30/09/2017

Rhys Chatham

Freakout, Bologna


di Massimiliano Speri
Rhys Chatham

Come periodizzare una figura storicamente liminale e artisticamente ibrida come Rhys Chatham? L’ultimo dei minimalisti newyorchesi o il primo dei noisers No wave? Forse, insieme all’amico e complice Glenn Branca, proprio l’anello di congiunzione tra i due universi. Ma c’è dell’altro: nella sua vocazione quasi sacerdotale per smisurati happening di avanguardia sonica (celebri le sue sonate drone per ensemble chitarristici da centinaia di elementi, immortalate nel monumentale “A Crimson Grail”), il compositore statunitense ormai naturalizzato parigino è in fondo l’ennesimo felice prodotto di quella tendenza tutta americana per la gesamtkunstwerk concettuale-performativa, un astrattismo contemporaneo senza confini di cornice o didascalia, anche se più adatto a favorire ascesi mistiche che a sonorizzare gallerie d’arte.

Dopo il gradevolissimo opening per sola chitarra del bolognese J.H Guraj (delizioso american primitivism disteso e pastorale, magari più prossimo al discepolo Jim O’Rourke che al maestro John Fahey), il professor Chatham entra in scena in una mise alla Burroughs/Tom Waits, fa un rapido settaggio delle complesse apparecchiature disposte sul tavolo davanti a lui e, con piglio da divulgatore scientifico, presenta se stesso, le sue altisonanti credenziali (buttando qua e là i nomi di Charlemagne Palestine, Steve Reich e Tony Conrad, come se averci collaborato fosse la cosa più scontata del mondo) e la ricetta che sta per proporci: ci spiega che i suoi abituali eserciti orchestrali sarebbero troppo complicati da portare in tour, quindi ha deciso di supplire presentandosi da solo e servendosi di loop giostrati con un sapiente gioco di ritardi per replicare il rintronamento stratificato dei suoi esperimenti più estremi; si tratterà di un’unica, lunga suite in più parti, e la materia prima di ciascun atto sarà fornita da una tromba, un flauto traverso e, ovviamente, una chitarra elettrica; ci comunica addirittura la durata della performance: circa 55 minuti. Parla con voce pacata e marchiata da un adorabile accento yankee parzialmente francesizzato, è rilassato e giocoso con il pubblico, somiglia più a un nonno che vuole divertire i nipotini che a un intellettuale intento a épater le bourgeois. In fin dei conti, non stiamo parlando di un rocker nichilista ma di un compositore “serio”, formatosi in ambiente classico come accordatore di clavicembali e poi convertitosi alla sperimentazione alla corte di LaMonte Young, che nell’arena avant-punk si è mosso da battitore libero.

Si comincia con una sovrapposizione serrata di ronzanti note di tromba, che sembrano svolazzare per il locale come zanzare stordite, rimbalzando tra le teste degli spettatori già ipnotizzati. Il suono è volutamente sporco e crea un’amalgama schiumosa, che potrebbe richiamare i layers metafisici di Jon Hassell se non evocasse tra le righe una nevrosi tutta urbana. Al secondo strato provvede la Telecaster che, grazie all’accordatura aperta (“in D major”, ci tiene a specificare il Maestro), crea quella tipica risonanza raga, leggermente dissonante, tanto cara a molta psichedelia come anche a certi lavori del collega Terry Riley. Dopo aver spalmato la base della torta con un bordone velvettiano guarnito di arpeggi scampanellanti, dà la seconda passata con una spolverata di note più acute, una ragnatela di piccoli trilli, e allunga il brodo con liquide striature di E-bow. Il wall of sound risultante è di un’immobilità così icastica e magmatica da sprofondarci in trance, un’allucinazione da prendere religiosamente sul serio. Poi tocca al flauto, primo strumento approcciato dal giovane Rhys, qui funzionale a generare note lunghe, profonde e pastose, come se un organo da chiesa fosse suonato in una foresta pluviale. A seconda degli stati d’animo, questo oceano atmosferico può comunicare estrema rilassatezza o estrema tensione, se non addirittura le due cose simultaneamente. Per finire, si torna ad un monocorde lamento all’unisono per chitarra e voce, il canto rituale con cui un monaco sveglia all’alba il resto del monastero. Il pubblico è incantato, ormai totalmente preso sia dalla scaltrezza del prestigiatore che dalla potenza evocativa dell’officiante.

Mentre le ultime note rimaste sospese iniziano a sfumare con l’invadente delicatezza con cui si sono impossessate delle nostre teste e dei nostri corpi, Rhys si alza e si inchina, scusandosi scherzosamente per aver sforato di qualche minuto i tempi pronosticati. Poi, come un menestrello d’altri tempi, si siede a bordo palco e invita gli interessati a raggiungerlo per una chiacchierata o un autografo: decisamente, non la tipica immagine seriosa che si tende ad associare ad un compositore sperimentale…  

L’avanguardia di Chatham è al contempo algida e misticheggiante, algebrica e inafferrabile, rigorosa e occulta. E la chiave per decifrarla sta forse nel titolo del suo ultimo lavoro, “Pythagorean Dream”, da cui l’esibizione della serata prende abbondantemente le mosse: quale espressione può essere più efficace di quel “sogno pitagorico”, per descrivere questa esoterica alchimia di tecnica e suggestione?

Uscendo dal Freakout mi avvio verso casa attraverso le strade tutte acciaio&cemento di San Donato, il quartiere più “industrial” di Bologna: forse, uno scenario non così differente dai bassifondi newyorchesi in cui questo sciamano metropolitano iniziò a teorizzare il suo fascinoso assalto pan-etnico alla musica contemporanea…

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