Brian Wheat & Groggy Darlin’

Where You Have Been

2007 (Half Little Hold) | folk, songwriter

Una ragnatela danza con i suoi fili d’argento lungo il bordo della finestra. Sulla tavola la colazione è pronta. Tela di ineluttabilità. Sono come i riflessi ancora assonnati di un nuovo giorno che inizia, le canzoni di “Where You Have Been”, quando l’aria densa di silenzio del risveglio sembra lasciar trapelare per un istante la vera essenza delle cose. Ed il sussurro di una traballante melodia ti affiora alle labbra quasi all’improvviso, inseguendo quel misto di dolcezza e malinconia che ti ha stretto il cuore. “Rod Stewart e Iron & Wine a letto insieme una domenica mattina”, è l’immagine che usa Brian Wheat per descrivere ironicamente la propria musica: beh, “Where You Have Been” è qualcosa del genere… ma niente paura, evidentemente quella mattina Rod Stewart era ancora addormentato.

Meglio chiarire subito l’equivoco: il Brian Wheat di cui stiamo parlando non ha nulla a che vedere con l’omonimo bassista dei Tesla: “mi rendo conto che essere solo un ragazzo che suona musica folk non è eccitante come essere un ragazzo che suonava thrash e che si è convertito alla musica folk, magari per disintossicarsi da tutte le droghe veloci e le donne facili del rock ‘n’ roll lifestyle, ma spero che questo non sia una delusione per nessuno”, ammette candidamente Wheat nella propria pagina di Myspace.
Il nostro Brian Wheat, allora, non è altro che un ragazzo di Buffalo innamorato della musica (da Neil Diamond ai NOFX, dichiara) ed appassionato alle radici della tradizione americana, un po’ come la propria concittadina Ani Di Franco. In realtà, però, la sua è un’anima vagabonda, che l’ha portato a girovagare dal Marocco alla Spagna, dagli ostelli australiani alle capanne delle Figi. Ha calcato decine di palchi per farsi conoscere, conquistandosi la stima di gente come Mark Kozelek e Old Time Relijun. Ed il suo album d’esordio, “Where You Have Been”, è uno di quei segreti dall’apparenza schiva, ma capaci di insinuarsi in profondità con una forza inattesa.

Le canzoni di Brian Wheat sono fatte di immagini tratteggiate e di sogni di cartone, proprio come suggerisce l’artwork dal sapore artigianale del disco. Si muovono tra chitarre e banjo a cavallo di ritmiche lievi, con un incedere che richiama alla memoria le atmosfere sgranate dei primi lavori di M. Ward. Sono come un inquieto vagare di pensieri che si interrogano sulla vita e sul destino, sorprendendo il fuggire degli istanti quotidiani con immagini degne della penna di John Darnielle dei Mountain Goats.
Assistito dai Groggy Darlin’, una brigata di musicisti folk che vede accanto a lui il bassista Peter Williams, il batterista Mark Longolucco ed il polistrumentista Peter Gerace, Wheat ha registrato i brani di “Where You Have Been” ad Orchard Park, ad una manciata di chilometri da Buffalo, pubblicando il disco per la propria personale etichetta discografica, la Half Little Hold Records.

Le corde della chitarra di “If Memory Serves” accompagnano con leggerezza la voce esile ma vibrante di Wheat lungo le strade del Grant Lee Phillips più agreste. Un paesaggio intimo e polveroso, in cui le ombre di pianoforte di “Relentlessness” riecheggiano delicate come quelle di un Neil Young al tempo del raccolto.
Wheat cavalca al fianco di Vic Chesnutt, sfiorando i contorni scuri di “Setting Soon” ed inseguendo con i netti accenti di banjo di “Where Have You Been” il Sufjan Stevens di “Seven Swans”. Gli ingredienti a cui fa ricorso la sua musica sono semplici ed essenziali: un filo di organo, una tromba rubata ai primi Okkervil River, la carezza del violino di Helen Butler e quella della voce di Rachel Ries, raffinata cantautrice del South Dakota che affianca i Groggy Darlin’ in un pugno di brani. Eppure le sue melodie discrete si stagliano con un’intensità che non lascia scampo.

In fondo, tutto dipende dalla posizione con cui decidi di affrontare ogni nuovo mattino. “In morning, two things we say: “good day” and “farewell”, you choose your way”, canta Wheat in “End Of The World”. Puoi guardare l’alba come se nulla potesse essere destinato a durare, con l’amarezza di “If Memory Serves” (“we can make our mark but soon be washed away”). Oppure puoi ripartire dalla memoria, dalla prospettiva che custodisce il cuore dell’esperienza, e riconoscere che la verità di quello che hai amato non si è dissolta: il vecchio portico di “Setting Soon”, dove sedeva tuo nonno ad assaporare la dolcezza pomeridiana, la bambina di “Early Days”, che abitava proprio di fronte a casa tua quando avevi cinque anni… Seguendo le linee della ragnatela del tempo, ad un tratto sembra di poter intuire un senso, come un cerchio che giunge inaspettatamente a compimento.
Allora è sufficiente lasciarsi cullare dal fremito di tenerezza di “The Days You Would Play”, come se fossero le note di una ninnananna antica, eppure misteriosamente giovane: “mi piacerebbe sentirti suonare le canzoni che vorremmo stare seduti ad ascoltare, tristi e forti, una canzone rubata che in qualche modo hai saputo rendere tua”.

(11/05/2007)

  • Tracklist
1. If Memory Serves
2. Where Have You Been
3. Relentlessness
4. End Of The World
5. Early Days
6. Setting Soon
7. The Days You Would Play
8. For Someone Else
9. Bye Bye
10. Tired Old Man
11. Underneath Your Breath
12. Bird Song
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