials", sino alla chiusura sarcastica di "Music Scene".

Anticipato dal singolo "Rowche Rumbe", delirante punk-funk, nell'ottobre del 1979 esce Dragnet, primo album in studio, con il passaggio di Riley dal basso alla chitarra e l'aggiunta di Craig Scanlon  alla seconda chitarra e Steve Hanley al basso.
Dragnet pare costruito sulla volontà di sperimentare e lasciarsi sedurre da sonorità più ipnotiche, che generano momenti di ruvido psychobilly ("A Figure Walks", "Before the Moon Falls", "Muzorewi's Daughter"), alternato a un garage storto e nevrastenico ("Psykick Dancehall", "Dice Man", "Your Heart Out", "Choc Stock"), per chiudere omaggiando la no wave più ossessiva con "Spectre Reactor".
Uno spettacolo di tale, esuberante genuinità non può sfuggire a un personaggio dalla selettiva ricettività come Mayo Thompson che, nel gennaio del 1980, produce il singolo "Fiery Jack", ancora per la Step Forward, ma apripista per l'entrata nell'ambita Rough Trade che avverrà con il live Totale's Turns (It's Now Or Never), e i singoli estratti dal successivo lavoro in studio, How I Wrote Elastic Man, "City Hobgoblins"e "Totally Wired". Le cellule infette di questo teatrino alticcio e feroce si annidano nella satira à-la Gang of Four di "City Hobgoblins" e nella sottoscrizione al manifesto della nevrosi di "Totally Wired".

Grotesque esce alla fine del 1980, e si preannuncia come materiale felicemente esplosivo. Scomparse le tastiere, Smith si diverte a giocare con tapes e kazoo, restituendo all'album atmosfere da pub proletario, messo a soqquadro da una sghemba jam session di pseudo-musicisti, operai, squatter e disadattati di ogni sorta ("Pay Your Rates" e "New Face in Hell"). Il sinistro voodoobilly di "C'N'C - S Mithering" si stempera, poi, nello spensierato alt-country di "Container Drivers", esasperandosi in "In The Park". Il richiamo alla no wave torna con la monotonia deformante di "Gramme Friday", suonata à-la Dna e nel malumore di sottofondo alla chiosa ("The NWRA").

fall9Il felice connubio con la Rough Trade prosegue, nel 1981, con la pubblicazione di Slates, svelto 10", arricchito dalla presenza dei cori di Kay Carroll e Dave Tucker, rispettivamente anche al kazoo e clarinetto. Sei tracce di alterata frenesia, punteggiata da un basso che pare mordersi di continuo la coda ("An Older Lover"), da cavalcate selvagge nel traffico urbano durante l'ora di punta ("Fit and Working Again"), da proclami abbaiati in un simil beat al vocoder ("Slates, Slugs, Etc.."), seguito da un tour negli States.
Il 1981 vede anche, per la Step Forward, l'uscita della prima compilation dei Fall, Early Years 77-79, e del singolo "Lie Dream Of A Casino Soul", prodotto dal lungimirante Richard Mazda, altra istituzione del circuito indipendente, sulla misconosciuta etichetta Kamera.

Il rapporto con Mazda non si riduce alla mera produzione di un singolo, ma trova concretezza nell'album Hex Enduction Hour, lavoro che segna il giro di boa verso un'ambizione non più solo localistica (testimoniata anche dal tour in America) o geopoliticamente mirata a "far casino" e svitare i bulloni di una società (quella mancuniana) incrostata dalla ruggine di una vocazione economica quasi subita a forza.
Hex Enduction Hour è album brillante, coerente all'identità borderline di Smith, denso di siparietti alzati su di una società destinata a darsi craniate contro i proprio muri di cemento armato, ma, al contempo, suona come un lavoro più consapevole e, di conseguenza, più disciplinato, pur nel proprio caos ispiratore.
"The Classical" è l'ennesima invettiva contro un passato perbenista costruito su stereotipi gonfi di ormoni vanitosi, completamente rigettati da un corpo sonoro che avanza con sicurezza percussiva, quella stessa energia tribale con cui Kay Carroll sigilla l'album nella chiosa di "And This Day". L'amore per il cinismo prosegue nella lenta parodia ecclesiale di "Hip Priest", pretesto per sciorinare un sinistro voodoobilly che suona come lo scheletro dei Cramps osservato ai raggi x. Una tastierina introduce il tono di voce spastico di "Fortress/Deer Park", il cui richiamo iniziale al nazismo prosegue, poi, in "Who Makes The Nazis?", divenendo pesante accusa contro i peggiori vizi di uomini apparentemente del tutto rispettabili, ma pronti alla sodomia pedofila, consumata tra grugniti da obesi maiali, nello squallore di un motel. La capacità di assorbire l'humus di antiche terre di confine sfocia nell'apertura folkeggiante di "Iceland", quadretto allucinato di una terra sorprendentemente psichedelica, nella sua morfologia fisica e sociale.

Dopo il live A Part Of America Therein, nell'estate del 1982, per la Kamera, esce il sesto album in studio dei Fall, Room To Live (Undilutable Slang Truth!). Sette tracce nate da una session che, inizialmente destinata alla registrazione di un solo brano, per volontà dello stesso Smith perviene a un lavoro di breve quanto intensa originalità: dalla fedeltà alla linea di un post-punk sgangherato in "Joker Histerical Face", in cui compare per l'ultima volta la chitarra di Riley, (dopo il tour in Australia e Nuova Zelanda, lascerà la band) alla mistura assolutamente improbabile di "Marquis Cha Cha", divertissement di un Kid Creole che, senza abiti di scena e baiadere di contorno, esercita l'ugola tra le pareti domestiche, passando attraverso la velocità della traccia omonima, sino alla suspence da poliziesco b movie nella scarna e felpata "Detective Instict" e all'industrial cigolante, colonna sonora al super 8 in bianco e nero in "Papal Visit".
Ciò che accade alla fine del 1983, in seguito alla pubblicazione dei singoli "The Man Whose Head Expanded", "Kicker Conspiracy/Wings" e "Marquis Cha-Cha", oltre a segnare un ritorno di fiamma della Rough Trade verso la band, è forse la consacrazione della band all'attenzione di una critica non soltanto costituita da misconosciuti addetti al settore. Quando John Peel ascolta "Eat Y'self Fitter", traccia d'apertura di Perverted by Language, non esita a definirlo uno dei dischi da portar con sé su di un'isola deserta.

fall7La capacità dei Fall di evolversi senza perdere di identità è testimoniata dalla costruzione di impalcature sonore poderose, rette da una sezione ritmica sempre spessa ed elettrificata, da un intreccio di nervi e melodia ai limiti dello scuotimento psichico ("Garden"), dalla sorprendente capacità di anticipare certo shoegaze attraverso un uso più gentile della chitarra e l'inserimento di una voce femminile, quella di Brix Smith, moglie di Mark, in quella che potremmo definire una strana, affascinante ballata post-punk ("Hotel Bloedel"), dal ritorno alle origini di ciò che non si è mai potuto inscatolare come semplice formato-canzone, ma reale ars oratoria, cinica, alterata, a tratti feroce, demenziale, ubriaca, irata, tipica di uno spirito anzitutto inquieto, ma anche libero, nella sua perenne, acuta invettiva ("Tempo House"), invettiva lievemente effettata nella più distesa chiosa ("Hexen Definitive/Strife Knot"), malgrado una certa tensione di fondo, marchio di fabbrica della band.
Nel 1984, anticipato dai due singoli "Oh! Brother"  e "c.r.e.e.p.", che, nello stesso anno, completaranno la più estesa versione su cassetta, esce l'album The Wonderful And Frightening World Of The Fall, che sancisce il matrimonio con la Beggars Banquet e il successivo e definitivo abbandono di Paul Hanley, mettendo, così, fine al periodo del "doppio batterista". Ritorno al rock'n'roll, alle fiamme di un incendio divampato in uno scantinato e spento col sudore stesso del pubblico indiavolato nella danza, deflagrazione percussiva, gioia nichilista già dall'intro ("Lay Of The Land"), scazzo metallico nella voce condita dal controcanto diabolico di Gavin Friday, irlandese membro fondatore dei Virgin Prunes ("Copped It"), sperimentazioni impro che fanno da tappeto sonoro a una fantomatica giornata densa di esseri indefinibili ("Bug Day"), e un finale finto-melodico, la cui chitarra dimessa, come da narcosi, diviene funzionale a un incubo tutto disneyano ("Disney's Dream Debased"), reso evanescente dai coretti della Smith.

Mentre gli anni Ottanta vengono spaccati in due dall'incalzare di un'attitudine che, dal sintetizzatore di ascendenza kraftwerkiana, sprofonda nella deriva di un pop sempre più patinato e fine a se stesso, i Fall producono quello che la critica definisce uno dei migliori album del ventennio 1985/2005: This Nation's Saving Grace. Che Mark E. Smith fosse personaggio di difficile approccio, dalla spigolosità non solo fisica, forte di una strana, rudimentale forma d'etica, basata sull'assoluta fedeltà a se stesso e alla propria ispirazione, si era capito da subito, ma dieci anni, qualche riflettore in più e soprattutto la benedizione di John Peel avrebbero potuto sortire anche strane forme di egotismo, come la storia di altri gloriosi personaggi finiti tra le pagine più mainstream e nelle immagini di grotteschi videoclip dimostravano.
Invece il miracolo dura e l'energia resta, al solito, inalterata. "Mansion", che apre, è solo il sipario di un umore sempre più infastidito, ma consapevole, ancora capace di digrignare i denti di fronte al sistema ("Bombast"), e anche di lanciarsi in divertissement vocali, coadiuvato dai giochini del polistrumentista Simon Rogers, neo-arruolato attraverso il ballerino Michael Clark ("What You Need"). E si riesce persino ad attraversare le sonorità wave riuscendo a trasformarle in un valore aggiunto, piuttosto che in uno squallido escamotage mirato ad attirare una fetta di pubblico più cool, rispetto ai soliti, sgangherati accoliti ("LA"). Ma la vera sorpresa del disco, e uno dei momenti più allucinati e allucinanti, forse, di tutta la carriera del Fall è l'omaggio al krauter giapponese Damo Suzuki, da qualche anno entrato nella leggenda del delirio cosmico attraverso una fisicità primordiale e, al contempo, post-moderna, impressionante nelle immagini live dei Can; Smith non si risparmia, urla con selvaggia fierezza la sua adorazione per questo primate nipponico, mentre la batteria di Karl Burns picchia l'aria, ferendola a morte e lasciandone schizzare un invisibile sangue, infetto dei fantasmi più reali di uno smunto presentatore a Top of the Pops ("I Am Damo Suzuki").

Genialità ruvida vs edonismo (1986-1989)

fall6Esulando da un'apparenza rudimentale, invece, nella sostanza, da sempre nutrita di riferimenti e citazioni colte, frutto di un immaginario già di per sé denso di suggestione, Mark E. Smith decide, nel 1986, di omaggiare Vladimir Nabokov intitolando il nuovo album Bend Sinister, come una sua novella. Ancora una volta il magma, che, ruvidamente, sarebbe colato dal nuovo lavoro, rischia di essere raffreddato dall'assenza di un batterista in pianta stabile. Ma la situazione viene salvata dall'ingaggio di Simon Wolstencroft, che sostituisce il fuoriuscito Paul Hanley, presente solo in due tracce del disco. "Dktr Faustus" trascina la coda lunga di un post-punk che, malgrado l'edonismo gommoso nell'incalzare di questo nuovo decennio, resta, come corredo genetico, duro a morire, come anche l'approccio ironicamente cinico e su di giri di "Mr Pharmacist", cover della garage band americana The Other Half. Una forma di strana psichedelia apocalittica avvolge l'alt-rock di "U.S. 80's - 90's", gonfia di basso e batteria, mentre edulcorato psycho-surf shakera gli animi in "Bournemouth Runner", con ritorni di fiamma a un più cupo dark-punk in "Riddler", sino alla chiosa confusamente cangiante ("Auto-tech Pilot").

Due anni dopo, ancora per la Beggars Banquet, esce The Frenz Experiment, che, forte dell'omaggio ai Kinks con la cover di "Victoria" e del recupero di una vecchia traccia uscita per la Northern Soul nel 1965 e reinterpretata in chiave voodoobilly ("There's a Ghost in My House"), torna a rinvigorire ed energizzare il tessuto sonoro nel precedente album lievemente più minimale. "Carry Bag Man" è solo l'inizio di un mood più esagitato che mai, che si sviluppa nel dinamismo accelerato di "Athlete Cured" e "Bremen Nacht Alternative", seguite, prima della fine, dallo strumentale rockabilly di "Guest Informant Excerpt". Da segnalare, nella versione in cd, una versione un pochino più elettrificata di "Hit The North part 1".
Gli anni Ottanta volgono al termine, e, prima che si cambi decade, esce I Am Kurious Oranj, colonna sonora per un'opera di danza contemporanea di Michael Clark. Malgrado la sciattezza di Smith, le citazioni colte tornano anche qui, mutuando in parte il titolo dell'album dai film di fine anni Sessanta del regista svedese Vilgot Sjöman, "I Am Curious (Yellow)" e "I Am Curious (Blue)".
Il basso greve introduce provvisoriamente in un breve malessere ("New Big Prinz"), per poi evocare lo spirito di William Blake nella rielaborazione sinistra di "Dog is Life/Jerusalem".

Gli ultimi due anni del decennio sono segnati dall'uscita di una doppia compilation (Box One, nel 1988, e Box Two, nel 1989), e di un live (Seminal Live, nel 1989). Altro documento importante, nella discontinua storia della band, è, nel 1989, l'edizione speciale di un'intervista a Brix Smith, prima del suo distacco da Mark e della conseguente dipartita dai Fall.

L'età della confusione (1990-1999)

L'evento rimescola nuovamente le carte, all'indomani del 1990, segnando l'ennesimo cambio nell'organico. Ma se le circostanze sembrano presagire una forzatura, in un possibile e deciso cambio di sound, la stessa sorte reca con sé un inaspettato risvolto della medaglia, costituito dalla sostituzione (almeno temporanea) dell'ex-signora Smith con Martin Bramah alla chitarra.
Il rientro di uno dei membri fondatori della band salva l'essenza, che, malgrado l'incipit di una nuova epoca, segnata dal lento spegnimento del post-punk, in Extricate, uscito nel gennaio del 1990 per la Phonogram e prodotto, tra gli altri, dai Coldcut, oltre che da Mark E. Smith, resta, in generale, pulsante e fedele a se stessa.

Preceduto dal singolo "Telephone Thing", sorta di hip-hop elettronico grezzo e insidioso, Extricate riesce a entrare nel cuore di John Peel che, ancora una volta, ribadisce il suo amore per la band, colpito soprattutto da "Bill Is Dead", in origine parodia degli Smiths, per via di un afflato curiosamente dolciastro, rispetto all'abituale abbaiare smithsiano, ma, al contrario, piccolo, mirabile cameo, dalla grazia rudimentale, eppur affascinante, poggiata sulla chitarra melodiosa di Craig Scanlon. La bilancia oscilla tra l'alt-country percussivo di "Sing! Harpy", la fedeltà alla linea, appena inacidita da una vena hard-rock nelle chitarre in "I'm Frank", l'omaggio all'adorato garage 60's dei Monks, in una rielaborazione crepuscolare e soffocante di "I Hate You" che diventa "Black Monk Theme Part 1", il beat di fine millenno in "Hilary" e "The Littlest Rebel", il blues inquieto e hitchcockiano di "Chicago, Now!" e infine la chiosa rockabilly "And Therein...", deliziata dalla chitarrina di Bramah.

La fertilità logorroica di Smith & Co. è inarrestabile, e la produzione procede con l'uscita, nel 1991, di Shift-Work, immediatamente preceduto da una doppia compilation di A Sides e B Sides, per la Beggars Banquet. Shift-Work è lavoro spiazzante, per la sua eterogeneità. Il suono analogico non è un lontano ricordo, ma nemmeno una realtà consolidata, nelle nuove scelte stilistiche del gruppo che, pur coerente a un'identità geniale, nel suo essere rabberciata e storta, non ha difficoltà ad avvalersi di nuovi ammenicoli tecnologici, come dimostrano la spensierata "So What About It?", la danza electro-romantica di "The Mixer", l'improbabile ma ipnotico esperimento di "Sinister Waltz".
Si torna, poi, all'abituale deflagrazione con "White Lightening", tangenziale all'energia della Jim Carroll Band, e "A Lot Of Wind", apoteosi di anfetaminica velocità. Se la voce di Smith pare sperimentare nuove tonalità su quella strana mistura di grigia wave e scazzato garage in "Book Of Lies", si cimenta, invece, addirittura nella stridente forma di una ballata in "Rose", quanto di più sereno e pacificato, vicino al sussurro d'amore, abbia mai cantato.

"Free Range" è il singolo che, nel 1992, fa da apripista a Code:Selfilsh, possibile e probabile seguito di Shift-Work, ma meglio integrato nel mood 90's attraverso l'ingaggio di un'artista d'eccellenza: Dave Bush alle tastiere e agli inserti elettronici. Benché Bush sia un devoto seguace della prima ondata techno, i Fall, tendenzialmente, restano quelli di sempre, conservando malumori e mugugni ("The Birmingham School Of Business School"), spolverando stancamente l'aria su un tessuto sonoro per certi versi vicino all'età dell'oro dei Rem ("Time Enough At Last"), declamando alticci country di fine millennio ("Just Waiting"), ironizzando sadicamente sulla drammatica banalità di taluni status sociali ("Married, 2 Kids").
Se non fosse per la doppietta elettronicamente intarsiata di "So Called Dangerous" e "Crew Filth" (pastiche costruito intorno a un remix di "So What About It", traccia d'apertura di Shift-Work, e un improvvisato, sbronzo acappella), la presenza di Bush potrebbe passare anche inosservata. Resta, quasi a brillare di luce propria, "Gentlemen's Agreement", umorale, melanconica ballata il cui shoegaze viene, solo, abilmente a tratti enfatizzato dalla tensione del rullante.

fall2_021993. Ancora un altro passo. Non falso ma diverso. "Why Are People Grudgeful?", sgangherato ska reggae che fonde in un corpus unico "People Grudgeful" di Joe Gibbs e "People Funny Boy" di Lee "Scratch" Perry, è il singolo che, sfrontatamente, annuncia l'uscita, per la Permanent, di The Infotainment Scan, disco definito da molti critici un reale ammiccamento allo show business. Ma parlare di ambizione all'ascesa planetaria pare davvero un paradosso, a proposito di un artista che, liberamente e creativamente, riesce a mettere in ridicolo persino le mode dell'epoca, ironizzando contro il Britpop à-la Suede in "Glam Racket", malgrado abbia sempre negato di conoscere la patinata band. L'opera di coverizzazione avviene, invece, in "Lost In Music", in cui, messi da parte leggings e paillettes, delle Sister Sledge non resta che un fluorescente, ma acidissimo bagliore, appena abbozzato dai sintetizzatori dosati con minimale cura, sulla voce impastata di malumore tipica di Smith. E il gioco prosegue ripescando nel torbido dei talent show, attraverso la coverizzazione della misconosciuta "I'm Going To Spain", sordida canzoncina presentata in quel contesto da un tale Steve Bent.
La fascinazione per le nuove morfologie della disco music trova terreno fertile nel remix di "The League Of Bald-Headed Men", che diventa "League Moon Monkey Mix", concentrato di techno/gabba, da ballare in ambienti rigorosamente illeciti.
Ma, come presagendo le conseguenti critiche a un disco quasi per metà costituito da cover, remix, collage, Smith &Co mostrano fieramente la propria carta d'identità con "Paranoia Man In Cheap Shit Room", che, già dal titolo, dimostra tutto il cinismo che da sempre scorre nelle vene della band, enfatizzato da una chitarra elettrica nervosa e adirata.

Nei gioco dei rimaneggiamenti, il 1994 segna un gradito nella line-up: Karl Burns, batterista assente dal 1985, lascia le proprie tracce in Middle Class Revolt. Il disco, il cui titolo originale è "Middle Class Revolt A/K/A The Vapourisation Of Reality", procede stiracchiandosi e, a tratti, poppeggiando piacevolmente (da "15 Ways" alla title track). Ma non illudiamoci che Mark E. Smith abbia deciso di mettere la testa a posto, perché, come sempre, in ogni album, quell'inconfondibile marchio a fuoco di genio e follia, ironia e cinismo, strafottenza e sfrontatezza, c'è, e si arroga il diritto di coverizzare un classico dell'alt-prog quale "War" degli Henry Cow, trasformandola da divertissement patafisico in delirio elettrificato e tribale. Ma i Fall possono anche altro, costruendo "Symbol Of Mordgan" su una conversazione calcistica di Craig Scanlon al telefono con John Peel, durante il suo programma del sabato pomeriggio, basta solo inserire una chitarrina vecchia e distorta. Come sempre, c'è anche da incazzarsi e ballare come ossessi su "Hey! Student", blueseggiare su "Junk Man", cover dei Groundhogs (blues band inglese nata nei primi anni Sessanta del secolo scorso), e tornare a omaggiare il sublime psych-garage dei Monks (come già era accaduto in Extricate), nella cover di "Shut Up".

Mentre le sorti della band sono in balia di una critica non sempre concorde nel rilevare la continuità di un progetto a lunghissima durata, il ritorno di Brix Smith, ex-moglie di Mark e figura di fondamentale importanza nel difficile approccio a una più mitigata forma di post-punk, ai tempi di "Perverted By Language", definisce, nel 1995, le coordinate di Cerebral Caustic. La ex-coppia presenta ufficialmente l'album in un'informale chiacchierata, descrivendone, pezzo per pezzo, tra il serio e il faceto, le caratteristiche più rilevanti. La percezione del lavoro, nel complesso, non resta del tutto negativa, considerando la scarica di adrenalina dell'intro ("The Joke"), seguita dal divertissement a due voci di "Don't Call Me Darling", strambo punk d'amore e odio, per poi tornare a quello spoken cinicamente distaccato di Smith su "The Aphid". Del tutto peculiare, invece, "Bonkers In Phoenix", costituita da due tracce audio che intrecciano il canto stridulo ed estatico di Brix con alcune strofe di Mark, in un impasto sonoro denso di effetti elettronici.

Mark, in questi anni, è piuttosto irrequieto, si lascia andare all'alcol, e, malgrado la presenza di Brix, sorta di angelo custode, le sue stranezze condizionano la registrazione e il tour promozionale di The Light User Syndrome. L'album del 1996 è ulteriormente impreziosito da Julia Nagle, ex-collaboratrice di Martin Hannett, alle tastiere e alla chitarra. Craig Scanlon, presente da Live At The Witch Trials, abbandona la band, ma ricompare, in "Stay Away (Ol' White Train)", cover di Johnny Paycheck's. The Light User Syndrome è confuso, oscuro, denso di spunti non sempre ben amalgamati tra loro: dall'apertura schizzata di "D.I.Y. Meat" al finale-videogioco di "Secession Man", passando attraverso il blues oscuro di "Hostile", che diventa lungo giogo industrial in "Interlude-Chinilism", gonfia del saliscendi vocale di Brix, per toccare inedite altezze con la funerea e attraente marzialità di "The Ballard Of Joe Drummer", traccia inconsueta, esoterica, in certo suo svolgersi, e dal titolo sbadatamente stampato su alcune copie in "The Ballad Of Joe Drummer", forse ignorando il richiamo più o meno velato allo scrittore J. G. Ballard.

Prima che esca Levitate, nel 1997, vengono immesse sul mercato una serie di compilation e live che potrebbero suscitare il dubbio di una stanchezza di fondo, creare il sospetto di un potenziale vivere di rendita. Ma, a guardar meglio l'identità di Smith, ci si rende conto di quanto, invece, si tratti di una stupefacente e strabordante personalità, complessa e iperattiva, felicemente ossessivo-compulsiva nella sua produzione, personificazione di quel nichilismo attivo che significa salvezza, piuttosto che rinuncia a priori, rispetto alla propria volontà.
Levitate, che ancora ospita Julia Nagle, pare un lungo esperimento, sospeso tra una strana dialettica di jungle e post-punk ("Ten Houses Of Eve", "The Masquerade", "Jungle Rock"), garage à la Nuggets finanche nella coverizzazione di innocenti canzoncine da cartone animato di fine anni Cinquanta ("Mummy" di Bob Mc Fadden&Dor che diventa "I'm A Mummy), inferni sonici rapidi e disturbanti ("Ol' Gang"), intermezzi di struggente, curtisiana bellezza ("I Come And Stand At Your Door", ispirata a una poesia di Nazim Hikmet, di cui "Jap Kid" è versione strumentale), abituale caos da club malfamato ("Everybody But Myself").

The Marshall Suite, del 1999, nasce da uno dei più travagliati parti della prolifica storia dei Fall, subito dopo l'arresto, durante un tour americano, di Mark, dovuto a un battibecco con Julia Nagle che, però, decide di mantenere la calma e restare nella band, cercando di ripristinare l'ordine e costruendo ex novo la line-up. Il risultato è la presenza di un nuovo batterista e due bassisti, tutti ingaggiati in fase di registrazione, con la produzione di un album assolutamente variegato, alla stregua di un folle collage tenuto insieme dalla velata volontà di Smith, letta tra le righe di un'intervista a The Wire, di voler realizzare un concept autobiografico.
Il disco suona ruvido ("Touch Sensitive"), ridanciano nella cover di Tommy Blake ("F -'Oldin' Money"), indugiando nel gusto del rockabilly vintage in "Bound", scazzato nell'ombra di "Inevitable", futuristico in "The Cryng Marshall" (remix ad opera del produttore Steve Hitchcock di una traccia realizzata da Smith con i Filthy Three), carico di trasognate tastiere nel suggestivo finale ("On My Own").

Indifferenti all'Apocalisse (2000-2010)

fall14Contro ogni escatologia da fine millennio, all'inizio del 2000, le acque sembrano essersi calmate e l'esperimento della nuova line-up, messa su da Julia Nagle, prosegue, aprendosi a nuove collaborazioni. Mark è sempre il solito, cinico mancuniano, malgrado l'esperienza del carcere americano, e continua a divertirsi anche in The Unutterable, uno dei pochi album dei Fall privi di cover. Recepito da taluni critici come nuovo "picco creativo" della band, dopo anni di ossessivi dejà vu, l'album si apre con "Cyber Insect", velocissima giostrina elettronica ingentilita dal cameo di Kazuko Hohki, artista anglo-giapponese e leader dei Frank Chickens. Schizofrenico è, invece, il ritmo di "Sons Of Temperance", ennesima dichiarazione di sdegno verso ogni forma di falso moralismo, che si accompagna allo sprezzo per quella forma di materialismo tecnologico, gettato tra le righe di "Dr. Buck's Letter", umbratile omaggio a Charles Bukowski, e, al contempo, frecciatina a certo lifestyle incarnato del dj inglese Pete Tong (che non potrebbe mai uscire senza: occhiali da sole, cd e musicassette, palmare, telefono cellulare e carta di credito). Un punto di vista sull'abuso di droghe viene espresso, sotto forma di delirante spoken, in "Octo Realm-Ketamine Sun", mentre "Pumpkin Soup And Mashed Potatoes" celebra, in un delizioso jazz, il piatto preferito di Smith e "Katerer" chiude roboticamente il tutto.

Are You Are Missing Winner, prosegue il discorso cominciato con The Unutterable, denunciando, ancora una volta, la fascinazione per il rockabilly e sue affiliazioni, e il gusto della coverizzazione, sotto l'egida paziente della saggiamente cazzuta (quasi quanto Mark) Julia Nagle.
L'album, che esce, in una prima edizione su cd, nel novembre 2001, va a stuzzicare il blues d'antan di Leadbelly, trasformandone il "Bourgeois Blues", in un sinistro psychobilly ("Bourgeois Town"), innervosisce il garage psichedelico di "Gotta See Jane", memorabilia del 1968 targata R. Dean Taylor, crea disordini sonici in "Ibis - Afro Man" di Iggy Pop. Andando agli inediti, di sicuro si fanno notare l'epica cavalcata di "Crop Dust", il gelido enigma di "The Acute", appena sciolto dal delirio storto di "Hollow Mind" (la traccia, forse, in cui i Fall somigliano di più a se stessi) e l'esilarante giro sulle montagne russe della fine "Reprise: Jane - Prof Mick - Ey Bastardo".

Nell'anno che separa Are You Are Missing Winner da The Real New Fall Lp (Formerly Country On The Click), la produzione di compilation, live album e singoli raggiunge un picco mai eguagliato prima. E questo farebbe pensare a una sorta di anno sabbatico durante il quale mettere a punto il passato per cercare di diversificare il presente, così da rendere più longevo e appetibile il futuro. In realtà, The Real New Fall LP (Formerly Country On The Click) contiene un sottotitolo poiché la gestazione dell'album è di certo una delle più discontinue, nella storia della band, per via di un'infinita serie di mixaggi che, dopo la registrazione chiusa nel 2003, terminano solo nella primavera dello stesso anno, quando Smith, indispettito da alcuni remix apparsi su internet, decide di rifare il tutto, facendo sì che l'album possa ufficialmente uscire solo nell'ottobre.
Dal punto di vista compositivo, bisogna attendere la terza traccia, "Theme From Sparta F.C.", per poter ascoltare qualcosa di invitante, in cui ricominci davvero a scorrere sangue smithiano. Questa traccia, non a caso, diventerà la sigla di alcune trasmissioni sportive di cui lo stesso Smith sarà commentatore calcistico. Una nota di stupefacente merito guadagna poi "Janet, Johnny And James", polverosa ballata alt-folk come mai ne avevamo sentite da questo nevrastenico signore. E il divertimento prosegue con "Loop41`Houston", unica cover dell'album, e omaggio a Lee Hazlewood, per cambiare registro e tornare a certa new wave riveduta e corretta da qualche sberluccicante ammenicolo elettronico in "Recovery Kit". L'ultimo frammento è l'agghiacciante tribal rock à-la Savage Republic di "Proteinprotection", appena squarciato dai coretti del refrain.

Tra The Real New Fall Lp (Formerly Country On The Click) e Fall Heads Roll, a parte la solita pletora di singoli, compilation, live album, è da segnalare, nell'aprile del 2005, l'uscita di un prezioso boxset contenente la versione integrale delle Peel Sessions. L'uscita acquisisce ulteriore enfasi perché segnata da un lutto che colpisce inaspettatamente tutta la comunità musicale internazionale: nell'ottobre del 2004 muore John Peel, personaggio di vitale e storica importanza per la cultura musicale degli ultimi quarant'anni.
Il rapporto tra i Fall e Peel era peculiare, tanto da far dire al giornalista, paradossalmente pochi mesi prima della sua morte, che uno dei motivi per cui rimandare la stessa sarebbe stata l'uscita, di lì a un anno, del nuovo disco dei Fall. E, di quel disco, Peel potè ascoltare solo alcune tracce, che andavano a chiudere le Sessions, nell'agosto del 2004.

Fall Heads Roll esce nell'ottobre del 2005, qualche mese dopo le Peel Sessions. L'album è corposo,  umorale, sospeso tra giocosità, come accade nella surreale e ironica marcetta iniziale ("Ride Away"), spirito coriaceo (e appena temperato dai coretti in "What About Us"), parentesi di calma apparente (nella disciplinata "Midnight Aspen", diluita nella ripresa), tensioni oblique ("Blindness", "Trust In Me"), pestare ossessivi (Ya Winner"), e dolenti, mature ballate a cui, da qualche anno, l'esagitato Smith pare aver ceduto ("Early Days Of Channel Fuehrer").

I due anni che seguono sono gonfi di nuove compilation, live e addirittura uno sfacciato boxset (The Fall Boxset 1976-2007), Mark continua ad alternare grandi slanci d'entusiamo ad accessi di collera che, nel 2006, durante il tour americano, favoriscono la fuoriuscita di  Ben Pritchard, Spencer Birtwistle and Steve Trafford dalla band. L'ago della bilancia è ancora una donna, Elena Poulou, terza moglie di Smith, che, insieme al controverso carisma del nevrastenico coniuge, riesce a ricomporre il nucleo frantumato, integrando nella band Tim Presley e Rob Barbato dei Darker My Love, Orpheo McCord dei The Hill e Dave Spurr dei Motherjohn. Presley, Barbato e McCord rimpiazzano temporaneamente Ben Pritchard, Spencer Birtwistle e Steve Trafford, e il risultato è Reformation Post TLC. Lo spirito dell'album è tutto nel titolo, in cui per "Post TLC", Smith preciserà riferirsi ai fuoriusciti Pritchard, Birtwhistle, Trafford definendoli "Treacherous Lying Cunts"
Il lancio promozionale, favorito dal video della devastante title track, è notevole. Mark danza, col resto della band, urlando, sdentato e strafottente, "Black River/ Fall Motel/ Cheese State/ TLC/Back '81/ Repeat/ Underneath/ Black River/ Black River/ Fall Motel/ Cheese State/Reformation", omaggiando il Black River Falls Motel in Wisconsin che ispira il testo. Della stessa farina la successiva "Fall Sound", possibile hit spaccaossa con "Systematic Abuse", inconfondibile ed esagitata traccia di nichilismo smithiano ("Systematic abuse/ It is the truth/ Systematic abuse/ It is the whole truth"). Ma, naturalmente, il gusto di spiazzare non manca, e allora ecco l'alt-country pacioso di "White Line Fever", la tastierina destabilizzante e la voce altera della Poulou nella marcetta elettronica di "The Wright Stuff", l'omaggio a "Trout Mask Replica", in "Scenario".
Di lì a pochi mesi, Mark asseconda il capriccio dei Mouse On Mars, dando vita, con loro, ai Von Sudenfed, estemporanea triade tech-punk che produce "Tromatic Reflexxions", strabiliante e gustosissimo ribollire di tensione electro-scalcinata.

fall102008. Ancora cambi nella line-up, una moglie giovane e avvenente a tenere alto il morale della band, una tensione vitale che non pare intaccata in nulla, un'attività parallela di improbabile commentatore sportivo per la tv inglese, la produzione del veterano Grant Showbiz (già con The Smiths e Alternative Tv, oltre che presente in Dragnet, Grotesque, The Unutterable), e il minestrone inacidito di Imperial Wax Solvent, album del 2008, è servito.
L'ode al parco giochi ("Alton Towers") e alla furiosa età di mezzo ("50 Year Old Man", and I like it), il fascino per i primi robot synthetici à-la Kraftwerk ("Taurig") e il rewind rimasticato del post-punk che fu ("Tommy Shooter"), la nostalgia canaglia dei Nuggets ("Is This New") e il ruvido cinismo ("Exploding Chimney") compongono un patchwork sonico variegato quanto il più evidente dei disturbi da personalità multipla, ma pulsante di energia primordiale, dotata del potere di auto-sussistenza, contro ogni possibile iniezione di futuribile viagra psichico.

2010. La decade contenente la vicina apocalisse non spaventa Mark che, date alle stampe le solite compilation e live così da nutrire i bulimici fan e feticisti, dimostra di voler stare ancora a testa alta sulla scena, completamente strafottente, invece, rispetto a una fantomatica cresta dell'onda. A 53 anni, Mark riesce a realizzare un ottimo disco di rock'n'roll e, al contempo, a inacidire le sofisticazioni di altri ex-ragazzi prodigio (in qualità di special guest nel recente lavoro dei Gorillaz di Damon Albarn). E così accade che la Domino sia lieta di presentare Your Future Our Clutter, ventottesimo album in studio dei Fall, descritto, nelle note stampa, come "most rampant, most forward moving, bone shaking best". L'energia è strabordante sin dall'intro ipervitaminico ("O.F.Y.C. Showcase"), come anche nel breve cenno al garage più lo fi che apre "Bury Pts. 1+3". La batteria pesta feroce sulla cavalcata di "Cowboy George", recitata da Mark nelle vesti di ebbro bardo, mentre "Hot Cake" va dritta a infilarsi nella prossima playlist di un Halloween psychobilly, insieme alla appena più luminosa cover di "Funnel Of Love", della sublime Wanda Jackson.
Ed è pace nella ballata distorta dell'apparente happy end, interrotto da un sinistro spoken finale ("Weather Report 2").

Dal 2010 a oggi

Nel 2011 la band rilascia su Cherry Red l'album Ersatz GB.
Forse meno incisivo del suo immediato predecessore (ma importa davvero a qualcuno?) questo disco contiene dieci nuovi monologhi, nei quali la vena corrosiva di uno dei moralisti più velenosi (e lucidi) del Regno Unito si scaglia a piede libero contro simboli e rituali di uno sbriciolamento culturale tragicamente irreversibile, per una nazione odiata/amata con tutto l'astio ribollente delle proprie budella.
La ricetta musicale non cambia: rottami sferraglianti di garage-pychobilly, radiazioni mortifere di blues beefheartiani smontati e ricostruiti secondo cut-up sbilenchi e febbrili, spirale kraute alla metedrina, situazionismo assurdista, veleno per topi. Smith sbraita sgraziato e ipnotico come un ubriacone livoroso che osserva il mondo sprofondando tra vecchie baldracche e videopoker e i suoi bersagli vanno da Gossip Girl (in "Nat Will Not Return", perfetta) agli odiati Snow Patrol ("Mask Search").
In "Greenway" si appropria addirittura del riff di una band metal greca, gli Anorimori, e il risultato è esilarante e geniale al contempo, mentre "Happi Song" regala una rarissima apparizione dell'assai graziosa moglie di Smith, Eleni Poulu, ellenica anch'essa, nella vesti anche di autrice per quello che i seguaci ricorderanno come il punto di vista peculiare dei Fall sull'annosa questione del twee-pop.

Nel 2017 la creatura di Mark E. Smith torna con New Facts Emerge, trentaduesimo album a nome Fall. Un disco che rispolvera le più genuine pulsioni punk, senza cedere alla rilettura modernista, in particolar modo nella breve ed emblematica “Victoria Train Station Massacre”, gettando poi un sassolino nel futuro con la lunga “Couple Vs Jobless Mid 30’s’” che pur sconfinando nel death-metal, tiene un passo lirico più affine al kraut e alle esternazioni blues di Captain Beefheart.
Piccole pecche qua e là non inficiano la solida struttura dell’insieme, anche perché alla non sempre brillante vena musicale corrisponde una lucidità espressiva che rende interessanti e rimarchevoli anche quei pochi episodi minori, che non scadono mai nella routine.
New Facts Emerge consolida una delle formazioni più longeve della band (nonostante l’abbandono di Elena Poulou), ed è da questa perfetta intesa che scaturiscono alcune delle performance più convincenti, come l’epico hardcore-punk di “Fol De Rol”, la beff-arda ballata agrodolce “Gibbus Gibson”, l’ubriaco rock’n’roll di “Groundsboy” e il drammatico brano in stile western spaghetti “Nine Out Of Ten”, al quale spetta il compito di chiudere in bellezza l’ennesimo atto sovversivo dei Fall.

La storia dei Fall, centrifuga spettacolare di cambi nella line-up, umoralità pericolose, esilarante cinismo, resta cammeo d'assoluta coerenza a un'energia grezza, geniale, brillante d'indisciplinatezza e illuminante nella ricerca di un suono che non sappia di chewing gum rimasticato.

Discografia consigliata

Nella iper-prolifica produzione dei Fall, la stesura di una discografia consigliata è d'obbligo.
Alcune scelte costeranno qualche rinuncia, altre potrebbero sorprendere, altre ancora scatenare il putiferio.. ma non è forse questo che Mark E. Smith si aspetterebbe?


Pignoleria vuole che non si omettano i primi due singoli (Bingo-Master's Break-Out!, It's The New Thing), per poi andare a frugare nel cassetto dei ricordi più vetusti, e ghignare diabolicamente al cospetto di Live at Witch Trials (1979). Velocità, amfetamine, tensione, cazzeggio, provocazione, alterazione, tachicardia in questo strano post-punk corretto al garage più blasfemo, in cui non importa essere aggraziati, ma pestare, rivendicare, costringere allo scuotimento anche il più statico dei corpi ("Rebelious Jukebox"), sbeffeggiare la dipendenza dal padrone e curarne la depressione con Valium ("Industrial Estate"), ironizzare come schegge impazzite sul proprio, sistema nervoso, e sapere bene quale sia la giusta medicina ("Underground Medicine").

fall12Nello stesso anno esce Dragnet, quello che molta critica annovera quale picco più alto dell'intera produzione falliana e che stabilisce le coordinate di un suono del tutto personale, nel quale le citazioni non sono mai dei maldestri escamotage per celare una povertà concettuale di fondo, ma, molto più semplicemente, un omaggio ad altri spostati, attraverso cui salvarsi da un'adolescenza altrimenti grigia e triste, in quel di Manchester. Non esiste per Mark dancehall che non sia gonfia di ruvido rock'n'roll ("Psykick Dancehall"), psych-blues che non tenga conto delle sovversioni à-la Captain Beefheart ("A Figure Walks"), cantilene percussive ad alto grado etilico ("Muzorewi's Daughter"), scanzonata alternanza di chitarrine pacifiche e tesi proclami ("Your Heart Out"), distorsioni dal tribalismo urbano, parente nemmeno troppo alla lontana di certa no wave ("Spectre vs Reactor").

Licenziato dalla Rough Trade nel 1980, e prodotto, tra gli altri, da Mayo Thompson dei Red Krayola, Grotesque è la coda lunga di Dragnet, meno acido, divertito, vicinissimo allo spirito più genuino del proletariato inglese, ancora felicemente sobillato dalle liriche di Smith, che, in questa sorta di concept, concentra vizi privati e pubbliche virtù di un aplomb seduto su una serie di evidenti antinomie sociali. "Pay Your Rates" è la danza frenetica dell'operaio schiacciato dai suoi bisogni terziari, mentre essenziale, nella sua percussiva ossessività, è l'impianto sonoro che regge "C'n'C-S Mithering". Il country non è una semplice opinione, ascoltandolo nella sua versione più adrenalinica in "The Container Drivers", e il gusto del mugugno, introduce la lunga chiosa ("The N.W.R.A."), stesa su una batteria che, a un quarto dall'inizio, risolve l'antagonismo col basso, inizialmente isolato, in un botta e risposta ad effetto.

Dopo una prima parentesi con la Rough Trade, nel 1982, per la più piccola Kamera, esce Hex Enduction Hour, album che mostra le iniziali tracce di una più sentita consapevolezza del proprio potenziale. In altre parole, Mark and Co. iniziano a comprendere di potersi spingere anche oltre i confini europei. L'impianto del disco lascia entrare qualche spiraglio più marcatamente pop ("The Classical"), senza, però, svuotare l'identità ruvida del suono Fall, enfatizzata dall'uso magistrale della doppia batteria ("And This Day"). La vena anti-ecclesiale è un chiodo fisso di Mark, che ci costruisce su la macabra caricatura blueseggiante di "Hip Priest". Ma la società non è afflitta soltanto dal morbo di un cristianesimo meschino e falso, il perbenismo cova abusi di potere spinti sino alla pedofilia, i cui disturbanti ansimare completano il quadretto surreale ma vero di "Who Makes the Nazis?". Assolutamente da non perdere la sorprendente e avvincente epopea psych-folk di "Iceland".

Parlare di Perverted by Language, uscito ancora una volta per la Rough Trade (malgrado la fine del contratto con la stessa), significa anzitutto scovare una delle canzoni più strambe mai partorite dall'ineffabile mente smithiana, un esperimento nel quale la scena è lasciata quasi per intero all'ugola impacciata e straniante della moglie Brix Smith, con il risultato di un melanconico delirio proto-shoegaze ("Hotel Bloedel"). Resta salvo, poi, il tentativo di produrre caos, pur nella cornice di una qualche melodia ("Garden"). Non si vuol correre troppo, è preferibile destabilizzare con una certa concentrazione, mettendo tra parentesi, almeno per l'arco di un album, il fattore velocità ("Smile"), giocandosi la carta del post-punk diverso da tutti gli altri ("I Feel Voxish"), dello psychobilly al rallentatore nel finale ("Hexen Definitive/Strife Knot").

Nel 1985, i Fall mettono a segno un altro gran colpo a nome This Nation's Saving Grace. Via la doppia batteria, e largo alla più ribollente ispirazione, insieme alla creazione di un autentico capolavoro, che, da omaggio a uno dei personaggi chiave del kraut-rock, Mr. Damo Suzuki, si trasforma in un pezzo dalla ben salda identità, all'interno del genere. "I Am Damo Suzuki" è tribalismo neuronale, moto rettilineo accelerato, viaggio in una psiche suggestionata e alterata, e non gli riesce troppo difficile andarsi a posizionare nella top ten dei migliori pezzi scritti ed eseguiti dai Fall. Ma non è tutto, perché c'è spazio anche per il divertissement beat di "Barmy" e l'attacco à-la Kinks di "Gut Of Quantifier", con il country rock a bassa fedeltà di "Spoilt Victorian Child" ed il ritorno al post-punk di "L.A.". Nella ristampa del 1990, si fanno notare il be bop d'antan di "Rollin'Dany", già interpretata da Gene Vincent nel 1957, e lo shake di "Couldn't Get Ahead", con lo sgraziato canto di Brix.

The Light User Syndrome
è giano bifronte di una crisi lunga più di dieci anni, tra abusi di vario tipo e giochi al rincorrersi tra Brix e Mark, finalmente in pace. È il 1996, e se Mark avesse cazzeggiato un po' meno, il disco sarebbe stato più omogeneo, nella sua struttura. Ma i Fall ci piacciono anche per il caos da cui nasce la loro arte delirante, Mark ci affascina perché, nell'arco di  un'ora, è in grado di suscitarti l'abbraccio e il cazzotto, e quindi prendiamo questa merce in blocco, insieme a tutti i suoi sdruciti difetti. L'attacco deflagrante ("D.I.Y. Meat") ci fa perdonare già tutto, per poi farci apprezzare la sperimentazione di "Interlude/Chilinism", che coniuga un'intro sulfurea, appena aggraziata dalla tastierina di Julia Nagle, seguita da una nuova, obscura krauterie. Ma che Mark possa essere bi-polare non potrebbe essere una mera impressione, ascoltando la marzialità ispirata dell'ambigua "The Ballard Of J. Drummer", vicina all'antitetica chiosa "Secession Man", frizzante poppettino che smuove le membra con spensieratezza.

A un anno da The Light User Syndrome, Mark è ancora ispirato, e non molla. In Levitate, del 1997, va delineandosi quello che sarà lo stile Fall del futuro prossimo: un post-punk maturo, cresciuto con assoluta dignità e capacità d'aprirsi al suono sintetico, senza che la propria identità ne soffra, in una dialettica agile e ironica, che restituirà ancora qualche altra bellicosa emozione. "Masquerade" è la canzone ideale per una gimcana nel traffico, all'ora di punta, incuranti dello stupore attorno, mentre "I'm A Mummy è la cover giocattolo con cui stupire gli astanti di un party radical-chic al gusto di garage. La sorpresa è di sicuro "I Come And Stand At Your Door", scritta da Julia Nagle e ispirata da un poema di Nazim Hikmet: ascoltare questa ballata induce a pensare che Mark non sia soltanto quel maestro di cinismo, disincanto, misantropia così radicale, ma un uomo, all'occorrenza, capace di pathos, che qui emerge senza alcun imbarazzo di sorta.

The Real New Fall Lp Formerly 'Country On The Click'
esce nel 2003, dopo alcune vicissitudini legate alla sue messa in rete in anticipo, con conseguente ira funesta di Mark, che, nelle copie promo dell'edizione definitiva, non esita a minacciare senza troppo scrupolo chiunque ne abusi ancora. L'album è teso, come accade in "Theme From Sparta F.C.", che diventerà la sigla di alcune trasmissioni sportive di cui, ormai, Mark fa parte integrante in qualità di improbabile commentatore calcistico. In "Janet, Johnny + James", l'esperimento folk ha buon esito, dando luogo a una ballata appena più accelerata del normale, e su cui Mark, come raramente era accaduto, abbassa per un attimo la voce. I cori di Elena Poulou, new entry alle tastiere e novella sposa di Mark (!), presenti in molte tracce dell'album, ingentiliscono appena l'impianto d'acciaio di "Proteinprotection", dalla poderosa sezione ritmica.

Il sodalizio non solo coniugale con la Poulou pare giovare allo spirito di Mark, che, a distanza di quattro anni dal primo bel disco della nuova decade, torna con Reformation Post TLC. Line-up rimaneggiata per l'ennesima volta, cambio di label, provocazioni a non finire, a partire dall'intro "Over! Over!", che apre con un'arcigna e sinistra risata di Mark, pronto a somministrare particelle di dinamite, di cui la title track, vigorosamente post-punk, infesta morbosamente l'aria.
La Poulou non è solo una "gran gnocca", ma una musicista di tutto rispetto, nervosa alle tastiere e disinvolta alla voce, come accade in "The Wright Stuff", tutta per lei. Dimensione corale per "White Line Fever", classico alt-country di Merle Haggard, e ulteriore tassello nel gioco delle cover, come da tradizione. Se "Scenario" è l'omaggio a "Trout Mask Replica", "Insult Song" è un'ulteriore dichiarazione di fascinazione per Captain Beefheart in persona, per sempre maestro di cinismo dadaista. 


The Complete Peel Sessions 1978-2004 (6 cd box, Castle Music, 2005)

mark30 maggio 1978. Radio One, Bbc. John Peel non è un tipo facilmente impressionabile e Mark E. Smith, poco più che ventenne, trasuda insolente sfrontatezza. Di concreto non vi è ancora nulla, se non qualche live e due singoli ("Bingo-Master's Break-Out!", "It's the New Thing"), ma i ragazzi meritano. Nervosi, insofferenti all'incipiente fighettume synthetico, proletari colti, pulsanti d'ardore tardo-adolescenziale per il garage dei Sixties, Captain Beefheart, i Velvet Underground e i Can, sono in studio e vogliono suonare.
Inizia, così, un rapporto di rispettiva, esilarante fiducia che durerà per quasi trent'anni, sino all'improvvisa morte di Peel, nell'ottobre del 2004, poco più di due mesi dopo l'ultima session con la band, nell'agosto dello stesso anno.
Sette ore e 5 minuti di musica, spalmati in 97 brani, nell'arco di 24 ospitate, a testimonianza di un culto di vera e propria devozione verso la geniale intemperanza di Mark E. Smith, racchiusi nel boxset di 6 cd, uscito per la Castle Music nel 2005, quasi come restituzione ufficiale di stima al compianto mentore.
Il primo cd, che abbraccia la produzione della band dal singolo "Bingo-Master's Break-Out!" all'album Hex Enduction Hour, con l'inserto di alcuni inediti, è pregno dell'entusiasmo e dell'energia di un inizio ribollente come giovane vulcano, in attesa di poter debuttare nell'eruzione (da un'"Industrial Estate" leggermente accelerata, eppur cristallina, all'ironia tira-schiaffi di "Hip Priest").
Nel secondo cd, il discorso prosegue con Hex Enduction Hour, da cui è ripescata una versione più tribale, scarna e umbratile di "Who Makes the Nazis?", e si chiude con "C.R.E.E.P.", singolo del 1984, in una versione più video-giocosa.
La terza puntata va da This Nation's Saving Grace a The Frenz Experiment, passando attraverso la metamorfosi spensierata di "Dktr Faustus" in "Faust Banana" e la ruvidezza di "Athlete Cured".
Nella scatola numero 4, che da I'm A Curious Oranj arriva a Code Selfish, la scena è tutta di "A Lot Of Wind", straripante country-punk per un'umanità iper-attiva.
Nel quinto atto (il più copioso, con ben venti tracce, da The Infotainment Scan sino a The Light User Sindrome), imperdibile risulta il divertissement post-garage della cover "Strychnine" dei Sonics, insieme con una versione meno effettata e più spensierata di "Interlude/Chinilist".
Infine, nel cd che chiude il cofanetto, raccogliendo la produzione che va da Levitate a Fall Heads Roll (che uscirà dopo la morte di Peel, nel 2005), "Masquerade" viene riproposta in una versione leggermente più barocca, "Theme From Sparta F.C." cede il passo al lo fi e "Blindness" alle distorsioni.
Cofanetto da possedere, senza soppesare né pro né contro.

Rebellious Jukebox


Costruire il jukebox dei Fall non ha nulla a che fare con lo stilare una compilation (15 canzoni non basterebbero), e non è nemmeno una scelta casuale. È un gioco a ritroso nella memoria di una discografia opulenta, assecondando il genio umorale, sovversivo, spiazzante di Mark E. Smith.


Bingo-Master's Break-Out! (7", Step-Forward, 1978)
Ci piace perché è la fine del 1977, Mark ha vent'anni, gli stilemi del post-punk iniziano a essere ordinatamente distribuiti in una griglia alla lunga soffocante, e lui se ne frega bellamente, scompaginando e mettendoci dentro tutto il suo nichilismo attivo.

Rebellious Jukebox (Live At The Witch Trias, Step-Forward, 1979)
Scelta non obbligata, perché, qui, i Fall ci fanno saltare le sinapsi. Restar fermi è fare un torto a se stessi, prima che alla musica, e cercare di ricacciarne il refrain infilato nella testa è atto di barbarie.

Underground Medicine (Live At The Witch Trials, Step-Forward, 1979)
Due minuti e poco più di scarno, esagitato rock'n'roll dove tutto è incastrato alla perfezione e il rullante esegue diligentemente gli ordini di Mark, completamente su di giri.

A Figure Walks (Dragnet, Step-Forward, 1979)
Psych-blues dei docks allucinato e allucinante, sinistro quanto il titolo, con Mark che gorgheggia sgangheratamente, alla maniera di Captain Beefheart.

Muzorewi's Daughter (Dragnet, Step-Forward, 1979)
Leggermente più dissonante del precedente, è psychobilly in bianco e nero che culmina in un climax da ossessione autistica.

Fiery Jack (7", Fiery Jack, Step-Forward, 1980)
Singolo esilarante, giostrina rockabilly velocissima, trampolino di lancio definitivo verso la firma con una Rough Trade in stato di grazia.

City Hobgoblins (7", How I Wrote 'Elastic Man', Rough Trade, 1980)
Side B
del 7" prodotto dalla Rough Trade, con la regia di Mayo Thompson. Il garage sixties è preso, spolverato e sottoposto a un piccolo elettroshock.

Totally Wired (7", Totally Wired, Rough Trade, 1980)
E stavolta è la Side A a infiammare gli animi. Un manifesto della personale nevrosi, che Mark canta con spensierata fierezza, rilasciando un sano e robusto post-punk poco inficiato dalla moda del momento.

The Classical (Hex Enduction Hour, Kamera, 1982)
A prescindere da ogni intenzione, l'auto-referenzialità non è prerogativa di Mark che, al contrario, ha tutto l'interesse a sbatacchiare in faccia al pubblico il suo modus cogitandi, qui più accattivante che mai, nel suo impianto alt-pop.

markesmith2I Am Damo Suzuki (This Nation's Saving Grace, Beggars Banquet, 1985)
L'avevamo anticipato, siamo vicini alla perfezione. "I Am Damo Suzuki" è Mark che smette i panni di beffardo e cinico post-punker, per calarsi nelle vesti di selvaggio krauter, onorando il memorabile frontman dei Can. La trasfigurazione riesce ottimamente, e la traccia ci afferra per il collo, costringendoci ad ascoltarla per almeno tre volte di seguito, perché una non basta.

Hey! Luciani (7", Beggars Banquet, 1986)
Evidentemente Mark era rimasto colpito dal singolare caso di Giovanni Paolo I (Papa Luciani), il "Papa dei 33 giorni", morto in circostanze ambigue, a distanza di un mese circa dall'elezione al soglio pontificio. Il formato-canzone è quanto mai garbato, e funzionale a una manciata di osservazioni sul caso, poste con acume e disincanto.

Hit The North (7", Hit the North, Beggars Banquet, 1987)
Classico falliano da pub. Corale, trascinante, a tratti spensierato. Impareggiabile l'esortazione del ritornello "Hit The North!", da urlare a squarciagola in convivi casalinghi dall'atmosfera brilla.

A Lot Of Wind (Shift-Work, Cog Sinister/Fontana, 1991)
La Cavalleria Rusticana del punk'n'roll, con i nostri totalmente invasati come non accadeva da tempo. Un solo, morboso delirio a salvare un intero album altrimenti destinato a giacere nel fondo della memoria.

The Ballard Of J. Drummer (The Light User Syndrome, Jet, 1996)
Desolazioni ballardiane già dal titolo. Marzialità all'ennesima potenza, spoken ispirato, sentore di nuova krauterie. Continuando nel gioco dei rimandi letterari, un crepuscolare "viaggio al termine della notte".

Reformation! (Reformation Post TLC, Slogan/ Sanctuary, 2007)
Nulla di più fedele a sé, pur nel trentennio gonfio di mutazioni e personali disastri. Cattivo, dispettoso, infuriato, apocalittico più di prima, più giovane dei giovani che ne formano la nuova line-up, sicuro e orgoglioso della propria strafottenza, Mark è splendido, nel suo nuovo, storto Rinascimento.

(in collaborazione con Mucchio Extra, che ringraziamo)

(contributi di Gianfranco Marmoro, "New Facts Emerge")

Fall

La Weltanschauung della middle class

di Mimma Schirosi

Da oltre trent'anni mr. Mark E. Smith è uno dei principali "agitatori" della scena britannica, attraverso parole e musiche documentate da decine e decine di dischi. All'insegna di un post-punk in costante evoluzione. Esaminiamo la sua storia e quella dei suoi Fall fuori dalle righe, con tutto il suo ampio corredo di stravaganze e irriverenze
Fall
Discografia
  Singoli 
   
Bingo-Master's Break Out! (7", Step-Forward, 1978)

 

It's The New Thing (7", Step-Forward, 1978)

 

 Rowche-Rumble (7", Step-Forward, 1979) 
 Fiery Jack (7", Step-Forward, 1980)
 
 How I Wrote 'Elastic Man' (7", Rough Trade, 1980)
 
 Totally Wired (7", Rough Trade, 1980)
 
 Hey! Luciani (7", Beggars Banquet, 1986)
 
 Hit The North (7", Hit the North, Beggars Banquet, 1987)
 
   
 Studio Album
 
   
Live At The Witch Trials (Step-Forward, 1979)
 
Dragnet (Step-Forward, 1980)
 
Grotesque (Rough Trade, 1980)
 
 Slates (10", Rough Trade, 1980)
 
Hex Enduction Hour (Kamera, 1982)
 
 Room To Live (Kameras, 1982)  
Perverted By Language (Rough Trade, 1983)
 
 The Wonderful And Frightening World Of... (Beggars Banquet, 1984)  
This Nation's Saving Grace (Beggars Banquet, 1985)
 
 Bend Sinister (Beggars Banquet, 1986)
 
 The Frenz Experiment (Beggars Banquet, 1988)
 
 I Am Kurious Oranji (Beggars Banquet, 1988)
 
 Extricate (Cog Sinister/Fontana, 1990)
 
 Shift-Work (Cog Sinister/Fontana, 1990)
 
 Code: Selfish (Cog Sinister/Fontana, 1992)
 
 The Infotainment Scan (Permanent/Matador, 1993)
 
 Middle Class Revolt (Cog Sinister/Permanent, 1994) 
 Cerebral Caustic (Cog Sinister/Permanent, 1995)
 
The Light User Syndrome  (Jet, 1996) 
Levitate (Artful, 1997)
 
 The Marshall Suite (Artful, 1998)
 
 The Unutterable  (Eagl, 2000)  
 Are You Are Missing Winner (Cog Sinister/Voiceprint, 2001)
 
The Real New Fall Lp Formerly 'Country On The Click' (Action, 2003)  
 Interim (Hip Priest, 2004) 
 Fall Heads Roll (Sanctuary, 2005)
 
Reformation Post TLC (Sanctuary, 2007) 
 Imperial Wax Solvent (Sanctuary, 2008)  
 Your Future Our Clutter (Domino, 2010)  
 Ersatz GB (Cherry Red, 2011) 
 New Facts Emerge (Cherry Red, 2017) 
   
  Live 
   
 Totale's Turns (Rough Trade, 1980) 
 Live In London 1980 (Chaos Tapes, 1982)  
 A Part Of America Therein, 1981 (Cottage, 1982) 
 The Twenty Seven Points (Permanent, 1995)
 
 Live 1977 (Artful, 2000)
 
 Touch Sensitive... Bootleg Box Set (5CD, Castle, 2003)
 
 Live At The ATP Festival - 28 April 2002 (Voiceprint, 2007)
 
 Last Night At The Palais (CD+DVD, Sanctuary, 2009)  
   
  Compilation 
   
 Early Years 77-79 (Step-Forward, 1981)  
 Box One (4CD Boxset, Beggars Banquet, 1988)
 
 Box Two (4CD Boxset, Beggars Banquet, 1989)
 
 458489 A Sides (Beggars Banquet, 1990)
 
 458489 B Sides (2LP/2CD, Beggars Banquet, 1990)  
 Sinister Waltz (Receveir, 1996)  
 Fiend With A Violin (Receveir, 1996)
 
 Oswald Defence Lawyer (Receveir, 1996)  
 Totally Wired - The Rough Trade Anthology (2CD, Castle, 2002)  
 Early Singles (Voiceprint, 2002)
 
 Rebellious Jukebox (2CD+DVD, Shakedown, 2004)
 
 50,000 Fall Fans Can't Be Wrong (2CD, Sanctuary, 2004)  
The Complete Peel Sessions 1978-2004 (6CD Boxset, Castle, 2005) 
 The Fall Box Set 1976-2007 (5CD, Castle, 2007)  
 Rebellious Jukebox Volume 2 (2CD, Secret, 2009)
 
   
 

Nota: sono stati inseriti nella discografia quei singoli, Live album e compilation di reale importanza e qualità, nella compulsiva produzione dei Fall.
L'elenco degli album in studio è, invece, completo.

 
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