Micah P. Hinson

Micah P. Hinson

Il tormento della bellezza

intervista di Alessandra Reale, Ruud Postma, Marcel Van Der Wiel
Densa, cupa, tormentata, emozionale. La musica del texano Micah P. Hinson, uno dei più interessanti volti della scena folk statunitense, è un fuoco di oscura passione che travolge gli animi e infiamma i cuori. Modesto, riservato, ma anche schietto ed estremamente disponibile: il cantautore di Abilene ci parla dei suoi progetti musicali, del suo rapporto con la popolarità, della sua passione per la fotografia e della sua collezione di macchine da scrivere.

Sei in assoluto uno dei cantautori più promettenti della scena musicale indipendente. Perciò, un buon modo per iniziare questa intervista potrebbe consistere nel parlare del processo stesso di scrittura musicale. Come fa Micah P. Hinson a dare vita a una canzone?

Oh! Vi ringrazio tanto. Non so se credervi o no, ma è dannatamente carino da parte vostra.
Penso che il processo attraverso il quale nasce una canzone sia abbastanza semplice. Si può riassumere in pochi punti: una sequenza di accordi, una sequenza di melodie, una sequenza di parole, una certa quantità di emozione. E non necessariamente in quest’ordine anche se, per me, la musica viene sempre, sempre per prima. La musica non può formarsi attorno alle parole, solo le parole possono formarsi attorno alla musica.

Da dove trai l’ispirazione per scrivere?
Da queste piccolissime stronzate che costituiscono la vita. Tutti i cazzo di piccoli frammenti che ogni tanto si ricompongono e in qualche modo finiscono per diventare dannatamente importanti.

Chi o cosa ti influenza maggiormente?
La gente che ha scritto, che ha creato e che si è autodistrutta.

E’ rimarchevole il fatto che la tua musica sia così popolare in paesi europei di origini latine come la Spagna o l’Italia, soprattutto se si fa un paragone con la popolarità che hai nella tua terra natale. Pensi che ciò possa avere a che fare con il modo in cui la gente di questi paesi vive i sentimenti e le emozioni?

Ricordo ai tempi della scuola quando la maestra guardandomi mi diceva: “La musica è l’unico linguaggio universale”. Non avevo proprio idea di ciò di cui stesse parlando, ma più mi addentro in quei territori strani e interessanti e più trovo vere le sue parole. Immagino che alcuni dei miei più grandi ascoltatori non abbiano la minima idea di ciò di cui io sto parlando ora. E’ una cosa interessante sulla quale provare a fare elucubrazioni.

Una sofferta tensione verso un ideale assoluto di bellezza sembra attraversare come un’ossessione la tua musica: può esistere, secondo te, bellezza senza tormento?

Sì, può esistere. Ma gli esseri umani sono ossessionati dal dolore, indipendentemente che si tratti del proprio o di quello altrui.

Le atmosfere del tuo ultimo album, “And The Red Empire Orchestra”, sembrano essere meno oscure rispetto a quelle della tua precedente produzione. Si tratta solo di una questione di scelte stilistiche o questo fatto riflette anche un diverso stato d’animo, magari in relazione a eventi personali?

Non potrei dire se si tratta dell’una o dell’altra cosa. Con “The Red Empire” non mi ero prefissato di creare un particolare tipo di album. Sapevo solo che volevo essere chiaro com’è chiaro il sole quando le giornate si allungano e volevo essere più “rigido” rispetto ai miei precedenti tentativi. Per fare un esempio, in passato ero capace di registrare, per una singola canzone, dieci parti diverse di chitarra… maledizione, forse anche quindici. Con “The Red Empire” volevo che ce ne fosse una sola. Pertanto quella unica parte di chitarra doveva essere davvero valida, perché non avrebbe potuto nascondersi dietro ad altre nove figlie di puttana. Non ci sarebbe stato un nascondiglio per nessuno strumento. Pensavo che questo potesse essere un concetto interessante. E a un certo punto eccolo là: “The Red Empire”. Ho lavorato davvero fottutamente duro su quel disco, sono stato seduto molte volte in una piccola stanza che puzzava di sudore mettendocela tutta per farlo venire bene, il bastardo. Chissà se ci sono riuscito o meno… lo vedremo quando mi rientreranno i proventi delle vendite… ah!

L’avere un crescente riscontro tanto di critica quanto di pubblico comporta anche il fatto di ritrovarsi al centro dell’attenzione non solo quando si promuove un disco o quando si suona ai concerti, ma anche nella vita di tutti i giorni. In che misura tutto questo si adatta alla tua personalità? In altre parole: come ti relazioni con la popolarità?

Non mi relaziono molto bene con la popolarità. E’ una cosa alla quale in realtà non voglio pensare. Ho la sensazione che il riconoscimento della propria popolarità possa solo portare a una eccessiva autoanalisi e dare alla persona un falso senso di cosa ha veramente valore al mondo. E io non potrei volere una cosa del genere… potrei mai? Non si può dire quanto tu valga nel mondo, secondo me, in base al numero di quelli che conoscono il tuo nome, al numero di persone che tirano fuori il tuo nome nei discorsi di tutti i giorni. Questo è ridicolo e stupido. Ciò che ci rende davvero importanti in questo mondo è quanto siamo stati bravi nello sconfiggere i demoni e quel che abbiamo di conseguenza imparato, quanto abbiamo trattato bene gli altri… ci sono veramente molte cose che pesano maggiormente del concetto, o del raggiungimento, della popolarità.

In tutti i tuoi album hai sempre mostrato un notevole talento come polistrumentista, e in “The Red Empire Orchestra” ti sei addirittura cimentato in una mirabolante sequela di strumenti a tastiera: Hammond, melodica, pianoforte a coda e verticale, Wurlitzer, Fender Rhodes, tastiera elettrica e persino un pianoforte giocattolo. Qual è lo strumento che ti ha divertito di più suonare, fino ad oggi?
Il pianoforte. I tasti sono tutti là semplicemente esposti perché tu li possa suonare. Non devi avere particolari conoscenze di accordi o di qualunque cosa che sia relativa alla parte teorica della musica, per quanto riguarda il piano. Io non ho mai avuto delle vere lezioni di pianoforte. Mi ero iscritto a delle lezioni all’Università, ma ho miseramente fallito, perché mi rifiutavo di esercitarmi. Diavolo, potevo scrivere canzoni… di cos’altro avevo bisogno? Crescendo… Mia nonna aveva un pianoforte, che adesso si trova qui a casa mia, e che suono quotidianamente. Ho ricordi di me che suonavo quell’affare, un anno dopo l’altro. Ho sempre voluto creare qualcosa. Ho sempre voluto muovere le cose con le mie mani.

Ce n’è uno che vorresti sperimentare ma che non hai ancora avuto modo di provare?

Il sitar.

E qual è invece lo strumento che ti emoziona maggiormente?

Il violoncello. E’ l’unico strumento, credo, davvero in grado di trasmettere reali emozioni umane. Non sono sicuro di come riesca a farlo, ma dev’essere per la vibrazione delle corde, o per il modo in cui il legno viene curvato e modellato. Non sono sicuro, ma in ogni caso ai miei occhi è veramente il più favoloso ed emozionante strumento che l’uomo abbia mai creato.

Hai lavorato e ancora oggi lavori con numerosi musicisti, sia in sede di registrazione che durante i concerti. Quali sono le qualità che apprezzi maggiormente nei tuoi music-mates?

L’onestà. La compassione. L’empatia. La passione. Senza queste cose, un maggior numero di persone morirebbe per la strada.

Durante le registrazioni hai un approccio tendenzialmente solista o ti lasci influenzare in qualche misura dai musicisti con i quali lavori per quelle che saranno le scelte finali?

Ascolto le persone. Non mi tappo le orecchie davanti alle idee o alle opinioni della gente, ma quando si arriva davvero al dunque, cerco di fare tutto da solo.
Gli Earlies hanno avuto un ruolo enorme nell’aiutarmi a realizzare il mio primo album. Si sono occupati della maggior parte degli strumenti di accompagnamento, oltre che della chitarra, di parte del piano, dell’organo e della batteria. Sono stati dannatamente meravigliosi, e credo che insieme abbiamo fatto qualcosa di cui essere fieri, ma per quel che riguarda la scrittura dei brani, ovvero la spina dorsale di quei bastardi, avevo già registrato e scritto tutto a casa qui, ad Abilene, e un amico, Eric Bachmann, aveva scritto gli arrangiamenti di corno e archi. Poi, con quest’ultimo “The Red Empire”, ho avuto l’assistenza del mio amico T. Nicholas Phelps e di poche altre persone di fiducia. Con “The Red Empire” penso di aver ceduto la maggior quantità di potere di sempre, non tanto per gli arrangiamenti o la struttura delle canzoni, ma per come i brani suonano fisicamente. L’ho registrato insieme a John Congleton dei Paper Chase, tutta un’altra razza di tipo rispetto a quelli con cui avevo lavorato prima. Ma, ecco, per farla breve… comando io. Ah!

Gli artisti che hanno partecipato alla realizzazione dei tuoi album sono raggruppati all’interno di ensemble dai nomi curiosi, che danno poi il titolo agli album stessi: “The Gospel Of Progress”, “The Opera Circuit”, “The Red Empire Orchestra”. Come è nata questa idea? E da dove originano i tre nomi di cui sopra?

L’idea di intitolare gli album in questo modo mi è venuta un sacco di tempo prima che avessi la fortuna di firmare con una label. Ero all’Università in quel periodo e suonavo con un amico batterista. Avevo chiamato la nostra piccola organizzazione “MPH and The Opera Circuit”. Pensavo che fosse un nuovo interessante modo di affrontare un titolo e il nome di un gruppo. Comprendeva due aspetti: il titolo dell’album e il nome della band. Chiaramente già altri in passato avevano chiamato il proprio gruppo “Blahblah and the Blahblah’s”, ma non avevo mai visto quel nome cambiare insieme agli album. Mi sembra che questo approccio dia una diversa atmosfera a ciascun album e consenta di distinguere un album da tutte le altre registrazioni. Dà anche a ciascuna band una identità separata.

Nel tuo ultimo tour europeo eri accompagnato da una formazione ristretta (solo Nicholas e tua moglie Ashley). Fino a che livello credi sia stato possibile ricreare quell’atmosfera che di solito c’è quando la tua band è al completo?

Non ho più avuto una vera e propria band da quando, anni fa, ero in tour con gli Earlies, che mi facevano da backing band ogni sera. Dopodiché, si è sempre trattato di una diversa serie di tre o quattro persone in viaggio in ogni specifica occasione, e addirittura qualche volta mi sono arrangiato ad andare in giro da solo. So che suona ridicolo al giorno d’oggi, con tutti questi gruppi enormi e questa musica rumorosa. Lo confesso, la scelta è legata principalmente a una questione finanziaria. Siccome questa faccenda della musica è il mio lavoro a tempo pieno, devo in qualche modo essere capace di guadagnarci dei soldi, e andare in tour è chiaramente il modo migliore per farlo. Trovo che sia meglio tenersi una piccola band e pagarla bene, mantenendola ben nutrita, piuttosto che avere una band enorme dove ognuno è sottopagato rispetto a quello che vale. Inoltre penso che un piccolo gruppo unito sia d’aiuto per la salute mentale, quando si è in viaggio. E’ difficile mantenersi mentalmente equilibrati quando si è in viaggio, perciò è importante circondarsi di brave persone. Sono certo che chi viene ai concerti si aspetta una band enorme di quindici componenti, in grado di tirare fuori le stesse registrazioni fatte in studio, ma non è quello che riceveranno. Credo sia importante rimescolare le cose, dare alla gente qualcosa di diverso. Se la registrazione è stata fatta da un gruppo di dieci musicisti, la suonerò da solo. Se il brano è stato registrato in versione solista, ci metteremo dietro una parte imponente di batteria e qualche distorsione di Hammond e tutto ciò che ci sta bene.

Quali sono le diverse emozioni che cerchi di scatenare nel pubblico quando sei sul palco?

Alla fine, penso che il mio scopo sia quello di scatenare ogni tipo di  reazione, perché ce ne sono molte da provocare. Se le ottieni tutte, avrai un miscuglio di cose differenti: gli alti e i bassi, le cose buone e le cattive, quelle meravigliose e quelle brutte. Trovo che questa sia una gran bella cosa.

In alcune date dei tuoi tour ti capita di suonare davanti a poco più di cinquanta persone (comunque entusiaste). Credi che valga la pena farlo? La critica è sempre piuttosto attenta e positiva, ma spesso il pubblico sta alla larga da concerti “di nicchia”...
Ne vale sempre la pena. Ho suonato anche per meno di cinquanta persone. Trovo incredibile che ci siano cinquanta persone in un paese in cui raramente sono stato, in una cittadina di cui non ho mai sentito parlare. E’ uno spettacolo da vedere. E’ roba come questa che mi scalda dentro. Sono cose come queste che fanno sì che ne valga la pena. Suonare la musica che mi sta a cuore per quelle anime che sono lì per ascoltarla. Incredibile.

Dal vivo a volte sembra che tu ti ponga in modo totalmente diverso rispetto a quanto fai su disco, come se sul palco ci fosse un altro Micah, più aggressivo…

E’ facile essere confinati dietro a un microfono o in una registrazione. C’è solo una certa quantità di spazio. Dal vivo trovo che ci sia più spazio vitale, più posto per girovagare, più energia per creare, più atomi che vibrano nell’aria, più tutto. Suppongo che quel che faccio dal vivo sia solo un po’ più esplosivo rispetto alle mie registrazioni.

Come vivi il rapporto con il pubblico, quando sei sul palco?

Trovo che il pubblico sia una cosa strana. Non lo considero come una serie di singoli volti che mi fissano di rimando, ma come una massa ondeggiante. Un organismo. E qualche volta può essere felice insieme a te, e qualche volta può essere arrabbiato con te. E quando è arrabbiato con te… quella può essere la volta migliore.

E’ chiaro che la tua vita si riflette nelle tue canzoni. Ma guardandole invece da un punto di vista cronologico, pensi che ci sia una corrispondenza con le diverse fasi della tua vita?

Le canzoni su ciascun album non sono state tutte scritte proprio per l’album dove poi sono finite. Alcune di esse risalgono a quando avevo sedici o quindici anni… e poi altre sono state scritte settimane prima che i dischi venissero completati. La vita tende a muoversi in modo circolare, perciò cose che erano vere dieci anni fa possono ancora suonare vere oggi. Sebbene le parole cambino di significato. Sebbene le canzoni si trasformino qui e là. Ma alla fine posso guardare ciascuna delle copertine dei miei album e percepire da ognuna di loro una certa sensazione, una certa energia, perciò sì, suppongo che rappresentino davvero tutti quei capitoli.

Quali sono i tuoi progetti musicali più imminenti?

Ho appena finito un album di cover per la mia label inglese, la Full Time Hobby Records. Contiene prevalentemente canzoni vecchie, di artisti folk come Patsy Cline, Leadbelly, John Denver, Santo & Johnny, Roy Orbison, i Lovin’ Spoonful eccetera. L’ho registrato con un mio vecchio amico a Dallas, in Texas, in un posto chiamato Tomcat Studios. Dovrebbe uscire appena prima che l’estate ci sferzi il viso. Ho pure lavorato con il mio amico T. Nicholas Phelps a un side-project chiamato “Broken Arrows”. Abbiamo lavorato piuttosto duramente su questo progetto e, se tutto va bene, convinceremo qualcuno a pubblicarlo a breve – dita incrociate. Finora questa è la cosa più rumorosa e più strana che io abbia mai fatto. Forse sto soltanto tenendo qualche demone in esercizio. Ho anche registrato un set di tre Ep con la mia etichetta spagnola, la Houston Party Records. Ne sono usciti due, finora, e ho recentemente finito il terzo con l’aiuto di T. Nicholas Phelps. Sono tutte registrazioni in presa diretta, dei live in studio che includono voce, chitarra acustica e banjo. Non so esattamente quando uscirà l’ultimo, ma una volta che saranno stati pubblicati tutti e tre, ho intenzione di registrarli di nuovo per intero, quei bastardi, di impastarli tutti insieme, di comandarli a bacchetta  e quindi di far uscire in tutto il mondo un full-length del prodotto finito. Dopo di che, credo che inizierò a lavorare per un nuovo full-length e farò di tutto pur di farlo uscire per l’inverno del 2010. Ma ecco, questo è quanto…

Parliamo degli artwork. I ritratti di donna che si ritrovano nei booklet dei tuoi album sono tutti opera della macchina fotografica di Micah P. Hinson. Come e quando è nata la tua passione per la fotografia?

Credo di aver sempre trovato le fotografie affascinanti: l’idea della vita che viene rubata su un pezzo di carta con l’aiuto di qualche strana macchina. Ho preso lezioni di fotografia alle scuole superiori e a volte lasciavo il Campus con la mia macchina per andarmene a fare foto alle cose che incrociavo per strada, fumando erba scadente e sigarette... Ecco quando ho iniziato.

Per le scritte presenti sui tuoi album utilizzi sempre lo stesso font “da macchina da scrivere”, che insieme alle tinte dark dei digipack e alle fotografie in bianco e nero di figure femminili rappresenta oggi una specie di leitmotiv della produzione a firma Micah P. Hinson, donando agli album una cupa sensualità e un’eleganza “d'altri tempi”. C’è un legame (voluto) tra le scelte grafiche nei tuoi album e le atmosfere che vi si respirano?

Limitatamente alle cover art, per me è necessario che le cose vadano di pari passo e che abbiano un tema o un’idea che da dietro spinga tutto. Non direi che esiste un legame tra le canzoni degli album e le cover, chiaramente, poiché non tutte le mie canzoni parlano di donne o di scene in bianco e nero. Volevo solo qualcosa che fosse così stranamente oscuro come mi sentivo io nei miei brani. Inoltre, il “font” da macchina da scrivere che uso non è affatto un “font”. In ciascun album ho utilizzato una diversa macchina da scrivere trovata qui nei negozi di usato di Abilene. La prima è stata una vecchia Royal del 1930, la successiva era una Remmington degli anni 50, e così via. Le conservo ancora tutte, lì a prendere spazio e polvere nel mio garage. Scrivo ancora quotidianamente sulla mia Remmington, però. Giuro che il nastro deve avere più di quarant’anni, ma sembra non volersi asciugare mai. Mi è stata data dal mio defunto nonno, L.J. Nichols, che riposi in pace. Spero che la Remmington possa vivere in eterno. E’ una bella macchina, fatta quando la gente ci metteva ancora della cura.

Come inquadreresti, in quest’ottica, “The Baby & The Satellite”?

Questo album e i tre Ep spagnoli non rientrano, per me, nella stessa categoria dei full-length veri e propri. Sono cose a parte. Cose che voglio far sentire, ma che non si adattano alle mie idee per gli Lp. Rappresentano un modo per potermi esprimere e per mostrare un aspetto diverso di me stesso. Il noir con le donne in bianco e nero è riservato solo ai miei full-length e ai singoli presi da quegli album.

Il noto fotografo americano Paul Strand parlando del suo lavoro ha detto: “Your photography is a record of your living, for anyone who really sees.” Sei d’accordo? Ti sentiresti di trasporre questa sua affermazione anche alla musica e a tutta l’arte in generale?

Penso che tutto quello che una persona fa sia una registrazione della sua vita, sia che faccia foto o che metta in posa mattoni, che aggiunga numeri di telefono o che prenda chiamate, che scriva canzoni o che guidi camion o che consegni cibo da asporto… solo che viviamo o sembriamo vivere in una società globale che non si erge a difesa dell’essere umano comune, dell’uomo, della donna o del bambino comune. Tutti noi selezioniamo pochi individui che teniamo nella più alta considerazione, non riuscendo a capire che ciascuno di noi ha caratteristiche di gran lunga superiori a quelle cui diamo la precedenza.

L’ultima domanda è una specie di “domanda aperta”: c’è qualcosa che non ti abbiamo chiesto ma che vorresti comunque condividere con noi e con i lettori?

Ho due cani, Bandini e Totiana. Sembrano due piccoli orsi e si azzuffano come se lo fossero.

(15/04/2009)

Questa intervista, nella sua versione inglese e in una versione olandese, è pubblicata anche sul sito Stilllife.
Un ringraziamento speciale va a Patrick Kuiper, senza il quale realizzarla non sarebbe stato possibile.
Discografia
Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress (Sketchbook, 2004)

7,5

 The Baby And The Satellite (Sketchbook, 2005)

6,5

 Micah P. Hinson And The Opera Circuit (Sketchbook, 2006)

7,5

 A Dream Of Her (Ep, Houston Party, 2007)

7

 The Surrendering (Ep, Houston Party, 2008)

6,5

Micah P. Hinson And The Red Empire Orchestra (Full Time Hobby, 2008)

7,5

 All Dressed Up And Smelling Of Strangers (Full Time Hobby, 2009)

6

 Micah P. Hinson And The Pioneer Saboteurs (Full Time Hobby, 2010)

6,5

 Micah P. Hinson And The Junior Arts Collective (Sindedin, 2012)

6

 Wishing For A Christmas Miracle With The Micah P. Hinson Family (Ep, Yellow Bird, 2013)

6

 Micah P. Hinson And The Nothing (Talitres, 2014)

7

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(live, da The Red Empire Orchestra , 2008)
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(live, da All Dressed Up And Smelling Of Strangers, 2009)
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(
live, da The Pioneer Saboteurs, 2010)
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