David Bowie è stato uno dei riferimenti fondamentali nella formazione musicale di Robert Smith. La sua capacità di cambiare pelle, attraversare generi diversi e soprattutto trasformare continuamente il linguaggio del rock ha lasciato un’impronta profonda sul leader dei Cure, che proprio nell’idea bowiana di una musica libera da confini stilistici avrebbe trovato uno dei modelli per la propria ricerca artistica. Ma tra i tanti dischi di Bowie ce n’è uno che, più di ogni altro, ha cambiato per sempre il modo in cui Smith concepisce la musica e il suono: “Low“.
Pubblicato nel 1977 dopo “Station To Station“, primo capitolo della celebre trilogia berlinese, “Low” rappresentò uno dei passaggi più radicali della carriera di Bowie, soprattutto nella seconda parte, dominata da composizioni strumentali, atmosfere astratte e sperimentazioni nate anche dalla collaborazione con Brian Eno. Un album dall’approccio austero e minimalista, destinato a restare tra i più importanti della intera carriera dell’artista londinese. La città del Muro assume un ruolo di topos ideale del disco, in grado di ispirarne lo spleen decadente. La seconda facciata dell’opera, in particolare, risulterà una sorta di commento musicale delle atmosfere della metropoli tedesca scissa dalla cortina di ferro della Guerra Fredda. Il Duca Bianco concepisce un’opera – inizialmente intitolata New Music, Night And Day – interamente votata alla sperimentazione. Con i luminari tedeschi dell’elettronica – Kraftwerk, Neu! e Tangerine Dream – ma anche la stessa ambient music come riferimenti cruciali. Eppure “Low” otterrà anche un notevole riscontro commerciale, raggiungendo il n.2 della Uk Chart e il n.11 della classifica Billboard Pop Albums negli Usa. Merito soprattutto di alcuni brani della prima facciata più orientati al formato canzone, in cui le glaciali atmosfere del kraut-rock si sposano al calore r’n’b portato in dote dalla consolidata sezione ritmica Alomar-Murray-Davis.
Per Robert Smith fu una folgorazione, che lo spingerà a definirlo ancora oggi un’opera di “fottuto genio”.
Nel corso della sua formazione il leader dei Cure aveva assorbito influenze molto diverse, da Nick Drake a Jimi Hendrix, passando per quella scena art-rock degli anni Settanta che aveva trasformato gli strumenti in mezzi per costruire atmosfere e paesaggi sonori, andando ben oltre la semplice melodia. Ma nessun album ebbe su di lui l’effetto di “Low”. Smith ricorda ancora perfettamente il suo primo ascolto. Aveva ordinato il disco in cassetta e, tornato da scuola, lo trovò ad aspettarlo. Lo ascoltò nell’auto della madre durante una visita a un garden center: “Mentre lei faceva quello che fanno le mamme nei garden center, io ascoltavo ‘Low’. Rimasi completamente sconvolto: cambiò tutta la mia percezione del suono. Il modo in cui qualcosa poteva suonare completamente diverso, tutto quello che sentivo era sorprendente”.
Un’impressione che non si è attenuata con il passare dei decenni. Anzi, Smith continua a considerare “Low” un riferimento assoluto: “Quando lo metto su ancora oggi, il suono, tutto quanto, è semplicemente un fottuto genio. ‘Low’ è stato l’album che ha avuto un impatto enorme su di me, sul mio modo di vedere il suono. Nessun altro disco mi ha mai fatto questo effetto”.
Un’influenza che avrebbe lasciato tracce profonde anche nella musica dei Cure. L’attenzione alla dimensione atmosferica, all’uso degli strumenti come elementi timbrici e alla costruzione di ambienti sonori avrebbe trovato alcune delle sue espressioni più compiute in album come “Pornography” e “Disintegration“. Per Smith, dunque, “Low” non è semplicemente uno dei grandi dischi della storia del rock, ma l’opera che gli ha mostrato quanto potessero essere ampi i confini della musica.
Aggiungi OndaRock alle tue Fonti preferite su Google Discover. Non perderti le nostre recensioni, le pietre miliari e le ultime news direttamente nel tuo feed.
14/09/2026