Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 111 - Novembre 2020

di Michele Saran

01_andreazanANDREA ZANZA ZINGONI - QUATTRO PASSI COL FATASMA EP (Dischi Bischeri, 2020)
songwriter

Andrea Zingoni, ex NoN, dà un seguito al suo primo “Dormire sonni tranquilli” (2019) col perlopiù strumentale - soundscape a incorniciare canzoni -, e completamente solista “Quattro passi col fantasma”. Quattro anche i componimenti che ne danno il contenuto. “0202” è un crescendo fondato su un ribattere oscillante di risonanze metalliche e uno sperduto richiamo di chitarra, improvvisamente stoppato in una chiusa meditativa. Oltre a far da lussuoso contenitore per un mottetto folk, “Come il sabato” è una sonata cameristica per strimpellio ramingo accompagnato da un’esile distorsione industriale, contrappuntato da tocchi di tastiere non meno spettrali e brutalmente interrotto da grida filtrate. “Perugia” in buona sostanza ripete la formula su scala ridotta e con un tono più giulivo (giulivo in senso Kevin Ayers). Qualche problema con la più lunga, “2020” (9 minuti), fondamentalmente un remix sintetico di “0202”, ma inerte e mal organizzato. Sorta di instant-Ep scritto e registrato dal chitarrista fiorentino di getto durante il lockdown da Covid-19, co-prodotto con Leo Magnolfi, di struttura concentrica, tecnica mista e natura alchemica. Vanta qualche momento acuto degno degli autori new age più profondi. Poco incasellabile, nel bene e nel male. Copertina: Costanza Ballerano (6,5/10)


02elettELETTRA - 14 MINUTI DENTRO LA MIA TESTA EP (Alka Record Label, 2020)
songwriter

Un titolo un programma: “14 minuti dentro la mia testa”, Ep di debutto Elettra, ossia una breve ma già densa presa diretta sulla sua personalità in divenire, a partire dal ritornello disco-funk autodemenziale di “Maledetto”: “Maledetto il mio disordine mentale/ che mi fa misurare tutto al grammo/ Maledetto quest’ordine nel letto/ un’altra notte sola con il gatto”. Altri sorrisi li strappa la novelty da pop decadente cantata con tono algido di “Ti meriti una cagna”, uno strale all’ex amante. Il suo amore per il blues balza fuori nel bottleneck di “In tangenziale”, vegliato da tremori crepuscolari, sottilmente isterico (“La tua faccia da cazzo in uno sporco autogrill!” lo sfogo in chiusa), come pure nell’esame di coscienza in forma di r’n’b imperioso di “Vetro”. La cantantessa e autrice di origine romana, già alla testa dei Monkey Blues e allieva di Fulvio Tomaino, nel giro di quattro-pezzi-quattro non si fa mancare nulla: prosa fluente e, quando serve, intelligentemente scurrile, arrangiamenti curati nel dettaglio, una nient’affatto celata urgenza di darsi e comunicarsi. Co-scritto con Leonardo Angelucci, è in parte anche un poco appariscente bonsai di ecclettismo stilistico. Non spanne ma orbite sopra l’altra nota Elettra (6,5/10)


03_vestVESTA - ODYSSEY (Argonauta, 2020)
progressive metal

I tre Vesta, Giacomo Cerri, Sandro Marchi e Lorenzo Iannazzone s’incontrano per la prima volta nel 2016 al circolo Arci GOB di Viareggio. Cerri è stato il chitarrista dei Seed’N’Feed e poi dei La Lisca, Marchi si era già scaldato alla batteria in duo con Gianni Gneri a nome La Iena. Completa il basso vibrante di Iannazzone. Nel debutto “Vesta” (2017), forse realizzato alla bell’e meglio, escludono il canto optando per dinamiche altresì ponderate di oscuro post-metal. Il seguito “Odyssey” replica la ricetta ma alzando il tono e ampliando le vedute, dalle tribali “Borealis” e “Elohim” (praticamente scarti dei primi Tool senza l’operismo di Keenan) a una quasi schizofrenica “Tumæ” (prima scattante in senso garage, quindi meditativa in senso Floyd-iano). Qualcosa di più viene da “Breach”, con un concertino di glissando chitarristici portato quasi al vortice, e la promenade di metal “dark”, per la verità un tantino troppo obsoleto, di “Temple”. I tre suonano molto performanti, sicuri, compatti e precisi, incuranti di divagare nella routine d’ordinanza, mai scavando a fondo nei loro costrutti. La magia del disco sta in come la produzione, stratificata e a tratti 3D, renda il risultato proponibile e necessario, senza edulcorare. Viepiù scenografici ma astutamente mirati gli interventi dell’elettronica a cura di Cerri. Un buono scarto in bonus, “Cerere”, varia e coinvolgente da farsi perdonare i suoi richiami epigonici (6/10)


04_sofiabrunSOFIA BRUNETTA - EVOLVER (Virgo Vibes, 2020)
r’n’b

Già frontwoman delle Lola And The Lovers per l’unico “Pissed Off” (2011), un disco di rara energia, e detentrice del primo “Evolver” (2015), la cantante e chitarrista salentina Sofia Brunetta prosegue con “Evolver” il suo cammino come cantautrice fortemente orientata alla black. I suoi highlight: “After The Party”, una motown elementare con qualche manomissione (stacchetti, istrionismo canoro, involto di synth, cambi di tempo), “Muddy Road”, un blue-eyed soul rinforzato di elettronica sul groove, “Night Trap In Rome”, una serenata guidata dal piano elettrico e accompagnata dagli archi, e poi le due più spiritose, “Saldi”, praticamente un corrispettivo della “Lady Dynamite” di Hurwitz, e “Star Sale”, una “After The Party” in veste cartoon. A parte non pochi flaccidi riempitivi (ma “My Mind Is A Sail” e “In A Bubble” alla fin fine non stingono) il disco regge perché suonato con cognizione di causa da Brunetta e collaboratori, specie il multistrumentista Filippo Bubbico che lo ha anche co-scritto e prodotto con bassi robusti, un certo fiuto per il ritornello cool e sprazzi di refrigerante brezza di comicità. Brunetta cantante si fa sentire e vibra, a volte imitando insistentemente i classici del soul. “Interlude In Cambodia” è proprio quello, un interludio di canti cambogiani di ringraziamento registrati sul campo (un po’ patacca fuori contesto, in compenso dura un niente). Debutto per la label Virgo Vibes a cura della stessa autrice (6/10)


05_mascaMASCARA - QUESTO È UN UOMO QUESTO È UN PALAZZO (RC Waves, 2020)
pop

I varesotti Lucantonio Fusaro, voce e Claudio Piperissa, chitarra, fondano i MasCara chiamando poi Simone Scardoni alle tastiere, Marco Piscitiello al basso e Nicholas Negri alla batteria. I loro “Tutti usciamo di casa” (2012) e “Lupi” (2014) si accodano al fenomeno della nu-wave internazionale appena personalizzandone la cantabilità. Dopo aver forgiato gli arrangiamenti del disco d’esordio del compaesano Barack, “Lose The Map Find Your Soul” (2017), il duo cerca di rinvigorire la sigla con “Questo è un uomo questo è un palazzo”. Che questo terzo parto costituisca una forma di risorgimento lo provano la serenata soul armata di contorni sonici spasmodici “Divina-azione”, il sinfonismo elettronico di “Carne & pixel”, il techno-rock con echi di cori di “Motherboard”, e ballate in qualche modo storpiate come “22+1”, suo culmine patetico. “Gospel per pionieri”, stornello esistenziale in veste di folk-rock, però è forse l’unica a supportare personalità e sofisticazione, più sincero di lenti apocalittici afferenti alla risaputa scuola Pink Floyd come “L’arte di correre”, tra filtri vocali metallici e armonie vocali sfasate. Concept, quasi un’operetta, sulle relazioni computazionali-telematiche e la distopia delle facilitazioni, larvatamente ispirato al “Black Mirror” di Brooker. Come i due album predecessori anche questo in fin dei conti non fa che fagocitare tendenze coeve per metterle in pompa: qui viene, mimetizzato tra le pieghe dello sgargiante abbigliamento sonico, un malfermo bilico tra neo-soul sanremese e cloud-rap leggero. Confuse e deteriori le canzoni, melò Tiziano Ferro-esco sopra la soglia di tolleranza per alcune. Maggior curiosità semmai per quelle manomissioni, gli inserti, i suonini e i suonetti campionati che, visti nella debita luce, danno corpo sensibile alla storia. Un paio citano con finta nonchalance Coltrane, spesso a parole per darsi un tono e qualche volta con sostanza, un solo di sax che sventra un tanghetto innocuo (“Glitch”) a cura del Milano Saxophone Quartet (5,5/10)


06_tommasogTOMMASO GAMBINI - THE MACHINE STOPS (Workin’ Label, 2020)
avant-jazz

Il chitarrista Tommaso Gambini (Torino, classe ‘92) si trasferisce in pianta stabile a New York (passando per i corsi di studi in quel di Boston in cui si è messo in luce), dove recluta i talenti in gioco per il suo primo album “The Machine Stops”: Manuel Schmiedel (tastiere), Ben Tiberio (contrabbasso), Adam Arruda (batteria), oltre alle comparsate di Jacopo Albini (clarinetto), Anggie Obin (flauto), Casey Berman (elettronica) e Vanisha Gould (recitazione). Introduzione e interludio (“The Old Machine” e “The New Machine”) suonati da Gambini stesso passando dalla chitarra all’elettronica, pagano pegno alla modaiola synthwave. “Kuno” e “Vashti” cannibalizzano le meste bossanova di Jobim e le intelaiature di synth alla Badalamenti in maniera piuttosto indecisa, infruttuosa di avvicendamenti strumentali significativi. Tra tutto non suona male il tema languido e punteggiato di “Second Hand Ideas”, quindi contrappuntato dalle piccole divagazioni di chitarra e sax, peraltro proprio il pezzo più ancorato alla tradizione del bebop. Strettamente ispirato all’utopico “The Machine Stops” (1909) di Edgar Forster, che Gambini vorrebbe sincronizzare con l’era dei social, presentato dal vivo in anteprima all’edizione 2019 Torino Jazz Festival e poi all’Istituto Italiano di Cultura di New York, rivelandone una tentazione multimediale. Come componente musicale di uno spettacolo, volendo anche come colonna sonora immaginaria, in effetti potrebbe anche funzionare nella sua forma da camera di exotica nostalgica. Preso in sé e per sé difetta invece di spinta, di soffio, con un’eleganza che tutto avvolge (quasi tutto: vedi l’infausta registrazione dal vivo della “Tomorrow” di chiusa) a rischio sopore, anche per via delle inserzioni declamate di passi tratti dal racconto in odor di pedanteria. Realizzato tramite un “grant” per artisti under 30 finanziato dalla torinese filantropica Compagnia di San Paolo (5/10)


07_northwNORTHWAY - THE HOVERING (I Dischi Del Minollo, 2020)
post-rock

Quattro ragazzi del bergamasco, Antonio Tolomeo (chitarra), Luca Laboccetta (chitarra), Matteo Locatelli (basso) e Andrea Rodari (batteria), formano i Northway nel 2014. Qualche anno dopo fanno uscire il debutto “Small Things True Love” (2017), cui segue “The Hovering”, nella classica vena di GY!BE e Mogwai. La lenta andatura blues ternaria di “Point Nemo” suona piuttosto inerte nonostante l’usuale crescendo di glissando chitarristici; meglio il quasi-inno fragoroso a seguire. Meglio ancora “Hope In The Storm”, stavolta su base folk quasi-stomp, però troncato troppo presto al culmine della tensione. Il brano più corretto è forse “Kraken”, su groove ponderoso post-wave (debitore in parte della “Unità di produzione” dei Csi), chitarre tempestose e interludio di accordi bizantini ed elettronica a mimare un organo psichedelico. Non molto altro da segnalare, a parte forse il pianismo new age nella chiusa di “Edinburgh Of The Seven Seas”. Tema del disco: il mare nella storia, le navigazioni e le mitologie. Più nei titoli che nella musica. Poco interessante nelle costruzioni, lo è per certi rifiniti accorgimenti atmosferici d’arrangiamento, qualche finezza niente male di confezione. Registrato da Fabio Intraina, masterizzato dallo scafato Giovanni Versari (5/10)


08_lucamariabLUCA MARIA BALDINI - IMAGELESS EP (Blooms Recordings, 2020)
ambient

Luca Maria Baldini è un tastierista e compositore specializzato in colonne sonore e sonorizzazioni. Nel suo carnet si annoverano “Moon” (2018) di Duncan Jones, “Potere” (2018) di Guy Wilson in collaborazione con Simone Ricci, “L’uomo meccanico” (1921) di André Deed in collaborazione con gli Earthset, “Cenere” (1916) di Febo Mari, oltre allo spettacolo “Alberi Maestri Kids” (2020). Il suo “Imageless”, nomen omen, cerca di fare una selezione di queste musiche affrancandosi dal loro servigio per le immagini. Seguito del primo “In Between” (2016) per il giovane ravennate, è un Ep di status quo laboratoriale da cui si erge almeno un’idea, pretenziosetta ma ben realizzata: “#5”, praticamente un decollage messo in loop di uno spezzone tratto dal “Before And After Science” di Eno. Per seconda viene il recital techno pianistico di “#3”, quasi una fantasia (5/10)


09_vanniVANNINI - NON SIAMO MICA LE STAR (DNV Production, 2020)
alt-pop

Al secondo disco lungo il cantautore palermitano Francesco Vannini ottiene la sua più papabile hit radiofonica, “Iene” (2020): il pezzo segna anche la distanza rispetto alla prima produzione appena più blues-rock, dai Marcello e i Qualsiasi al primo Ep “Dinecessitavvirtù” (2014) e poi “Tornando a noi” (2015). Altri estratti significativi di “Non siamo mica le star” sono la canzone eponima, un inno para-generazionale alla Vasco/Ligabue e, meglio, la filastrocca boogie-blues di “Cobalto”. Vannini fa tutto, scrive, suona, arrangia e produce, attingendo alla moda del revival del sintetizzatore, sbagliandone forse apposta le dosi per camuffare i cali (“Resta comodo”, “Canzoni dentro di me”), capitombolando poi a fare il verso al neomelodico partenopeo (“Qui ora”, “Lascia in pace il tempo”). Qualche sparuta intenzione di critica sociale veicolata col fare del giullare, non del dimostrante (4,5/10)


10_baciovunBACI OVUNQUE - ACQUA BRILLANTE (autoprod., 2020)
songwriter

Il veneziano cantastorie lo-fi, dichiaratamente analfabeta musicale, Tommaso Fagotto adotta il moniker Baci Ovunque per registrare le sue prime canzoni, raccogliendole dapprima negli Ep “Baci Ovunque racconta” (2017) e “Avere fede” (2017). Il debutto lungo “Acqua Brillante” propone qualche idea sparsa, il singolo eponimo, una reclame introdotta da pianoforte invecchiato, “Dentro una tua narice”, alla Ryan Paris con distorsione gassosa e distante, e “Patto stretto”, uno ska avvolto da acute oscillazioni elettroniche. Svaccato cocktail-pop di bassa caratura appesantito, nel canto, dagli stereotipi più fastidiosi della trap: il nonsense per far quadrare a forza la rima e l’autotune per esasperare il tipico tono disilluso. A parte una certa irruenza che a volte rende sfizioso l’immangiabile, le note positive più papabili rimangono irrelate col resto: una cavatina per solo pianoforte, “E poi… finalmente… il paradiso”, e un bel artwork collagistico (4,5/10)

Playlist
ANDREA ZANZA ZINGONI - QUATTRO PASSI COL FATASMA EP (Dischi Bischeri, 2020)
ELETTRA - 14 MINUTI DENTRO LA MIA TESTA EP  (Alka Record Label, 2020)
VESTA - ODYSSEY (Argonauta, 2020)
SOFIA BRUNETTA - EVOLVER (Virgo Vibes, 2020)
MASCARA - QUESTO È UN UOMO QUESTO È UN PALAZZO (RC Waves, 2020)
TOMMASO GAMBINI - THE MACHINE STOPS (Workin’ Label, 2020)
NORTHWAY - THE HOVERING (I Dischi Del Minollo, 2020)
LUCA MARIA BALDINI - IMAGELESS EP (Blooms Recordings, 2020)
VANNINI - NON SIAMO MICA LE STAR (DNV Production, 2020)
BACI OVUNQUE - ACQUA BRILLANTE (autoprod., 2020)
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