Dieci Piccoli Italiani

N.152 - Aprile 2024

di AA.VV.

01_federicocFEDERICO CALCAGNO OCTET - MUNDUS INVERSUS (Habitable, 2024)
avant-jazz

Dopo il formato trio del suo “Piranha” (2021) e dopo una nuova collaborazione con Francesca Remigi (e Javier Subatin) in “Confini labili” (2022), Federico Calcagno espande la line-up a ottetto laddove rapprende la scrittura quasi del tutto su propri componimenti: il tema particellare, le improvvisazioni mutanti, il ritmo instabile di “Liquid War” (9 minuti), gli assoli gestuali, il legato Bach-iano di cello e il progressivo inasprimento della melodia di “Hieronymus” (8 minuti), e la suite in tre parti di “Hanged Man”, che svaria dagli effetti strumentali di droni straziati a una vertiginosa concertazione per strumenti strozzati, passando per contorsioni e spasmi e una maratona della sezione ritmica. L’unico componimento non proprio, “The Other Side Of Silence” (10 minuti), di pugno del nuovo comprimario, il pianista Adrian Moncada, in realtà non fa che proseguire sulle medesime coordinate di variazione e modellazione, pur trapuntato di dissonanze bizantine. Non ci sono veri capolavori nel primo progetto ambizioso del clarinettista di origini milanesi che mette a frutto le proprie conoscenze ormai in quel di Amsterdam per costruire un proprio ensemble (oltre a Moncada, Nabou Claerhout, José Soares, Pau Sola, Aleksander Sever, Pedro Ivo Ferreira, Nikos Thessalonikefs). Ci sono però ragguardevoli numeri dalla concezione sbrigliata ma scientificamente calcolata, descrittivi e astratti a un tempo, arrabbiati ma razionali in senso persino kantiano. Ottimi spunti iniziali, incipit d’avanguardia dove si saggia la sua accresciuta capacità alla scrittura. Registrato in due studi, uno (Lisbona) solo per il sax alto di Soares. Supporto di KaE Records (Michele Saran6,5/10)


02_dosduoonDOS DUO ONIRICO SONORO - FLOATING (Filibusta, 2023)
chamber

Annalisa De Feo (voce, elettronica e pianoforte) si ostina con il nome legale DOS Duo Onirico Sonoro ma è di fatto lei sola a riprendere le fila del progetto dopo l’omonimo (2016) e “Jouer et Danser” (2018), come pure dopo i singoli “Kosè” (2020) e “Ondeter Waltz” (2022), e “Nelle terre dei Caetani” (2022), colonna sonora del docufilm di Gianfranco Pannone. “Floating” rapprende come mai prima il suono attorno a creazioni poetiche da camera, come cavatine e lied. Dopo “Flow”, intro di campanacci e vibrazioni digitali, il suo pianoforte prorompe perciò nella sonata di “Comme Le Vent”, dal veemente inciso a mo’ di toccata e una sorta di “fuga” per cantico fantasma di ancelle zombie. “Other Space” e “Like A Stream” sono poi febbricitanti duetti piano-cello con electro ticchettante in sottofondo non indegni di Faurè, che in “Risonanze” e “Crooked Bells” debordano nella follia d’avanguardia dissonante, mentre “Shiny Bugs” si fa vicino a certi bozzetti strumentali della tarda Lisa Germano. Le canzoni più regolari, sempre e comunque fortemente pianistiche al massimo con increspature tintinnanti (“Yellow Song”) e simil-cordofono (“La Tempête”), non fanno parte secondaria e anzi predispongono quello che è il baricentro dell’album, “A Bird In Flight”, un’arguta intersezione di cantico neoclassico e danza industriale-tribale. Via il compare storico Marco Libanori, e via dunque la componente jazz - che al massimo viene ora sublimata -, dentro gli arrangiamenti di Nick Valente in un ensemble più variegato e personalizzato attorno alla leader e le proprie diversificate esigenze di brano in brano. Nonostante le discrepanze da materiale spurio registrato negli anni e un umore talvolta troppo neutro, il disco procede calmo e voluttuoso, a tratti spirituale, esempio di risultato importante, sentito e lirico ottenuto con mezzi risicati, cello (Marco Ceccato), elettroacustica (Ivan Macera) e poco altro. Per chi ama l’arte lenta e dotta non ha quasi cali. “Ondeter Waltz” in bonus (Michele Saran6,5/10)


03_nicolasrNICHOLAS REMONDINO - OCRA ROSSA (Shhpuma, 2023)
instrumental

Poco dopo l’avventura elettronoise a nome LAMIEE per “CRUJ” (2023) Nicholas Remondino ritorna al suo strumento prediletto per fare un disco di sola batteria preparata, “Ocra Rossa”. Il procedimento del percussionista sperimentale piemontese si apre qui con il misterioso rituale zen ricolmo di pause di silenzio di “Each” (e sulla falsariga più avanti “Is”) e si sviluppa con le sue conseguenze quali “Necessary” (tonfi + passo di trotto) e “Gesture” (tonfi + gorgoglii elettronici e respiri metallici), “Own” (fitti tribalismi scattanti), e specialmente quelle con la maggior carica di guerra, “Being” e “Voluntary”. Quando il ritmo all’opposto si fa serrato nascono “Action” e “Falling”, delirium tremens di bacchette e schiocchi tra flipper di sala giochi e teatro giapponese “noh”. Variazioni si hanno in “A”, una quasi musique concrete di schioppettii a pioggia, “Dignity”, per sincopi che sembrano prese da una danza pagana propiziatoria del primo Stravinsky, e anche nella piccolissima “It’s”, solo 53 secondi di rullate “preparate”. Ad aprire nuovi fronti sono infine “Every”, musica filiforme di droni e feedback, come pure “Perfectly” per cicalino fastidioso e fischi ventosi. Grazie anche al supporto della sua scintillante preparazione tecnica, Remondino ricava un margine d’astrattezza in cui far convivere antiteticamente meditazione statica e nevrastenia tremolante, intervallandole peraltro con punte ficcanti di alea e caos. Vale sia come singole parti che come un tutto ottenuto dalla lunga proposizione - “Each Falling Stick Is A Necessary Gesture, Every Sonic Action Being Perfectly Voluntary And With Its Own Dignity” - che funge pure da sottotitolo e, in parte, da impegnativo schema da rispettare (un brano per ogni suo lemma), un macigno teoretico-semantico a togliere schiettezza. Elettronica centellinata, a volte funge da raccordo, a volte enfatizza qualche microsuono in modo mirato. Ampio spettro di frequenze da saggiare in cuffia. Uscita d’eccellenza per Shhpuma, portoghese affiliata alla mitica Clean Feed (Michele Saran6,5/10)


04_laryssakLARYSSA KIM - CONTEZZA (City Tracks, 2024)
r’n’b

Laryssa Kim debutta con gli Ep “Love’em All” (2019) e “Submarine Thoughts” (2020) ma raggiunge compiutamente un suo primo acume di sperimentatrice neosoul elettrovocale con i 35 minuti di “Oneironaut” (2020) che però nel suo primo album vero e proprio “Contezza” esce malconcio e compromissorio. All’inizio mette le migliori intenzioni continuando a proporre una forma-canzone libera innestata in un contesto di poema elettronico, con due creazioni elettroconcrete come “Les Amants D’Osmium/76 Os” (per om gassosi e opalescenti) e “Tum Tum/Cuori in tumulto” (battito digitale/equatoriale) a introdurre “Scegli me/Contesa” (stucchevole serenata pop da “Studio Uno” impiantata in un fondale vischioso ma etereo di vocalizzi deformi). Il procedimento suona affine alla coeva White Boy Scream. Kim è ancora brava a innestare suoni concreti a stereotipi della musica black o da club, come quando intervalla suoni di temporale a un hip-hop fantasma in “L’attente/Auspicio”, o come quando rifrange in mille rivoli glitch una canzone soul su un ticchettio d’orologio in “Obsession/Indomita mente”. Un umore devozionale scatta poi a partire da “Intimacy/Riserbo” e “Priere A Chamuel/Supplica”, quasi secondo una nuova new age, mentre verso la fine lascia via via stare esperimenti di sorta e va per il pop elettronico, anche se la breve elegia spaziale di “La Vie Is Magic/Contezza” cerca di ripristinare l’equilibrio. Italo-congolese, iniziata al reggae in quel di Roma, educata all’arte della performance multimediale in quel di Amsterdam e infine svezzata alla musica d’avanguardia in quel di Brussels, ha il cuore creativo al posto giusto ma fatica a centrare il punto. Tanto importante e solenne quanto pretenzioso e vacuo, misticheggiante ed evanescente, tutto in un sol colpo. Voce dai vistosi limiti adoperata, comunque, per una piccola babele poliglotta (italiano, francese, inglese) ulteriormente confusa da strati e strati di modellazioni (post-)canore. Tutto in proprio, dalla progettazione alla produzione: pro e contro (Michele Saran6/10)


05_silviacoSILVIA CONTI - HO UN PIANO B (RadiciMusic, 2024)
songwriter

Il contralto maschio dell’autrice fiorentina Silvia Conti e il vibrante corredo sonico di Bob Mangione rivitalizzano la gloria del sodalizio Mia Martini/Ivano Fossati nel debutto “A piedi nudi” (2017), nel singolo “L’incrocio del diavolo” (2020) e nel secondo “Ho un piano B”. A spiccare sono anzitutto nuove dichiarazioni di personalità senza impennate, appiattite sul passo stentoreo quasi crossover funk, come “Lucciola”, o rallentata a requiem chitarristico, come “Il filo d’argento”, o esagerata a 9 minuti d’accompagnamento con pletora di tastiere, “L’uomo della montagna”. Vi s’intersecano poi ballate folk-rock cantate invece con più accalorato lirismo (“Moltitudini”), condotte in stile Neil Young con drammatiche accensioni Pink Floyd-iane (“Farfalla”), e dediche in tono bonario, quasi goliardico (“Van Gogh”). L’opera si risolve con una non-risoluzione, il tango pianistico di “Inverno 1944”, in cui la sua voce non si limita a ispirarsi a Conte ma evolve verso un proprio flusso di coscienza e un proprio lamento. L’artwork replicante paro paro quello storico di “Horses” di Patti Smith vorrebbe indicare un disco di citazioni. E’ piuttosto un’opera di temi adulti fatta da adulti e destinata ad adulti - meglio se d’indole progressista -, arrangiata con una certa sapienza (buon ruolo di Gianfilippo Boni), scritta così così ma che ha almeno in “Lucciola” un anthem dignitoso. Accompagnato da “Gli anni sprecati” (2023) di pugno del padre Silvano Tognelli, partigiano, scritto decenni prima e riesumato dalla curatela della figlia (sempre in coppia con Mangione) da cui ha tratto proprio il cruciale episodio balcanico di “Inverno 1944” (Michele Saran6/10)


06_voin_600VOINA - KINTSUGI (V4V, 2024)
alt-rock

A loro modo storici, i Voina di Chieti (Lanciano) si formano per opera di Ivo Bucci, voce, di Nicola Candeloro, chitarre, e suo fratello Domenico, batteria, cambiando di volta in volta bassista. Qui con l’apporto di Mattia De Iure, il combo riparte con la coppia di Ep “Yoga Pt. 1” (2022) e “Yoga Pt. 2” (2022) e il nuovo lungo “Kintsugi”, tutto proteso alla ricerca del buon anthem politico-generazionale: anzitutto “Maya”, quindi “Grattacieli”, sorta di anti-“Vita spericolata” di Vasco, e il più aggressivo e probabilmente migliore “La pubblicità”. “Che vita di merda” procede ancora più lento, distorto e universalistico. Nell’area sentimentale la ballata “Fortini” si migliora nella ninnananna acustica con ambience electro di “Mal di gola”. In questo festivalino del giovanilismo rimasticato dominano, pressocché incontrastati, canto e testi del leader Bucci, anche perché il corredo dei comprimari non va oltre il corredo, pur scaltro e robusto; troppo poco troppo tardi il piccolo tripudio di feedback chitarristico in coda a “Supermercati cinesi”. Successore dell’ingenuo ma appassionato grunge-stoner di “Voina Hen” (2011), della svolta emo all’italiana “Noi non siamo infinito” (2015), della nuova svolta pop e crossover “Alcol schifo e nostalgia” (2017), e della nuova svolta trap e synth-pop di tendenza di “Ipergigante” (2020), è un’ennesima “nuova svolta” per l’occasione accoccolata all’era di talent-show, TikTok e Måneskin (Michele Saran5/10)


07_fringue_600FRINGUELLO - ICEBERG (Giungla Dischi, 2024)
songwriter

Lorenzo Fringuello, origini umbre (Narni), anche fondatore della personale Fringuello Dischi, dopo aver tentato il jazz-hop con “Luz” (2022) riprova reiventandosi autore melodico alla (sdata) moda del revival psichedelico all’italiana in stile retrò-vintage. Non una grande mossa se l’intento era trovare una credibile fonte d’ispirazione, perché dopo la prima “Smoking”, una nenia svenevole che assume tratti allucinatori, non va oltre serenate e stornelli della medesima pasta (“Cercando casa”, “Sui vuoti”), giungendo solo nelle più riuscite “Blackout” e “Impressione” a qualcosa di liturgico e drammatico, un pochino oltre la sonnolenza. Si va alla ricerca del guizzo, e potrebbe arrivare con più umili numeri inclini al country, “Bluneve” e “Godot”, e dal conseguente risvolto noir lamentoso dello strumentale “Ingorgo”. Registrato con apparecchiature rigorosamente analogiche per mostrare l’arredamento sonico di tutto punto, prende quota di un tot nella seconda parte. Ha dalla sua, più che altro, uno svagato utilizzo del linguaggio, un misto pastoso di italiano, dialetto e termini inventati istintivamente quasi in scia a un flusso di coscienza pseudo-onirico, un modus preso in parti uguali da Iosonouncane e la trap. Tutto per esaltare le sue giostrine lisergiche ampollose e fuori fuoco. Co-scritto con Leonardo Pressi (Michele Saran5/10)


08_30doork_60030 DOOR KEY - 30 DOOR KEY (Feral Child, 2024)
electro

Accantonato il sublime progetto Float, Alessio Bosco avvia 30 Door Key sull’impulso della passata corrente synthwave con un primo Ep omonimo. Che l’affare sia più impersonale lo provano il tema contrito alla Vangelis su un ticchettare di percussioni elettroniche di “Mystery & Imagination” e il tema parimenti contrito alla Jarre su salterello cibernetico di “Autumn People” (come pure l’analoga tarantella synth-pop di “Lucifer In Cefalu”). Una superiore articolazione permea in “Getting Out A Gutter”, montaggio di campionamento parlato e scenografie di fantascienza su lieve battito trap (che poi comunque muta sempre e comunque in un “Autobahn” Kraftwerk-iano). Il compositore siciliano mostra stile e fascinazione d’immaginario d’antan, oltre all’innato gusto per motivi e motivetti, ma nulla può contro il sentore di frammento, di prova anche timidina, che avrebbe potuto forse venir scrollato via se avesse incluso il piccolo pastiche agreste-cosmico di “A Place Nobody Knows”, invece pubblicato sul sesto numero della compilation “L Series” (2024) della portoghese Russian Library. Edizione limitata in vinile 7” (Michele Saran5/10)


09_transuppTRANS UPPER EGYPT - NO DUB (Maple Death, 2024)
post-rock

Esimi rappresentanti della scena “psy-afro-electro” d’inizio anni 10 gravitante attorno al Fanfulla di Roma Est, fondati dal vocalist Leo Non e il multistrumentismo di Emanuele “Bob Junior” Bonetti, i Trans Upper Egypt s’impongono con il proprio manifesto estetico, “North African Berserk” (2012), impreziosito dalla vivida elettronica di Luca Tanzini. Per il secondo “Trans Upper Egypt” (2014) fanno pervenire la batteria di Cheb Shamir, che in “Tue” (2018) viene sostituito da Simone Donadini. La formazione si riconferma dopo uno iato di sei anni per il quarto “No Dub”, ma più che musica “no dub” la loro è ormai una forma di breve jam per sezione ritmica tanto indaffarata quanto poco coordinata, distorsione vagante e deliri spesso urlati di voce filtrata (“Full Gready”, “33”, “Benghe”). Si rallenta significativamente in “Out” e “River”, ma a questo punto sembra di ascoltare una stentata tribute-band dei Pink Floyd. Tra i brani più lunghi, “Itali” aggiunge un po’ di grandeur space-rock. Il loro parto peggiore. I presupposti per creare innesti di nevrastenia urbana e primitivismo ci sarebbero, manca quasi del tutto l’esecuzione, langue la spinta. A peggiorare, la ripetitività - sembra che l’album non cominci mai -, ma ci si mette anche l’idea di riprendere tutto con un “buona la prima” in sbrigativa presa diretta (Michele Saran4,5/10)


10_bassoliBASSOLINO - CITTÀ FUTURA (Periodica, 2024)
disco-funk

Il tastierista napoletano Dario “Daryo Bass” Bassolino orchestra un personale concept retro-futuribile in “Città futura”, sferzandolo da subito con la jam carnascialesca del singolo “Napoli visionaria” (con didascalica variazione a base di mandolino). L’indole è comunque cinematografica, come provano i due numeri discodance dell’eponima “Città futura”, saldamente poggiata sul Vangelis di “Blade Runner”, e di “Fuga finale”, ben incanalata nel John Barry di “007” (anche se all’inizio proverebbe wah limacciosi e acidità equatoriale Santana con dissonanze elettroniche a pioggia, unico momento creativo del disco). Il trittico di canzoni cantate va di medi e bassi: la scattante “E parole” con la vocalist Linda “LNDFK” Feki (già collaboratrice di Bassolino) con cui cerca di inventare una sorta di folk-funk, lo scadimento “Oro di miele” occhieggiante al neomelodico, e il discofunk Pino Daniele-sco “Malavita” con arabesco saraceno di synth. Già abile produttore nel giro da un decennio, Bassolino fa - con Paolo Petrella - una chiamata a raccolta di stereotipi fino all’osso partenopei, dal principe Senese, al folk, al pop, al progressive, alla canzone d’autore. Godibile lo sforzo d’arrangiamento, ma gli assoli suonano spesso blandi, i groove funkeggianti danno sull’ovvio, l’ambience kitsch sa di poco commestibile. Gradevole lo sforzo di contaminazione, ma tutto di retroguardia, una cartolina di vecchiume tradizionale, e un fanalino di coda del neo-funk alla napoletana del decennio 10. Manco a dirlo: produzione impressionante. Edito all’estero da Jakarta (Michele Saran4,5/10)

Discografia

FEDERICO CALCAGNO OCTET - MUNDUS INVERSUS(Habitable, 2024)
DOS DUO ONIRICO SONORO - FLOATING(Filibusta, 2023)
NICHOLAS REMONDINO - OCRA ROSSA(Shhpuma, 2023)
LARYSSA KIM - CONTEZZA(City Tracks, 2024)
SILVIA CONTI - HO UN PIANO B(RadiciMusic, 2024)
VOINA - KINTSUGI(V4V, 2024)
FRINGUELLO - ICEBERG(Giungla Dischi, 2024)
30 DOOR KEY - 30 DOOR KEY(Feral Child, 2024)
TRANS UPPER EGYPT - NO DUB(Maple Death, 2024)
BASSOLINO - CITTÀ FUTURA(Periodica, 2024)
Pietra miliare
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