Cardinal

Hymns

2012 (Fire) | psychedelic chamber-pop

I don't like thinking of the future. The world is a terrible and scary place.
(Eric Matthews)

We'll keep making music and some of it may include Cardinal. Like Paul Simon said: "No hurry".
(Richard Davies)
Forse i due Cardinal non sanno neanche quanto del loro mondo e della loro musica hanno dischiuso nella risposta alla domanda: "Che piani avete per il futuro?". Timidezza, arguzia, flemma e inesauribile curiosità insieme. A entrambi sembra naturale aver riesumato il loro progetto, che diede il la, nel '94, all'esplosione del brit-pop, nonostante Matthews sia della West Coast e Davies australiano. Odiavano il rap che si faceva all'inizio degli anni 90, non potevano sopportare l'(in)estetica trasandata della protesta del "Seattle sound" ("Si era finito di cantare", dice Matthews).
Eric e Richard si incontrano alla fine del '92, grazie a Bob Fay, allora batterista dei Sebadoh. Capiscono di poter veicolare la passione per Beatles e Bee Gees in un disco impermeabile al grunge e a ciò che va per la maggiore a quei tempi: un disco di pop "classico". Matthews è principalmente un polistrumentista, un arrangiatore, mentre Davies scrive le canzoni: da qui il carattere estemporaneo dei Cardinal, non una band vera e propria ma una collaborazione saltuaria - estremamente - in mezzo alla quale i due rimangono affezionati alla propria carriera solista, dalle fortune alterne, e dai prestigiosi progetti con altri artisti (Davies insieme a Pollard nei Cosmos, Matthews che arrangia per Dandy Warhols ed Elliott Smith; il primo avrà anche i Flaming Lips come backing band, per qualche tempo).

Il Bowie delle grandiose "If You Believe In Christmas Trees" e "Big Mink", con quelle fioriture di archi e fiati così eleganti; la lieve poesia bacharachiana di "Melody #1", che mostra anche la loro teatralità dickensiana; la serenata Bee Gees di "Singing To The Sunshine"; ma anche tanti nineties nelle chitarre, nei ritmi stentorei di "Last Poems" e "Dream Figure", con quella psichedelia obliqua che sarà poi uno dei marchi di fabbrica di un certo alt-rock americano, quello di Pollard e dei Quasi. "Cardinal" segnò la musica del decennio, mostrando una via di fuga alla dissolutezza bohemienne del grunge e all'r'n'b di consumo. Spiegando, ad esempio, ai Belle And Sebastian come fare musica delicata e tenera con un'orchestra alle spalle e a Noel Gallagher come portare i Beatles nei 90.
Il ritorno dei Cardinal dopo diciassette-diciotto anni da quell'esordio - che segnò anche lo scioglimento immediato del progetto, fino a data da destinarsi - si può spiegare in molti modi, ad esempio attraverso la facilità oggi  di lavorare a grandi distanze e di reperire capolavori nascosti come "Cardinal" e riportarli alla dovuta considerazione.

Arriviamo insomma a questo "Hymns", un'operazione deliziosamente nostalgica, forse anche per questo già finita sotto accusa presso gli opinionisti d'Oltreoceano. Non tutti questi ultimi poi, però, si preoccupano di consigliare ai Wilco una svolta synth-pop, ad esempio. Gli ingredienti del disco sono grosso modo gli stessi di diciotto anni fa, con meno Bowie e più Beatles, probabilmente, e con un maggiore riferimento al mondo di Pollard e soci.
Ritroviamo la strumentale e agrodolce controparte di "Melody #1" nell'assolo di harpsicord "Surviving In Paris", un altro musical ottocentesco di panorami fuligginosi, che tornano nel pianoforte vagabondo e mendicante di "General Hospital" (sublimi i versi iniziali: "They say they've buried good scotch/under Antarctica"). Ma soprattutto ritroviamo i germi del brit-pop in uno dei perni del disco, "Kal", probabilmente il punto più alto di scrittura nell'album, per la pulizia degli accordi, gli ariosi arrangiamenti d'archi, la fluidità dei passaggi.

Un disco, "Hymns", dichiaratamente impermeabile al suo tempo, così come "Cardinal" lo era rispetto al suo. È chiaro che questo sarà un motivo sufficiente per diversi ascoltatori a lasciarlo perdere, col rischio di farsi sfuggire con esso una nicchia non del tutto sopita della musica contemporanea (guardiamo a Brent Cash e, perché no, anche ai Comet Gain, per citare due ritorni dell'anno scorso, due riferimenti diretti nel mare di band che coi Beatles e gli arrangiamenti cameristici ci mangiano).
Ma anche un buon numero di canzoni, per quanto non sempre provviste del genio a suo modo dissacrante delle corrispettive di "Cardinal". Vanno citate la dolce "Her", che ricorda le timide dichiarazioni acustiche degli ultimi Teenage Fanclub, anche se non manca l'inserto di fiati, e - ma solo per dirne una - la compattezza sixties dello psych-pop dell'iniziale "Northern Soul".

Insomma un disco che non ha niente di nuovo, che dice le stesse cose - espressione orribile - che i due già dicevano diciotto anni fa, registrato solo perché uno dei due aveva qualche canzone da mandare a un vecchio collaboratore di un progetto sepolto, che non ha intenzione di stupire nessuno anzi sembra godere della propria autoreferenzialità.
Eppure ve lo troverete nel lettore più spesso di quanto possiate pensare.

(06/02/2012)



  • Tracklist
  1. Northern Soul
  2. Carbolic Smoke Ball
  3. Her
  4. Love Like Rain
  5. General Hospital
  6. Kal
  7. I Am A Roman Gypsy
  8. Rosemary Livingstone
  9. Surviving Paris
  10. Radio Birdman
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