LA VIDA BOHÈME - Tierra de nadie

2025 (Independiente)
art-rock, dance-punk, indie-rock

In pozzanghere sporche
ho visto anche 
i colori dell’arcobaleno
(Rafael Cadenas)

E il Venezuela? È il quesito che mi sono posta sorvolando mentalmente il panorama musicale sudamericano, in cui la patria di Simón Bolívar corrisponde a un vistoso buco sulla cartina. Non è una domanda disinteressata: entrambi i rami della mia famiglia si sono radicati da quelle parti sin dagli anni 50, con mia madre che ci è letteralmente cresciuta prima di tornare in Italia. Non ci sono (ancora) mai stata, ma è come se una parte di me abitasse là da sempre.
Qualcosa, a ben scartabellare, c’è eccome: il prog di porcellana dei Tempano, la funkadelia demenziale dei Los Amigos Invisibles, l’elettronica inafferrabile di Carlos Giffoni, oltre a un decano come Simón Díaz e un’aliena come Arca. Ben poca cosa, però, al cospetto dei brulicanti stati vicini.

A risollevare la quotazioni della desolata scena nazionale sta provvedendo negli ultimi anni La Vida Bohème, direttamente dalla giungla urbana di Caracas. Allo scoccare del quinto album, il quartetto-ora-trio vira verso il buio: video arcigni al posto dei soliti sketch surreali, i collage delle copertine soppiantati da un’istantanea catastrofica, la “terra di nessuno” del titolo a ingoiare i Caraibi dell’opera precedente. Non c’è da stupirsene: tra il regime allo sbando di Maduro, le crescenti prepotenze statunitensi, gli attriti con la limitrofa Guyana e un’opposizione interna tutt’altro che rispettabile (di recente incoronata con uno dei Nobel più discutibili degli ultimi anni) il loro paese è a un passo dal baratro.

La musica, almeno in parte, si adegua: ecco allora che “¡Coño!” sprigiona una furia degna degli Idles, l’esplicita “Sangre x Sangre” sposa la nevrosi tribale dei Gilla Band e anche i momenti più ballabili, come “Entretenimiento”, non riescono a scrollarsi di dosso una sardonica inquietudine.
Non mancano comunque spiragli di luce, che all’occorrenza sanno farsi sprazzi: “Pobres Románticos” e “Calle en el cielo” vibrano di un epos che rievoca Killers e Arcade Fire, “La belle époque” pulsa come una produzione Dfa  e “¡Al coro de las masas!” inforca un garage rock compatto e grintoso. La spenta claustrofobia di “Fumanchu”, in ogni caso, riabbassa l’asticella dell’ottimismo.

Non basterà certo questo serrato commentario a tenere insieme una nazione in pezzi, ma i La Vida Bohème provano a fare la loro parte prima che il vulcano spazzi via i grattacieli. Quanto a me, spero di poterli raggiungere presto, trovando un paese a cui è stato accordato quel “diritto di vivere in pace” proclamato da Victor Jara.

16/10/2025

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