Ben Howard

Collections From The Whiteout

2021 (Island) | alt-folk, foltronica

Mai eccessivamente compiacente, il cantautore del Devonshire Ben Howard ha tenuto fede a uno stile folk malinconico ma anche ardentemente visionario, sacrificando parte di quell’appeal che per un attimo aveva fatto gridare alla next big thing, anche grazie al notevole successo nelle classifiche dell’esordio “Every Kingdom”.

Dopo la parziale delusione di “Noonday Dream”, l’artista era atteso al varco con quello che era stato annunciato come il disco della rinascita. “Collections From The Whiteout” è ad onor del vero un progetto ancor più divisivo, uno schiaffo al compiacimento critico da parte di un musicista refrattario alla seduzione del successo.
Sperimentazione e audacia sono le fonti alle quali si abbeverano le nuove composizioni di Ben Howard, pronto a valicare confini spesso ostici per un cantautore cresciuto sotto l’ala protettrice del fingerpicking.
L’elettronica entra nel mondo di Ben, trascinandosi dietro tutta la drammaticità e la passione di Brian Eno e John Martyn (quello di “One World”, ovviamente). A santificare l’evento è la diligente mano in sede di regia di Aaron Dessner dei National, sempre più intenzionato a condividere con Bon Iver il ruolo di prezzemolino tra i produttori contemporanei di alternative-songwriter.

Il cambio di guardia è sottolineato da un diverso approccio alla scrittura: schemi lirici più classici vengono sacrificati per una frammentarietà narrativa che ben si sposa con l’elettronica. Non è infatti immaginabile una tavolozza cromatica migliore del violento corpo di sonorità digitali per il racconto della macabra scoperta del cadavere smembrato di un amico del padre di Ben (“Finders Keepers”). Identica metodologia viene utilizzata per l’elettrizzante e poetico graffio ambient di “The Strange Flight Of Richard Russell” o per lo splendido madrigale vestito di aspri e sanguinanti accordi di percussioni, basso, synth e violoncello di “Make Arrangements”.

Forte di una pletora di musicisti dal notevole background artistico - il batterista jazz Yussef Dayes, Kate Stables (This Is The Kit), James Krivchenia (Big Thief), Kyle Keegan (Hiss Golden Messenger), Thomas Bartlett alias Doveman e il violinista Rob Moose (Bon Iver, Blake Mills e Phoebe Bridgers) – il musicista inglese non teme qualche eventuale passo falso (“You Have Your Way”), si diverte con le regole del mainstream senza uscirne perdente (“What A Day”), mette a segno due gemme di folktronica ante litteram (“Sorry Kid” e “Metaphysical Cantations”) e infine ricuce i rapporti con il passato con melodie dal tono sicuro e fiero, eppure semplici nella loro struttura chitarra e voce: la splendida “Rookery”, l’oscura e ruvida “Unfurling” e l’incidentale “Buzzard”.

L’intelligente connubio tra elettronica e rock psichedelico di “Crowhurst's Meme” (ancora una volta il pensiero corre al John Martyn della svolta sperimentale fine anni 70), la suggestiva e ironica ballata noir in uptempo di “Far Out” e il gemito ritmico quasi avant-jazz di “Sage That She Was Burning” marchiano ulteriormente a fuoco un disco non facile, ma ricco di contenuti musicali audaci.
“Collections From The Whiteout” riporta al centro dell’attenzione la musica di Ben Howard, non più un cantautore di belle speranze ma l'artista che non è rimasto intrappolato nella fenomenologia folk-pop alla Mumford & Sons.
Nessuna mediocrità e nessun conformismo per un album dall’identità ben precisa, che rispetta e onora il concetto di musica popolare. 

(11/05/2021)

  • Tracklist
  1. Follies Fixture
  2. What A Day
  3. Crowhurst's Meme
  4. Finders Keepers
  5. Far Out
  6. Rookery
  7. You Have Your Way
  8. Sage That She Was Burning
  9. Sorry Kid
  10. Unfurling
  11. Metaphysical Cantations
  12. Make Arrangements
  13. The Strange Flight Of Richard Russell
  14. Buzzard






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