Kendrick Lamar

Good Kid, M.A.A.D City

2012 (Aftermath Entertainment) | hip-hop

Da Obama ai Grammy, passando per le ospitate ai Late Show fino all'inatteso e storico premio Pulitzer per la musica, il primo assegnato a un musicista lontano dalla classica e dal jazz. Kendrick Lamar è di fatto il più acclamato rapper al mondo. Quantomeno l'icona a stelle e strisce del nuovo millennio in ambito hip-hop. Il suo proverbiale flow è capace di mettere d'accordo sostanzialmente tutti. La sua è una metrica fuori dal coro, distinguibilissima al primo verso. Mentre la narrazione è spesso autobiografica e allo stesso tempo densa di critiche alla società contemporanea e alla politica statunitense degli ultimi anni, così come, e va chiarito fin da subito onde evitare fraintendimenti, anche misogina e a volte ambigua, in particolare su questioni importantissime come i diritti della comunità Lgbt+ e delle donne, trattate con pressapochismo e qualche bitch di troppo.
Un racconto, quello di Lamar, che nel complesso si inserisce perlopiù a pie' pari nella secolare rivolta della comunità afroamericana, a conti fatti mai conclusa e ancora tristemente in atto.

Ma al di là delle storie affrontate nei suoi dischi, Lamar è innanzitutto un artigiano della rima. Un paroliere parimenti sarto che fonde in un sol colpo la complessità di Mos Def e la lezione di Tupac, con una ricerca melodica costante, in cui Dr. Dre gioca inizialmente un ruolo chiave, insieme a una marea di produttori che lo aiutano in cabina di regia, e nella scelta delle basi e dei sample: le prime imprevedibili e i secondi chirurgici, presi in prestito da ogni epoca. Giusto per avere un'idea, oltre al sopracitato Dr. Dre, produttore esecutivo, ecco la lista dei producer presenti in "Good Kid, M.A.A.D City", secondo disco in carriera: Anthony "TOPDAWG" Tiffith, Dawaun Parker, DJ Khalil, DJ Dahi, Hit-Boy, Jack Splash, Just Blaze, Like, Pharrell Williams, Rahki, Scoop DeVille, Skhye Hutch, Sounwave, T-Minus, Tabu, Terrace Martin, Tha Bizness, THC. Una squadra non da poco che sorregge il rapper californiano in ogni sua strofa. Non si contano inoltre le collaborazioni di Lamar in studio e dal vivo messe in piedi negli anni: U2, Rihanna, James Blake, Travis Scott, Future, Kanye West, Sza, The Weeknd, Taylor Swift, giusto per citarne alcuni. Insomma, se c'è una stella che brilla più delle altre nello sterminato universo hip-hop, questa è sicuramente Kendrick Lamar.

Per quantificare la parabola di Lamar, è tuttavia opportuno fare un grosso passo indietro e tornare alle radici, per l'esattezza ben prima del suo album per antonomasia, dell'opera che convoglia tutto il suo bagaglio, quel "To Pimp a Butterfly" del 2015 che vede l'appoggio di campioni assoluti della scena black contemporanea, quali Flying Lotus e Thundercat, ma anche inarrivabili maestri del passato come George Clinton e Ronald Isley. L'album dal successo planetario che ha il suo vertice narrativo e ideologico in "King Kuta", brano con il quale Lamar narra dello schiavo di colore Kunta Kinte, vissuto in Virginia nel Diciottesimo secolo, elevandolo a simbolo di indipendenza per aver rifiutato a più riprese di cambiare nome e dunque di integrarsi nella società dello schiavismo, provando anche a fuggire ben quattro volte dalla catene prima di cedere la propria gamba onde evitare di ricevere la castrazione come punizione ultima ("Now I run the game got the whole world talkin', King Kunta/ Everybody wanna cut the legs off him, (King) Kunta/ Black man taking no losses/ Bitch where was you when I was walkin'/ Now I run the game, got the whole world talkin', King Kunta"); e soprattutto ancora prima del successivo "DAMN.", con cui il rapper californiano palesa un primo significativo cambio di rotta verso una scrittura più intimista, al netto delle solite menate misogine, come dimostrano alcuni versi di "DNA", dove dà all'interlocutore dello "switch", gergo usato per definire una persona gay o effeminata, apostrofandola infine come "sucker shit". Trovate francamente evitabili e vergognose, a differenza dell'introduttiva "BLOOD", canzone in cui si fa addirittura "ammazzare" con un inaspettato colpo di pistola che esplode nel momento in cui si avvicina a una donna cieca nel tentativo di aiutarla mentre cerca qualcosa lungo il marciapiede. Una situazione insolita, a cui si aggiungono le parole che gli vengono rivolte prima della sua morte: "Oh yes, you have lost something. You've lost... your life."
Già, perché prima di unire le folle con il suo particolare piglio, o grazie a copertine manifesto raffiguranti una schiera di uomini piazzati davanti la Casa Bianca con ai piedi il corpo senza vita di un giudice, Lamar è, alla stregua dei rapper più autentici, una vittima del ghetto. Nello specifico il ghetto di Compton. Sostanzialmente tra i più pericolosi della West Coast e di tutti gli States.

Bene. È il 2012 e Kendrick Lamar Duckworth è un venticinquenne alla prese con un sogno comune a milioni di afroamericani: diventare un rapper di successo. È un ragazzo timido ma che sa bene il fatto suo. Ama raccontare soprattutto i misfatti che coinvolgono quotidianamente il suo circondario, quel navigare giorno dopo giorno negli abissi di isolati che sembrano trincee, ponendosi sempre al di là degli spartiti e delle battute con ricordi brutali e tutt'altro che circostanziali. L'amore per il jazz e la profonda passione per certo soul di inizio millennio, su tutti D'Angelo, ma anche Nas e la corrente, definita in maniera un po' sommaria, come conscious, fortificatasi ampiamente nella Città degli Angeli verso la metà dei Novanta, aggiungono tanto a uno stile curato chirurgicamente nei minimi dettagli, dalla metrica perfetta.

Cuore, innanzitutto. È lì che punta il giovane Lamar in "Good Kid, M.A.A.D City", progetto che segue l'acerbo "Section. 80" del 2011, centrando tra l'altro quasi sempre l'obiettivo. Sottotitolata "A Short Film By Kendrick Lamar", l'opera si pone come un concept narrativo in cui il rapper californiano ricorda un giorno particolare della sua vita mentre gira per Compton nel minivan di sua mamma, Paula Oliver.
Le sue bordate rimarcano sensazioni contrapposte, amore per le cose belle del proprio quartiere e dura condanna per le troppe cose brutte, come gli omicidi, le retate, le lotte insulse tra una gang e l'altra. Kendrick canta di bande allo sbaraglio e santi in cui continuare a credere; cita George Foreman ("The Art Of Peer Pressure") e ammette di essere un gran peccatore, desideroso che i suoi sentimenti restino comunque intatti, rivolgendosi qui e là con ardita irriverenza, o un eccesso di autostima mista a un'implicita misoginia, fate un po' voi, alla propria "cagna", in "Bitch Don't Kill My Vibe", brano cantato in un primo momento in collaborazione con Lady Gaga, poi sostituita da Anna Wise.
K-Dot, pseudonimo usato fin da ragazzino, ottiene i suoi risultati senza mai alzare il tiro; resta lì, sospeso tra campionamenti chic e andature sbilenche, sfumature jazzye atmosfere vagamente sobrie, quasi a voler comprimere le proprie ossessioni. Come appare chiaro fin da subito in "Sherane A.K.A Master Splinter's Daughter", dall'andatura sorniona, con il basso che scivola lentamente in quella che resta un'atmosfera notturna, decadente, prima che il racconto di una relazione peccaminosa prendi quota, anticipato per giunta da una vera e propria preghiera:
Lord God, I come to you a sinner
And I humbly repent for my sins
I believe that Jesus is Lord
I believe that You raised him from the dead
I would ask that Jesus come to my life
And be my Lord and Savior
I receive Jesus to take control of my life
And that I may live for him from this day forth
Thank you, Lord Jesus, for saving me with your precious blood
In Jesus' name, amen
Registrata in sole due riprese, "Backseat Freestyle" mostra al contrario il lato più sanguigno del rapper di Compton, ora alle prese con Maserati, prostitute, visione alla Matrix, dollari e tutte le menate del caso, in chiaro omaggio alla cultura freestyle, di cui resterà comunque sempre poco affascinato.
Non ci si annoia neanche per un istante. E tra un'alzata di tono e l'altra, uno stop&go messo con minuzia al centro del discorso, Lamar riesce a combinare estasi e sofferenza, rassegnazione e sorpresa, ritmi cupi e melodie epiche, come nella memorabile "The Art Of Peer Pressure", resa celebre anche dal sample di "Helt Alene" dei danesi Suspekt. Cocci di "Silver Soul" dei Beach Housee "Big Ballin' Wit My Homies" di E-40 condiscono invece "Money Trees", in compagnia con Jay Rock, altro vertice del disco, con il ritmo sospeso su barre orientaleggianti e parole che riportano a galla il ricordo di una rapina subita.
It go Halle Berry or hallelujah
Pick your poison, tell me what you doin'
Everybody gon' respect the shooter
But the one in front of the gun lives forever
(The one in front of the gun, forever)
And I been hustlin' all day
This-a-way, that-a-way
Through canals and alleyways, just to say
Money trees is the perfect place for shade
And that's just how I feel
Cadenze soulful contraddistinguono anche la successiva "Poetic Justice", in duetto con Drake, su campionamento rotante di "Any Time, Any Place", brano del 1993 di Janet Jackson. In "Good Kid" il ripescaggio è ancora più datato. Il giro melodico di "We Live in Brooklyn, Baby" dei Roy Ayers Ubiquity è inserito con classe dall'amico Pharrell. Mentre nell'altra title track, "m.A.A.d city", l'assalto è frontale. E spuntano a sorpresa passaggi di B.B. King, Five Stairsteps e "We Major" di Kanye West feat. Nas and Really Doe.
I dodici minuti della cinematografica "Sing About Me, I'm Dying Of Thirst" lasciano infine il segno. Sullo sfondo prende quota la preoccupazione di un ragazzo in procinto di morire e la sua volontà di esser cantato anche dopo la morte. A chiudere il cerchio del racconto in prima persona, è la preghiera di un pastore recitata in coro dai fratelli di quartiere. La successiva "Real", ancora una volta con l'ottima Anna Wise in ritornello, gode poi della medesima pacatezza. L'amico Dr. Dre guida alla fine della fiera Lamar nel trascinante incipit della conclusiva "Compton", omaggio incondizionato alla città natale, tra reminiscenze Motown e morbidi stacchetti in voce vocoder.

"Good Kid, M.A.A.D City" (da muro "good kid, m.A.A.d city") definisce il peso specifico di un gigante della scena hip-hop mondiale. Il manifesto più verace della sua carriera. Uno storytelling che coniuga sgomento e fascinazione, nel solco della più vegeta tradizione hip-hop losangelina.

(02/01/2022)

  • Tracklist
  1. Sherane a.k.a Master Splinter's Daughter
  2. Bitch, Don't Kill My Vibe
  3. Backseat Freestyle
  4. The Art Of Peer Pressure
  5. Money Trees f. Jay Rock
  6. Poetic Justice f. Drake
  7. good kid
  8. m.A.A.d city f. MC Eiht
  9. Swimming Pools (Drank) (Extended Version)
  10. Sing About Me, I'm Dying Of Thirst
  11. Real f. Anna Wise
  12. Compton f. Dr. Dre (prod. Just Blaze)

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