Mirah

Miracoli in bassa fedeltÓ

di Pier Eugenio Torri

Da voce femminile dei Microphones dell'amico Phil Elvrum, Mirah è riuscita poi a ritagliarsi un proprio spazio nel mondo del cantautorato indie, rispolverando le lezioni di Lisa Germano e Liz Phair e aggiungendovi abbondanti dosi di personalità. Un percorso culminato in "C'Mon Miracle" del 2004 e che ora ha raggiunto un nuovo, imprevedibile approdo nel suo ultimo disco

Figlia di artisti, un’infanzia da enfant prodige con una breve partecipazione al programma televisivo  “Double Dare Nickelodeon Game Show”, dichiaratamente lesbica, ebrea, schierata politicamente a sinistra, pacifista e amante della natura, restia a concedersi al pubblico, a parlare di sé, lasciando il proprio privato là dove deve stare, in una casetta a Portland, Oregon dove convive da qualche anno con la sua fidanzata tra giardinaggio e relax. Questa è Mirah “Yom Tov” Zeitlyn (in ebraico Yom Tov vuol dire “giorno buono”), artista tutta particolare, aliena da mode e da molto altro, ed evidentemente proprio per questo in grado di ritagliarsi un piccolo spazio nel florido mondo del cantautorato femminile. Portando su piazza le sue precarie idee di sintassi musicale ha rispolverato il folk di Liz Phair, il cantautorato adulto e nero di Lisa Germano, e da ultimo i vagheggiamenti tra indie e pop di coetanee come Cat Power.
A tutto questo Mirah ha aggiunto abbondanti dosi di una personalità artistica che è fuori dal comune, ha rastrellato idee dalla pittura, dall’avanguardia, dai libri e dal cinema; ha sintetizzato il tutto come meglio le è riuscito, andando a delineare un approccio musicale che le ha permesso di gironzolare spensierata tra progetti musicali molto diversi tra loro, eppure tanto in linea con l’artista Mirah.

Nata a Bala Cynwyd, un sobborgo di Philadelphia nel 1974, Mirah è l’ultima di tre figli. Cresciuta con genitori a vario titolo vicini al mondo artistico e con una sorella più grande (poi diventata attrice di discreto successo), si ritrova quasi per forza su un palcoscenico, un po’ attrice e un po’ cantante, con idee ancora poco chiare, ma con tanta voglia di esprimerle. Del suo passaggio in tv già si è detto, della sua vita familiare qualcosa ce lo dice lei: “Sono cresciuta in una comunità macrobiotica hippie composta per lo più da ebrei”.
Insomma, le basi per un’esistenza tutta particolare, tutta all’estremo e senza mezze misure ci sono tutte.  Poi succede che se vivi negli Stati Uniti e hai 18 anni, davanti a te ti si spalanca un mondo. La scelta dell’università è l’ingresso nella società, l’emancipazione, l’inizio di una vita divertente e precaria lontano dai genitori, lontano da casa. Mirah sceglie lo stato di Washington e si iscrive alla Evergreen State College (già frequentata dai vari Calvin Johnson e Matt Groening), rinomata per i suoi corsi sulle arti figurative. Ed è proprio in quel periodo che inizia a maturare in lei il desiderio di dedicarsi interamente all’arte, qualsiasi cosa significhi.

Il primo incontro con la scrittura di un brano ce lo racconta lei: “Stavo seguendo un corso di scrittura. Il docente ha scelto me per scrivere il testo di una canzone che avrebbe poi fatto da colonna sonora per lo spettacolo teatrale di fine anno”. Per farla breve, la prima canzone scritta è stata un compito in classe.
Da qui di strada se n’è fatta: un anno sabbatico passato in Norvegia per studiare le particolari costruzioni in legno fatte a capanne che si ritrovano numerose nelle foreste scandinave e i primi tentativi di fare musica. Cose qualsiasi all’inizio, una jazz-band che suonava nei fumosi disco bar della città e nei matrimoni: un lavoro pagato il giusto per riuscire a mangiare due volte al giorno.
Proprio su quei palcoscenici da periferia Mirah capisce che la strada intrapresa è quella giusta, che arte e architettura possono aspettare per il momento, che la musica è il suo destino. Lascia l’orchestrina jazz e si lancia in una esperienza tutta al femminile sfiorando negli anni Novanta il fenomeno riot grrrrl:  il gruppo si chiamava The Drivers, di successo non ne ebbero molto a dire la verità, ma permise a Mirah di iniziare a farsi conoscere e in una città piccola come Olympia, con la più alta concentrazione di stipendiati dalla musica, è un primo importante passo nel mondo dei sogni.

I primi a credere in lei furono i ragazzi della YoYo Recordings, coi quali poi licenzierà un disco di cover: una serie di Ep di poco successo e nulla più. Poco forse, ma tanto considerando che anche grazie a quegli extended play Phil Elvrum ha adocchiato la giovane cantautrice forestiera.
Dopo pochi giorni Mirah si ritrova nello studio di Phil Elvrum a registrare le parti vocali di Don’t Wake Me Up. Inizia con il titolare unico dei Microphones un’amicizia e un sodalizio artistico che perdura tutt’oggi. Sarà Phil Elvrum a produrre i suoi album, sarà sempre lei a cantare on demand sui dischi di Phil Elvrum. Ma questa è un’altra storia. Già raccontata.

MirahLa nostra ha invece inizio nel 2000, quando viene pubblicato You Think It's Like This But Really It's Like This (K Records, 2000). L'album e il nome arrivano sugli scaffali più o meno nell'anonimato di una proposta che sembrava come qualsiasi altra: una cantautrice americana dedita al cantautorato lo-fi, prodotta e distribuita dalla solita K Records, che di cose del genere ne ha già fatto un marchio.
Poi il nome di Mirah diventa meno anonimo, si tirano in ballo i Microphones, e le cose iniziano ad avere un senso. E il senso è strappare dalla banda stereotipata di milioni di songwriter donne con chitarra in spalla qualcosa di identificativo. E se il veicolo per Mirah è Phil Elvrum, poco male, anzi tanto meglio. In questo modo è più semplice arrivare al pubblico giusto, senza imbattersi nei troppi se e nei troppi ma di un esordio da punto interrogativo: e Mirah un proprio pubblico già ce l'ha, senza aver detto ancora niente, senza aver fiatato, bastano le sue collaborazioni, il marchio K Records e il protettore Elvrum. La curiosità è tanta.

Il disco viene registrato su un quattro piste con strumentazione d'antan e si risolve in uno dei più interessanti e splendenti esempi di bellezza lo-fi. L'esperienza nella scuderia di Phil Elvrum, che qui aiuta la sua protetta in cabina di regia, si fa necessariamente sentire. Così una voce fortemente caratterizzata (Liz Phair, Cat Power, Lisa Germano), una fervida fantasia compositiva e un'attenzione per la melodia a incastro si ritrovano qui al meglio sintetizzate, spalmate su 16 canzoni per tre quarti d'ora di musica.
Si parte con “Million Miles”, bozzetto di cantautorato scarno, voce e ukulele, argomenti bucolici - "la città è a milioni di miglia di distanza" canta Mirah. E’ però con la successiva “Sweepstakes Prize” che la cantautrice americana fa intravedere tutte le sue potenzialità, confezionando uno dei migliori episodi dell’intero suo canzoniere presente e futuro: conscia della propria abilità vocale, Mirah si diverte a giocare con gli accenti delle parole, ridisegnando una metrica tutta particolare, accompagnando con la propria voce una linea musicale accattivante, espressa ora con strumentazione acustica, ora con il riff di una chitarra elettrica. E’ anche il brano più lungo del disco con i suoi 5 minuti e il primo, nemmeno pallido, tentativo di congiungersi alla pop music.
Nel prosieguo non mancano episodi più marcatamente folk e radicati nella tradizione americana come il canto religioso de “La Familia”, la folk ballad “Engine Heart” che rilegge, aggiungendo del drumbeat sullo sfondo, un vecchio traditional per voce e ukulele. A questi si aggiungono influenze più rock: si risentono il minimalismo di Calvin Johnson, il cantautorato à-la Cat Power di “This Dance”, il fingerpicking e il tappeto sonoro acustico di Elliott Smith in “100 Knives”. E infine non si possono dimenticare i Microphones, soprattutto per la capacità di nascondere la melodia dietro uno strato anche disturbante di drumbeat e sintetismi vari (la parte conclusiva di “Murphy Bed” o di “Water and Sleep”).
L’album si chiude con il pop jazzato di “Words Cannot Describe”, mosca bianca del tutto.
Alla fine dei conti Mirah con You Think It's Like This But Really It's Like This offre uno splendido esordio e un capolavoro della bellezza lo-fi.

La prima prova è superata. Critiche positive dalla stampa specializzata, pacche sulle spalle degli amici musicisti che hanno condiviso e condividono la vita nomade da artista e una serie di concerti che la portano in giro per il paese. Ma Mirah è una fucina in piena attività ed è già tempo di un nuovo album.
Con Advisory Committee (K Records, 2001), Mirah compie notevoli passi in avanti: se You Think It's Like This But Really It's Like This era un bozzetto di canzoni, raccolte alla bell'e meglio, scarnificate di qualsiasi orpello e presentate nella spontaneità di una proposta che prevedeva chitarra e voce con qualche inserimento sintetico, in Advisory Committee Mirah si sente più padrona dei mezzi a disposizione, gioca con più disinvoltura con sintetizzatore e computer, accelera sulle sovraincisioni, riempie i vuoti di un altrimenti songwriting acustico con vagheggiamenti quasi darkeggianti. Ma di base, va da sé, permane la sincerità della proposta musicale, in linea con l’album di debutto e con il curriculum musicale alle spalle.
L’opening track ha lasciato interdetti più di qualcuno: con quel suo gigioneggiare vocale, fatto di sali e scendi, montagne russe di tonalità e fiabesche orchestrazioni, Mirah sembrava farsi più elegiaca, presentandosi con l’abito della domenica il giorno del secondo appuntamento col proprio pubblico. C’è in “Cold Cold Water” qualcosa di simile a Bjork, qualcosa di simile a Kate Bush: è in effetti un mastodontico chamber pop, etereo e studiato, una inversione a U lungo la dritta strada maestra che sembrava portare Mirah verso una definizione più matura del cantautorato lo-fi. “Cold Cold Water” sembrava rimescolare all’improvviso le carte in tavola, abbandonando le Cat Power e le Liz Phair, per rispolverare le più maestose interpreti del pop femminile.
Alla prova dei fatti e dell’ascolto, non era in realtà che un semplice abbaglio: già con “Mt. St. Helens” si ritorna alla canonica informalità dell’album d’esordio, e l’abito della domenica viene dismesso a favore di ben più comodi jeans. Il brano, pur divagando negli inusuali quattro minuti, riporta la cantautrice in carreggiata, sostituendo il pop melodioso e orchestrale con una più genuina chitarra acustica su cui viene costruito un muro di suoni e sovraincisioni nella più viva tradizione Microphones. Stesso discorso per  "Recommendation", con in più un ottenebrante uso di sintetizzatori.
Le atmosfere si fanno poi più pesanti, a tratti nere: si ascolti "Body Below" per viverne l'inquietudine rappresentata da esperimenti sintetici dronici misti a fuzz di chitarra elettrica. Ed inoltre, è proprio in Advisory Committee che si inizia a intravedere l'interesse di Mirah per tutto ciò che è suono: qui si tratta forse di ingenui esperimenti perditempo (il cinguettio degli uccelli in “The Sun”), ma nei progetti futuri i field recordings saranno al centro dell’attenzione creativa della cantautrice americana. A ben guardare, non ci si inventa nulla, ed è semplicemente il più classico ritorno all'ovile, all'ovile che l'ha svezzata, quello di Phil Elvrum.
A sentire il resto, colpisce la varietà, c’è spazio quasi per tutto: per la bandistica "Light The Train", per il più collaudato indie-pop di “Apples in Trees” e per il malinconico girotondo di “Special Death”. Alla fine del giro, si rimane con la sensazione di un disco vario, meno centrato e caratteristico del primo, ma rappresentativo della curiosità artistica di Mirah.

Advisory Committee è l’album che sdogana definitivamente il nome di Mirah, ormai una certezza nel mondo indipendente: con la maturità acquisita è riuscita a ritagliarsi un proprio spazio nel frastagliato mondo musicale, colpendo il pubblico per la stravaganza di un cantautorato disallineato con quello che normalmente si sente in giro. Ma Mirah non è una persona normale e proprio dopo le fatiche del secondo album, orgogliosa del risultato e conscia ormai delle proprie potenzialità, dà inizio a una serie di progetti che diventeranno via via sempre più numerosi, andando a soddisfare il forte desiderio di sperimentare, di incontrare gente e con loro dar vita a progetti estemporanei.

ll primo di questi nasce un po’ per caso: Mirah stava parlando con Pat Maley della YoYo Recordings sull’eventualità di un progetto da realizzare proprio sull’etichetta indipendente. Pat Maley le fa ascoltare un particolarissimo combo di Seattle, la  Black Cat Orchestra. A Mirah musica del genere non può non piacere, li raggiunge, si congratula e chiede loro di partecipare alla realizzazione di un’idea che ha in testa.
Il risultato è To All We Stretch the Open Arm (YoYo Recordings, 2004). L’album viene registrato all’inizio del 2003, quando l’America era in attesa di sentirsi dire quello che già sapeva: l’entrata in guerra contro l’Iraq e Saddam Hussein. I movimenti pacifisti non attesero quell’infausta primavera, iniziarono a mobilitarsi: così fa anche Mirah, che grazie alla collaborazione della Black Cat Orchestra dà alle stampe una compilation di cover di canzoni pacifiste. Il No War – No Bush inizia a farsi largo anche tra i pensieri della cantautrice, futura protagonista di quella sinistra pacifista che si è mostrata al mondo come l’alternativa all’America di Bush. Nel disco vengono riarrangiate e interpretate canzoni di Dylan (“Dear Landlord”), Cohen (“Story of Isaac”) e Kurt Weill (“What Keeps Mankind Alive?”). C’è spazio anche per una splendida versione di “The Light” - insieme a “The Monument” gli unici suoi brani presenti - qui rivista per l’occasione in chiave acustica balcanica; ma quello che incuriosisce, soprattutto noi italiani, è l'interpretazione di due canzoni popolari della nostra tradizione pacifista (“Per i morti di Reggio Emilia” e “Bella ciao”).
Nel complesso e nonostante le condivisibili perplessità per progetti così estemporanei, l’album non pecca di qualità artistica e si lascia ascoltare con piacere: le musiche quasi gitane della Black Orchestra flirtano con disinvoltura con la voce di Mirah e l’ampio spettro di musica popolare raccolta consente a tutti di divertirsi. L’esperimento funziona, e segna l’inizio di un’amicizia e di future collaborazioni.

Sempre nello stesso anno arriva Songs From The Black Mountain Music Project (K Records, 2003). Anche in questo caso non si tratta di nuovo album di inediti, ma del secondo dei progetti messi in cantiere e infine realizzati da Mirah. La storia è semplice: Mirah e Ginger Brooks Takahashi (designer grafica e cantautrice) sono amiche e decidono di trascorrere un periodo di vacanza in una casa sperduta nella cittadina di Black Mountain nel North Carolina. Con loro si portano una serie di strumenti, tra cui il banjo e il cello, e tutto l'occorrente per mettere su nastro le loro intenzioni. L'esperimento dura 30 giorni e il risultato musicale della vacanza è questo lavoro che ha un po' del pretenzioso, ma che tuttavia riesce a coinvolgere ed emozionare.
Delle 18 tracce che compongono l'album solo la metà possono considerarsi in qualche modo vere e proprie canzoni; la restante parte sono interlude strumentali rapiti dalla natura, come il canto di uccelli, il rumorio degli insetti, il suono lontano dell’asfalto bagnato o estemporanei strimpellii strumentali. Tra i brani, la zingaresca "The Party" è forse l'apice creativo delle due songwriter; in "Pure" è Mirah che si cimenta in un dream-pop naturale con aperture western campagnole, mentre "You Were Crying For Love" e  "While We Have The Sun” sono gli episodi più vicini al canzoniere di Mirah.
"Oh! September" (proprio il mese di settembre è stato il teatro temporale di questa esperienza) conclude il tutto nel più tradizionale indie-pop amatoriale, tra handclapping, melodia vocale perfetta, e musica cadenzata e ritmata. Il progetto, certamente esistenziale e musicale, ha anche un lato umanitario e di solidarietà: tutti i ricavi dell'album infatti sono stati consegnati a due associazioni: la Rock 'n' Roll Camp For Girls a Portland e la Pentridge Children’s Garden a Philadelphia.

MirahDopo lo sbandamento sperimentale tra i boschi del North Carolina, Mirah si ripresenta nel 2004 con quello che è, a tutti gli effetti, il suo album più conosciuto e venduto: C'mon Miracle (K Records, 2004).
Per parlarne è bene fare un passo indietro e raccontare del processo compositivo degli album precedenti: già perché fino ad ora i tempi di composizione e registrazione erano lunghi e dilatati, per via degli impegni di Phil Elvrum. Le cose andavano più o meno così: i due vivevano entrambi a Olympia,  quindi le occasioni per vedersi erano più facilitate: qualche telefonata e l'appuntamento in un'enorme stanza, dove Mirah registrava quello che voleva, invitava amici, li faceva registrare, catturava suoni, li faceva sentire a Phil. Phil ci ragionava su, li rivedeva, ci aggiungeva cose, ne toglieva altre, e poi il giocattolo era bello che finito, pronto all'uso. Succedeva qualche volta, un paio di volte al mese, quando entrambi erano in città, e quindi ecco perchè le registrazioni si protraevano per così tanto tempo. Questo in sostanza quanto avvenuto per i primi album.

Come si diceva, con C'mon Miracle le registrazioni sono state più intense, il tempo dedicato non era il classico ritaglio del fine settimana: Mirah e Phil si sono offerti l'un l'altro con più intensità e il processo compositivo si è concluso nel giro di tre mesi.
Venendo all’album, va detto che solo l’anno prima si era assistito all’esplosione del fenomeno Cat Power – peraltro con già ottimi album alle spalle - che aveva inevitabilmente reso ancora più fertile l’interesse per il nuovo cantautorato femminile, di cui Mirah fa parte.
Con C'mon Miracle Mirah affina la sua arte cantautorale, ogni nota viene studiata, poco o nulla è fuori posto, l'ascolto è reso scorrevole non solo dalla grazia vocale, ma anche dalla varietà musicale contenuta nel disco. Si passa da un cantautorale pop (con liriche lucide anche quando parla di un dramma come quello israelo-palestinese) alla delicatezza tipica di Elliott Smith (“Don't Die In Me”), da un più tradizionale dream-pop (“The Light”) fino a un pop più incalzante, più punk (“Jerusalem”, che pare cantato da Gwen Stefani). “The Dogs Of B.A.” ha il sapore di musica latino-americana, mentre “We're Both Sorry” si colloca a metà tra le favole di Tori Amos e quelle di Bjork.
Due brani di C'mon Miracle sono stati registrati in Argentina con l'amico Bryce Panic (sodale compagno di tutte le uscite discografiche di Mirah), che proprio a Buenos Aires si era da poco trasferito: da una breve vacanza tra Brasile e Argentina, Mirah si è lasciata influenzare dalla tanta samba ascoltata per radio e per strada, ha buttato giù qualche idea, e una volta arrivata a casa di Bryce ha registrato i due brani.
C’mon Miracle è senz’altro un gioiellino da scoprire, sintesi perfetta dell’attitudine cantautorale pop di Mirah e delle deviazioni sonore di Phil Elvrum: è il disco più maturo e compiuto dell’intera discografia di Mirah, capace qui di esprimersi al meglio come mai prima, abbandonando per certi versi i soliloqui amatoriali in virtù di una più attenta visione d’insieme su suoni e musica.

Nel 2006, in attesa del nuovo disco, Mirah rilascia Joyride Remixes (K Records, 2006), un doppio album che raccoglie proprie rivisitazioni e remix di brani dei suoi tre dischi. Al progetto partecipano tra gli altri The Blow, Mount Eerie (aka Phil Elvrum), YACHT e Anna Oxygen. Va dato atto a questo remix-album di promuovere una prospettiva tutta nuova delle canzoni di Mirah, riuscendo a sradicarle dal folk amatoriale per lanciarle in neanche troppo timidi episodi da ballare. A subire il trattamento migliore certamente “La Familia”, a cui viene concessa una doppia versione. Lavoro riuscito anche per YACHT, che rivede a modo suo, tra house e Xiu Xiu, “Jerusalem”, e per Phil Elvrum, che si lancia nella reiterpretazione, tra drumming tribale e disorientamenti digitali, di uno dei brani del canzoniere di Mirah  forse più vicini ai Microphones (la splendida "Don't Die In Me").

A ormai tre anni dall’ultimo disco di inediti, Mirah continua a seguire un percorso artistico tutto suo, lontano dalle logiche discografiche, rifiutando il canonico intreccio “album e tour”, in luogo di sempre più bizzarre esperienze artistiche. Così Share This Place: Stories and Observations (K Records, 2007) non è un vero e proprio album, ma l’ennesimo sbandamento collaborativo che la riporta tra le braccia della Black Cat Orchestra. Per questo progetto Mirah si è ispirata al lavoro dell'entomologo Jean Henri Fabre, autore di diversi libri scientifici che avevano la particolarità di essere scritti dal punto di vista degli insetti. Un mondo visto dagli insetti insomma, già rivalutato anni fa dal film "Microcosmos". E così anche l'album si risolve in un ciclo di canzoni sulla vita degli insetti e sull'inevitabile paragone con l'esistenza umana.
Poi per la musica c'è la Spectratone International, dietro cui si muovono i Black Cat Orchestra, da sempre dedita alla sintesi della musica worldbeat, con un interesse preminente per il Medio Oriente, l'America Latina e l'Europa: qui per necessità si sostanzia in un preferito uso di fisarmonica, strimpelli di chitarra acustica e un flauto della tradizione mediorientale.
Gli strumenti sono pizzicati, si muovono e si fermano, lanciano zampate per poi scappare, non hanno mai un andamento lineare; sono in definitiva onomatopeici, o certamente cercano di esserlo, rappresentando musicalmente i suoni della vita degli insetti, i loro movimenti.
Il tutto viene poi filtrato dalle sapienti mani di Steve Fisk, che realizza  un corposo suono d'insieme, aggiungendo tuttavia anche un'inevitabile artificiosità che stona con la discografia e il modo d'essere di Mirah.
Venendo allo specifico: piace certamente "Gestation Of Sacred Beetle", che mescola il cantautorato folk di Mirah con un'orchestrina orientale, "Following The Sun", che tra tutte è quella che più accelera sull'ambientazione favolistica à-la Kate Bush, la suite bjorkiana in più atti "Song Of Psyche" e la ballata "Love Song Of The Fly". Per il resto Mirah si ripete un po' troppo, lo standard compositivo è troppo livellato e la qualità è la prima vittima di un progetto troppo grande.
Già, perché Share This Place è una parte di un progetto ben più articolato, che prevede una serie di filmati girati in stop-motion di cui si ha visione nella traccia cd-rom finale del disco - il filmato è dell'artista di stop-motion Britta Johnson. Ora, il rischio di progetti del genere è che la musica sia solo uno dei tanti veicoli comunicativi, nemmeno il più importante, e quindi difficilmente classificabile, per i nostri fini,  nella discografia di un'artista. Altro rischio è che valga più l'idea del risultato, con l'inevitabile sacrificio della qualità musicale in virtù di un puro e primario desiderio espressivo. E Share This Place soffre del primato espressivo su quello musicale, dell'idea/progetto sul risultato. Lo si prenda dunque per quello che è: uno sbandamento collaborativo.

Nel 2009 Mirah si ripresenta con (a)spera, lavoro particolarmente studiato, quasi a rappresentare la definitiva maturità della cantautrice esplosa un lustro prima con C'mon Miracle. Il piatto messo sul tavolo dalla cantautrice americana è particolarmente ricco: si sorseggiano melodie di fingerpicking (“Shells), incursioni di banjo, accenni di vocal-jazz (“Gone Are The Days”) e movenze etniche (“Country of the Future”). Ad aprire il tutto una “Generosity” d’impatto, con accattivanti tocchi di violino e una melodia sincera, che regala uno dei momenti migliori del disco. Disco che chiarisce, se mai non fosse chiaro, quanto forte sia l’amore di Mirah per la musica, la sua realizzazione, gli strumenti e il pentagramma: tra i tanti strumenti che si leggono nei credits (cello, tromba, flauto e tuba) troviamo anche la magnificenza della Kora (apprezzatissimo strumento africano a 21 corde già noto a tutti i frequentatori della musica del Mali).

 

La nuova collaborazione, stavolta con Thao Nguyen (frontwoman dei Get Down Stay Down), partorisce Thao & Mirah, un pugno di canzoni che - limitatamente alla prima parte - sono orchestrate creativamente da Merrill Garbus aka Tune-Yards per restituire un duetto-compenetrazione tra due artiste. Pezzi come l’hip-hop electro-etnico di “Eleven”, il dub-soul con fiati portoricani di “Rubies And Rocks”, la serenata degna di Vashti Bunyan con ritmo di fiato, bocca, archi e trotto di grancassa di “Little Cup”, e l’uptempo folkish di trombe spagnole e batteria marciante di “Folks”, prossimo agli esperimenti para-sinfonici di Sufjan Stevens, sono direttrici che si compenetrano e sfociano in risultati quasi pirotecnici.

 

Contributi di Michele Saran ("Thao & Mirah")

Mirah

Miracoli in bassa fedeltÓ

di Pier Eugenio Torri

Da voce femminile dei Microphones dell'amico Phil Elvrum, Mirah è riuscita poi a ritagliarsi un proprio spazio nel mondo del cantautorato indie, rispolverando le lezioni di Lisa Germano e Liz Phair e aggiungendovi abbondanti dosi di personalità. Un percorso culminato in "C'Mon Miracle" del 2004 e che ora ha raggiunto un nuovo, imprevedibile approdo nel suo ultimo disco ..
Mirah
Discografia
 MIRAH
 
   
  Storageland Ep (YoYo, 1997)

 


You Think It's Like This But Really It's Like This (K Records, 2000)

7

Advisory Committee (K Records, 2001)

6,5

  To All We Stretch the Open Arm (YoYo Recordings, 2003)

6

  Songs From The Black Mountain Music Project (K Records, 2003)

6,5

C'mon Miracle (K Records, 2004)

7

  Joyride Remixes (K Records, 2006)

6

  Share This Place: Stories and Observations (K Records, 2007)

5,5

  (a)spera (K Records, 2009)

7

   
 THAO & MIRAH
 
   
 Thao & Mirah (Thanks For Playing, 2011)
5,5
pietra miliare di OndaRock
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