The Lounge Lizards

The Lounge Lizards

1981 (Editions EG) | no wave, avant-jazz

In fiamme fin dalle prime note di pianoforte che zoppicano di corsa fuori dal legno. S’innesca così l’omonimo vitalistico e decadente debutto dei Lounge Lizards, sbalzandoci dai marciapiedi dell’East Village di fine anni 70 fin dentro il film “Underground USA” (1980) di Eric Mitchell, dove “Incident On South Street” risuona a volumi altissimi negli interni dello storico Mudd Club di Steve Mass, locale/cabaret/stage avanguardista della scena newyorkese e set dell’epitaffio filmico del cinema no wave. La musica assordante ci introduce in un salotto spoglio dove Patti Astor, figura di culto della scena di Downtown sospesa tra no wave e graffiti art, e Rene Ricard, attore-protégé di Andy Warhol, stappano champagne in un re-enactment di “Viale del tramonto” (1950) di Billy Wilder. L’estetica no wave è tutta lì: per essere nel presente bisogna riattivare il passato incarnandolo e ripercorrendo generi e stilemi, anche della cultura pop, disarticolandoli e facendoli deflagare attraverso un atto performativo.

Proprio il leader della band, John Lurie, rappresenta un innesco propulsivo della no wave, in un quadro di produzioni artistiche che spaziano dalla musica al cinema e al video, la cui base è profondamente intermediale, intertestuale e collaborativa. Attore/regista con Mitchell in “Men In Orbit” (1979) e attore/musicista per Jim Jarmusch dal debutto “Permanent Vacation” (1979-80) alle indimenticabili performance di “Stranger Than Paradise” (1984) e “Down By Law” (1986), Lurie è affascinato dai luoghi dove si incontrano folklore, generi e genealogie della musica americana, che lo portano anche a creare il mito di Marvin Pontiac, suo alter ego blues di cui inventa la vita e le opere in “The Legendary Marvin Pontiac: Greatest Hits” (Strange and Beautiful, 1999). Oggi Lurie è testimonianza vivente di quella bruciante stagione newyorkese, insieme a personaggi come Lydia Lunch e James Chance, ricompattata nel film documentario “Blank City” (2010) di Celine Danhier. Al debutto nei Lounge Lizards con lui (sassofono) ci sono Arto Lindsay dei Dna (chitarra), Steve Piccolo (basso), Anton Fier dei Feelies (batteria) e il fratello Evan Lurie (strumenti a tastiera).

È impossibile prescindere da questo quadro artistico e culturale perché i Lounge Lizards sono il tassello di un grande puzzle, che incarna, amplifica ed espande il significato e i valori della cultura di Downtown New York dalla metà degli anni 70 fino agli anni 80: l’idea di vivere qui e ora e creare insieme opere d’arte attraverso la performance, riducendo il più possibile il momento che passa dal voler imbracciare uno strumento o prendere in mano una cinepresa al farlo concretamente ed esprimere un linguaggio personale, sostanzialmente annullando la scrittura. In virtù del loro posizionamento nel brulicante ed esplosivo Lower East Side, la loro traiettoria si interseca con quella della vicina scena loft jazz, alimentata da musicisti free/avant-jazz come Anthony Braxton e Lester Bowie degli Art Ensemble of Chicago, e con lo spirito di Moondog. Non a caso, infatti, entrerà a far parte dei Lounge Lizards Marc Ribot, mentre Fier e Lindsay collaboreranno con John Zorn e Piccolo realizzerà l’ottimo “Domestic Exile” (Materiali Sonori, 1982) coadiuvato da Evan.

Se la no wave più reattiva e reagente al punk/post-punk/new wave di quegli anni viene immortalata e canonizzata da Brian Eno con la produzione della compilation “No New York” (Antilles, 1978), a Teo Macero, storico produttore della Columbia – Charles Mingus, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Thelonious Monk, Dave Brubeck e il Miles Davis elettrico di “In A Silent Way” (1969), “Bitches Brew” (1970) e “A Tribute To Jack Johnson” (1970) – spetta il compito di domare e dare forma alla musica dei Lounge Lizards. Macero è un tassello assai intrigante, non solo perché connette la band a genealogie swing e bebop d’avanguardia, ma perché asseconda la profonda matrice (audio)visiva della musica dell’ensemble, essendo stato egli stesso compositore di musica da film per una delle madri dell’underground americano, la regista Shirley Clarke, innovatrice e sperimentatrice di “audiovisioni”, come le definirebbe Michel Chion, per la quale compone le soundtrack del cortometraggio “Bridges-go-round” (1958) e del mediometraggio “Skyscraper” (1959).

Proprio l’apertura con il fraseggio di piano obliquo e ossessivo di “Incident On South Street” è un manifesto dell’irrequietezza neodada dell’ensemble newyorkese, all’insegna dell’espressione e della disarticolazione delle forme popolari jazz attraverso una consapevole capacità di suonare che li distingueva dalle altre band no wave. Lo swing lascivo di “Harlem Nocturne” (1939) di Earle Hagen costituisce il primo omaggio della band allo standard jazz, il cui (sentimental) mood è emulato e stravolto in “Ballad”, mentre “Do the Wrong Thing” è forse il brano che più connette i Lounge Lizards al contesto postmoderno di allora, tra spasmi ritmici post-punk, fraseggi insidiosi di sax e convulsioni dissonanti di chitarre e organo.
“Au Contraire Arto” è dove l’idea di standard jazz incontra le sperimentazioni colte d’avanguardia che ricercano un linguaggio sinestetico in cui la musica può significare altro da sé, con una grottesca risultante dada-futurista disegnata dal sax di Lurie e dalla chitarra di Lindsay che ci porta a uno dei due tributi a Thelonious Monk, rigorosamente personalizzati: “Well, You Needn’t” (1947) ed “Epistrophy” (1941) nel pre-finale, quest’ultimo particolarmente decostruito e ri-immaginato nella sezione del disco più stravolta.

Se “Wangling” chiude il lato A con l’essenza carnale del sound della band, tra bebop furioso e strappi punk che prefigurano il jazz-core, “Conquest Of Rar” apre il lato B disegnando uno swing jazz da pellicola cinematografica nelle cui pieghe si annidano i Naked City. Su questa linea allucinata e incalzante, tra arresti e ripartenze, stacchi e unisoni dissonanti, troviamo “Demented”, “I Remember Coney Island” e “Fatty Walks”, brani che definiscono in maniera più personale - e sempre meno no wave - gli stravolgimenti jazz a opera dei Lounge Lizards, con un’ampia presenza dell’organo di Evan. Chiude in-quieta e minimale “You Haunt Me”, persecuzione e possessione desiderante ed enigmatica, tra surrealismo e trance.
Completa la costruzione del progetto artistico “The Lounge Lizards” l’artwork: la foto in bianco e nero di Fran Pelzman immortala i cinque in divisa sbottonata da big band dentro un possibile backstage, con la classica espressione cool (e un po’ annoiata) dei personaggi no wave, mentre il design è curato da Peter Saville (Joy Division, New Order).

Nell’anno di uscita del disco i Lounge Lizards suonarono anche in Italia – all’ELECTRA 1 - Festival per i fantasmi del futuro di Bologna, curato da Oderso Rubini, insieme a Bauhaus, Dna, Brian Eno, Peter Gordon, Chrome, Gaznevada e il gruppo teatrale Magazzini Criminali, in quella Bologna dove si svolgeva anche la Settimana Internazionale della Performance ­– ed ebbero un impatto significativo sulla scena underground italiana coeva, pensiamo ad esempio ai Confusional Quartet. Se in quell’occasione è Lindsay a produrre il primo Ep dei bolognesi Hi-Fi Bros, sarà soprattutto Piccolo a proseguire in loco questa contaminazione, stabilendosi definitivamente a Milano dagli anni 90.

(07/02/2021)

  • Tracklist
  1. Incident On South Street
  2. Harlem Nocturne
  3. Do The Wrong Thing
  4. Au Contraire Arto
  5. Well You Needn't
  6. Ballad
  7. Wangling
  8. Conquest Of Rar
  9. Demented
  10. I Remember Coney Island
  11. Fatty Walks
  12. Epistrophy
  13. You Haunt Me


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