Kendrick Lamar

Mr. Morale & The Big Steppers

2022 (Top Dawg Entertainment) | rap

I grieve different

Cosa significa mettersi a nudo nel 2022? Quanto può essere destabilizzante rappare sulla propria identità in un'era in cui ogni giorno tutti parlano di tutto e il contrario di tutto, spesso partendo proprio con "io"? Che effetto può ancora avere mettere in riga i propri demoni e costringerli a perire tra le pagine di un diario di bordo?
Sono questi i primi grattacapi al cospetto di "Mr. Morale & The Big Steppers". Altri tematicamente più specifici spuntano da ogni direzione, mentre la musica colora i cocci sparsi dappertutto di un'anima che cerca disperatamente di salvarsi e affrontare la sterilità emotiva di un'epoca a suo dire ambigua, pericolosa, fottuta e bugiarda.

L'immagine da cui partire non può quindi che essere quella di una famiglia chiusa in una stanza. Insomma, il nucleo di tutto al riparo da tutto. Tra le crepe di un muro e due bambini da crescere. Lamar indossa una corona di spine e una t-shirt bianca. E volge lo sguardo serioso verso una finestra immaginaria. Mentre dalla cintura dei pantaloni spunta il calcio di una pistola. Dettagli rivelatori nello scatto della fotografa Renell Medrano che restituiscono la condizione interiore a monte di un'opera complessa, articolata come possono esserlo le sinfonie dei pensieri che suonano nella mente di un uomo al fatidico giro di boa della propria esistenza.

L'isotropia di "Mr. Morale & The Big Steppers" è già qui. Nel suo essere maledettamente intimo. E per questo sfuggente, equivocabile. Una messa in scena del turbamento pirotecnica ma che prova allo stesso tempo a fuggire dall'effimero e dai vicoli ciechi di una narrativa necessariamente logorroica. Tant'è che pretendere di analizzare ogni singolo passaggio del racconto provocherebbe uno scrolling fino al nucleo esterno della Terra. Meglio dunque evitare fin da subito equazioni e lanternini vari. Anche per non correre il rischio di decodificare a vuoto codici fin troppo personali.
Altrettanto superfluo è definire l'attesa per questo disco. Kendrick Lamar è infatti considerato quasi all'unanimità il rapper messia degli ultimi anni. E lo è, a prescindere dal famigerato Pulitzer, per tutta una serie di motivi spiegati ad ogni sua nuova uscita, triti e ritriti in tutte le salse, fin da quella che resta la pietra miliare della sua discografia: "Good Kid, M.A.A.D City". Con buona pace degli estimatori del bello ma un filino pomposo "To Pimp A Butterfly".

I pregiudizi, quelli che Einstein considerava impossibili da disintegrare, più indistruttibili degli atomi, sono costantemente nel mirino di Lamar. Il rapper di Compton prova quantomeno a fare i conti con i propri. A volte ci riesce, altre volte meno, tutto al netto della rappresentazione.
E la musica? Super-prodotta, ovviamente. Tra producer più o meno ufficiali ci si perde come a Rio al carnevale. Anche i co-autori sono tantissimi. Mentre gli ospiti sono perlopiù inaspettati. Vedi Beth Gibbons. Altrove discussi, come l'onnipresente Kodak Black, condannato per molestie sessuali e graziato da Trump. Il ventaglio è comunque ampio. Si va, tra gli altri, da Ghostface Killah dei Wu-Tang Clan ad Amanda Reifer, Sampha e astri nascenti come Summer Walker.
Sul profilo squisitamente stilistico, invece, "Mr. Morale & The Big Steppers" tende a fondersi in partiture r'n'b, beat cazzuti che appaiono frattaglie ma che nascondono in realtà una cura certosina, linee al piano mai così presenti, smanie gospel appena abbozzate, sample di vario tipo, al solito impercettibili, che spaziano da Kadja Bonet ("Die Hard") ai nigeriani Funkees ("Worldwide Steppers"). Uno zabaione, per intenderci.

In "Mr. Morale & The Big Steppers", Lamar racconta tutto quello che ricorda dei suoi affetti. Tutto ciò che lo ha investito in un modo o nell'altro. E lo fa sfruttando sia piani figurati che contesti reali. Invettive che mutano in rancori, doppi sensi che travolgono dopo aver riportato minuziosamente un ricordo, l'immagine di un passato che trascina con sé praticamente ogni cosa: fin dall'attacco, Lamar non bada a ciance. Non risparmia nessuno. Vuole librarsi oltre che liberarsi. E per sollevarsi finisce spesso per convertire una rabbia finora incontrollata. Un modello d'ira che sembra giungere al capolinea. Pulsazioni quindi da gestire, veicolare altrove. Magari nelle pieghe di uno spazio inedito.
The new Mercedes with black G-Wagon
The 'Where you from?', it was all for rap
I was 28 years young, twenty mill' in tax
Bought a couple of mansions, just for practice
Five hundred in jewelry, chain was magic
Never had it in public, late reaction
Fifty K to cousins, post a caption
Pray none of my enemies hold me captive
("Unitend In Grief")
In questo tran tran di fotografie sbiadite e luci mai spente, Lamar getta la maschera qui e là. Ma finisce per indossarne diverse nel videoclip di "The Heart Part 5", singolo di anticipo rimasto però fuori dal disco, a raffigurare gli spettri più eccentrici del mondo dello spettacolo nella sua accezione più ampia, come Nipsey Hussle, Kanye West, Will Smith e OJ Simpson. Un monito, forse, nei confronti di ciò da cui il rapper losangelino vuole scappare a gambe più o meno levate.
In altri momenti, è invece il teatrino a fare da ponte al malessere. Come l'attrice Taylour Paige coinvolta in un violento botta e risposta inscenato con Lamar in "We Cry Together". Tuttavia, la rappresentazione della realtà, per quanto pregna di buone intenzioni, in alcuni punti cozza con l'ingenuità di Lamar. Accade ad esempio in quello che si candida a essere il primo manifesto del rapper californiano contro la transfobia: "Auntie Diares". Il tutto accompagnato da una base ipnotica a metà tra sci-fi ed epica Motown. Un territorio finora sconosciuto, che sposta con coraggio l'attenzione di Lamar sulla comunità trans, offrendo il suo apporto attraverso la narrazione di una storia vissuta in famiglia. "My auntie is a man now" apre così le porte al racconto di una transizione. Lamar rivela che anche suo cugino è trans, "Demetrius is Mary-Ann now", ma finisce per rivolgersi a Mary-Ann usando ancora la terza persona maschile. Un tentativo dunque apprezzabile ma maldestro. E che conferma, inciampando, il nuovo Kendrick Lamar. Un padre cristiano e responsabile che ammette di aver usato in passato un linguaggio sull'argomento spesso troppo scurrile, volgare, offensivo.

Non mancano poi riflessioni globali di vario tipo, come il dramma del Covid in "Savior" o la libertà di pensiero in "Worldwide Steppers". E nei momenti più magnetici, come "Purple Hearts", in compagnia di Killah, Lamar appare quasi un George Clinton che blatera mentre Thundercat e Toro Y Moi pensano alla musica.
Ma al netto delle tante trovate ritmiche e pianistiche sparse lungo un cammino articolato, resta "Mother I Sober" l'episodio più alto del disco. Attraverso la sua sospensione prende quota l'evocazione di un dramma inenarrabile. Lamar riporta gli abusi sessuali subiti dalla madre. La paura di essere aggredito. E prova a venirne a capo. L'invito è essere trasparenti, onesti, attenti. Dopotutto, restiamo umani. C'è una maledizione generazionale da sovvertire. Mentre la Gibbons canta come un angelo ferito che non sa più cosa fare dinanzi alla tragedia dell'uomo.
I wish I was somebody
Anybody but myself
Ooh, I wish I was somebody
Anybody but myself
("Mother I Sober")
Sounwave e Dj Dahi, così come tutti gli altri producer a supporto, fanno del loro meglio. Anche Pharrell ci prova su "Mr. Morale". Ma l'impressione è che il mood volutamente tenebroso inferto dalle basi, per assecondare soprattutto quella che resta una confessione difficile, perda spesso direzione, finendo per dissolversi, smaterializzarsi già alla terza strofa. La sensazione che "Mr. Morale & The Big Steppers" voglia essere un'operetta rap dal contenuto profondissimo è lampante dalla prima all'ultima parola. E in ogni singola nota. La resa è però altalenante. Perché il confessionale ha senso pieno quando il pathos è innanzitutto anche melodico, come in "Crown". L'alchimia dunque non sempre riesce. Ed è un gran peccato, vista l'ambizione di un disco impavido nel suo essere isolazionista e tutt'altro che salvifico, come vorrebbero (far) credere i fan più accecati. Un'opera per molti aspetti riuscita a metà e che merita comunque sia un buon decanter. Al di là di tutte le divisioni possibili. E dei contrasti fisiologici.

(18/05/2022)

  • Tracklist
  1. United In Grief
  2. N95
  3. Worldwide Steppers
  4. Die Hard feat. Blxst & Amanda Reifer
  5. Father Time
  6. Rich (Interlude)
  7. Rich Spirit
  8. We Cry Together feat. Taylour Paige
  9. Purple Hearts feat. Summer Walker & Ghostface Killah
  10. Count Me Out
  11. Crown
  12. Silent Hill feat. Kodak Black
  13. Savior (Interlude)
  14. Savior feat. Baby Keem & Sam Dew
  15. Auntie Diaries
  16. Mr. Morale feat. Tanna Leone
  17. Mother I Sober feat. Beth Gibbons
  18. Mirror
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