Deftones

White Pony

2000 (Maverick) | experimental rock, alternative metal

La fine del millennio era alle porte con tutte le tensioni emotive, individuali e collettive, che si agitavano in maniera sotterranea. Di lì a poco il mondo sarebbe cambiato ancora una volta in maniera irreversibile, investendo di nuovo di rabbia, impotenza e frustrazione la Generazione X. Le classifiche e le rotazioni di Mtv erano occupate da Limp Bizkit, Korn e System of a Down, ma anche dagli esordi di Queens Of The Stone Age - nati dalle ceneri dei Kyuss - e White Stripes. I Rage Against The Machine avevano appena pubblicato "The Battle Of Los Angeles" (Epic, 1999). La cosiddetta scena nu metal, ampiamente influenzata dai Faith No More, era nel momento di massimo fulgore e presto si sarebbe bruciata per non tornare più in vita, e mai lo avrebbe potuto fare vista la serie di fortunati allineamenti astrali. Da questo coacervo, spesso anche informe nel caso soprattutto di "cloni" disseminati tra radio e tv (un esempio su tutti: i Papa Roach), emerse il profilo singolare di una band che era in grado di mescolare metal e shoegaze, post-hardcore e dream-pop, "sussurri e grida".

Dopo il successo del secondo album, "Around The Fur" (Maverick, 1997) trainato dai singoli "My Own Summer (Shove It)" e "Be Quite And Drive (Far Away)" - classici delle rockoteche di allora - i Deftones, nonostante le pressioni, decisero di prendersi circa tre anni di lavoro, in pausa tra un tour e l'altro, per completare l'album che a tutti gli effetti sarà ricordato come il capolavoro della loro discografia: "White Pony" (Maverick, 2000). La band, formata a Sacramento in California nel 1988, era guidata dal carismatico e introverso Chino Moreno, cantante e chitarrista, e aveva da poco integrato nell'organico Frank Delgado a curare sample, sintetizzatori e turntable.
Tra l'agosto e il dicembre 1999 la band si chiuse in sala ancora una volta con Terry Date (Soundgarden, Screaming Trees, Fishbone, Pantera) tra i Larrabee Sound Studios di West Hollywood e i Plant Recording Studios di Sausalito, nella sua California. La prima cosa che venne decisa fu il titolo: "White Pony", come la cocaina o come il cavallo che corre nei sogni a rappresentare il desiderio sessuale. Il sound fu costruito magistralmente incanalando la potente sinergia tra il groove di batteria e le basi elettroniche influenzate da hip-hop e trip-hop, le chitarre aperte e atmosferiche di Stephen Carpenter - con la caratteristica accordatura in Drop-C e l'uso di una chitarra baritona customizzata (ESP SC-607) - in tandem col basso potente di Chi Cheng e il cantato di Moreno tra Mike Patton (Faith No More, Mr. Bungle, Fantomas) e Elizabeth Fraser (Cocteau Twins).

Per capire profondamente l'unicità di "White Pony", e dei Deftones, bisogna prendere la raccolta "B-Sides And Rarities" (Maverick e Rhino, 2005), che ci fornisce la chiave dello stile personale e sperimentale della band attraverso la scelta delle cover: Jawbox, Cocteau Twins, Helmet, Lynyrd Skynyrd, Sade, Cure, Smiths e Duran Duran. Una cartografia emozionale e sonora introiettata per anni dal quintetto, che fino ad allora aveva considerato di aver scritto solo album "metal" ma che non aveva avuto nelle orecchie solo quei suoni. Così "White Pony" si dispiega "lungo i bordi" di questa mappa, immergendo i Cure dark di "Pornography" (Fiction, 1982) negli abissi distorti e strutturati dei Tool (un incontro che nell'album si palesa con "The Passenger").
La forza e il magnetismo dell'album si trovano soprattutto nella performance totale di Chino Moreno, dalle mille sfumature emotive del suo cantato, tra esplosioni di rabbia e sospiri cadenzati, alla tensione narrativa dei suoi testi visionari, portati all'estremo dall'uso di droghe, attraverso cui dipinge visioni mortifere, party erotici con collezioni di coltelli, bagni sensuali elettrici e case delle mosche tra Franz Kafka e William Golding.

Vi consigliamo di ascoltare "White Pony" seguendo l'ordine della scaletta originaria, quindi partendo dal riff adrenalinico di "Feiticieria" e dalla dinamica pieno/vuoto, quiete/tumulto, che anima "Digital Bath", brano simbolo dei Deftones. Tutto si svolge e muta in poche parole, tra la stasi delle chitarre pulite e la figura netta della batteria dove rintocca come un martello la cassa per lanciare il ritornello tra squarci shoegaze e sferzate lancinanti di accordi distorti: "Tonight/ I feel like more/ Tonight I".
L'album procede come un treno lanciato a tutta velocità, con un sound imponente e aperto tra l'alt-metal granitico e deformato di "Elite", l'industrial obliquo di "Rx Queen" e il crossover atmosferico di "Street Carp", da cui emergono sonorità trip-hop nei paesaggi sonori di "Digital Bath" e "Korea" così come nella ballata "Teenager", perfetta per l'ermetismo emozionale dei versi di Moreno: "The more I scream/ The more it seems/ that I'm through".

Gli ultimi cinque brani completano le coordinate distintive del songwriting e del sound dei Deftones - quello che verrà imitato per anni - incluse le uniche collaborazioni inserite nell'album (se si escludono le voci sulla partecipazione di Scott Weiland degli Stone Temple Pilots ai cori di "Rx Queen", non accreditata): "Knife Prty", brano con liriche weird che si contrae ed espande incessantemente tra accordi aperti e fuzz pneumatici, comprime lo spazio sonoro per lasciare fiato solo per il cantato di Moreno e di Rodleen Getsic, cantante e attrice in futuri cult horror, in una moderna e disperata "The Great Gig In The Sky"; "The Passenger", il brano meno dinamico dell'album col suo incedere massivo, costante e fatale, mette in scena il duetto tra Moreno e Maynard James Keenan (Tool, A Perfect Circle), che tributa l'imponenza della musica delle band di Keenan.

Prima del commiato, viene collocato il primo singolo dell'album, "Change (In The House Of Flies)", uno dei brani più iconici e allo stesso tempo enigmatici della band di Sacramento, che ha definito il suono del disco. Sensuale e disturbante, intimo e oscuro, "Change" prende le mosse da una strofa che oscilla tra la fondamentale e la sottodominante di Do minore, verso un ritornello che ci prende letteralmente a schiaffi tra sferragliate di chitarra e un cantato largo sospirante:
I watched you change
Into a fly
I looked away
You were on fire

I watched a change in you
It's like you never had wings
Now, you feel so alive
I've watched you change

I took you home
Set you on the glass
I pulled off your wings
Then I laughed

I watched a change in you
It's like you never had wings
Now, you feel so alive
I've watched you change

It's like you never had wings
La voce di Moreno è pronta a farsi suono in "Pink Maggit", brano che chiude l'album, la cui seconda sezione offre il materiale per creare uno dei singoli del disco, "Back To School (Mini Maggit)", inserito nella re-issue dell'album, uscita sempre nel 2000, e posizionato in testa, in virtù del compromesso raggiunto tra la band e la casa discografica dopo l'esordio dell'album a giugno al terzo posto della classifica di Billboard.

Realizzando "White Pony" i Deftones si buttano alle spalle l'ombra lunga del nu metal e si smarcano anche dalla scena alternative metal. L'album non solo allora aveva l'incredibile capacità di congiungere in tanti attimi passato, presente e futuro, ma, come poche altre produzioni di allora, è stato in grado di esprimere i sentimenti collettivi di una generazione attraverso la sperimentazione e le tensioni che agitano la ricerca di una poetica personale e totalizzante all'interno di un mondo rotto. Così "White Pony" non invecchia, muovendosi tutto al presente in quel mancato iato tra "Pink Maggit" e "Back To School" in cui noi ascoltatori rimaniamo intrappolati insieme alla band.

(20/02/2022)

  • Tracklist
  1. Back To School (Mini Maggit)
  2. Feiticeira
  3. Digital Bath
  4. Elite
  5. RX Queen
  6. Street Carp
  7. Teenager
  8. Knife Party
  9. Korea
  10. Passenger
  11. Change (In The House Of Flies)
  12. Pink Maggit
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