Andrea Schroeder

Andrea Schroeder

Un angelo sopra Berlino

intervista di Eugenio Vicedomini

Dopo l’eccellente esordio chiamato “Blackbird”, “Where The Wild Oceans End” rappresenta il secondo capitolo della carriera solista della cantante/poetessa tedesca Andrea Schroeder. Il disco, registrato, in parte, in una specialissima location sulle coste norvegesi e, in parte, presso i gloriosi Hansa Studios di Berlino, vede Jesper Lehmkuhl in qualità di co-autore dei brani (assieme alla stessa Schroeder) e si avvale della produzione esperta di Chris Eckman (già membro dei Walkabouts e dei Dirtmusic). L’effetto sinergico del sodalizio tra questi tre grandi artisti è, ancora una volta, la carta vincente di questo progetto che vanta anche una meravigliosa versione del brano “Heroes” di David Bowie. Il presente è ricco di impegni per la poetessa tedesca: un tour europeo e la partecipazione a un tribute-album per Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club (in uscita a marzo 2014) che vede la Schroeder cantare assieme a nomi prestigiosi del calibro di Iggy Pop, Nick Cave, Debbie Harry e Mark Lanegan.
Andrea Schroeder ha tutte le carte in regola per assumere una posizione di primo piano nel panorama rock internazionale e, per questo motivo, sono andato a Berlino a conoscerla direttamente.


Andrea SchroederCome sei entrata nel mondo della musica?
Fin da piccola ho sempre sentito una grande attrazione per la musica. Mi piaceva cantare mentre ascoltavo alla radio i miei programmi preferiti. Avevo già iniziato a scrivere delle liriche e, al contempo, imparavo a dipingere. Non essendo possibile studiare musica durante la scuola dell’obbligo, alle superiori mi sono iscritta all’istituto d’arte per entrare definitivamente nella dimensione che sentivo appartenermi di più. Durante quel periodo, ho approfondito lo studio della letteratura tedesca e della pittura. Continuavo a cantare ma senza una strategia ben definita nel senso che sentivo pulsazioni artistiche provenire da campi differenti (pittura, scrittura, musica) ma non avevo ancora deciso quale direzione intraprendere.
Il segnale arrivò quando subii un’operazione alla gola che, per motivi ancora poco chiari, mi aveva fatto perdere completamente l’uso di una corda vocale privandomi dell’uso della voce per alcuni mesi. In quel momento mi sono accorta che la cosa che, più di tutti, mi terrorizzava era non tanto il fatto di non poter parlare più quanto quello di non poter cantare più e ho capito che cantare era realmente la cosa più importante per me. Fortunatamente un giorno, quasi per incanto, ho riacquistato completamente l’uso della mia voce. Così ho deciso di prendere lezioni di canto lirico come mezzo soprano. Ho iniziato a esplorare le potenzialità della mia voce anche se, al contempo, notavo che questa impostazione, così rigidamente rivolta alla ricerca della perfezione stilistica, lasciava poco spazio all’improvvisazione.

Cosa ascoltavi in quel periodo?
Mi piacevano molto Cecilia Bartoli e Maria Callas mentre Donizetti era il mio compositore preferito.

E per quanto riguarda la musica rock?
Nick Cave, Lou Reed, Bob Dylan e Leonard Cohen, artisti in cui i testi sono una parte determinante della loro musica.

E poi cos’è accaduto?
Ho avvertito una forte esigenza di liberare completamente la mia voce e, per questo motivo, sono passata a cantare musica gospel imparando a usare la mia voce in tutta la sua espressività e in tutta la sua potenza.

Quando hai scritto il tuo primo brano?
È avvenuto più o meno durante questo periodo. Ho registrato la mia prima canzone a casa, usando un software chiamato “Garage band”. Ho quindi inviato il brano a un mio amico che aveva uno studio di registrazione. Lui mi ha subito incitato a comporre altri brani che, una volta prodotti, sono stati inseriti nella mia pagina Myspace. E da lì è iniziato praticamente tutto: ho ricevuto moltissimi feedback positivi e, tramite questa community, mi sono procurata le date per i miei primi concerti.

Che tipo di musica facevi in quel periodo?
La musica era maggiormente influenzata dal contributo di ciascun musicista ed era più orientata su atmosfere folk. Dopo poco tempo ho iniziato a suonare l’harmonium orientandomi verso atmosfere più cupe e melanconiche e, soprattutto, ho incontrato Jesper Lehumkuhl.

Mi puoi dire qualcosa in più a proposito di Jesper Lehmkuhl?
Jesper è un eccellente compositore e ha una grande esperienza come arrangiatore. Abbiamo provato alcuni brani assieme e ho subito individuato nelle sue melodie e nei suoi arrangiamenti la musica che volevo fare. Jesper è stato il mio completamento artistico.

In genere come nascono le canzoni tra te e Jesper?
Jesper scrive gli accordi con la chitarra e gli arrangiamenti e io ci aggiungo la melodia vocale e le liriche.

Andrea SchroederDopo il magnifico debutto di “Blackbird”, adesso è la volta di “Where The Wild Oceans End”...
Rispetto al disco precedente, “Where The Wild Oceans End” è un album che riflette l’energia e la grande coesione della band. Ogni musicista è stato coinvolto maggiormente alla composizione dei brani e questo penso che abbia giovato anche al sound finale del disco. Le registrazioni sono avvenute, in parte, in una specialissima location sulle coste norvegesi e, in parte, presso i gloriosi Hansa Studios di Berlino. Prima di entrare in studio i brani avevano già una loro fisionomia e necessitavano solamente di essere registrati.
In “Blackbird”, invece, tutte le canzoni sono state composte in casa da Jesper e me. Una volta entrati in studio, non sapevamo quale forma definitiva avrebbero avuto. Ed è proprio nel momento di registrarle che abbiamo iniziato a modificarle e ad aggiungere altre tracce fino alla loro versione definitiva.

Chris Eckman è stato anche questa volta il produttore del disco.
Chris lascia molta libertà espressiva all’artista e non è solito interferire sulla composizione dei brani. Ti può dire, al massimo, di suonarli più lentamente o più velocemente. Durante la produzione dei brani, Chris usa solamente macchine analogiche e questo penso abbia contribuito a ottenere un suono più caldo. Inoltre è un eccellente arrangiatore per strumenti ad arco (cosa che si avverte in tutti e due i dischi).

Di cosa parla “Where the Wild Oceans End”?
È un disco molto influenzato dalla magica atmosfera di una città come Berlino mentre le tematiche dell’album precedente erano generalmente più intime e, per certi aspetti, più romantiche.

E che cos’è, secondo te, l’energia che scaturisce da una città come Berlino?
Non essendo berlinese, mi sono trasferita a Berlino a solamente da alcuni anni ed è stato un amore a prima vista. È una città dove si respira un’atmosfera davvero unica, una città in continuo mutamento dove la storia, le rovine, i ricordi si interfacciano con la modernità. Non ha i lustrini di altre importanti capitali europee e questo si traduce positivamente in una mancanza di opulenza. Berlino è una città vera, reale dove la gente ti parla sinceramente senza bisogno di nascondersi dietro una maschera, di giudicare, di ostentare ricchezza o di pretendere troppo in termini di beni materiali. A Berlino nessuno ti discriminerà mai per il tuo status sociale.

Sembra che tutto quello che tocchi assuma un colore davvero speciale. Prendiamo, ad esempio, la tua versione del brano “Helden” di David Bowie. Come è andata?
Ad essere sinceri, non è stata una mia idea ma, bensì, della Glitterhouse Records. Quando mi ha proposto la rilettura di “Heroes”, sinceramente avevo timore di confrontarmi con una delle più belle canzoni della musica rock. Non è stata una cosa immediata in quanto non è stato facile levarmi dalla testa una canzone così perfetta. Sono riuscita a trovare la mia versione di “Heroes” lasciandomi trasportare dalle parole e dalla storia raccontata dal brano stesso. Alla fine, penso di aver fatto un buon lavoro tanto da sentire “Helden” quasi come fosse una mia composizione.

Hai trovato dei vantaggi dalla rete?
A me la rete ha dato molte opportunità soprattutto durante l’era di Myspace grazie al quale mi sono procurata i contatti per le mie prime esibizioni dal vivo. Non potrò mai dimenticare i tantissimi messaggi di stima ricevuti per la mia musica da parte degli utenti di Myspace che mi hanno dato la forza di andare avanti nei momenti più incerti della mia iniziale carriera di musicista.

Andrea SchroederE cosa ne pensi, invece, di Facebook?
Essendo una community generalista, ritengo che sia meno efficace e che non offra la stessa qualità di interazione di Myspace, in quanto non garantisce la stessa facilità di diffusione e di gestione delle informazioni. Per ottenere con certezza che i miei follower ricevano le notizie che pubblico, dovrei inserirle a pagamento. Dal momento che pubblico le informazioni non a pagamento, mi sono accorta che molte comunicazioni vengono nascoste. Mi spiego meglio: quando pubblico un messaggio (riguardante, ad esempio, un’intervista alla radio che andrà in onda la sera stessa) noto che questo non viene diffuso contestualmente a tutte le persone che mi seguono e, in questo modo, accade che molti dei miei amici vedano il mio messaggio solamente il giorno seguente. Quindi tutto è legato alla casualità e, per questo motivo, mi trovo costretta a pubblicare la stessa notizia più volte durante il giorno. Se ci pensi bene, questo è un controsenso rispetto alla mission che un social network dovrebbe avere. In questo modo diventa difficile gestire le notizie che mi riguardano. In generale, questo fattore penalizza moltissimo gli artisti che, per motivi di budget, non hanno altri mezzi di promozione e non possono permettersi di pubblicare su Facebook le notizie dietro pagamento di una somma di denaro. Anche se la cosa richiede molto tempo, sono felice di seguire la mia pagina Facebook personalmente in quanto, in questo modo, lo trovo meno spersonalizzante.

Porterai il nuovo disco in tour?
A breve partirà un tour che comprenderà, inizialmente, Germania e Austria per poi estendersi anche in Olanda e Belgio. Spero che arrivi a comprendere tutta l’Europa. Avrei un grande desiderio di esibirmi in Italia, perché è uno dei miei paesi preferiti.

Come va con la Glitterhouse Records?
Sono persone semplicemente fantastiche e musicalmente molto competenti che garantiscono un grande supporto agli artisti incoraggiandoli a produrre la loro musica senza interferire con le loro scelte musicali.

So che canti in un brano incluso in un tribute album chiamato “The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project”, dedicato allo scomparso Jeffrey Lee Pierce frontman della storica band dei Gun Club. Un disco che vede la partecipazione di artisti del calibro di Iggy Pop, Nick Cave, Debbie Harry, Mark Lanegan e dei Primal Scream. Ci parli di questo progetto?
Il disco si intitola "Axels & Sockets" e sarà pubblicato il prossimo 21 marzo. Non si tratta di un tribute-album vero e proprio dato che il materiale è interamente composto da demotape di brani incompleti che sono stati trovati dall’amico Cypress Grove nell’appartamento di Pierce. Lo spirito del progetto è, quindi, una sorta di work in progress dove ciascun artista ha completato un brano facendone, alla fine, una sua versione definitiva. Posso dirti che sono orgogliosa di cantare assieme all’eccellenza del rock‘n’roll.

(Berlino, 16 gennaio 2014)

Discografia
Blackbird (Glitterhouse, 2012)

7,5

Where The Wild Oceans End (Glitterhouse, 2014)

 7

 Void (Glitterhouse, 2016)

7

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Blackberry Wine
(videoclip da Blackbird, 2011)

Helden (cover di "Heroes")
(videoclip, da Where The Wild Oceans End, 2014)

Ghosts Of Berlin
(videoclip, da Where The Wild Oceans End, 2014)

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