Great Saunites

Great Saunites

La psichedelia dei confinanti

di Michele Saran

L'instabile confine, il margine che passa tra la durezza granitica e l'allucinazione smembrata, nella storia ancor breve ma già fitta, spessa e ipercinetica del duo di Lodi, basso e batteria alla ricerca di ciò che va oltre

I Great Saunites sono un duo basso-batteria (Marcello Groppi e Angelo Bignamini) con base a Lodi che cerca di interpretare, re-interpretare, ricodificare la psichedelia secondo divagazioni magmatiche che associano pesantezza a rarefazione, colta meditazione a potenza d’urto. Lungi dal semplice revival hard-rock e stoner, il combo italiano compete con i Grails e riscopre complessi come Bron Y Aur in termini di sottigliezza e composizione originale, oltre a un’innata capacità di ottenere la massima intensità possibile con il minimo dei mezzi (oltre alla sezione ritmica protagonista ci sono chitarre e componenti elettroniche). Il loro è un titanismo imperioso che incontra la creatività più storpiante.

Il debutto TGS (2010), autoprodotto in 100 copie, contiene tre lunghe composizioni. Anzitutto ci sono i 7 minuti di “Bythia”, un teorema-affresco stoner-sludge che è, in pratica, un concerto per basse frequenze, vocalizzi psicotici e interferenze allucinogene che si dirada e ispessisce maniacalmente. Il nucleo di “Isaiah” (12 minuti), dopo una partenza come jam acida (che si appiana invece di detonare), è meditazione acustica a metà via tra il dark-folk e il suono di Canterbury, specie nelle tastiere à-la Robert Wyatt, con miraggi distantissimi di cori e vaghe reminiscenze orientaleggianti. Tutto si amalgama caoticamente e va a frangersi in colpi terribili e solenni di sezione ritmica. “Santiago” riprende “Bythia” ma con un sottofondo infinitamente più scattante, quasi hardcore, poi rallenta per risaltare sovratoni sciamanici Doors-iani e Tim Buckley-iani, fino quasi a morire tra agonie canore e frustate di batteria. La poesia di questo disco irradia ben al di là della sua più immediata lettura e si spande nei più disparati riferimenti, nella psiche cosmica e nelle pieghe più recondite di un’anima universale.

Già l’anno dopo è pronto il secondo Delay Jesus 68 (Hypershape, 2011). A parte la perdita del cantate, l’albo annovera i 9 minuti di “Golden Mountain”, persa nei vortici sfrenati dei due strumenti (in una scioltezza di revival che non si sentiva dagli anni 80), via via verso una cavalcata cosmica e una breve visione-oasi di ululati. Rispetto al disco di debutto qui c’è meno sperimentazione e più evocazione, o meglio rievocazione, la rievocazione delle grandi jam psichedeliche delle ere passate. Esempio ne sono i cambi di tempo ipnotici della title track, a partire da uno stoner-blues impeccabile. Quindi giunge un cerimoniale stregato e impetuoso Amon Duul-iano, sempre fatto saltare in aria dai cambi di tempo. Il finale è scalpitante e indianeggiante, con tanto di batteria percossa a mani nude a mo’ di tabla. Ma, al di là delle singole parti, brano e disco valgono come tour-de-force di riff e cambi di tempo.

Il 2012 è soprattutto l’anno di progetti solisti e paralleli per il batterista Bignamini, che in realtà aveva già debuttato in quasi completa solitudine con Vol. 1 (2007) a nome Billy Torello. La qualità abominevole della registrazione, poco più di un reperto di Alan Lomax, fa sì che gli arpeggi tremuli di "Storia di un thè con Valentina alle 6 del pomeriggio" e i twang meditativi di "Ultima notte di Giovanna D'Arco" comincino a risalire l'albero genealogico della "Voice Of The Turtle" di John Fahey. Altrettanto umilmente, "Danza di serpente" prende a prestito elementi psichedelici (percussioni in stile tabla indiana, organo tossico) dalla "Dream House" di LaMonte Young. Tutto confluisce nel vasto collage concreto di "Kandur riposa nel giglio" (15 minuti), una sarabanda di sorgenti meccaniche, un suono di locomotiva, e naturali, dall'acqua agli insetti, incornicia misteriosi motivi di danza popolare eseguiti con strumenti folk, e fantasie di percussioni metalliche.
Bignamini riprende il progetto in Ultime notizie dalla tartaruga vol. 2 (2012, cfr. N. 16 'Dieci Piccoli Italiani'), rilassandosi in composizioni meno impegnative a mo’ di acquarelli acustici. Il passato ha gli zoccoli (2014) mostra però nuovi segni di solenne emancipazione stilistica in due composizioni estese, "Il figlio calvo" e la title track.
Con il moniker Lucifer Big Band invece realizza Atto I (2012) un’omelia elettronica di quasi un’ora con picchi di free-jazz per raggi laser e cacofonie, uno dei dischi più importanti del rock italiano.

I Great Saunites comunque non tacciono. Nello split con i Canide, uscito a inizio marzo 2013, compaiono il medley “Santa Ertna/Untitled with Gain/Kitsune” (14 minuti), in uno spettro che copre caoticamente doom-metal fragoroso, post-rock maniacale e post-hardcore cacofonico, e la traversata di “Trans Human Express” (8 minuti), un poema elettronico per oscillazioni e interferenze allucinogene.
Non contento, Bignamini organizza un Ep tutto giocato in casa tra la sua band, i Great Saunites, e il suo progetto Lucifer Big Band, in cui svettano proprio i 9 minuti di “Rakshasa Chant”, una terrificante escursione tra miasmi dissonanti al rallentatore, ficcante esasperazione di “Trans Human Express”.

Queste nuove creazioni servono a dotare il terzo album vero e proprio The Ivy  - anche in vinile 180 grammi, su copie numerate (co-prodotto in tandem con varie label, tra cui Hysm e Bloody Sound Fucktory) - di alcune novità: quella più superficiale è data dalle tracce brevi, pillole di esperimenti, come “Cassandra”, spettacolare nel suo uso di stilemi elementari, quasi un superamento supersonico dei Blue Cheer, le voci invertite a sostenere un lamento alla “Shine On” dei Pink Floyd in “Bottles & Ornaments”, e persino il libero arpeggio acustico di “Ocean Raves”, un numero d’illusionismo blues-flamenco.
Soprattutto, gli 8 minuti di “Medjugorje” sono quanto di più monolitico il duo abbia registrato, a differenza della sequenza di blocchi di Delay Jesus, uno sprint alla Can che scaturisce da una registrazione di invocazioni corali, una corsa tra onde e vibrazioni elettromagnetiche, un’improvvisazione modale raga-rock.
La traccia eponima è invece un monumento di 20 minuti alla loro fantasia. Suoni acquatici delle tastiere stimolano un ritmo impossibile, e introducono una nuova cerimonia tribale che si reinventa ricombinandosi di continuo, persino con risvolti isterici e satanici. La danza rituale poi si spegne e riappare come sorta d’ibrido tra un inno futurista dei Kraftwerk (con tanto di voce) e una colonna sonora per esorcismi, quindi come duetto tra percussioni e tastiera magica free-jazz alla Sun Ra. Finché la sequenza da incubo si chiude con tragici accordi di chitarre e un feedback sospeso. Il duo non è mai stato tanto visionario e ricercatore, e la composizione mai così allucinata.

Nello stesso anno Bignamini appronta anche un nuovo parto a nome Lucifer Big Band, Ugo (autorpod., 2013), una dedica a Ugo Maffi (pittore del lodigiano), stavolta però imperniato - a differenza di Atto I e “Rakshasa Chant” - su quattro brevi composizioni ambientali.
La stessa natura di "appendice" non così essenziale pervade "Radicalisme Mecanique" dei Great Saunites, contenuta nel vinile a singola facciata Radicalisme Mecanique (Discreet, 2014), una jam improvvisata di 12 minuti in collaborazione con lo sperimentatore Attilio Novellino all'elettronica.

L'Atto II della Lucifer Big Band, di poco successivo, invece ritorna a nuovi potenti raggiungimenti cacofonici all'insegna di una nuova forma di descrittivismo astratto, sebbene stavolta l'affare sia più contenuto in termini di durata (mezz'ora in due distinte parti) e più riconoscibile in termini di suono (appaiono strumenti suonati al di sotto degli strati elettronici).

Dopo una discreta pausa, Nero (2016) è ancora un disco ambizioso che, più che succedere a The Ivy, fa tesoro della lezione di "Radicalisme Mecanique" (e, certo, di quella interna della Lucifer Big Band). La parte più creativa e fascinosa è anzi data dalle sculture di suono che circondano senza posa ma con dosata cupezza l’interplay e le cavalcate cosmiche dei due (che invece è più sottofondo, per quanto brumoso, che devastazione). La traccia eponima di 19 minuti all’inizio raduna qualche cliché della psichedelia (loop di gong in stereofonia) ma rinnovandoli nella caratura sonica (una suadente danza industriale elettronica), che in chiusa si rarefanno in scampoli di musique concrete e tocchi diafani di marimba. "Lusitania" (9 minuti) mantiene la medesima impostazione, ma con più forza sciamanica (la ripetizione ad libitum di semplici figure tribali di batteria e dei riff a glissando del basso crea ancora una buona catarsi), anche se poi scala marcia in una stasi plumbea Pink Floyd-iana. Il rondò dell’ideale sonata, "Il quarto occhio", aumenta ancora la tensione, poi attraversa un’oasi nera di riverberi dub, e si ricollega al primo riff della title track per chiudere il cerchio. I due sono ancora incerti se fare il grande passo o rimanere al sicuro.

A breve distanza esce il secondo capitolo di una trilogia "cromatica": Green (2016). Le intenzioni sono ancor più nobili del predecessore, solo due brani estesi che puntano alla trance. Ci riescono però solo in parte, perchè a emergere stavolta sono esibizionismo e sensazionalismo, e lo sforzo (in effetti titanico) rimane più fisico che musicale. "Dhaneb" (25 minuti) è allenamento space-rock incredibilmente statico e pressocchè invariato. "Antares" (21 minuti) sembra una "Interstellar Overdrive" che interrompe a metà via il suo processo di disintegrazione.

Il sempre vorace Bignamini inizia un nuovo progetto, finora il suo più sperimentale, a fianco di Luca De Biasi dei Satantango, a nome Filtro. La loro cassetta Riflesso (2017), per nastri e synth modulare, è musica incidentale ai massimi (quindi minimi) livelli. La prima parte, "Riflesso Part 1, Perno", è un tamburellare di frequenze dense di riverberi elettrostatici (una "Heart Beat Pig Meat" dei Pink Floyd reimmaginata in uno scenario sci-fi) caoticamente raddensato da sempre nuove sorgenti. La seconda, "Statore, Riflesso Part 2", del tutto analoga, accumula tensione di percussioni a pioggia, di fruscii come ruggiti, fino a spurgare un ectoplasma elettronico. Entrambi i brani peraltro aggiungono un'appendice naturalistica e misteriosa in coda, per un totale di 13 minuti ciascuna: un'elegia di vibrazioni, echi, fischi e palpiti, e un temporale radioattivo. Buono studio-fantasia di field recordings.

Arriva poi il terzo e ultimo capitolo della saga Lucifer Big Band, Atto III (2017), una composizione di 38 minuti che rappresenta l'ideale intersezione tra I e II atto. L'uso della tecnica mista è notevole, anche se non proprio impeccabile, e partorisce momenti cinematici come l'inizio di tregenda metropolitana Blade Runner-iana, e più avanti adagi dodecafonici (il momento migliore), o fluttuazioni cosmiche di brandelli jazz. Sei i movimenti di questo nuovo trip, l'ennesima torre nell’elettronica di ricerca, sia nella sua carriera che, forse, anche nel panorama italico degli ultimi anni. Spicca per il coraggio e l’ambizione, e anche per la suggestione visiva, pur usando ossessivamente una sintesi additiva che fa sentire più le intenzioni che le idee.

A questo punto Bignamini intraprende la carriera solista a proprio nome. Il primo Imperial Guitar (2016) migliora il suo virtuosismo all'acustica in nuovi raga John Fahey-iani, mai così estesi e trascendentali ("Ennio Vs. Reynolds in Berlino Est", "Mirra's Raga", "Notturno #2"). Ants and Orchids (2017) è un quaderno di appunti che riprende il progetto Filtro in ulteriori collage subliminali di suoni concreti, sibili e riverberi, anche se nei 17 minuti di "D" compare nuovamente la sua chitarra acustica a donare un minimo di musica. La cassetta di 28 minuti Decay (2017), ancora improntata all'avanguardia elettroacustica e costruita su un ammontare di loop elettronici, è più compatta e cacofonica, capace di svariare da bombardamenti metodici e ritmati di distorsione (motori, fulmini, scariche, scosse, gorgoglii) si suoi ormai usuali riverberi enigmatici.

Great Saunites

La psichedelia dei confinanti

di Michele Saran

L'instabile confine, il margine che passa tra la durezza granitica e l'allucinazione smembrata, nella storia ancor breve ma già fitta, spessa e ipercinetica del duo di Lodi, basso e batteria alla ricerca di ciò che va oltre
Great Saunites
Discografia
 GREAT SAUNITES
 
   
TGS (autoprod., 2010)
 6,5
 Delay Jesus 68 (Hypershape, 2011) 6
The Ivy (Hysm?, 2013) 7
 Nero (Hypershape, 2016)6
 Green (Hypershape, 2016)5,5
   
   
 LUCIFER BIG BAND 
   
Atto I (Bloody Sound Fucktory, 2012) 7
 Ugo (autoprod. 2013) 5
 Atto II (Bloody Sound Fucktory, 2014)6,5
 Atto III (Bloody Sound Fucktory, 2017) 
   
   
 CANIDE/GREAT SAUNITES 
   
 Canide/Great Saunites (split) (Il Verso Del Cinghiale, 2012) 6
   
   
 GREAT SAUNITES/LUCIFER BIG BAND
 
   
 Great Saunites/Lucifer Big Band (Ep) (autoprod., 2012) 6,5
   
   
 GREAT SAUNITES & ATTILIO NOVELLINO
 
   
 Radicalisme Mecanique (Discreet, 2014)
 6
   
   
 BILLY TORELLO 
   
 Vol. 1 (Catsmice, 2007) 6,5
 Ultime notizie dalla tartaruga - Chitarra Vol. 2 (Spettro, 2012) 6
 Il passato ha gli zoccoli (Fumaio, 2014)6
   
   
 FILTRO 
   
 Riflesso (Upside Down Recordings, 2017)6,5 
   
   
 ANGELO BIGNAMINI 
   
 Imperial Guitar (Tape Safe, 2016)6 
 Ants and Orchids (Phonographiq, 2017)5 
 Decay (Luce Sia, 2017)6 
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