12/02/2018

Chain & The Gang

Freakout, Bologna


di Massimiliano Speri
Chain & The Gang

Quella appena trascorsa è stata, per Ian Svenonius, un’annata decisamente frenetica: una serie di date a zonzo per il globo rispolverando i gloriosi Make Up, l’improbabile reinvenzione nei panni di un sepolcrale electro-crooner alla Alan Vega dietro il moniker Escape-Ism e infine, tanto per non farsi mancare nulla, anche un disco nuovo di zecca per i Chain & The Gang, ultima irresistibile incarnazione del suo dissacrante istrionismo. Un progetto che gli somiglia: acido e puntuto dietro l’apparenza sbarazzina. Da questo punto di vista, “Experimental Music” è quanto di meglio ci si possa aspettare da questo linguacciuto sbruffone cinquantenne: gemme di situazionismo anti-romantico servite in una croccante panatura garage. Ma intendiamoci, nulla a che spartire con il modernariato pitchforkiano che impazza nelle nuove radio indie: qua parliamo di brani che sembrano davvero usciti dagli anni 60.
Il discorso politico sotteso all’operazione è evidente: questa musica sardonicamente anacronistica, e i testi graffianti che provvedono a sabotarla, sono un aperto atto di contestazione a un’industria musicale ormai esausta nel tentare di imporre tendenze via via più inconsistenti, il secco “no” di un antieroe da sempre allergico ai compromessi. Dalla ferocia anti-sistema dei Nation Of Ulysses alla leggera presa per i fondelli di questi ritornelli quasi ballabili: a casa mia, questo si chiama invecchiare con classe. La serata che mi appresto a raccontarvi confermerà il rilassato stato di grazia: un sopravvissuto in forma smagliante, smanioso di divertirsi insieme al pubblico, che non perde però occasione per far filtrare tra le righe messaggi incendiari, non tanto per sovvertire un Ordine che si sta già smembrando da solo quanto per rendere più tollerabile la vita di chi, la mattina dopo, dovrà presumibilmente affrontare un impiego che detesta.

Da ore, Bologna è battuta da una cinica pioggia che non pare intenzionata a darci tregua: riuscirà il magnetico carisma del nostro eroe a scongiurare il flop che, il più delle volte, si accompagna a condizioni meteo avverse? Pare di sì, dato che al mio arrivo in abbondante anticipo il locale è già discretamente affollato. In un banchetto vicino al palco trovo, oltre all’abituale merchandise, due dei libri scritti da Ian, polemici pamphlet con titoli che sono tutto un programma: “Supernatural Strategies for Making a Rock'n'Roll Group” e “Censorship Now!”. La strumentazione è quanto di più minimale ci si possa aspettare: null’altro che chitarra, basso e batteria, modelli vintage e effettistica ridotta all’osso.
Bastano questi dettagli, uniti al fascino squisitamente underground del Freakout, a donare una piacevole aria carbonara alla situazione, come se un’accolita di sciroccati si fosse riunita per la celebrazione di qualche culto clandestino. Il sacerdote arriva proprio in quegli istanti con un improponibile trolley bianco, e prima di andarsi a cambiare si aggira per il locale stringendo mani e ringraziando i presenti per essere intervenuti. Si intrattiene ancora un po’ al bancone, conversando amabilmente con chiunque si avvicini, per poi ritirarsi dietro le quinte e riapparire sul palco in una pacchianissima mise rosa leopardata (dress code imposto anche al resto della giovanissima band, tutta al femminile).

E nel caso questa presentazione non fosse abbastanza eloquente, arriva subito un apposito “Chain & The Gang Theme” a definire meglio il programma, con il pubblico “costretto” a invocare il nome della band in un serrato botta e risposta con Ian che, a metà canzone, scende dal palco e inizia a vagare tra la folla per dare la parola ai senza voce e convincere gli indecisi: continuerà a farlo per tutta la serata, con esiti sempre più fuori controllo, di pari passo con il tasso alcolico della platea.
Gratificato dalla calorosa accoglienza, il teppista presenta i suoi scagnozzi e ci ringrazia per aver osato varcare la soglia di casa in un giorno infrasettimanale (altra gag ribadita all’inizio di quasi tutte le canzoni, con tanto di conto alla rovescia in attesa dell’agognato weekend), dopodiché introduce a modo suo il pezzo seguente: “Chain & The Gang don’t talk about techno, Facebook and other bullshit: Chain & The Gang will give you irrational trash!”, e il risultato non può che essere la crampsiana “Certain Kind Of Trash”, tardo inno punk con cui, in un’epoca che troppo spesso tira in ballo certe categorie per giustificare la propria volgarità, i veri topi di fogna si riappropriano di ciò che è loro, con l’ironia di chi sa di essere nel giusto.

Dopo il trasandato boogie alla Bo Diddley di “Why Not?”, in cui il contrasto tra la spastica isteria del frontman e la smorta apatia delle accompagnatrici sfiora il sublime, i volumi si alzano con “Devitalize” (che inaugura un ennesimo tormentone: chiedere a uno spettatore a caso di tradurre in italiano il titolo della canzone di turno), degna dei Crime più putridi, Ian sempre più imbizzarrito mentre ansima e si contorce come un Iggy Pop con troppi vestiti addosso.
“We don’t talk about ideas, we talk about feelings!”, ci tiene a precisare con piglio da sessantottino fuori tempo massimo, e solo in questa ottica si può inquadrare un brano come “Reparations”, in cui viene esposta la sua personalissima idea di welfare state.
A chiarire ulteriormente la prospettiva esistenziale della “banda Svenonius” arriva poi l’anthem “Logic Of Night”, vero manifesto d’intenti in cui immortalare il proprio status di inguaribili animali notturni, un brano così depravato che, una volta terminato, Ian ci prega di non riferire a nessuno ciò che abbiamo appena ascoltato.
Le strabilianti doti affabulatorie di questo showman dei bassifondi trionfano in “Mum’s The World”, tramutata in un’interminabile jam con il pubblico perennemente aizzato a rilanciare il ritornello e un ponte parlato costellato di singhiozzi alla David Thomas. Più calibrata “Three Made A Fool Out Of Me”, un po’ stile Gun Club, ideale per scatenare un pogo senza scrupoli.

“There is no pleasure, only education!”: constatazione reichiana-marcusiana sulla ferocia della desublimazione repressiva o proclama teorico di un “realismo svenoniusiano” in cui sono ammesse ben poche frivolezze? La non-risposta arriva con “Living Though”, in cui Ian si trasforma in un James Brown nichilista nel narrarci la sua vita sopra e sotto il palco, un’epopea che “sometimes looks like an orgy, sometimes looks like a marathon”, e c’è da giurarci che stia dicendo la verità.
Una “Trash Talk” che pare uscita dritta dritta da “Nuggets” rischia di essere paralizzata da un microfono malfunzionante, ma il pericolo viene scongiurato da un provvidenziale intervento del fonico, a cui Ian dedica un esilarante panegirico (“the sound engineer… no glory, no satisfaction but the one of a job well done: he’s the unsung hero!”), prima di lanciarsi nel ruvido hard-rock di “Detroit Music”, in parte declamata in piedi sulla cassa della batteria.
Dopo averci interrogato sulla musica che ascoltiamo nel tempo libero, ci saluta con una godibile “Come Over”, praticamente i Devo spogliati dei sintetizzatori, jingle perfetto per siglare l’uscita di scena.

Al ritorno in pista ci becchiamo un sofferto pistolotto sul valore del denaro, a cui segue programmaticamente “What Is A Dollar?”, i Gallon Drunk con Rozz Williams alla voce, cocktail ubriacante per farsi beffe della disumanità del Capitale.
“We’re nothing but a 21th century act”, ammettono con orgoglioso disagio: e “Free Will”, saggio foucaultiano camuffato dietro un ritmo scanzonato, è l’impeccabile congedo di questo pericolosissimo maître à penser, capace di intavolare lezioni di teoria politica nel bel mezzo di un giro blues.
Facendomi strada tra un ammasso di corpi ancora scossi dalla scarica elettrica che ci è stata somministrata, riesco a raggiungere Ian al banchetto, compro uno dei suoi libri e me lo faccio autografare. All’uscita dal locale, però, realizzo che la sua “firma” è null’altro che un’anonima scritta in stampatello, che avrebbe potuto vergare chiunque: e dopo questa clamorosa presa per il culo dell’idolatria feticista che affligge anche noi “alternativi” (che, nella maggior parte dei casi, ci dimostriamo di gran lunga i peggiori conformisti), non posso che andarmene a dormire indottrinato a sufficienza.

C’è poco da fare: Svenonius è un intrattenitore nato. Nel senso pieno del termine: uno che potrebbe calcare il palco di un casinò di Las Vegas quanto del più infimo pub. E' una sorta di Nick Cave convertitosi al materialismo storico, conteso tra la flagellazione e l'autocritica: il suo show può in egual misura essere fruito come la messa di predicatore ciarlatano o il comizio di un politicante da strapazzo. E la sua voce, che, dismessi i toni cianotici alla Guy Picciotto, ha imparato a interpretare le varie personalità che di volta in volta lo possiedono, rimane tra le più riconoscibili del punk-rock tutto.
Amaro pensare che questo tipo di personaggi non abbiano lasciato eredi e che questa idea di rock’n’roll giocosamente eversivo sia con ogni probabilità destinata a estinguersi con i suoi protagonisti. Poco male: per il momento possiamo ancora contare sul vulcanico Ian Svenonius, pestifero prankster che forse ci seppellirà tutti.

Setlist
Chain & The Gang Theme (I See Progress)
Certain Kind Of Trash
Why Not?
Devitalize
Reparations
Logic Of Night
Mum’s The World
Three Made A Fool Out Of Me
Living Rough
Trash Talk
Detroit Music
Come Over

Encore

What Is A Dollar?
Free Will
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