Penguin Prison

Penguin Prison

2011 (Stranger Records) | electro-pop, dance

"Don't throw the pa-ast away
You might need it some rainy day
Dreams can come true again
When everything old is new again"
(Peter Allen, "Everything Old Is New Again")

La storia di Christopher Glover, ventottenne nato e cresciuto a Manhattan, è singolare ed esemplare per la tenacia e la duttilità che l'hanno fatto diventare, un po' alla volta, il mastermind di uno dei progetti dance/pop più rispettati in Europa e negli States. Nascosto in un curioso nome d'arte (ispirato ad un testo rap dedicato all'ex Presidente degli Stati Uniti George W. Bush) Glover ha la musica nel sangue sin da quando era bambino - manco a dirlo, galeotto fu un nastro di "Thriller", lo storico bestseller di Michael Jackson, avidamente consumato da un registratore della Fisher-Price - e ha assorbito influenze diversissime tra loro, dal country strappacuore di Patsy Cline tanto amato dalla madre alla rinascita del punk negli anni Novanta, senza trascurare un'esperienza importante in un coro gospel che lo ha visto accanto ad Alicia Keys.
In veste di remixer ha dimostrato una creatività fuori dal comune: Glover si concentra sulla traccia vocale, accantona tutto il resto e poi ricrea ex novo il tappeto sonoro, ascoltando solo alla fine il brano sul quale ha messo le mani. Tra i colleghi che hanno già voluto per sè un pizzico della sua polvere magica - si mormora che anche Yoko Ono abbia espresso il desiderio di lavorare con il baldo giovanotto - ci sono Ellie Goulding, Kylie Minogue ("Get Out Of My Way"), Goldfrapp (calza a pennello il vestito creato su misura per "Rocket"), Marina and the Diamonds, Darren Hayes, Lana Del Rey, Jack Peñate (è riuscito a trasformare la sua "So Near" in un sinuoso synth-pop da salotto) e i Jamiroquai - per cui Penguin Prison ha aperto un buon numero di show.

Dopo una serie di singoli pronti per i dancefloor che hanno catturato l'attenzione di etichette come la Neon Gold (che è stata la casa anche dei Monarchy e dei Passion Pit) e la più conosciuta Wall Of Sound, ora arriva un album omonimo che dimostra tutta la versatilità di Chris Glover, nonché la sua capacità di indovinare il ritornello giusto. Se è vero, come lui auspica nelle poche interviste che rilascia, che ogni suo album sarà diverso dal precedente (paragonandosi con una discreta faccia tosta al buon Beck) c'è da dire che il terreno su cui oggi ha deciso di muoversi è stato già percorso da una miriade di concorrenti: Penguin Prison attinge infatti a piene mani dalle sonorità del mitico Studio 54, rivisitandole però con un piglio molto attuale. Gran parte dei sintetizzatori utilizzati sono analogici, e non mancano interventi di strumenti vintage come il Wurlitzer e di chitarre, acustiche ed elettriche. Pro Tools è certamente presente ma è solo la tela dove l'artista, insieme i suoi collaboratori, fa scorrere i pennelli.
Il suo approccio è più caldo e più soulful di quello degli Hot Chip e degli LCD Soundsystem (rievocati esplicitamente, forse, solo nel singolo "Something I'm Not") e le citazioni sono trattate con un sapiente make-up fatto di bassi soffici, pulsanti, che si inseriscono in una scena sonora ampia e mai soffocata o soffocante, nella quale ogni strumento si ritaglia con intelligenza il proprio spazio. Il merito è anche di Dan Grech-Marguerat, più volte braccio destro di Nigel Godrich, che ha curato il missaggio finale e della post-produzione di Steve Fallone (presso gli studi Sterling Sound di New York).

Penguin Prison scoperchia soddisfatto il proprio baule dei ricordi e ci riserva più di una sorpresa. Se le tastiere, lo slap bass e l'intrusione malandrina di un metallofono fanno suonare "Don't Fuck With My Money" come un'ipotetica collaborazione tra il primo George Michael e gli Hercules and Love Affair più educati, senza clap finti, eccessivi ammiccamenti e stormi di cowbells, l'elettronica frenetica di "A Funny Thing" rivela più di ogni altro brano della collezione le buone doti vocali del nostro, capace di partire con un tono grave alla Philip Oakey e poi arrampicarsi in falsetti soul mai inopportuni. Funziona anche la prima delle due collaborazioni con Alex Frankel degli Holy Ghost!: "Golden Train" parte con dei bleep scarnificati e si arricchisce in seguito di morbidi effetti sonori in bilico tra certe produzioni di Quincy Jones e il più giovane Sam Sparro (che, non a caso, ha curato un remix proprio di questo pezzo). "Multi-Millionaire" è un riempipista con un testo dall'ambiguità perfetta, che sublima scenari alla Bret Easton Ellis lasciandoci con il dubbio fino alla fine del brano (è davvero una celebrazione del consumismo o Chris se ne sta facendo beffe?) e una musica che riesce in un sol colpo ad omaggiare nella strofa "I Would Die 4 U" di Prince e la dance intelligente degli Abc.

Immaginate i Level 42 che telefonano a Paddy McAloon, mentre compone "Cars And Girls", per invitarlo a sorseggiare un aperitivo in un locale trendy appena inaugurato e avrete un'idea di cosa succede in "The Worse It Gets" (seconda collaborazione con Frankel), la storia di un ragazzo insoddisfatto del proprio lavoro che non aspetta altro che arrivi il weekend per poter portare la sua Jenny (no, non è una ragazza, è la sua automobile!) a fare un giro.
"Fair Warning" ricorda l'Howard Jones più divertente, e nell'evocativa "Desert Cold" (che vanta le liriche migliori del disco) Glover incontra un altro artista pop dalle buone intuizioni, Nik Kershaw, in una salagiochi e lo trascina con entusiasmo in un imprevedibile ritornello quasi coldplayiano. Le luci stroboscopiche di "In The Way" si accendono giusto in tempo prima del dolceamaro finale, "Someone Got Everything", sottofondo ideale per quando la festa è finita, gli amici se ne vanno e giunge il momento di trovare la forza (e anche la voglia...) di rassettare tutto il locale.

Curata in ogni particolare, dal suono al bellissimo artwork - disegnato dalla talentuosa illustratrice berlinese Frau Grau - l'opera prima di Penguin Prison riesce ad emergere con dignità dal mare magnum di giovani artisti con gli anni Ottanta nel cuore, che non si limitano però all'assalto dell'orecchio con campionamenti e trucchi sui Bpm e creano bozzetti di squisita pop music da portare fuori e dentro dalla pista da ballo. Inevitabile qualche scivolata, specie nel "dipartimento testi" (a Chris Glover manca l'arguzia di un Neil Tennant o di un Martin Fry, per intenderci, e fa quello che può) ma nel complesso il disco si ascolta che è un vero piacere. Penguin Prison è un nome da tenere d'occhio.

(24/10/2011)

  • Tracklist
  1. Don't Fuck With My Money
  2. A Funny Thing
  3. Golden Train
  4. Multi-Millionaire
  5. Something I'm Not
  6. The Worse It Gets
  7. Fair Warning
  8. Desert Cold
  9. Pinocchio
  10. In The Way
  11. Someone Got Everything

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