Carissa's Wierd - Band Of Horses

Il sussurro della Seattle nascosta

di Lorenzo Righetto

Il "rock da camera" della band di Mat Brooke e Jenn Ghetto rappresenta il legame tra i mesti sommovimenti slo-core dei '90 con la novità di un sentimento di condivisione, di calore che proietta i Nostri nel decennio appena concluso. La loro esperienza è stata infatti solo il preludio a un'intensa attività artistica, che ha visto nella Band Of Horses l'interprete più conosciuto

Queste sono le cronache dell'impietosa dissoluzione di una band che ha saputo interpretare i malumori di una generazione, ma che non ebbe mai l'occasione di conquistarne i favori, ignorata dai circuiti discografici più importanti. Al termine di una carriera durata solamente otto anni, i Carissa's Wierd scomparvero nel nulla, senza che una sola etichetta di calibro significativo avesse messo gli occhi su di loro, scontentando un manipolo sparuto ma appassionato di seguaci. La loro è una storia che spicca come paradigmatica di come, nonostante il talento e l'abnegazione, nonostante il chiacchiericcio intorno salga di volume, si possa rimanere eterne promesse, schiacciati inspiegabilmente da una serie di mancate coincidenze.
Eppure il loro lamento sotterraneo, malinconico e suggestivo, ma anche potente e viscerale, rappresenta il fertile ipolimnio da cui i membri hanno saputo rifiorire in nuove esperienze musicali. Non è un caso se da questa lunga esperienza seppe emergere la coinvolgente vitalità della Band Of Horses, il gruppo che, più di tutti, è riuscito a cogliere (e con gli interessi) i frutti di una capacità unica di forgiare canzoni che puntano dritte al cuore. E questi ultimi non sono stati l'unica costola staccatasi dalla band originaria: solo ora si può apprezzare come i Carissa's Wierd ospitassero una rara convergenza di talenti. I Grand Archives, ma anche la stessa Sera Cahoone, nel suo progetto solista omonimo, sanno tuttora interpretare con la massima puntualità i canoni di quel revival country-folk che rappresenta il cardine del panorama musicale statunitense degli ultimi anni. Non va dimenticata inoltre Jenn Ghetto, una delle fondatrici dei Carissa's Wierd, che tuttora prosegue in un cammino del tutto personale, con ammirevole, instancabile fedeltà.

CARISSA'S WIERD

Val la pena di cominciare dall'inizio, che avviene a Seattle, nel 1995: un semplice gioco di libera associazione richiama alla mente scenari ben diversi da quelli evocati dai Carissa's Wierd. Una spiegazione può venire, probabilmente, dalla provenienza dei fondatori di questi ultimi, Mat Brooke e Jenn Ghetto, quell'Arizona silente e desolata in cui l'eco dei rivolgimenti musicali che avvenivano nel Pacific North-West giungeva irrimediabilmente smorzata. Si erano appena trasferiti a Seattle, appunto, quando fondarono i Carissa's Wierd, all'inizio un duo chitarra e voce. La "Stramberia di Carissa" rappresenta una possibile traduzione, a meno di un mis-spelling bizzarro quanto grottesco di "weird" in "wierd" (forse dialettale o enfatizzante una pronuncia particolarmente colorita): un enigma, insomma, che sa al tempo stesso di autoironia e di intimità con un personaggio proveniente, magari, da un villaggio spazzato dal vento del deserto.
La formazione dei Nostri si ingrandirà poi con l'aggiunta di Sarah Standard al violino, Jeff Hellis al pianoforte, mentre la sezione ritmica sarà coperta dall'alternanza della già citata Sera Cahoone e di Ben Bridwell, che poi fonderà la Band Of Horses insieme a Brooke e ne sarà frontman.

"Brutti ma onesti": nell'ombra, i primi passi prima di affacciarsi sul nuovo millennio


carissaswierdiIl primo lavoro della band di Seattle, Ugly But Honest: 1996-1999, raggiunge una buona descrizione di se stesso già nel titolo. O meglio, vorrebbe farlo: vorrebbe far passare per "abbruttimento" un lavoro di scarnificazione che par rendere tutto molto semplice, quando in realtà non lo è. Ugly But Honest suona in effetti "onesto", nel bene e nel male, ma non come precisa scelta stilistica, piuttosto per più prosaica carenza di mezzi.
Prodotto dalla Brown Records, etichetta di Bridwell, il disco d'esordio contiene già tutti gli elementi caratteristici della musica dei Carissa's Wierd, nonché alcuni dei loro pezzi più memorabili. Tra questi ultimi va segnalata l'elaborata costruzione di "Drunk With The Only Saints I Know", che testimonia un songwriting piuttosto ispirato, così come il riff penetrante di acustica di "Florescent Lights".
Spesso etichettati come appartenenti al movimento slo-core, i Carissa's Wierd si avvicinano in effetti alla sua espressione "di pancia" e attraversata da suggestioni country, che ha l'esempio massimo nei Sophia. Come per questi ultimi, l'ombra di Morrissey aleggia sulla discografia dei Nostri, portando con sé la sua intensità dolente e malinconica (da registrare in questo contesto la loro cover di "Suedehead").
A spiccare sono, su tutto, l'intreccio e l'alternanza vocale tra il sussurro impalpabile e monocorde di Mat e la voce più emotiva di Jenn, in una versione più dissonante e struggente di quanto apprezzato nei Low ("Some Days Are Better Than Other Ones").
In Ugly But Honest sono disseminati poi gli ingredienti di quella che sarà poi la ricetta del gruppo negli anni a venire, che sopravviverà anche dopo lo scioglimento nei vari progetti, in particolare di Mat Brooke. Basta la traccia iniziale ("Heather Rhodes") a identificarne uno, col suo arpeggio che stenta a nascondere il cambio d'accordi che si dibatte in sottofondo e che finalmente emerge in superficie nella coda vibrante di "One Night Stand".

La capacità che contraddistingue i Carissa's Wierd è quella di riuscire a infondere non solo calore e trasporto emotivo ma anche un certo dinamismo, pur con una formula estremamente semplificata, talvolta limitata all'utilizzo di chitarra e voce ("Heather Rhodes", "Bathtile Green"). Sorrette dalla sezione ritmica e dal violino (o pianoforte), le composizioni del gruppo si riempiono di luce, manifestando ampiezze orchestrali comunque solo suggerite.

Lo sforzo narrativo presente in Ugly But Honest riflette in qualche modo lo spirito disadorno del disco: prima dello sforzo d'abbellimento estetico, prima della ricerca di un linguaggio personale, viene l'immediatezza del raccontare le proprie storie. Queste si svolgono, giocoforza, intorno a vicende intime di piccoli grandi drammi sentimentali che, per quanto valido e verificabile sia, sanno di "brutto ma onesto". Pur in questa atmosfera di cupa, amara riflessione sulla difficoltà di tessere rapporti interpersonali stabili ("A Bathtile Green"), nell'ormai trita ma inevitabile rimuginazione sull'incomunicabilità ("Florescent Lights"), è il tessuto musicale a offrire un lenitivo che sa superare, attraverso la condivisione, un'altrimenti irrisolvibile introspezione.

L'impeto del nuovo decennio, tra speranze e attenzioni che si rinnovano


E' il 2001 l'anno in cui i Carissa's Wierd si predispongono a spiccare il balzo, che li potrebbe strappare dai locali di provincia semideserti in cui sono soliti esibirsi. You Should Be At Home Here può essere considerato il loro primo album in studio a tutti gli effetti, non solo per la raffinazione del suono, ora "professionale", ma anche per l'uniformità stilistica del suo contenuto. Ed è innegabile che i risultati, sulla scorta di una palpabile alchimia all'interno del gruppo, siano già sorprendenti.
Laddove Ugly But Honest si presentava (anche se non sempre) dimesso e "grezzo", You Should Be At Home Here è maestoso e imponente. Un amalgama strumentale splendidamente curato sia nella composizione che nell'esecuzione accompagna Mat Brooke, ora cantante principale, dato che la Ghetto si limita ai backing vocals, in processioni a passo di marcia che salgono come la marea, fino a traboccare in finali militareggianti. E' così che si apre il disco, col climax emotivo di "Brooke Daniels' Tiny Broken Finger", con la coda tempestosa che aleggia nell'aria.
Una introduzione perfetta a "The Color That Your Eyes Changed With The Color Of Your Hair", la canzone in cui il coinvolgimento emotivo, unito a una certa teatralità che sembra il tratto distintivo di You Should Be At Home Here, raggiunge con tutta probabilità la vetta più alta nella carriera dei Carissa's Wierd. La suadente andatura in tre quarti, il mirabile arrangiamento di violino e fisarmonica, l'elaborato arpeggio elettroacustico in sottofondo, l'interpretazione dolorosa di Mat di una delle sue sfortunate storie sentimentali, tutto partecipa alla costruzione di qualcosa di epico, purtroppo passato sottotraccia.

L'attenzione, comunque dovuta, a quest'unica canzone non deve far dimenticare che You Should Be At Home Here è un album che scorre sì languido e rimuginante, ma anche spensierato e giocoso in tutta la sua durata. Quello scheletro giocattolo che spicca in copertina, solo e indifeso, tanto da alzare le mani in gesto di resa, esemplifica la musica dei Carissa's Wierd in modo emblematico, tanto che comparirà, più o meno nascosto, anche in altri dischi della band. Una simbologia, allo stesso tempo, che sa di scherzo infantile, come le risate che introducono la colorata, briosa "A Loose Hair Falls Into A Glass Of Water Without Ice".

Nello stesso contesto, è questo approccio molto vitale ad argomenti e narrazioni sempre sull'orlo del baratro che rende You Should Be At Home Here un disco mai greve, ma sempre intenso. Ci mette del suo, in questo senso, il fervore alt-rock di "Blessed Arms That Hold You Tight, Freezing Cold And Alone" e "All Apologies And Smiles, Yours Truly, Ugly Valentine", là dove la scrittura del gruppo (sia essa ascrivibile a Brooke o alla Ghetto), a volte troppo "ombelicale" e melensa, non potrebbe arrivare.
E' fondamentale inoltre l'apporto del violino di Sarah Standard, strumento la cui enfasi emotiva è un tratteggio costante nel disco, senza essere mai ingombrante né eccessivo: si veda il penetrante ruolo da protagonista assunto in "The Ghost Of A Dead Hummingbird Flying Around The Room".

carissaswierdiiYou Should Be At Home Here
, col suo manipolo di canzoni dai titoli lunghissimi e bizzarri, accompagnerà la band in un tour di successo, per quanto relegato in luoghi di minor risonanza e non ancora di gittata sovraregionale. Ciononostante, il loro nome cominciava a risuonare in tutto il Pacific Northwest e girava la voce che fossero lì lì per essere messi sotto contratto da un'etichetta.
Chissà, forse il loro nome non arrivò alle orecchie giuste, forse nessuno che lavorasse in una casa discografica fu mai in uno dei locali, stipati, durante un loro concerto, fatto sta che You Should Be At Home Here fu stampato su compact-disc soltanto quando la Sonic Boom (etichetta di Seattle di Death Cab For Cutie e Nada Surf) elargì un po' di denaro per l'emissione di qualche copia.

Nota: in una recente intervista, Mat Brooke ci ha confessato che parte della responsabilità di questo "balzo mancato" è da mettere sulle spalle dei Carissa's Wierd stessi, sul loro orgoglio giovanile, che ha impedito loro di scendere a compromessi in quella parte della loro carriera.


E così, sull'onda di questo successo, incoraggiante quanto effimero, l'anno passò e i Carissa's Wierd iniziarono la registrazione di un nuovo disco: Songs About Leaving. La non trascurabile considerazione della band nel mondo indipendente è confermata non solo dal passaggio di etichetta, che permise ai Nostri una distribuzione di livello nazionale con la Sad Robot, ma anche e soprattutto dalla produzione affidata a Chris Walla, chitarrista dei Death Cab For Cutie. Aggiungiamo a questo la comparsa nei credits di Sam Beam, e abbiamo l'identikit di una band pronta a sfondare.
Certo, l'etichetta, per quanto fosse la prima volta che qualcuno al di fuori del gruppo li finanziava, era pur sempre di Seattle: il passo era significativo ma ancora non clamoroso. Songs About Leaving è sì, in pratica, l'unico disco fisicamente rintracciabile oggigiorno, ma rimane comunque un oggetto di una certa rarità, il che testimonia una distribuzione non proprio felicissima. Il fatto era, piuttosto, che i Carissa's Wierd avevano dalla loro un album di livello assoluto.

Songs About Leaving
riassume efficacemente le esperienze precedenti, ossia le rimuginazioni "a cuore aperto" di Ugly But Honest e il brio giovanile di You Should Be At Home Here. Al tempo stesso, i Carissa's Wierd approdano in questo disco a un'eleganza e a una compostezza formale per loro probabilmente inaudita. Se uniamo questa alla loro consueta capacità di coinvolgimento emotivo dell'ascoltatore, otteniamo un disco che può essere tranquillamente annoverato tra i capolavori nascosti del decennio passato.
L'apertura di "You Should Be Hated Here" rappresenta già un emblema significativo, col suo duettare sottovoce tra Mat e Jenn che cresce di intensità in una progressione che prende alla gola. Questo stesso pezzo sarà riproposto in un singolo targato SubPop, estemporaneo tentativo di riesumazione del gruppo dal loro limbo di indifferenza, purtroppo in parte auto-inflitto. La barra del timone non scappa di mano neanche nel momento di maggior carica emozionale, quella "Ignorant Piece Of Shit" che rappresenta una delle canzoni più rappresentative del gruppo, un volteggio dal fascino viscerale sospinto da un arpeggio vibrante e da un incalzante accompagnamento al violino.
Songs About Leaving è un album in cui i Carissa's Wierd mostrano un'evidente sicurezza nei propri mezzi, permettendosi escursioni pianistiche e strumentali prolungate ("The Piano Song", "They'll Only Miss You When You Leave", "Slow Motion Soundtrack Song From The Leaving Scene"), tratteggiando scenari autunnali e di palpabile struggimento.

Come già accennato, in questo disco si realizza un riuscito connubio tra l'intimità di uno sgrezzato Ugly But Honest ("So You Want To Be A Superhero", "A New Holiday (16th November)") e la plumbea impetuosità di You Should Be At Home Here ("Farewell To All Those Rotten Teeth", "They'll Only Miss You When You Leave"). E' la rinnovata intesa tra Brooke (vero motore del gruppo dal punto di vista melodico e compositivo) e la Ghetto (che si inserisce qui con maggiore insistenza con le sue scarne ballate, del tutto funzionali alla tessitura del disco) a rendere Songs About Leaving il lavoro più compiuto della carriera dei Nostri: compatto e delicato insieme, tremendamente penetrante.

"Fuochi d'artificio fantasma": un lento spegnimento


carissaswierdiiiNon è facile, né interessante addirittura, stabilire le ragioni, le circostanze che portarono allo scioglimento della band, avvenuto a fine 2003 in seguito a un tour attraverso gli Stati Uniti. Di certo non fu disillusione, non solo almeno, in quanto, come già sottolineato, quasi tutti i membri della band proseguirono nella propria carriera di musicisti.
Molto più meritevoli di attenzione sono le ultime produzioni del gruppo. E', per l'appunto, a un live che i Carissa's Wierd affidano il proprio canto del cigno. Non solo una raccolta di pezzi registrati dal vivo in realtà: a introdurre I Before E sono tre brani inediti, registrati in studio. Pare come se il gruppo volesse salutare i propri fan con un epitaffio polemico verso l'ostracismo del mondo della musica: la tripletta che introduce il disco tratteggia i contorni di una band ancora del tutto in grado di comporre in maniera ispirata, addirittura mostrandosi ancora più vivace e coinvolgente che in precedenza.
In particolare "Die", col suo nervoso giro di piano, l'ariosità del violino e dell'arpeggio di chitarra, l'intenso duettare di Mat e Jenn, pare una sintesi perfetta del percorso dei Carissa: della loro inebriante commistione di dura introspezione ("I want to die/ I never asked to be here") e di irrefrenabile vitalità, espressa nelle sferzate dell'intermezzo strumentale.
Ci si tuffa poi in un amarcord completo solo nominalmente poiché, pur essendo rappresentati tutti i dischi della carriera dei Carissa, a prevalere (un po' a sorpresa) sono i pezzi di quell'Ugly But Honest a cui, probabilmente, i Nostri guardavano con maggior affetto nel momento della scelta di questa raccolta. Spicca in effetti la riproposizione di "A Bathtile Green", qui arricchita di suggestioni elettroacustiche e del violino della Standard, come a rendere giustizia al primo repertorio, mostrandolo in una veste raffinata e ancora più penetrante. Fanno eco in questo senso una "One Night Stand" e una "Florescent Lights" (tra i cavalli di battaglia della band) da brividi, nelle quali ogni istante pare scavare solchi emotivi indelebili.
E' questa indefinibile urgenza che pervade I Before E, un disco caratterizzato da un dibattersi sonoro incredibilmente vitale, un fiume in piena vero e proprio in cui la band si lascia andare, dando effettivamente l'impressione di voler mettere tutta se stessa, trascendendo in vigore le stesse registrazioni in studio.
E' in questo spirito di particolare elezione che si approda alla traccia finale, quella con cui i Carissa salutano il proprio pubblico: una "Ignorant Piece Of Shit" di impressionante trasporto, in cui a duettare con Mat Brooke non è più Jenn Ghetto. In una sorta di premonizione, o di indizio, è Ben Bridwell a intrecciarsi col frontman dei Carissa.

Da non sottovalutare anche il "quadernetto", la raccolta di sedicenti scarabocchi che la band distribuirà durante il suo ultimo tour. Scrapbook è sì un compendio di b-side, cover, scarti insomma, ma contiene non solo riproposizioni di ingredienti simili (le prime quattro tracce in particolare): rivela anche interessanti immersioni nel retroterra americano, come nel toccante tributo a Rutili (Red Red Meat, Califone) di "Gauze".
Non solo, com'è da attendersi in uscite di questo tipo, si trovano esperimenti estemporanei come l'elettronica lo-fi di "Isolation" (presente fra l'altro nei remix di "Sympathy Bush" e "Heather Rhodes"), gioco solista della Ghetto che, insieme ad "Asleep", testimonia segnali di una vocazione cantautorale in evoluzione.

Sciolti i Carissa, cosa rimane di loro? Un drappello sparuto e fortemente localizzato di fan, produzioni di nicchia pressoché irrintracciabili in versione fisica, resoconti più o meno frammentati della loro carriera: parrebbe questa la storia di una meritevole quanto effimera meteora. E, invece, la notizia (da noi ricevuta in "anteprima esclusiva" dalle labbra dello stesso Mat Brooke) della prossima ristampa del loro materiale in pompa magna, con tanto di "Greatest Hits" celebrativo, come si converrebbe a una band dal passato illustre, è apparsa tutto sommato sorprendente: un po' il sogno di tutti, quello di vedere la propria band preferita spiccare il salto. Nonostante credessimo segretamente che ci piacesse così, derelitta, afflitta dalla sindrome del brutto anatroccolo.
Grazie all'iniziativa della Sub Pop, realizzata attraverso la sussidiaria Hardly Art (per quanto il sito ufficiale dell'etichetta si ostini a indicare un opposto rapporto di dipendenza), i Carissa's Wierd si riuniranno inoltre a Seattle per un'ultima rimpatriata. Piacerebbe essere lì con loro, per far capire loro che sono ancora vivi; che lo saranno per un bel po'.

Del resto...

There will be no tragedies
Lullabies they all sound like sirens now
Just like Heather Rhodes when she was 17 years old
Put another cigarette out in the square of my back
Memories might last for years
And birthday cakes they always taste like crap

da "Heather Rhodes" (Ugly But Honest)

BAND OF HORSES


L'esperienza successiva, intrapresa da Ben Bridwell e Mat Brooke, può forse sorprendere per come si distacca da quanto i Carissa‘s Wierd hanno espresso nei loro lavori. L'approdo da parte dell'inedita coppia al mondo dell'alt-rock americano, la sua espressione più muscolare, quella che tanto deve a Neil Young (My Morning Jacket, Built To Spill per dirne un paio), può in realtà essere vista come una sorta di superamento liberatorio delle sensazioni a volte claustrofobiche della band di provenienza, in un sentimento di euforico furore che emerge prepotentemente dalla musica della Band Of Horses.

bandofhorsesiIl marchio di fabbrica (quello che di loro si vorrebbe ricordare, se non altro) della Banda Di Cavalli è ormai diventato un punto di riferimento indispensabile per il pop-rock del secolo ancora giovane: quegli scrosci chitarristici che si infrangono imperterriti, cavalcati dalla voce ferma e cristallina del cantante Ben Bridwell, costituiscono inni che si fa fatica a grattar via dall'epidermide.
Un tale vigore da sembrare espressione pre-civile, un getto magmatico indivisibile proveniente dalle profondità del pianeta. La metafora naturalistica che pare essere un'ossessione del gruppo, a partire non solo dal nome ma anche dal "contorno" d'immagine (il libretto del loro Cease To Begin ospita in realtà un servizio fotografico di Bridwell da un parco naturale del South Carolina), non può essere più azzeccata: una natura non trasfigurata secondo bizzarrie costruite ad arte, non filtrata da pose o affettazioni, ma descritta in modo pre-razionale, con movimenti di potenza inarrestabile ma spontanea.

E' così che si sviluppano pezzi di fascino immediato, irresistibile che, come solo certi paesaggi naturali, sanno parlare all'animo umano nel modo più diretto possibile.

"Tutto, tutto il tempo": un'opera autoesauriente


In every occasion I'll be ready/For the funeral.

"The Funeral", Band Of Horses

Impossibile non iniziare un qualunque resoconto di Everything All The Time prescindendo dal suo cardine, a ragione una delle canzoni celebri del decennio scorso: "The Funeral". Un testo tutto sommato enigmatico: di quale funerale si tratta, quello di cui canta Bridwell? Figura della fine di un amore probabilmente, o un obliquo riferimento biblico (essere pronti alla chiamata) che si trasforma in un inno al carpe diem...
Stiamo parlando, forse, di uno dei pochi pezzi che si distinguono, nel marasma indecifrabile che ha caratterizzato gli ultimi anni, come qualcosa che arriva a lambire il concetto di "generazionale".
L'epica cavalcata chitarristica (fortemente influenzata dallo stile di Mat Brooke, la cui assenza, come vedremo, avvolgerà di un pesante silenzio la produzione successiva della band) del pezzo, introdotta da un arpeggio da "calma piatta", è ormai nella memoria di molti. Difficile non lasciarsi affascinare dalla progressione che porta dalla confessione di Ben ("I'm coming up only to hold you under/I'm coming up only to show you wrong") alla liberazione catartica del ritornello.
Andando oltre questa comunque doverosa introduzione, Everything All The Time è un disco dall'impatto tremendo, dalla muscolatura asciutta e poderosa, dallo sguardo infiammato, dal manto lucido e guizzante. Sarà forse un facile espediente descrivere il disco attraverso metafore equine, ma è un'esplosione di vita - intesa come forza naturale, intreccio di elementi atmosferici e masse organiche - quella che fluisce attraverso le note del disco, mareggiate inebrianti che riempiono i polmoni.
Basta accostarsi alla festosa scampagnata di "The Great Salt Lake", così intrisa di vitalità yankee, del respiro dei grandi spazi, dell'innocente speranza di una nazione giovane e forte. E chi potrebbe risultare altrettanto credibile nel prorompere in uno "Yee-pah!" per introdurre un brano ("The Weed Party")? Bridwell e Brooke sembrano così liberarsi con prepotenza del bagaglio di emozioni appena tratteggiate, della (comunque parziale) costrizione e contrizione emotiva conosciuta nei Carissa's Wierd, riversando una foga istintiva e primordiale nelle melodie cristalline composte da Bridwell.
Assai significativo è in questo senso l'inizio affidato a "The First Song", tautologia che mira in realtà più in alto: mira a farsi vero e proprio manifesto della musica dei Nostri, sgorgando imperterrita e imperscrutabile e pura.
"Tutto per tutto il tempo", sembra questa la traduzione più plausibile di un titolo che accenna al carattere totalizzante, onnicomprensivo, un mondo a sé stante dalle regole semplici e immediate. Non una singola canzone sfuggirebbe a una meticolosa classificazione entomologica, nella contrapposizione elementare tra ballate in cui il sodalizio tra Ben e Mat si fa più evidente (trasfigurando in senso consolatorio i motivi dei Carissa) e sfuriate di potenza giovanile ma mai giovanilistica ("Wicked Gil" e "Weed Party" in particolare).
E' nel primo dei due regni che avvengono i ritrovamenti più importanti, probabilmente: sia "I Go To The Barn Because I Like The" che "Monsters" sorprendono nel loro climax emotivo, nello sbocciare inarrestabile di emozioni in cui il cadenzato strumming (e non solo) di Brooke ha un ruolo chiave. Una scrittura chitarristica che raggiunge l'apice nel finale di "St. Augustine", in cui Brooke incornicia mirabilmente il romantico duetto con Bridwell, il quale dà fondo alle proprie abilità cantautorali, scolpendo un bozzetto che può rappresentare uno "standard emotivo" per altri artisti a cui si attribuisce in genere la massima espressività cantautorale.

Questa volta Mat e Ben vengono investiti da un fiume in piena vero e proprio. Everything All The Time è nella Best New Music di Pitchfork; la band ha l'occasione di presentare il singolo di lancio, "The Funeral", al Late Night Show di David Letterman; il concerto, tutto esaurito, alla Bowery Ballroom di New York viene filmato da una troupe di Mtv.
In tutto questo, Mat Brooke sarà solo spettatore: non apparirà mai sul palco insieme a Ben e, il 25 luglio 2006, lascerà la Band Of Horses per dissidi e incompatibilità non precisati. Non poche ombre si addensano, in quel momento, sulla carriera del gruppo, che si presenta così a una seconda prova ancora più dura del consueto, in assenza di una colonna portante.A sostituire Brooke sarà chiamato Tyler Ramsey, cantautore emergente affascinato a sua volta dalle suggestioni slo-core anni 90, così come da sonorità più roots, romantici affreschi country dai contorni eleganti ma effettivamente molto poco personali. E' così, quindi, che un sostituto ideale di Mat, sulla carta, si rivela un rimpiazzo dallo scarso valore aggiunto.

Termina così il sodalizio di una coppia dalle tinte steinbeckiane, il compassato e riflessivo Mat appaiato all'esuberanza, all'impulsività di Ben. Frugando nel web vale la pena però riesumare le parole che spese Brooke per il compagno all'inizio dell'impresa Band Of Horses, di una dolcezza indescrivibile (considerando che lo stesso Mat ha insegnato a Ben a suonare prima la batteria e poi la chitarra, con la pazienza di un maestro Jedi).

Mi sento un po' a disagio. Forse i Carissa's Wierd lo hanno limitato, tutto questo tempo. [Ne sono] estremamente fiero. Ha preso in mano il gioco e l'ha condotto, fino in fondo. In un momento in cui eravamo tutti a terra, lui si è tirato su - più in alto di quanto chiunque di noi potesse pensare. E' come vedere il tuo fratellino sbocciare.

Mat Brooke 


Scambiare una "fine" per un "inizio": un ritorno, nel bene e nel male, precipitoso e irriflessivo

Pur riconoscendo la significativa influenza di Brooke nella composizione e nel sound del primo disco, Bridwell dichiara in diverse interviste di aver composto Cease To Begin senza sentirsi sotto pressione; anzi, col preciso intento di non "rompersi la schiena e preoccuparsi troppo". Trasformare il suggestivo primitivismo di Everything All The Time in semplice immediatezza pare in effetti una delle parole d'ordine del disco, fin dall'iniziale "Is There A Ghost?", motivetto di un paio di accordi in cui la mano del produttore, Phil Ek (in quel momento famoso per la collaborazione con gli Shins), si fa sentire pesantemente.

bandofhorsesiiCiononostante, Cease To Begin è un album assolutamente gradevole, dal suono grandioso e a suo modo coinvolgente nei brani più decisi, grazie agli strabordanti mezzi vocali di Bridwell (si veda "Marry Song"), e languidamente romantico nella tripletta centrale di ballatone; certo, dal sapore quantomai ruffiano, televisivo quasi, ma efficaci nel proporre sussulti amorosi intrisi di innocente timidezza ("No One's Gonna Love You", "Detlef Schrempf", "The General Specific"). In quest'ultimo caso la band si ripete bizzarramente, impilando la zuccherosità del trio che, infine, si rivela un tantino indigesta: per quanto Bridwell sia in grado di provocare più qualche brivido nei suoi slanci canori.
La Band Of Horses offre però il fianco in più di un'occasione, come nell'insipida festosità di "Lamb Of The Lam (In The City)" e nell'incomprensibile bagliore notturno di "Islands On The Coast", salvo poi lanciarsi in una maestosa chiusura, sospinta dai marosi di "Marry Song" e "Cigarettes, Wedding Bands".

Queste folate rabbiose in minore costituiscono probabilmente il bottino più significativo di Cease To Begin: un disco che sconta un po' la fretta con cui è stato composto; una fretta che, col senno di poi, rappresenta la fortuna della band, per come è riuscita a nascondere, attraverso un rigurgito giovanilistico, l'assenza della mano di Mat Brooke.

L'appagamento di una band ormai sulla cresta dell'onda

Ormai approdati allo status di band di grosso calibro (sono headliner per molti dei maggiori festival americani, dal Sasquatch al South By Southwest), i Nostri si ripresentano, appagati, all'appuntamento col terzo disco. Infinite Arms, in un crescendo di attese che dura per più di un anno, esce più di due anni dopo Cease To Begin, e suona piacevolmente disimpegnato, senza pretese, se non quelle di tratteggiare qualche melodia più o meno trascinante e dipingere innocui quadretti di ingenuo romanticismo.
Non è altro se non la riunione di musicisti appassionati, forse neanche troppo affezionati ai connotati della band, insieme per suonare senza preoccuparsi di accattivarsi i favori dei fan.

Non pochi di questi ultimi (tra di essi chi scrive) saranno rimasti di sasso, la prima volta che il motivo gonfio di testosterone di "Compliments", singolo di lancio, li ha investiti col suo ritornello roboante (in fondo gradevole, a dirla tutta) e la sua linearità grossolana.
Ci sono tutti i crismi, insomma, per far inorridire il pubblico più intransigente, quello che avrà tra le sue certezze l'appartenenza di questo disco al mucchio delle peggiori pacchianerie. E, in effetti, la pomposità dell'accompagnamento d'archi dell'iniziale "Factory" suona davvero pacchiana, un forse inutile vezzo che ci sarebbe aspettati da tutt'altro disco, uno di Neil Hannon, per dirne uno (con ben altri esiti, s'intende). Si ha l'impressione, in fondo, di essere tornati ai tempi d'oro del brit-pop, melodie zuccherose vestite di abiti spavaldi e una totale assenza di spigoli; il tutto reincarnato, però, in una band vestita di camicia a scacchi e vaqueros.
Una sensazione di "magniloquenza emotiva" che traspare da tutta la prima metà del disco (non a caso quasi del tutto in maggiore), dall'ormonale cowboy-rock di "Laredo" alla coda fin troppo ammiccante di "Blue Beard" (in tutti i sensi: "Take a little time, gonna roll the dice/ Taken for a ride, any normal life will do, too/ Find another way, try to break the ice/ Every day and night, the banana peels were true, true").

bandofhorsesiii"Blue Beard" rimane comunque un buon pezzo, una sorta di serenata cullante, in cui la sempre sorprendente vocalità di Bridwell si sposa mirabilmente con gli scrosci di chitarra e piatti che lo accompagnano. Risultato replicato nel volteggio primaverile di "Way Back Home", nella cui delicata melodia Ben pare seguire le orme del cofondatore della band, Mat Brooke.
Il parallelismo con i Grand Archives di Mat rimane percepibile in realtà per tutto il disco, per la fusione tra pop anni 60 ("Dilly") e soffici "lenti" a base di pedal steel ("Older"). Il continuo ricorso ad armonizzazioni e coretti - arricchimenti di cui, peraltro, la voce di Bridwell, non ci stancheremo di ripeterlo, non ha bisogno - risulta inevitabilmente stucchevole nello sviluppo del disco, a maggior ragione dato che, soprattutto nella seconda metà, l'ispirazione cala drasticamente.

La band si limita al ricalco, senza riuscire a riprendere il trasporto emotivo delle ballate di "Cease To Begin", cercando di supplire con arrangiamenti grandiosi allo scarso peso specifico delle composizioni (la title track è un esempio lampante). Un pezzo di power-pop sconclusionato come "Northwest Apartment", ritrovabile al più negli ultimi dischi di band alla deriva come gli Snow Patrol, è un campanello d'allarme ben in vista. Forse più inaspettato è l'arpeggio faheyano che introduce "For Annabelle", per il resto una ballata piuttosto innocua.

La Band Of Horses pare insomma seguire la parabola di gruppi come i Kings Of Leon, dall'orgogliosa identità southern-rock al salto della barricata, dall'aspetto di simpatici contadinotti al tambureggiamento di video patinati. Chi vede le cose in questa maniera dicotomica si affretterà a definirli un'altra indie-boyband; in realtà Bridwell è, con ogni probabilità, la stessa persona di sempre, e "Infinite Arms" un lavoro di basso profilo, in cui le sue intuizioni melodiche sembrano scarseggiare rispetto al solito.

Due anni dopo arriva Mirage Rock a suggellare l'accordo con la Columbia e lo status di rock band mainstream della Band Of Horses. Un certo tepore rassicurante e amorfo avvolge le tracce del disco, le numerose ballatine-pensierini (la conclusiva, baritonale! “Heartbreak On The 101”, la moscia, prevedibile “Long Vows”, la psichedelia zuccherosa di “Shut-In Tourist”, lo stornello che fa il solletico di “Everything’s Gonna Be Undone”; tutte più o meno fortemente influenzate dallo stile Laurel Canyon di Tyler Ramsey) si inframezzano placide, col loro tono nostalgico e confessionale, ai chitarroni da solleone di “Knock Knock”, al power-pop alla Nada Surf di “Feud”, alla West Coast di “A Little Biblical” (unica vera rifrittura).

Un pensiero finale viene, però, dopo la doppietta Infinite Arms-Mirage Rock: che non si possa chiedere più di questo alla Band Of Horses. Un nuovo repertorio inoffensivo, perfino orecchiabile, un cuscinetto confortevole tra le pugnalate al cuore delle loro migliori cose, il tanto che basta a sopravvivere a un loro live attuale. E, lì, altro che miraggio: saranno la terra promessa di un’America di sogno, la potenza genuina e incosciente della gioventù a rivelarsi.

A dieci anni da Everything All The Time, e lontano dalla cheapness country-fm di Mirage Rock, esce Why Are You OK, che tenta con alterno successo di ritornare alla band di quell'esordio, seguendo una scrittura e una forma decisamente più raffinate che nelle ultime uscite di Ben Bridwell.
Con Jason Lytle dei Grandaddy alla produzione, il disco prende un'aria più compiuta e meno bidimensionale, ma (fortunatamente) non c'è un vero tentativo di recupero; piuttosto, prima che Bridwell diventi il nuovo Kid Rock, una band che sfrutta i suoi buoni musicisti per dare un minimo di profondità ai brani, pur privi dell'impeto di dieci anni fa.

La forma della ballata in punta di piedi sembra aver preso un po' la mano del barbuto e tatuato padre di famiglia Ben, che ha confessato di scrivere sempre più spesso di notte, perché di giorno si occupa dei suoi quattro figli (non male come papà, eh?). Alla vecchia "St. Augustine" va aggiunta però un po' di cheesiness e tolto un po' d'impatto, però, a sentire "Even Still", così come nel paragone "First Song"/"Dull Times" (noiosetta come apertura).
Di questo passo verrebbe fuori un esercizio crudele: va concesso al disco di proseguire il filone dei Band Of Horses come band da "house concert allargato" inaugurato con lo scorso live acustico, con una serie di brani rassicuranti e quasi sempre sufficientemente raffinati da giustificare l'atmosfera intima del disco. Il rallentamento generale dei brani è, bisogna dirlo, a volte l'unica novità ("Hag", anche il singolo "Casual Party" riprende, magari anche non casualmente, "Weed Party"), e la deriva ruffiana della scrittura di Bridwell è ormai consolidata ("Barrel House" è la versione sdolcinata di "Monsters", "Lying Under Oak" è uno dei suoi brani più "senili").

Ciononostante, Why Are You OK è il primo inedito, da tempo, digeribile integralmente senza troppi drammi: produzione pulita, brani senza pretese con qualche sprazzo più propriamente emozionante, o perlomeno con qualche barlume di vitalità ("Solemn Oath").

GRAND ARCHIVES

La nuova creatura di Mat Brooke è una di quelle band che vengono più facilmente prese di mira dal sottobosco dei blogger: poco innovativa, molto attenta alle melodie piuttosto che ai suoni, una dichiarata inoffensività; forse un anelato approdo per il Nostro, dove può esprimere il suo istinto melodico al meglio, e fare il cantautore sotto mentite spoglie.
L'assaggio di celebrità avuto con la Band Of Horses l'ha forse spinto a ritrarsi a un ambiente più raccolto, più somigliante ai suoi inizi coi Carissa, conservando però la mutata sensibilità, che lo spinge verso sensazioni più sommesse, dolci, carezzevoli. Un bisogno di normalità non solo strettamente musicale, confermato dall'apertura da parte di Mat di un bar nei sobborghi di Seattle; come lui stesso ci confesserà in un'intervista, le due attività paiono legate quando dichiara: "Gli unici due talenti che ho sono fare musica e tenere un bar". Appaiono così motivetti fischiettati e strumming d'ukulele, armonizzazioni à-la Beach Boys, con Mat che si cimenta in un registro più alto di un'ottava, sfiorando il falsetto.

Nel 2008 l'esordio omonimo vede la luce: Grand Archives, col suo enorme pianoforte bianco in copertina, è un disco che si impone all'attenzione per la pulizia delle melodie, che però mostra ancora un sound ancora in evoluzione. Un disco non del tutto riuscito perché ondivago, poco compatto. Certo, rimangono diverse hit memorabili, quali "Torn Blue Foam Couch" (il pezzo che più riporta agli Horses brookiani col suo arioso, mulinante giro d'accordi) e "Miniature Birds", in cui la vocazione pop del gruppo emerge con prepotenza, infondendo freschi sentori estivi nel tepido accompagnamento d'armonica.
Nel contempo sopravvive l'attitudine slo-rock nello struggente duetto con Jenn Ghetto nella stupenda "Swan Matches", una sorta di dolce ritorno alle origini, all'Arizona popolato di "aride facce" ("And how we stayed awake all night long/ How we stayed awake all night long/ We flew over fences/ We dodged all the moving cars/ and the dry Arizona faces/ the dry Arizona faces"); un'attitudine ripresa però senza spigoli, in un abbandono in maggiore di sensazioni calde, suadenti.
Il rifugio nel marchio di fabbrica pare una buona strategia, in questa fase iniziale della band, perché permette a Mat di "sfruttare" la sua esperienza e prodursi nelle cose migliori di questo disco, alle quali va aggiunta l'assorta cavalcata notturna di "Sleepdriving".

Per il resto, Grand Archives risulta in effetti gradevole ma piuttosto banale, soprattutto in certe ballate acustiche in Mi come "George Kaminski", affascinante storia di un carcerato entrato nel Guinness dei primati per la più grande collezione di quadrifogli, o nel romanticismo pieno di melassa di "Index Moon". Gli "archivi" che la nuova band di Mat Brooke tenta di compilare sembrano, quindi, ancora popolati in modo eterogeneo e incoerente.

grandarchivesBisognerà aspettare il secondo lavoro della band, Keep In Mind Frankenstein, per assistere a qualcosa di compiuto, che possa rappresentare una direzione solida e più personale per la band. La patina sognante, che deriva da un periodo di registrazione in isolamento nei boschi di Index, sulle montagne sopra Seattle, trascina in una affascinante fiaba nordica in cui il pop levigato della band prende i colori, più omogenei, di una fresca notte estiva.
Ci sono le storie di Mat (su tutte quella di Topsy, raccontataci da lui stesso nell'intervista), delicati affreschi folk-pop ("Left For All The Strays", "Silver Amongst The Gold"), in alcuni casi illiquiditi dalla presenza di una steel guitar ("Oslo Novelist", "Dig That Crazy Grave"), assorte armonizzazioni al chiaro di luna ("Lazy Bones", "Siren Echo Valley Part I"); e tutti gli ingredienti di cui è composta la parte migliore del movimento folk indipendente degli ultimi anni.
Keep In Mind Frankenstein
profuma insomma dell'odore dolciastro di un vecchio libro per bambini, è uno di quei dischi da recuperare anni dopo con un moto di nostalgia.

La seconda parte di "Witchy Park/ Tomorrow Will" riesuma i momenti di maggior coinvolgimento emotivo mai raggiunti da Mat nella sua carriera, recuperando un tocco che qualche avventato poteva dare per smarrito.
E' la forza di emozioni sommesse ma non per questo disarmate, che si fanno strada percolando in angoli remoti, in cui la voce di Mat, mai così plasticamente "fusa" in un tessuto musicale cangiante e fluido, sedimenta lentamente.
Brooke pare trovarsi del tutto a suo agio in una formula dagli echi indubbiamente cantautorali (come nel solitario arpeggio di ukulele di "Topsy's Revenge"), ma comunque caratterizzata da una palpabile sintonia all'interno del gruppo. Ci sono tutti i prodromi, dunque, per un proseguimento felicemente in sordina della carriera dei Grand Archives: saranno anni, magari, senza grosse sorprese, ma Mat Brooke è un musicista ormai troppo navigato per lasciarsi andare ai richiami di lontane sirene. La sua Odissea non è che uno splendido accontentarsi.

La solitaria inerzia delle propaggini femminili

SERA CAHOONE


Nello scoprire questo nome tra i componenti dei Carissa, certo non uno di altissimo spessore ma comunque tra i più interessanti nel mondo delle cantautrici americane, risulta lampante come l'espressione trita della "convergenza di talenti" trovi nel gruppo di Seattle un riscontro più che azzeccato. Ciò che più colpisce è che, al pari di Bridwell, i comprimari mostrassero doti vocali e cantautorali assolutamente notevoli: Sera Cahoone va qui ricordata, per il suo timbro caldo e penetrante che si intona perfettamente alle sue storie di provincia, per le quali la SubPop scomoda un'intrigante definizione di country-noirish.
Va prima di tutto menzionata l'esperienza di Sera come membro dei Carissa (con loro fu la principale batterista) e collaboratrice alla registrazione di "Everything All The Time" della Band Of Horses, in cui suona, ancora una volta, la batteria. Un'infatuazione con questo strumento (poi abbandonato per ovvie ragioni) che trova radici in una storia personale à-la Tenenbaum: da vero e proprio enfant prodige, la Cahoone suonava in serate d'improvvisazione blues a Seattle all'età di 12 anni.

seracahoone_iLe corde della Martin della Nostra risuonano per la prima volta, con quel loro suono limpido e splendidamente metallico, nel 2005, anno di uscita del suo esordio omonimo. Sera Cahoone può, dal punto di vista compositivo, sembrare ancora qualcosa di un pochino prevedibile, dimesso: le progressioni di accordi paiono fin troppo ingessate, anche se la danza tra voce e acustica è indubbiamente toccante. La rassicurante medietà dei pezzi è poi corroborata da un verace accompagnamento di pedal steel, che consolida in questo esordio la sensazione di un bozzetto roots che riserva non pochi momenti di vera malìa.
Senza troppa convinzione, Sera manda una copia del disco a una radio locale, sperando in un po' di airplay. Il piccolo caso radiofonico che ne deriva fa spuntare un inatteso contratto con la SubPop, che prima redistribuisce Sera Cahoone e poi dota la Nostra di una band vera e propria, tra cui il "maestro d'archi" Jeff Fielder, con l'ordine tassativo di proseguire lo sforzo compositivo.

Ciò che ne deriva è un disco di una certa eco nella scena indipendente internazionale: Only As The Day Is Long esce nel 2008 e riscuote consensi sostanzialmente unanimi. Ora pienamente cosciente delle sue doti cantautorali, Sera sforna un lavoro dai toni maturi, dalle tinte vivide e dalle pennellate ampie e decise. Il sognante tempo dispari di "Baker Lake", il suo incedere notturno, vibrante va annoverato tra i capolavori dell'Americana degli ultimi anni. Nel suo viaggiare malinconico, nel suo intreccio struggente di banjo e pedal steel risalta la capacità di afferrare la tradizione e di plasmarla su se stessi, riuscendo così a trasportare un po' di quelle atmosfere senza tempo nella propria musica.
Un'abilità che la Cahoone condivide con Mat Brooke, di cui verrà privata la Band Of Horses in seguito a "Everything All The Time". Il sommesso ma vitale country di quest'ultimo disco riaffiora in Only As The Day Is Long, in particolare nella title track, col suo ridente giro di banjo.

Il secondo disco di Sera affascina in particolare per le sue atmosfere di meditazione notturna, in modeste camere di motel, con una bottiglia di whisky come unica compagna ("Shitty Hotel", "You're Not Broken"). Oppure coi suoi viaggi in luoghi sperduti, di cui sentiamo il richiamo pur non avendo nessun specifico legame con essi; allo stesso modo ci pare di viaggiare su malandati Greyhound metallici, scrutando il paesaggio da un finestrino ammantato di polvere (la stupenda "You Might As Well").
E' il bizzarro potere di quella musica che sa evocare i grandi spazi americani, qualcosa che sa risvegliare qualcosa di nascosto ma sempre vivo dentro chi ascolta: un potere ben custodito dalla multiforme confluenza di personalità che si è ritrovata, per caso o per disegno, in quei bar che parevano svuotati di senso nella Seattle di fine anni 90.
 
Per Deer Creek Canyon (2012) Sera si prende decisamente il suo tempo ma il risultato è una raccolta di canzoni piuttosto banali, per quanto ben registrate ed eseguite. Si salva insomma solo grazie al mestiere, il disco, ma la piattezza delle soluzioni melodiche – qui il minimalismo degli accompagnamenti non aiuta - causa sbadigli in più di un’occasione (“One To Blame”, “Rumpshaker”). Salvabile solo la title track, un bel country di aria fresca e falò all’aria aperta.

S (JENN GHETTO)

Col senno di poi, appare ancora più chiaro che l'anima più introversa e allo stesso tempo viscerale dei Carissa's Wierd era rappresentata da Jenn. Già nei dischi del gruppo di partenza i suoi pezzi parevano compartimenti stagni, rimuginazioni solitarie avvolte da una cortina impenetrabile. Una difficoltà "comunicativa" che rimarrà una caratteristica costante nella carriera della Ghetto anche dopo lo scioglimento dei Carissa.
Per la sua avventura solista sceglie un enigmatico quanto minimale pseudonimo "S", che compare nelle copertine dei dischi con l'aspetto di un carattere miniato. Per il resto l'impostazione rimane, perlomeno all'inizio, quella intravista nei dischi dei Carissa: storie personali caratterizzate da minimalismo espressivo, sia dal punto musicale (per la stragrande maggioranza si tratta di pezzi in cui si intreccia la vocalità di Jenn, indifesa e dolente, con nervosi arpeggi metallici) che dei testi. Eppure, pur nell'assoluta minimalità degli strumenti utilizzati, spicca se non altro la capacità della Ghetto di creare arrangiamenti chitarristici sfaccettati e penetranti.

Il primo disco è distribuito nel 2001 attraverso la Brown Records ma contiene, in realtà, materiale registrato tra il '97 e il '99. Sadstyle ci catapulta nell'atmosfera claustrofobica e opprimente di un monolocale spoglio, popolato solamente di ossessioni e incubi ricorrenti, che si manifestano in mozziconi di sigaretta e bicchieri abbandonati qua e là. Si tratta di un disco estremamente involuto, in cui Jenn, sorta di vestale di un'indelebile mestizia lo-fi, dipinge un vortice senza fine da cui pare venire anche volutamente respinti.
Bisogna appigliarsi al guizzare di chitarra che a volte trapela con un accenno di vigore dalla coltre che avvolge Sadstyle ("Up&Down"), senza indulgere nella lettura dei testi: probabilmente del tutto sinceri e personali, ma talmente scarnificati da rimanere impotenti lamentazioni, avari di qualsiasi spunto (da "Pathetic": "I hope you feel like you've lost this game/ I hope you feel like you're missing something/ I hope you cry when you get home/ Are you missing me?").

Il probabile meccanismo di fascino che potrebbe scattare nell'ascolto di questo per altro ponderoso compendio di sofferenza è da una parte l'immedesimazione, dall'altra una sorta di istinto protettivo date le dolorose vicende raccontate da Jenn. Resta il fatto che l'ascolto di Sadstyle è davvero faticoso, non solo per la lunghezza, appunto, ma per il carattere monocorde del disco, purtroppo del tutto aderente al luogo comune del "tunnel senza uscita".

Gli inserti elettronici e ritmici del seguito, Puking And Crying (nella caratteristica diaspora della Nostra tra le etichette di nicchia, si approderà qui alla Suicide Squeeze), rappresentano quindi una bella sorpresa: per questo secondo lavoro, datato 2004, Jenn si avvale inoltre della collaborazione di Creighton Barrett (già membro occasionale dei Carissa e ora batterista nella Band Of Horses) e di Josh Wackerly (Panda And Angel), proiettando la propria musica nel movimento electro-pop contemporaneo, tanto da attirare lusinghieri paragoni a Postal Service e Xiu Xiu. La base compositiva rimane ovviamente la stessa, un sostrato su cui si posano drum loop e fruscii sintetici, schegge luminose e secchi rumori di paesaggi urbani (e interiori) pericolanti.

jennghettoL'effetto espressivo è a tratti convincente, ad esempio nelle gelide, nere sfuriate di "Falling" che poi si aprono in un beat sintetico allacciato a una Ghetto finalmente penetrante nel grido "Please forgive me". O nel greve incedere di "Crushed", un montare bituminoso che accompagna Jenn in un'altra invettiva sentimentale.
Piccole sensazioni che testimoniano il tentativo di ampliare le possibilità comunicative (a volte reminiscenti della lieve cupezza di Bjork), col problema intrinseco dell'ancora insormontabile fissità emotiva della Nostra. Jenn rimane preda di temi che, ancorati alle consuete atmosfere da psicodramma viscerale, risultano troppo "ombelicali", involute per coinvolgere. Soprattutto questi arricchimenti sono purtroppo assai poco supportati da canzoni estremamente dimesse: va segnalato che, facendo un riassunto delle trenta tracce che costituiscono la somma di Sadstyle e Puking And Crying, riuscire a fissare nella mente un pezzo memorabile è impresa alquanto ardua.

Passano ben sei anni prima che venga alla luce un altro lavoro della Nostra, di cui si perdono facilmente le tracce, data la scarsa appariscenza che la contraddistingue (si racconta che, durante il suo primo concerto a Seattle diversi anni fa, spesso le canzoni venissero interrotte da un accesso di risa isteriche).
La Ghetto giunge a questo terzo album senza lasciar intendere di poter in qualche modo "riconsiderare le proprie posizioni", abbandonando almeno in parte il minimalismo soprattutto espressivo che da sempre (anche da prima di questo progetto solista) la contraddistingue.

I'm Not As Good At It As You lascia invece intravedere qualche spiraglio, in particolare nell'iniziale "Wait" che comprende l'accompagnamento all'ukulele (solamente arpeggiato, non si tema) dello stesso Mat Brooke e di un'altra ex-Carissa, Sarah Standard, al violino. Va detto che si tratta sostanzialmente dell'unica occasione di rilievo in cui si può apprezzare un tentativo di cercare altre soluzioni, che vadano al di là del dialogo incessante tra chitarre, dal suono qui tagliente e penetrante come le scarne storie di Jenn.
Storie di "ordinaria" disperazione ("Another stupid story/  Breakfast in the bathroom/ I can't do this one more day", da "Not A Problem"), in cui avventurarsi a discernere con troppa ostinazione i momenti da approfondire può rivelarsi pericoloso, dato che la scrittura della Ghetto è sicuramente sincera ma anche, per usare un eufemismo, essenziale.

La cosa che invece va annotata in senso assolutamente positivo è il senso di maggior apertura che traspare in primo luogo dal diverso metodo di registrazione, qui più pulito: una boccata di aria fresca se si confronta il suono di questo disco con quello soffocante delle precedenti prove. Forse si perde l'atmosfera da "dolore da cameretta", recuperando però con gli interessi in termini di vitalità, alla ricerca, finalmente, di una sorta di dialogo con l'ascoltatore. Primi vagiti di speranza si rincorrono così nel disco, dalla già citata "Wait" alla progressione quasi deflagrante (per gli standard della Nostra, s'intende) di "Through It All".
Gli arpeggi della Ghetto sono spesso nervosi, scalpitanti: incalzano ("R.I.P. Calgon") e, in alcuni casi, trascinano ("Save You"). Altre volte si abbandona a cupi ricami e addensarsi di nubi, come nella coinvolgente invettiva di "This Is Love" e nel pensoso, evocativo silenzio di "The Message", che poi si infrange in un doloroso, sferzante risveglio.

Resta comunque il rischio di incorrere in una certa monotonia di fondo (data più che altro dall'instancabile riproposizione degli stessi temi), comunque non sempre verificata nello sviluppo delle canzoni, che mantengono un percorso ragionevolemente variegato nonostante l'esiguità dei mezzi. E' questo il vero plus di I'm Not As Good At It As You, al quale va "perdonato" anche il sottotitolo "The Agony" appiccicato all'outro: un pezzo convincente, fra l'altro, estatico e impalpabile tanto da assomigliare ad alcune delle ultime uscite di Justin Vernon.

Jenn Ghetto pare, insomma, voler uscire dal guscio e questo disco lo testimonia; chissà che in futuro non si possa assistere a qualcosa di veramente "fatto e finito"...

Nel caso del suo quarto disco, Cool Choices, Jenn mette Chris Walla alla produzione e lavora, praticamente per la prima volta, con una band al completo.

Il background emo viene così fuori, pur nello stile confessionale e sommesso della Ghetto, negli arpeggi e nelle schitarrate kinselliani di “Balderdash”, e nelle variazioni di umore in chiaroscuro di “Muffin”, ancora di più di ascendenza American Football. La mano del produttore si nota in brani più emo-pop, da primi DCFC, come “Vampires” e “Brunch” e nei brani in solitaria al pianoforte, trovata per smorzare l’orgia chitarristica che fece grande anche “Transatlanticism” (“Losers”, “Pacific”, “Remember Love”).

La strada è quella giusta, e infatti, come nel precedente I’m Not As Good At It As You, le storie d’amore un po’ claustrofobiche di Jenn si esaltano in un contesto più “costruito”, nonostante l’inevitabile edulcorazione. 


Contributi di Giuliano Delli Paoli ("Cease To Begin") e Pier Eugenio Torri ("Grand Archives")

Carissa's Wierd - Band Of Horses

Il sussurro della Seattle nascosta

di Lorenzo Righetto

Il "rock da camera" della band di Mat Brooke e Jenn Ghetto rappresenta il legame tra i mesti sommovimenti slo-core dei '90 con la novità di un sentimento di condivisione, di calore che proietta i Nostri nel decennio appena concluso. La loro esperienza è stata infatti solo il preludio a un'intensa attività artistica, che ha visto nella Band Of Horses l'interprete più conosciuto ..
Carissa's Wierd - Band Of Horses
Discografia
 CARISSA'S WIERD

 

  

 

 Ugly But Honest: 1996-1999 (Brown, 1999)

7

You Should Be At Home Here (Brown, 2001)

7,5

 You Should Be Hated Here (Sub Pop, 2001, 7")

 

Songs About Leaving (Sad Robot, 2002)

8

 Scrapbook (self-released, 2003)

6

 I Before E (live, Sad Robot, 2004)

7

   
 BAND OF HORSES  
   
 Band Of Horses (self-released, 2005)

 

Everything All The Time (Sub Pop, 2006)

8,5

 Cease To Begin (Sub Pop, 2007)

6,5

 Infinite Arms (Columbia, 2010)

6

 Mirage Rock (Columbia, 2012)

5,5

 Acoustic At The Ryman (live, Brown, 2014)

6

 Why Are You Ok (American, 2016)

6

   
 GRAND ARCHIVES  
   
 Grand Archives (Ep, self-released, 2007)

 

 Grand Archives (Sub Pop, 2008)

6,5

Keep In Mind Frankenstein (Sub Pop, 2009)

7

   
 SERA CAHOONE  
   
 Sera Cahoone (self-released, 2005)

6,5

Only As The Day Is Long (Sub Pop, 2008)

7

 Deer Creek Canyon (Sub Pop, 2012)

5,5

   
 S  
   
 Sadstyle (Brown, 2001)

5,5

 Puking And Crying (Suicide Squeeze, 2004)

5,5

I'm Not As Good At It As You (Own, 2010)

7

 Cool Choices

6,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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