16 aprile 2005, Roma, Testaccio, Villaggio Globale, gli Afterhours presentano il nuovo album, “Ballate per piccole iene”, pubblicato appena il giorno prima. Io ho già consumato almeno tre o quattro ascolti integrali, per quello che si rivela un progetto cupo, scuro, che arriva a estremizzare i malesseri già presenti nel precedente “Quello che non c’è”, ma al contempo viscerale, vero, sincero, elettricamente intenso, a tratti persino violento. Un album che mi conquistò all’istante, restando nel tempo il mio preferito fra le produzioni italiane di quel periodo. Quel concerto mi fidelizzò a tal punto da spingermi a tornare a vederli (nelle varie reincarnazioni e rimescolamenti di line-up) praticamente a ogni passaggio romano, e devo riconoscere che non sono stati affatto pochi in questi vent’anni, volati via con la stessa velocità di un fulmine.
Quel concerto del 2005 resterà impresso nella mia memoria per via di un’energia tutta particolare, forse mai più replicata successivamente. Agnelli in quel momento era una sorta di semidio del circuito alternativo nazionale, e sotto il tendone dell’ex Mattatoio la formazione schierata era rinforzata dalla presenza dell’ulteriore chitarra di Greg Dulli, che partecipò attivamente alle registrazioni e alla produzione dell’album. A vent’anni di distanza, Manuel Agnelli ha deciso di sciogliere la più recente formazione degli Afterhours, quella che ha registrato “Folfiri o Folfox”, e tornare sul palco per festeggiare il ventennale di “Ballate per piccole iene” con i musicisti che lo concepirono insieme a lui e con i quali lo portò in tour per molti mesi, un periodo che consegnò definitivamente alla storia la band milanese.
L’ennesima operazione pensata per foraggiare il redditizio mercato della nostalgia? La scelta di proporre l’album nella sua interezza, cosa che persino all’epoca fecero di rado, ha senz’altro l’obiettivo di mobilitare i fan dell'epoca, anche se nelle due date romane ospitate nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma trovano posto tre generazioni di ascoltatori. Ma c’è qualcosa di più, non è solo nostalgia, no, perché la band si mostra oltremodo vitale, energica, persino giovanile, basti seguire le evoluzioni di Dario Ciffo: per lui il tempo pare davvero essersi fermato, oggi spalla ideale di Manuel, fra violino, chitarre, tastiere e cori, un musicista che avrebbe meritato una visibilità ben più grande nel corso della propria carriera (come, ad esempio, ne ha avuta il suo successore, Rodrigo D’Erasmo, aiutato dal boom mediatico di Agnelli, che spesso lo ha tenuto al seguito come sorta di braccio destro).
Fanno la loro parte in maniera egregia anche Andrea Viti al basso e Giorgio Prette alla batteria, coadiuvati dalla presenza del polistrumentista Giacomo Rossetti. I concerti del 2005 proponevano una situazione che stava accadendo in quel momento, una band che raccontava il presente utilizzando il medesimo linguaggio del proprio pubblico, per raccontare i medesimi stati d’animo del proprio pubblico, ispirandosi dal punto di vista stilistico a esempi internazionali ma avendo finalmente il coraggio di suonare musica rock cantando in italiano (come fecero i Marlene Kuntz e molti altri in quegli anni, spianando la strada a un’inedita consapevolezza). Allora erano la contemporaneità, oggi non è più così: gli Afterhours non pubblicano un nuovo album da nove anni, non rappresentano più un’avanguardia o chissà quale eccitante inedita contaminazione, ma sono qui per celebrare un album che per loro e per i loro fan ha significato tantissimo.
Quindi, sì, in parte operazione nostalgia, con tanti ricordi che scorrono davanti agli occhi dei presenti, ma una volta riproposto integralmente “Ballate per piccole iene”, preservando l’ordine della tracklist originale, e una volta ricordato il Maestro Fabrizio De Andrè attraverso una sentita versione de “La canzone di Marinella”, gli Afterhours, per utilizzare una colorita espressione di Manuel, iniziano a “spaccare i culi”, infilando una sequenza di evergreen che in pochi in Italia possono permettersi: “Strategie”-“Germi”-“Lasciami leccare l’adrenalina”-“Dea”-“Le verità che ricordavo”-“Male di miele”.
E’ abbastanza per restare storditi, una potenza di fuoco quasi inattesa, che ci catapulta dritti nel bel mezzo negli anni Novanta, al cospetto di classici grazie ai quali gli Afterhours hanno scritto pagine importanti di storia della musica indipendente italiana. Pagine per le quali andare orgogliosi.
Ma non finisce certo qui: giusto il tempo di godersi il capolavoro “Quello che non c’è”, tutti in piedi, la band lascia il palco per una manciata di minuti, e poi rientra per infilare altri due bis, con ulteriori cinque superclassici, fra i quali “Padania” rappresenta l’unica concessione al periodo post-“Ballate”, un brano al quale Manuel deve tenere davvero tantissimo, anche se stasera viene percepito come un filino fuori contesto.
La band appare fresca, si avverte evidente la voglia di tornare a suonare insieme, e magari in qualcuno dei protagonisti emerge il desiderio di dimostrare che tutto sommato in questi anni avrebbe meritato di esserci. Il pubblico mostra un entusiasmo contagioso, vuole ballare, cantare, urlare, la Cavea per due sere è piena all’inverosimile, a dimostrazione di quanto gli Afterhours siano mancati in questi anni, a dimostrazione di quanto sia mancato nel circuito indie italiano un gruppo tanto aggregante, nel quale tornare a identificarsi. Forse anche i cinque musicisti sul palco restano meravigliati per la straordinaria risposta dei fan, pur se abbastanza esperti da poter essere consapevoli della propria importanza, consolidatasi nel tempo.
La serata si conclude sulle note di “Voglio una pelle splendida”, con sul finale i cinque che abbandonano il palco uno alla volta, proprio come usavano spesso fare al tempo. Manuel è il primo a congedarsi, poi tutti gli altri fino a lasciare il solo Giorgio Prette mettere a segno le ultime rullate. Come a voler certificare la rinascita di un sodalizio, di una profonda amicizia.
Ad aprire ciascuna data di questo tour celebrativo ci sono ogni sera due band emergenti, selezionate da Manuel in persona nell’ambito di “Carne fresca”, rassegna organizzata a Milano nel contesto del locale Germi. Sabato 5 luglio spazio ai Dlemma, quartetto romano in prevalenza femminile, in pista dal 2023 e influenzato da alt-rock e grunge, che sta per pubblicare l’album d’esordio e si distingue anche per una riuscita cover di “Piece Of My Heart” di Janis Joplin, e Kahlumet, cantautore milanese bravo nel disegnare scenari elettro-acustici dal forte contenuto malinconico.
Domenica 6 luglio riflettori puntati su Fitza, cantautrice sulle orme di Carmen Consoli e Cristina Donà, ma influenzata anche dall’alt-rock dei Verdena, e Dirty Noise, quartetto della nuova scena alternativa milanese con un sound che spazia tra new wave, rock, pop e post-punk. Manuel Agnelli dopo il Tora!Tora!, “Il paese è reale” e l’esperienza televisiva come giudice di X-Factor, continua così a vestire i panni di “talent scout” e “mecenate” della scena alternativa italiana, cercando di garantire visibilità ai giovani più talentuosi e promettenti. Qualcuno di questi, ne siamo certi, in futuro si ritroverà a ringraziare gli Afterhours, e quella magica serata estiva durante la quale ebbero l’opportunità di aprire un loro concerto. Sono serate che non si dimenticano troppo facilmente...
Credit foto: Tommaso Notarangelo
Set 1: Ballate per piccole iene
La sottile linea bianca
Ballata per la mia piccola iena
E’ la fine la più importante
Ci sono molti modi
La vedova bianca
Carne fresca
Male in polvere
Chissà com’è
Il sangue di Giuda
Il compleanno di Andrea
Set 2
La canzone di Marinella
Strategie
Germi
Lasciami leccare l’adrenalina
Dea
La verità che ricordavo
Male di miele
Quello che non c’è
Non si esce vivi dagli anni 80
Padania
Bye Bye Bombay
Non è per sempre
Voglio una pelle splendida