Regina Spektor

Remember Us To Life

2016 (Sire) | art-pop

L’immediatezza non abita più qui.
Provate a immaginare Regina Spektor senza la trillante frivolezza dei suoi tormentoni più titolati, e senza l’irruenza degli esordi anti-folk. Facilmente la visualizzerete ridotta alla nudità formale, spogliata dei rimandi d'obbligo a Tori Amos e dei suoi abiti sgargianti – raccolti, perché no, dalle competitor che si sono messe in luce in tempi recenti, su tutte la ben più grossolana Marina Diamandis – magari con in braccio il primo figlio, dato alla luce nella primavera di due anni fa. Con la maternità, l’artista newyorkese d’adozione ha segnato il passo. Nell’ultimo quadriennio si è come eclissata, quel pizzico di clamore suscitato solo dall’estemporanea “You’ve Got Time”, una canzone scritta per la sigla della serie Netflix “Orange Is The New Black”, che le è valsa una nomination ai Grammy. Così il nuovo “Remember Us To Life” un po’ coglie di sorpresa, prodotto in maniera oculata ma sfiziosa da Leo Abrahams degli Headless Heroes (già compagno di Brian Eno e Jon Hopkins in “Small Craft On A Milk Sea” e regista per i Wild Beasts di “Present Tense”) e Dan Grech-Marguerat (un tempo braccio destro di Nigel Godrich, apprezzato quest’anno al servizio di Keaton Henson).

In avvio il pop smaliziato della Spektor sembra voler beccheggiare ancora tra l’intonazione briosa e quella fiabesca che le hanno a più riprese garantito il successo. Così ecco riaffiorarle sul volto le maschere della fatina svolazzante e della cantautrice capricciosa, assieme a quella eterea e sognante e a quell’altra, più scapestrata e rumorosa, per una matta girandola confinata nei quattro minuti scarsi dell’inaugurale “Bleeding Heart”, alla faccia della coerenza. La solita schizofrenia espressiva cui Regina ha abituato tutti da tempo, platee adoranti e detrattori inflessibili. Ma si tratta di una falsa pista, e che stavolta sia diverso lo suggerisce subito “Older And Taller” con la sua leggerezza prodigiosa, degna della Neko Case più remissiva, magistralmente servita dagli arrangiamenti (viole e violini in particolare) così da non lasciar tracimare quella vena incontenibile. Il risultato riserva allora un gradito imprevisto: l’equilibrio è ben maggiore di quanto fosse lecito sperare da un’affastellatrice di stili, tendenze, strumenti e orchestrazioni come lei, e chissà che il merito non sia anche dei numerosi ospiti (il marito Jack Dishel, già chitarrista dei Moldy Peaches, Stella Mozgawa delle Warpaint, navigati professionisti del calibro di Joey Waronker, Mike Elizondo e Jay Bellerose, un quartetto d’archi e, in “Sellers Of Flowers”, la filarmonica di Praga).

Chi già profetizzi una nuova altalena deve rassegnarsi all’evidenza di un assennato ripiegamento da parte della Nostra. Che in “Grand Hotel” affida al suo pianoforte l’incarico di formare un nuovo governo a trentatré giri, riservandosi il piacere di qualche deriva aulica pur senza rinunciare fino in fondo alla propria franchezza. Dalle parti dei Blonde Redhead di “Misery Is A Butterfly”, l’ancor più depurata e intimista “Black And White” la vede adottare un’inflessione languida che tiene opportunamente sotto chiave il suo consueto bagaglio di eccentricità e vezzi iperbolici, estrosità nel registro alto e bizzarrie vocali da circo equestre. C’è una tranquillità forse mai ascoltata a simili livelli in uno dei sei precedenti della moscovita, anche se il confine che separa grazia e leziosismo tende ad assottigliarsi pericolosamente in episodi pure gradevolissimi come “The Light”. E’ la stessa lingua del congedo, “The Visit”, che sprigiona la gioia tipica della semplicità, di chi sia in pace con se stesso o sappia accontentarsi, e che la musica traduce in qualcosa di frugale ma luminoso, finalmente scevro da tortuosità o volteggi eccessivi.

Tutta questa levigata armonia culmina forse con la lambiccata, sofisticata eleganza di “Sellers Of Flowers”, che è una goccia appena di enfasi lirica à-la Julia Indelicate in un laghetto dove idealmente potrebbe sguazzare placida Joanna Newsom. Non si fa in tempo a rimpiangere l’assenza di quel briciolo di follia in più, che Regina rimescola le carte con qualche salutare squilibrio, vedi alle voci “rigonfiamenti espressionisti” e “camerismo ultra-contrastato”: data l’inerzia equivalgono a una benedizione. “Small Bill$” opta per un synth-pop mutante e grigiastro, mandato ai pazzi dal cortocircuito tra refrain cinguettante e preparazioni ombrose, memore della Fiona Apple cruda e sincopata degli ultimi tempi. Non è certo da meno il gioiellino scabro “The Trapper And The Furrier”, una prova a cappella che si dischiude come un fiore che brami il sole nel mattino gelido. In questa variante inquieta, stile “The Idler Wheel” (archi sinistri, percussioni incombenti, interpretazione imbronciata), decisamente la trentaseienne si lascia preferire e regala brividi autentici, in vece del sontuoso mestiere delle pagine più svenevoli.

Il suo virtuosismo al cristallo si piega come sempre in un verso o nell’altro, così da dare forma a una nuova gemma art-pop, elusiva e irregolare, che evidentemente non può prescindere dalla superba malinconia estenuata di “Obsolete”, con ancora più di una nuvola nera che già si profila all’orizzonte. Certo la stravaganza di ieri è stata riconvertita in maniera un po’ brusca nel dolce inno alla solitudine che qui si ascolta, mitigato in coda dal blando romanticismo voce e piano delle tre bonus dell’edizione deluxe.
Piaccia o meno, la nuova parola d’ordine è maturità. Una preziosa conquista che non basterà peraltro ad abbuonare alla Spektor la condanna a restare uno dei talenti più irrisolti della sua generazione.

(16/11/2016)

  • Tracklist
  1. Bleeding Heart
  2. Older and Taller
  3. Grand Hotel
  4. Small Bill$
  5. Black and White
  6. The Light
  7. The Trapper and the Furrier
  8. Tornadoland
  9. Obsolete
  10. Sellers of Flowers
  11. The Visit
  12. New Year (bonus)
  13. The One Who Stayed and the One Who Left (bonus)
  14. End Of Thought (bonus)
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