R.E.M. - Perfect Circle

R.E.M. - Perfect Circle

Accelerate

di Claudio Fabretti

ACCELERATE (2008)


LIVING WELL IS THE BEST REVENGE

Rem - AccelerateL’ultima accelerazione prima della tappa finale. Il clamoroso flop di “Around The Sun” (appena 240.000 copie vendute negli Usa) ha lasciato il segno. Forse anche perché è venuto meno il dialogo all’interno del gruppo, quel motore incessante che alimentava la creatività, anche a costo di liti furibonde nei camerini. Cresce, così, la disaffezione tra i fan, ma soprattutto nella stampa specializzata, che non lesina ormai espliciti inviti ad appendere gli strumenti al chiodo. Non cessa, però, la febbre dell’impegno civile della band. Il 21 giugno 2007 Amnesty International pubblica una raccolta di cover di canzoni di John Lennon, "Make Some Noise: The Amnesty International Campaign To Save Darfur", con lo scopo di portare l'attenzione sul genocidio che da anni sconvolge la regione sudanese, e i Rem partecipano al progetto con una toccante “#9 Dream”, accompagnati in sala d'incisione da Bill Berry, per la prima volta dopo più di dieci anni.
I Georgiani, insomma, non si danno per vinti: spingono sull’acceleratore, alzano il volume e rimettono a lucido le loro chitarre, come ai tempi di “Monster”, sfoderando il loro album più “tirato” dell’ultimo decennio. “Accelerate”, per l’appunto. Nomen omen per un disco di sano rock senza fronzoli, secco e conciso (35 minuti in tutto), con le canzoni più fresche e briose composte da Stipe nell’era del “cane a tre zampe”.

Gettati alle ortiche violini e mandolini, i Georgiani tornano all'essenzialità e a un approccio da “buona la prima”: le nuove canzoni nascono dal vivo a Dublino e cominciano a circolare attraverso vari bootleg. Il nuovo produttore Jacknife Lee, già al fianco degli U2 e di new sensation del decennio come Editors, Bloc Party e Snow Patrol, lavora per sottrazione, asciugando tutto, puntando sul “tiro” e sull'immediatezza. Ne scaturisce un sound rivitalizzato, seppur sempre pericolosamente sulla soglia del déjà vu. L’attacco di “Living Well Is The Best Revenge”, ad esempio, riporta alla mente la trepidante cavalcata di “These Days”, con le sue chitarre a briglia sciolta sparate a tutto volume e la batteria che pesta feroce, mentre l’ugola arrochita di Stipe snocciola parole a raffica. Ma nell'imitazione di se stessi i Rem sono sempre sufficientemente disinvolti da non apparire sfacciati: in questo caso, viene in soccorso un suono rock più pieno e moderno, a tratti forse persino troppo heavy per le corde (della chitarra) di Buck.

Il tema centrale del disco è il futuro ipercinetico e alienante, che, con l’alibi del progresso tecnologico, distoglie l’attenzione dalle piaghe del pianeta. “Mi sono ispirato alla condizione attuale del nostro paese, quando l’impero sta finendo nel cesso, è facile scrivere grandi canzoni arrabbiate”, chioserà icasticamente Stipe. Così “l’unica rivincita è vivere bene”, come recita il titolo del pezzo d’apertura, preso in prestito da un verso del poeta metafisico George Herbert.

It's only when your poison spins into the life you'd hoped to live
That suddenly you wake up in a shaking panic - wow!
You set me up like a lamb to slaughter
Garbo as a farmer's daughter
Unbelievable, the gospel according to who?
I lay right down

All your sad and lost apostles hum my name and flare their nostrils
Choking on the bones you toss to them
Well I'm not one to sit and spin
'Cause living well's the best revenge
Baby, I am calling you on that


È solo quando il tuo veleno gira nella vita che avresti sperato di vivere
Che improvvisamente ti svegli in un’agitazione da panico – wow!
Mi hai trattato come un agnello condotto al macello
Garbo nei panni della figlia dell'agricoltore
Incredibile, il vangelo secondo chi?
Mi sono sdraiato a terra

Tutti i tuoi tristi e smarriti apostoli canticchiano il mio nome e allargano le narici
Strozzandosi con le ossa che gli hai lanciato
Ma io non sono uno che sta seduto e gira
Perché vivere bene è la miglior vendetta
Baby, ti sto invitando a questo

Sono le recriminazioni di chi si sente trattato come “un agnello condotto al macello” (“a lamb to slaughter”) e non accetta passivamente il suo destino, sedendosi e girando perdutamente intorno (“sit and spin”), optando per una vita vissuta pienamente, come miglior antidoto all’amarezza. Quasi un’orgogliosa rivendicazione di indipendenza, corroborata dai versi poco sotto.

Don't turn your talking points on me, history will set me free
The future's ours and you don't even read the footnote now!


Non rigirate i vostri discorsi su di me, la storia mi renderà libero
Il futuro è nostro e voi non meritate neanche una nota a piè di pagina, adesso!

Un’invettiva bifronte, che si può leggere sia a livello personale (una rivincita dalle critiche piovutegli addosso?), sia a livello pubblico: Stipe attinge ancora al suo immaginario intriso di simbolismi religiosi (il vangelo, gli apostoli, l’agnello sacrificale) per una denuncia a tutto tondo dell’ipocrisia della destra al governo, che usa la religione per finalità tutt’altro che etiche: “Vengo da una famiglia religiosa, mio padre e il padre di mio padre erano pastori – racconterà il cantante - Volevo parlare di come la fede sia stata ipocritamente sfruttata dal governo, che si è reso conto di quanto i fedeli potessero essere un bacino utile a raccogliere voti”.

SUPERNATURAL SUPERSERIOUS

Rem - Michael Stipe - Accelerate Sintesi, è la nuova parola d’ordine. E il singolo di traino dell'album ritrova la freschezza perduta proprio con il minimo sindacale: i riff incandescenti di Buck, il ritmo – trascinante come non si sentiva da tempo - e i puntuali, e sempre impeccabili, cori di Mills. Registrato, come molte altre tracce del disco, all'Olympia Theatre di Dublino nel 2007 e nato col nome di “Disguised”, il pezzo cambia titolo su imprevedibile “dritta” di Chris Martin: “Eravamo in uno studio di Soho – ha raccontato Stipe alla Bbc – e nella sala accanto alla nostra c’erano i Coldplay, dei quali siamo molto amici. Lui ha sentito il nostro brano e ci ha detto: ‘Gran pezzo ma il titolo fa schifo’. Quindi ci ha suggerito ‘Supernatural Superserious’ e ci siamo trovati subito tutti entusiasti”.
Preceduto nelle liner notes da una citazione di Harry Houdini (“My brain is the key that sets me free”, “il cervello è la chiave che mi rende libero”), è un inno all’adolescenza più sgraziata e imbarazzante, con tutte le sue dolorose esperienze da affrontare ed esorcizzare: “È come una di quelle terribili foto di classe di prima media, quando te ne stai lì con degli stupidissimi occhiali. E il peggio è che ormai chiunque può vederti su internet. Tutti abbiamo passato dei momenti imbarazzanti in adolescenza che poi magari ci hanno influenzato nella vita. Parlo di una disastrosa seduta spiritica in un campo estivo, manifestatasi poi nella vita in una sorta di devianza sessuale assolutamente divertente” (Milena Ferrante, R.E.M. 1979-2009).

Everybody here
Comes from somewhere
But they would just as soon forget
And disguise
At the summer camp where you volunteered
No one saw your face, no one saw your fear
If that apparition had just appeared
Took you up and away from this place and sheer humiliation
Of your teenage station
Nobody cares no one remembers and nobody cares

Yeah you cried and you cried
He’s alive he’s alive/a lie
Ah, you cried and you cried and you cried and you cried


Tutti i presenti
Vengono da qualche parte
Ma vogliono al più presto dimenticare
E camuffare
Al campo estivo dov’eri volontario
Nessuno vide la tua faccia, nessuno vide la tua paura
Se quell’apparizione è davvero apparsa
Alzati e vattene da questo posto e da questa assoluta umiliazione
Della tua condizione adolescenziale
A nessuno importa, nessuno ricorda e a nessuno importa

Sì tu piangesti e tu piangesti
Lui è vivo, lui è una bugia
Ah, tu piangesti e tu piangesti e tu piangesti e tu piangesti

Alla fine un velo d’ironia copre pudicamente gli imbarazzanti ricordi di quella tragicomica seduta spiritica (“the séance where you first betrayed”). È stata solo “un’esperienza zen”, un dolce delirio d’ingenuità adolescenziale.

Zen experience sweet delirious
Supernatural superserious
Inexperience sweet delirious
Supernatural superserious
Wow!


Esperienza Zen dolcemente delirante
Soprannaturale superseria
Inesperienza dolcemente delirante
Soprannaturale superserio
Wow!

È soprattutto grazie a questo singolo che i Rem tornano a scalare le classifiche, avvicinando anche una nuova generazione di fan.

HOLLOW MAN

Ma anche quando virano sul midtempo, Stipe e compagni mostrano importanti segnali di riscossa. “Hollow Man” ondeggia tra languidi tappeti di pianoforte e brusche impennate di chitarra, con l’ugola di Stipe appena intorbidita da un velo di fumo. Lo spunto è ancora la velocità, il ritmo indiavolato della vita che sovrasta e confonde gli individui, svuotandoli della loro identità.

I've been lost inside my head
Echoes fall on me
I took the priceless night for complicated mess
Persuading things I didn't mean and don't believe

Believe in me
Believe in nothing
Corner me
And make me something
I've become the hollow man, I
I've become the hollow man I see


Mi sono perso tra i miei pensieri
Echi mi cadono addosso
Ho scambiato una impareggiabile notte per un caos totale
Sostenendo cose che non volevo dire e che non credo

Credi in me
Credi in niente
Mettimi all’angolo
E rendimi qualcosa
Sono diventato l’uomo vuoto, io
Sono diventato l’uomo vuoto che vedo

Aleggia quindi un senso di confusione e di smarrimento, contro il quale il protagonista ingaggia una sfida titanica. Nella speranza di riuscire a dimostrare che la fiducia che qualcuno gli aveva dimostrato non era stata mal riposta.

I'm overwhelmed
I'm on repeat
I'm emptied out
I'm incomplete
You trusted me
I want to show you
I don't want to be the hollow man


Sono sopraffatto
Sto andando a ripetizione
Sono svuotato
Sono incompleto
Ti sei fidato di me
Voglio dimostrarti
Che non voglio essere l’uomo vuoto

La frenesia, insomma, come tarlo che corrode le nostre esistenze e logora anche le relazioni più solide. Gli strumenti acustici si sposano alla perfezione con il feedback di Buck restituendo proprio questo senso di stridente contrasto tra quiete e caos.

HOUSTON

Ma anche in mezzo al caos, c’è sempre tempo per riflettere e interrogarsi. Perché la febbre civile di quei ragazzi di Athens che si definivano “preoccupati” (sul manifesto “These Days”) non è svanita, neanche dopo le valanghe di dollari che li hanno sommersi. Stipe ritrova tutta la sua vis polemica scagliandosi contro lo scempio di New Orleans perpetrato dal governo americano, incapace di proteggere la “perla francese” del profondo Sud dalla furia devastatrice dell’uragano Katrina.
Una miniatura folk’n’roll di due minuti, cantilenata su un organo sinistro e sporcata da ossessive distorsioni elettriche.

If the storm doesn't kill me the government will
I've got to get that out of my head
It's a new day today and the coffee is strong
I've finally got some rest

So a man's put to task and challenges
I was taught to hold my head high
Collect what is mine
Make the best of what today has


Se non mi uccide l'uragano, lo farà il governo
Me lo devo levare dalla testa
Oggi è un nuovo giorno e il caffè è forte
Alla fine ho ottenuto un po’ di riposo

Così un uomo è sottoposto a sfide e incarichi
Mi insegnarono a tenere la testa alta
A raccogliere ciò che mi spetta
A fare il meglio di ciò che si può oggi

L’uragano Katrina fece almeno 1.836 vittime, provocando danni per 81,2 miliardi di dollari e diventando il più grave disastro naturale nella storia degli Stati Uniti. Il catastrofico fallimento della protezione contro le inondazioni a New Orleans provocò un repulisti nell’agenzia degli ingegneri dell'esercito, l'unica, per mandato del Congresso, ad avere la responsabilità della progettazione e della realizzazione del sistema di difesa. Ma a scatenare vibranti polemiche fu anche la reazione dei governi federali, statali e locali: in seguito a un’indagine da parte del Congresso, il direttore della Federal Emergency Management Agency, Michael D. Brown, fu costretto a dimettersi. A questo allude dunque Stipe quando parla di un “secondo omicidio” compiuto dal governo, dopo l’uragano. Ma a mandarlo su tutte le furie sembra sia stata anche l’improvvida esternazione della ex first lady Barbara Bush, che visitando i senzatetto a Houston, Texas, sottolineò come il trasferimento da New Orleans allo stadio Astrodome si stesse svolgendo nel migliore dei modi in considerazione del fatto che si trattava di “poveracci” (Milena Ferrante, R.E.M. 1979-2009). Di fronte a tanta insensibilità e incompetenza, non ha senso riporre fede nel governo e nelle sue vuote promesse.

Houston is filled with promise
Laredo is a beautiful place
Galveston sings like that song that I loved
Its meaning has not been erased


Houston è piena di promesse
Laredo è un magnifico posto
Galveston canta come quella canzone che amavo
Il suo significato non è stato cancellato

Laredo e Galveston sono altre due città texane, la seconda fu anch’essa colpita nel 1900 da un devastante uragano. La canzone citata nel testo, così, simboleggia la memoria di quella tragica esperienza di cui, a distanza di oltre un secolo, non si è fatto tesoro.

UNTIL THE DAY IS DONE

Rem - Michael Stipe - Accelerate TourL’immancabile ballata s’insinua torpida anche tra i solchi del disco delle accelerazioni e della frenesia. Stavolta, con risultati decisamente migliori rispetto agli immediati predecessori. “Until The Day Is Done”, che Buck definisce “uno dei miei falsi folk irlandesi in 6/4”, sembra in realtà una sorta di sequel della vecchia “Swan Swan H”, di cui rinnova il fascino languido e misterioso, grazie al calore degli strumenti acustici e del canto, vellutato e sofferto, di Stipe. Ma a tanta dolcezza fa da contraltare un testo al vetriolo, preceduto – nelle liner notes – da due citazioni. La prima è una frase di Sinclair Lewis: "When Fascism comes to America, it will be wrapped in the flag and carry the cross" (“Quando il fascismo giungerà in America, sarà avvolto nella bandiera e porterà la croce”); la seconda è un’amara riflessione di Williams S. Burroughs sull’American dream: "Thanks for the last and greatest betrayal of the last and greatest of human dreams. Thanks for the American dream to vulgarize and falsify until the bare lies shine through” (“Grazie per l’ultimo e più grande tradimento dell’ultimo e più grande dei sogni umani. Grazie al sogno americano che volgarizza e falsifica fino a che le nude bugie verranno alla luce”). Il primo “quote” allude alla vocazione religiosa della politica di George W. Bush, mentre il secondo allarga l’orizzonte al destino del grande sogno americano, sepolto sotto strati di menzogne e mistificazioni. Come quelle di un’amministrazione sempre più corrotta e collusa con i poteri forti.

The battle's been lost, the war is not won
An addled republic, a bitter refund
The business first flat earthers licking their wounds
The verdict is dire, the country's in ruins

Providence blinked, facing the sun
Where are we left to carry on
Until the day is done
Until the day is done


La battaglia è persa, la guerra non è vinta
Una repubblica marcia, un rimborso amaro
Gli affaristi e i proprietari terrieri si leccano le ferite
Il verdetto non lascia scampo, il paese è in rovina

La provvidenza ha chiuso gli occhi davanti al sole
Dove ci lasciano ad andare avanti
Fino alla fine del giorno
Fino alla fine del giorno

Stipe punta ancora una volta il dito contro l’avidità del potere, dei grandi capitali, supportati incessantemente dalla propaganda dei media.

As we’ve written our stories to entertain
These notions of glory and bull market gain
The teleprompt flutters, the power surge brings
An easy speed message falls into routine


Mentre scriviamo queste storie per divertire
Queste idee di gloria e forti guadagni di mercato
Il suggeritore elettronico si agita, provoca sovratensione
Un semplice messaggio veloce diventa routine

Poi, l’allusione si fa più diretta e nel mirino finiscono direttamente Bush padre e figlio, con le loro “intrusioni” in terra straniera: "Forgive us our trespasses, father and son". Quasi una preghiera a nome dell’America, per tutti i lutti e le devastazioni portati dalle campagne militari in Iraq.

SING FOR THE SUBMARINE

Ma come sempre accade nei dischi dei Rem, la realtà finisce per lasciare il posto all’immaginazione. Così, quasi in coda del disco, c’è spazio per uno sguardo onirico, sospeso in una dimensione subacquea che pare quasi rievocare il mito di Atlantide, il continente sommerso. Per accompagnare questa sorta di rinascita, di catarsi spirituale negli abissi, niente di meglio di quella sfumatura psichedelica che aveva già fatto la fortuna di brani come “Oddfellows Local 151” e “I Remember California”, qui impreziosita anche da un intenso respiro melodico, che ne fa uno degli episodi migliori del disco.
A svelare l’antefatto di “Sing For The Submarine” è stato lo stesso Stipe, in un’intervista a Pitchfork: “Un ragazzo è andato così in là in questo stato quasi nevrotico da immaginarsi di fuggire dalla città con la sua ragazza nel caso si verificasse un evento catastrofico. E la sua via di fuga è un sottomarino nutrito di melodia”.

It feels in dreams
That everything is there for you
The city breathes and pulses
It's for you electron blue

I knew that you could see right through it
So this is where I give in to the machine
Lift up your voice feel gravity's pull
Drown out the siren's ring (or silent dream)
Oh...

It's all here where I keep it
It's all in the submarine
It's all a lot less frightening
Than you would have had it be
But that's the good news my darling
It is what it's going to be
So sing, sing for the submarine


Si percepisce nei sogni
Che ogni cosa è lì per te
La città respira e pulsa
È per te, elettrone azzurro

Sapevo che potevi capire
Così qui è dove mi sono arreso alla macchina
Alza la voce, senti l'attrazione gravitazionale
Sovrasta il canto della sirena (o sogna in silenzio)
Oh

È tutto qui dove lo conservo
È tutto nel sottomarino
È tutto molto meno spaventoso
Di quello che avresti immaginato
Ma questa è la buona notizia mia cara
È quello che sarà
Quindi canta, canta per il sottomarino

Una temibile via di fuga dall’apocalisse, che si trasforma in qualcosa di molto meno spaventoso del previsto. Non resta quindi che cantare un’ode al sottomarino che ha compiuto questo viaggio metafisico, trasportando in una dimensione nuova.
Ancora una volta, il segreto è lasciarsi andare, facendosi attrarre inesorabilmente dalla forza gravitazionale, vera e propria ossessione di Stipe, fin dai tempi di “Feeling Gravitys Pull”. Ma non è l’unica auto-citazione: la canzone, infatti, sembra quasi un collage di riferimenti ad altri brani del repertorio remmiano, da “Electron Blue” a “High Speed Train” fino a “It's The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)”.
Sarebbe stato l’ideale testamento della band, e qualcuno lo interpreterà in tal senso.

Ma “Accelerate”, come detto, era solo il penultimo scatto, prima del traguardo finale. Uno scatto che permetterà comunque ai Rem di cogliere il maggior successo commerciale dai tempi di “New Adventures In Hi-Fi” (1996), debuttando direttamente al numero 2 di Billboard e vendendo quasi mezzo milione di copie negli Stati Uniti. Anche la critica, stavolta, apprezzerà e per la band sarà una considerevole rivincita. A conferma che vivere bene è davvero la miglior vendetta possibile.



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