Per chi abbia seguito i
New Pornographers fin dai loro esordi all’alba degli
anni Zero, rimanendo folgorato per sempre da quello scrigno di meraviglie pop-rock che fu “
Twin Cinema”, approcciarsi a un nuovo disco della formazione di Vancouver significa, ogni volta, rivivere una trepidazione tipica degli innamorati e ritrovarsi a chiedersi: l’ascolto sarà ancora costellato da quegli istanti fugaci che fanno sobbalzare il petto? Sarà di nuovo preservato l’equilibrio tra la dolcezza dell’abbandonarsi ad abbracci ben noti e la vertigine delle sorprese che lanciano il cuore in gola e mozzano il respiro?
Confrontarsi con queste aspettative in maniera non troppo ingenua richiede probabilmente un passo indietro e un’analisi della situazione a mente fredda. Il progetto fondato dal cinquantottenne cantante e chitarrista Carl Newman (in arte
A. C. Newman) è attivo da più di un quarto di secolo. L’esplosivo caleidoscopio della scena canadese di inizio millennio (si veda la voce Q di
questo alfabeto) è ormai storicizzato e pertanto potenziale oggetto di nostalgia. La macchina capace di produrre con inventiva instancabile concisi marchingegni
power pop, al crocevia tra croccante
glam bowiano e
spinta corale, dalla fantasia d’arrangiamento virtualmente inesauribile, ha perso da tempo per strada alcuni importanti pezzi (
Destroyer in particolare), benché
Neko Case continui a far parte del gruppo e a contribuire a quegli intrecci vocali maschili-femminili, beneficianti anche dell’apporto della tastierista Kathryn Calder, tanto fondamentali nell’economia delle canzoni dei New Pornographers.
Il precedente album “
Continue As A Guest” faceva già rilevare in più punti un ripiegamento dall’esuberanza chitarristica delle prove precedenti verso una vena più riflessiva e quasi cantautorale, con il peso delle tastiere sempre più accentuato all’interno della – pur ricchissima –
palette sonora.
Parte “Great Princess Story” e l’anima bifronte di “The Former Site Of” si chiarisce all’istante: il
delay di chitarre
U2-esco e il
sequencer discreto ma incalzante a fornire la spinta ritmica fanno pensare a potenziali slanci epici, magari innescati dal tambureggiare
à-la Arcade Fire che si scatena dopo il primo ritornello: ma il canto disegna linee dimesse, nei cui picchi di emotività si manifesta più melancolica tenerezza che entusiasmo a perdifiato.
Le scintille dei lampi melodici a cui i
New Pornographers ci hanno abituato continuano a baluginare, ma appaiono stavolta disperse in ampie praterie americane, in un galoppo stanco all’inseguimento di cavalieri fantasma dalle sembianze di
Bruce Springsteen e
Tom Petty. Ecco, dunque, le chitarre
slide e gli ottoni sintetici che fanno capolino in “Ballad Of The Last Payphone”; gli intermezzi synth-folk, come scampoli
War On Drugs, di “Wish You Could See Me I’m Killing It” e “Wine Remembers The Water”; le fragranze addirittura
soft-rock di “Calligraphy”. Viene da pensare alle intersezioni baroque-power pop/country rock dei
Wilco di “
Summerteeth”, ma in tono minore, meno variopinto.
In una tradizione inaugurata da “
In The Morse Code Of Brake Lights”, l’architettura dei brani è nata nello studio personale di Newman, prima che il resto della band apportasse il suo contributo. Per la prima volta, nessuna canzone vede cimentarsi Neko Case da sola alla voce. Per la prima volta, un
sessionman, per quanto di lusso (Charley Drayton), si occupa delle parti di batteria, ri-registrate dopo l’arresto e la conseguente espulsione dal gruppo di Joe Seiders, con la band sin dal 2014, accusato di possesso di materiale pedopornografico.
Tra navi alla deriva, omaggi agli ultimi telefoni pubblici in circolazione, cocktail con amici affetti da un cancro terminale, i testi, pur sempre arguti e benedetti da un’ironia leggera, riflettono uno stato d’animo disincantato e un poco amaro. Difficile non pensare, tra le numerose metafore, a una riflessione cifrata sul naufragio del continente nordamericano in questo frangente storico.
E i sussulti che ci aspettavamo? La verve post-punk di “Votive”, con un assalto di chitarre
new wave tanto spiazzante quanto efficace, fa un po’ storia a sé. Ma ci sono i synth gorgoglianti del
midtempo in stile
Cars di “Pure Sticker Shock”; c’è il cambio di armonia che in “Spooky Action”, dopo due minuti e mezzo, ci risveglia dall’illusione di avere di fronte i nuovi
Fleetwood Mac e ci lancia con grazia nel sistema solare; c’è la sintesi tra intimismo e inni cibernetici, quasi in vena
Grandaddy, della toccante “Bonus Mai Tais”, forte di una delle immagini poetiche più ficcanti del disco – “il doo-wop siderale della pioggia che risuona sul lucernario”.
“The Former Side Of” si conclude con i sei minuti e mezzo della
title track. L’apertura per tastiere elettroniche e ninnananna apocalittica è un miraggio
Sufjan Stevens-iano; dal tetto di una chiesa si assiste allo sgretolarsi progressivo della quotidianità per come l’abbiamo conosciuta; il nastro si riavvolge con accenni ai testi dei brani precedenti, compresi quelli alla barca persa tra i flutti che avevamo avvistato in “Great Princess Story”. Poi, un climax di distorsioni e fiati ci abbandona in mezzo a una
heartland che sembra aver smarrito il suo heart. La classe dei New Pornographers è intatta, sono i tempi che sono cambiati - ed
è ora, Mr. Tambourine, di rimettersi la maglia. Newman, compagni e compagne lo hanno capito e non fanno che assumersene le responsabilità.