Wolf Alice - The Clearing

2025 (RCA / Columbia)
soft-rock

Accettazione e consapevolezza. Sono queste le parole chiave per capire la genesi di “The Clearing”, il quarto album dei Wolf Alice e il primo pubblicato da una major dopo il passaggio alla Columbia Records, etichetta di proprietà del gruppo Sony. Accettazione e consapevolezza prima di tutto di sé stessi, delle proprie fragilità ma anche delle proprie certezze, così come dell’inesorabile scorrere del tempo. Perché non c’è nulla di male ad ammettere di essere nel frattempo maturati e di vivere più serenamente i propri trent’anni rispetto ai turbolenti venti. Musicalmente, tutto ciò si traduce nell’approdo a sonorità più tranquille e confortanti, come quelle di un certo soft rock tipicamente seventies.

In pochi avevano colto il messaggio, ma Ellie Rowsell aveva già espresso questo suo desiderio nell’urlato pre-chorus di “Bloom Baby Bloom“, il singolo introdotto da un piano honky-tonk che anticipava il ritorno dei Wolf Alice dopo tre anni di assordante silenzio: si era stancata di “suonare duro” a tutti i costi (“Look at me trying to play it hard/ I’m so sick and tired of trying to play it hard”). Ed è proprio questo, ironicamente, l’unico brano dell’intero disco in cui cede ancora a quella tentazione, prima di rifiorire. Nelle interviste, la leader ha ribadito di non sentire più la necessità di imbracciare la chitarra per essere accettata come frontwoman di una rock band: ora preferisce invece concentrarsi sull’utilizzo della sua voce come strumento principale. Detto, fatto. Il resto del gruppo l’ha seguita a ruota, lasciandosi alle spalle sia i suoni distorti e abrasivi dei pezzi più tirati del passato, sia i synth che caratterizzavano quelli più atmosferici, privilegiando una strumentazione prevalentemente acustica.
“Less is more” è stato uno dei comandamenti in studio, mentre l’ispirazione è arrivata direttamente da “Get Back“, il documentario di Peter Jackson che catturava i Beatles durante la lavorazione di quello che sarebbe poi diventato “Let It Be” e che ha spinto i quattro londinesi a scrivere le canzoni guardandosi negli occhi, senza l’ausilio della tecnologia. Grande attenzione è stata riservata agli arrangiamenti, curati nei minimi dettagli anche grazie ai consigli di Greg Kurstin, produttore di grido già al lavoro con artisti come Adele, Paul McCartneyLiam Gallagher e Foo Fighters.

La nuova svolta stilistica dei Wolf Alice nasce dalla volontà di scrivere “canzoni che siano… semplicemente belle canzoni”, per citare il chitarrista Joff Oddie. Una strada che era già stata tracciata da due brani di “Blue Weekend“, vale a dire “Delicious Things” e “The Last Man On Earth”, che hanno convinto Ellie e soci a intraprendere questa nuova direzione sonora che guarda con estremo interesse al pop-rock radiofonico degli anni 70. Il cosiddetto soft rock, insomma, ovvero il genere probabilmente meno cool negli ambienti indie dai quali provengono i Wolf Alice. “Amare il soft rock è stato imbarazzante per così tanto tempo – ha confidato la cantante al Guardian – ma ora non mi interessa più”.

I tre singoli pubblicati negli ultimi mesi avevano contribuito ad alzare le aspettative: così diversi tra loro, eppure coerenti con la storia della band, lasciavano presagire qualcosa di importante. Prima l’esuberante “Bloom Baby Bloom”, un glam rock senza freni che strizza l’occhio all’esordio delle Last Dinner Party (a loro volta fortemente influenzate dai Wolf Alice) e ci regala una portentosa prova vocale di Ellie Rowsell, aspirante Kate Bush della sua generazione. Poi è il turno di “The Sofa“, il brano più rappresentativo del disco, che entra di diritto tra le migliori canzoni mai scritte dalla band britannica, con un testo che suona come un vero e proprio manifesto di riconciliazione con sé stessi. Seppur con un pizzico di rimpianto che emerge qua e là tra le righe, Ellie ammette di non aver avuto il coraggio – o forse semplicemente la voglia – di trasferirsi in California come avrebbe sognato da ragazza, rimanendo intrappolata a Seven Sisters, nord di Londra, come se una forza misteriosa la trattenesse lì. E forse è stato un bene, perché oggi si sente felice, ama la sua vita e apprezza quei momenti di pace e serenità metaforicamente simboleggiati dallo stare sdraiati sul divano.
Infine, risulta altrettanto stimolante “White Horses“, il primo brano scritto e cantato dal batterista Joel Amey dai tempi di “Swallowtail” (era il 2015): un viaggio avventuroso scandito da un ritmo kraut-rock, arricchito dalla voce di Ellie Rowsell che qui si mette al servizio del brano nei panni di una corista, con inflessioni che rimandano tanto a Kate Pierson e Cindy Wilson dei B-52’s quanto a Dolores O’Riordan.

E il resto dell’album? Forse non si mantiene sempre su quelle vette, anche se – prese singolarmente – le canzoni funzionano tutte. L’apertura cinematografica è riservata a “Thorns”, una piano ballad dal gusto lennoniano, con voce filtrata e patina vintage. Qui Rowsell, dopo le speculazioni sul fatto che “Blue Weekend” fosse un breakup album, si interroga se sia masochista o narcisista continuare a raccontare la propria vita privata nelle canzoni, pur essendo una persona piuttosto riservata (“Did it help to take the thorn out/ Telling the whole world you’d been hurt?”). Riflessioni tutt’altro che banali – questa volta sulla maternità e sull’accettazione del proprio invecchiamento fisico – emergono anche in “Play It Out”, una delicata ninnananna che contempla un possibile futuro senza figli e, prima o poi, anche senza genitori. La complicità femminile, e la presa di coscienza che gli amici che hai sempre atteso erano in realtà quelli che già avevi, sono invece al centro di “Just Two Girls”: una canzone che avrebbe potuto figurare nel catalogo di Carole King, Carly Simon o Karen Carpenter e che probabilmente farà storcere un po’ il naso ai fan duri e puri dei Wolf Alice.

Tematiche on the road e melodie solari contraddistinguono l’ultra-catchy “Passenger Seat”, westcoastiana fino al midollo, e la vivace e autoironica “Bread Butter Tea Sugar”, che richiama invece gli ELO e gli Steely Dan di “Reelin’ In The Years”. Il California Sound risplende anche in “Safe In The World”, che cita i Buffalo Springfield. Trova poi spazio “Midnight Song”, a metà fra il folk progressivo dei Pentangle e quello psichedelico di cantautrici hippie come Linda Perhacs: riferimenti, in questo caso, non del tutto nuovi per i Wolf Alice (si pensi ad “After The Zero Hour”, dal secondo album).
Sono state invece messe momentaneamente da parte quelle atmosfere eteree, sognanti e talvolta anche minacciose che avevano contribuito a rendere “Blue Weekend” un classico istantaneo dei primi anni 20. L’unico brano che si avvicina a quelle suggestioni è “Leaning Against The Wall”, che dopo una prima parte insolitamente country parte per territori più sperimentali, con Ellie che prende quota e vola altissimo.

“The Clearing” è dunque un disco in cui i Wolf Alice confermano la maturità raggiunta dal proprio songwriting, aggiungendo un nuovo, importante (e inatteso) tassello alla loro carriera. Forse uno o due pezzi più movimentati (o magari anche solo un finale elettrico à-la “The Chain”, per restare in tema Fleetwood Mac, più volte citati come principale influenza di questo nuovo corso) avrebbero giovato all’opera e, chissà, magari accontentato quei fan della prima ora che non hanno troppo gradito l’approdo a sonorità considerate eccessivamente leggere. Per i più integralisti, “The Clearing” avrebbe potuto funzionare come album solista di Ellie Rowsell, ma non come lavoro collettivo della band, con gli altri membri – in particolare il chitarrista Joff Oddie – che risultano troppo sacrificati. Qualcuno ha affermato, con una certa dose di originalità, che il nuovo album sia “molto Alice e poco Wolf”, per sottolinearne la presunta mancanza di mordente.
La sensazione, in realtà, è che “The Clearing” – accolto peraltro molto positivamente dalla critica internazionale – sia solo una tappa di un percorso più ampio, che in futuro ricorderemo come un lavoro distintivo e unico nel suo genere, frutto di una band che non ha alcuna intenzione di ripetersi e che anzi vuole continuare a evolvere. Se è vero che i Wolf Alice hanno rinunciato, almeno in parte, al loro eclettismo, con “The Clearing” hanno consegnato alle stampe il loro album più coeso, arricchendo ulteriormente un canzoniere già sostanzioso.

Tracklist

  1. Thorns
  2. Bloom Baby Bloom
  3. Just Two Girls
  4. Leaning Against The Wall
  5. Passenger Seat
  6. Play It Out
  7. Bread Butter Tea Sugar
  8. Safe In The World
  9. Midnight Song
  10. White Horses
  11. The Sofa








Wolf Alice sul web